E’ già tempo di elezioni e io ancora no

scheda

Mancano tre giorni alle elezioni e chissà, col tempo che sta facendo, se non pioverà, come diceva Giorgio Gaber.

Fatto sta che io non sono per niente preparato all’evento e non so esattamente cosa fare. Le possibilità sono tre:

a) andare a votare e annullare la scheda;

b) non andare a votare del tutto;

c) andare a votare e in un impeto di antiqualunquismo mettere la croce sul simbolo di Liberi & Uguali, dopo essermi opportunamente turato il naso, e avere preso dosi massicce di Xamamina, farmaco antinausea contro il mal di mare e il mal d’auto (avevo visto alcune dichiarazioni della Boldrini che, a prescindere dal fatto di essere stata una Presidente della Camera più che criticabile, condividevo nella forma e nella sostanza. Mi sono stupito anch’io di me stesso e mi sono chiesto “com’è possibile? Io d’accordo con la Boldrini??” Ma poi, per fortuna, è venuto in mio soccorso un articolo di giornale letto stamattina sul “Corriere”: Grasso ha dichiarato che sarebbe favorevole a un governo di scopo per la riscrittura di una nuova legge elettorale, con Renzi e Berlusconi. Al di là di una improbabile “große Koalition”, con Berlusconi e Renzi non si governa nemmeno da impiccati, per cui Liberi & Uguali può correre da solo senza il mio voto.

Restano le opzioni a) e b). E se ne vanno i tempi in cui ci credevo davvero che il mio voto fosse importante per qualcuno. Erano quelle che il Poeta chiamava “i sogni senza tempo/le impressioni di un momento”. E io ho 54 anni, perdìo.

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Corretto il link a valeriodistefano.com sul Corriere della Sera

Questa mattina ho ricevuto una mail dalla giornalista Alessandra Bravi che, su mia segnalazione, ha provveduto a correggere il link sbagliato sulla pagina dell’edizione fiorentina del Corriere della Sera, come avevo segnalato qui:

http://www.valeriodistefano.com/public/post/il-corriere-della-sera-mi-cita-ma-sbaglia-il-link-1651.asp

Nel mio blog ho parlato di cultura libera, di difesa strenua della privacy, dai miei siti diffondo centinaia di migliaia di file al mese, la gente scarica musica, libri, audiobook, sono uno dei pochi che dice la verità su Wikipedia e questi per cosa mi recensiscono? Per un post su una ragazzina pisana immaginaria che si presta a fare la testimonial alla Coca Cola.

Uno potrebbe dire: che culo!! E invece vi avverto subito, non è finita qui. Stay tuned…
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Charlotte Casiraghi, “ventisett’enne”

Charlotte Casiraghi ha partorito il suo primogenito. Notizia della quale, in sé, ci interessa il giusto. Cioè nulla.

Quello che ci interessa, è che nella foga di dare una non-notizia il Corriere della Sera, nel voler indicare la giovane età della neo mammina principessata (27 anni) ha scritto “ventisett’enne”.

Purtroppo non ho lo screenshot con l’errore marchiano del Corriere. Però, nell’andare a cercare su Google il termine esatto “ventisett’enne”, si viene rimandati a una foto-gallery su “Io donna” che contine rimandi testuali tipo “Ventisett’enne con l’apostrofo scritto sul Corriere” e un probabile commento di un utente che recita “Chi è quella bestia che ha scritto “ventisett’enne”?”

Ma quello del Corriere non è un errore isolato. Libero, il portale di Wind-Infostrada ci dice che un “Ventisett’enne soffre di diabete” (e va beh, ce ne saranno anche di più giovani, suppongo)

mentre “La provincia di Varese”, nel riferire della traslazione della salma di un giovane morto all’estero, ripete lo stesso identico errore

E basterebbe scrivere “27enne”. Fa un po’ SMS ma almeno non ci si fanno queste figure cacine.

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Settimo: paga in contanti! [Forse…]

E’ bello doppo ‘l morir vivere anchora, ed è bello tornare a parlarvi di privacy dopo tanto tempo.

Quello della privacy sembra un tema noioso e incomprensibile, per certi versi lo è, ma il succo, l’enunciato fondamentale, quello che non bisogna mai perdere di vista è che la privacy è quello che noi non siamo disposti a tollerare che gli altri facciano coi nostri dati personali.

Una persona può benissimo essere disposta a postare le sue foto discinte pubblicamente su Facebook. Un’altra no. Ma magari la persona che non vuole pubblicarsi scollacciata su Facebook è stata un po’ troppo prodiga nel dare il suo numero di telefono in giro e viene contattata quotidianamente da agenzie che vendono di tutto.

Due giorni fa sul “Corriere” è stato pubblicato un decalogo per tutelare la propria privacy in rete. Già il fatto che si tratti di un “decalogo” mi rende un tantinello nervoso. Sa di Mosè che scende giù dal Sinai con le tavole della Legge in mano e i capelli scaruffati.

Il settimo comandamento recita: “Pagate sempre in contanti, quando possibile e a maggior ragione se acquistate qualcosa che potrebbe essere fonte d’imbarazzo: con la carta di credito siete sempre rintracciabili.”

Ora, non si capisce bene (o, meglio, lo si capisce FIN TROPPO bene) quale sia questa “fonte d’imbarazzo”, ma andiamo avanti.
La maggior parte delle transazioni per acquisti in rete avviene con pagamento anticipato (sì!). Ora ci dovrebbero cortesemente spiegare come si fa a pagare in contanti anticipatamente per un acquisto via internet se l’acquirente si trova a Bressanone e il venditore a Siracusa. Cosa si fa, si mette il contante dentro il modem e lo si invia?
C’è il contrassegno, certo, cioè pagare al postino o al corriere al momento della consegna. Ma il guaio è che c’è da pagare qualcosa di più, ok, per non essere sgamati dalla moglie mentre compriamo i nostri DVD porno si può fare questo ed altro, ma si dà il caso che il postino passa al mattino, e che potrebbe essere proprio nostra moglie a ritirare il pacco coi nostri sollazzi visuali, rompendoci le corna al nostro ritorno. No, non funziona.
E allora? E allora PayPal. E’ comodo, viene accettato da un numero sempre maggiore di siti in rete e, soprattutto, funziona.
PayPal non mi paga per dire bene di loro, solo che lo uso da anni con molta soddisfazione (sto scrivendo come Paolo Attivissimo, aiuto!). Lo si associa a una carta di credito ricaricabile, si trasferiscono i fondi, si acquista quello che si vuole e il gioco è fatto.

Non vi illudete, però. Le tracce rimangono sempre. Quella del trasferimento dalla vostra carta di credito impersonale ricaricabile e quella di PayPal che paga per vostro conto il venditore. Ma è già qualcosa.

E certo che con la carta di credito si è sempre rintracciabili! Il fare qualcosa in rete, come poter comperare quello che si vuole, costa qualcosa, e il costo in questione è esattamente una parte di noi stessi.
Bisogna vedere quanto siamo disposti a venderci.

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Lorella Cuccarini: fare sesso due volte alla settimana mantiene giovani

Screenshot da: www.ilcorriere.it

Recentemente il “Corriere” on line ha pubblicato un rimando a un’intervista che Lorella Cuccarini ha rilasciato a “Oggi”, e in cui avrebbe dichiarato che:

a) nella sua vita sessuale preferisce assumere la posizione di “dominata” rispetto a quella di “dominatrice”;
b) fare sesso due volte alla settimana aiuta a sentirsi giovani.

Ora:

a) sono affari suoi, e non vedo che interesse (se non quello indotto dall’intervista) potrebbe assumere a livello di pubblica opinione la cosa;
b) grazie tante, figurarsi che c’è gente che lo fa anche più spesso.

La creazione delle non-notizie riesce a fare in modo di bucare l’intimità della gente andando perfino a dissertare sull’indumento che ciascuno porta, le mutande. Che devono essere le più amate dagli italiani (per forza, se no non si spiega…).

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Severgnini, Bersani, gli insulti e il web dei “maleducati”

Screenshot da www.corriere.it

Sui “fascismi” più o meno linguistici di Bersani pensavo di essermela cavata con una citazione lasciata sul blog a monito dei posteri.

Sull’argomento della interrelazione tra insulto e navigazione del Web, però, è intervenuto di nuovo Beppe Severgnini dalle colonne del Corriere della Sera con un articolo intitolato “Insulto, dunque, navigo”.

Il titolo appare già fuorviante di per sé. Fermo restando che il web è terreno fertile per gli insulti (politici ma anche no), non è detto che chi insulta lo faccia solo in rete (vedo quotidianamente fior di persone che si scannano sul lavoro, sull’autobus, per la strada, nei negozi), ma, soprattutto, il titolo non dimostra la proprietà inversa dell’assunto: “siccome uso la rete sono abituato ad insultare”.

La prima frase dell’articolo di Severgnini parte da postulati e fa considerazioni discutibilissime e perfettamente criticabili. Ed è quello che farò.

“Pierluigi Bersani ha ragione, ma sbaglia aggettivo. Chi approfitta di Internet per insultare gli avversari non è «fascista»: è un maleducato.”
Il postulato “Pierluigi Bersani ha ragione” è chiaramente labile. Non si può basare un articolo che parla della moda dell’insulto politico per stigmatizzarlo con evidente intento didattico su una azione compiuta da un politico proprio mediante l’uso dell’insulto all’avversario. Non me ne importa nulla se “Bersani ha ragione”, perché ammesso che l’avesse (e non ce l’ha!) non si può trattare da insulto quello del “popolo del web” nei confronti del Partito Democratico e del suo segretario e non trattare da insulto (o meglio, trattare da NON-insulto) quello di Bersani nei confronti dei suoi avversari politici. O, forse, Severgnini vuole dirci che chi insulta gli avversari è un “maleducato” solo perché usa il web? E perché mai? Se insulta usando la piazza fisica anziché quella virtuale l’insulto è meno insulto, o, addirittura non lo è?

Già una volta in questo blog mi occupai di uno scritto di Severgnini che se la prendeva con l’anonimato in internet, facendo notare come non si trattasse affatto di anonimato ma di pseudonimato, che è tutta un’altra cosa.

Quindi, Bersani non ha affatto ragione quando definisce “fascisti” i linguaggi dei suoi avversari politici. E non ha ragione Severgnini quando dice che no, quelli che insultano via web non sono “fascisti”, bensì “maleducati”.

Va detto, a parziale riconoscimento degli argomenti di Bersani, che si stava riferendo a “linguaggi” e non alle persone che di quei linguaggi facevano uso (si può dire “Libro e moschetto fascista perfetto” senza essere fascisti).
Ma Bersani ha dalla sua l’aggravante di non aver fatto nomi e cognomi dei suoi avversari politici (anche se possiamo bene immaginare quali siano) ed è un po’ come dire che “Chi non beve in compagnia o è un ladro o è una spia”. Riferirsi a un’eterogeità di comportamenti o di persone non è un biglietto da visita che mi sentirei di condividere.

Quanto a Severgnini, non è che se si passa dal “fascisti” al “maleducati” l’insulto sia meno insulto. Anzi, per niente.
La sentenza n. 9799 della Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale chiarisce che il dire a qualcuno di essere un “maleducato” è una espressione di “indubbio contenuto ingiurioso”. E’ bello, una volta tanto, fare il Travaglio della situazione, e dire a Severgnini che se non è zuppa è pan bagnato.

Certo, “fascisti!”, pronunciato con accento emiliano ricorda un po’ l’inizio di un film sui personaggi di Guareschi, in cui Peppone, ormai deputato, si sveglia dal torpore del sonno nell’aula di Montecitorio e se la prende coi primi che gli càpitano a tiro, tanto, allora come ora, definire “fascista” chiunque fosse fuori da un certo coro era un’abitudine di cui in certi ambienti della sinistra ci si poteva fare vanto.

“Detto ciò, Bersani ha ragione. L’urlo di chi non sa più parlare sta diventando insopportabile. L’avversario non si contesta più: lo si demolisce.”
E te dài con la ragione di Bersani. La politica, si sa, è da sempre “demolizione” dell’avversario. Certo, ci si può (anzi, ci si deve) aspettare (anche da Bersani) che questa demolizione venga fatta sul piano delle idee e non su quello degli insulti ad personam, né tanto meno di quelli ad personas, ma è pur sempre politica, cosa ci si aspetta che facciano i politicanti dell’Italia post-berlusconiana, che rendano l’onore delle armi all’avversario? Che si facciano l’inchino prima di massacrarsi a colpi di judo o di karate? Non è la gara di torte alla frutta per i bisogni della parrocchia! La politica italiana è spartizione e conservazione di potere e di poltrone, non è perseguire il bene comune, e quando c’è qualcosa da spartire l’avversario va annientato, c’è poco da fare.

E’ condivisibile Severgnini quando dice che “Considerare l’insulto come la forma più genuina di democrazia, ed etichettare come pavido chi cerca di essere ragionevole, non è solo irritante: sta diventando rischioso. Se il capo di un movimento, il segretario di un partito e noti commentatori politici usano l’anatema come normale mezzo di discussione, molti si sentiranno autorizzati a fare altrettanto.”
A patto che valga per tutti. Anche per Bersani, che utilizzando l’aggettivo “fascista” usa una etichettatura di maniera e la logica del conformismo delle idee a tutti i costi, per cui chi non è con lui non solo è contro di lui, ma addirittura è il male dell’Italia. Ha detto la stessa cosa di Berlusconi e adesso si ritrova nella sua stessa maggioranza di governo.
La strategia dell’anatema è vecchia come il cucco. La conoscevo da bambino: “Se non tifi per la mia squadra del cuore allora non sei più mio amico”. Gli inciuci cominciavano a insegnarceli già sui banchi delle elementari.

Prosegue Severgnini: “E mentre i capi, i segretari e gli editorialisti si incrociano nelle serate estive, e si sorridono nel gioco delle parti, i loro epigoni trasportano il livore accumulato nei social network, sui blog e nei forum.”
Ma dove li ha visti Severgnini questi editorialisti che si sorridono nelle serate estive?
A “Repubblica” il direttore Mauro si trova in grave imbarazzo per la pubblicazione degli interventi del fondatore Scalfari a proposito della difesa a oltranza del Quirinale nel caso delle intercettazioni telefoniche che riguardano la delegittimazione della Procura di Palermo. Altro che sorrisi nelle sere estive!

Dulcis in fundo: “Oggi chiunque può diffondere un’opinione. Questo, naturalmente, è bene. La libertà in questione ha però dei limiti: nelle buone maniere, nel buon senso e nel codice penale. E qualcuno non lo capisce. Questo, ovviamente, è male.”
Già. Chiunque può diffondere un’opinione. Ma non “oggi”, come dice Severgnini, ma da quando la Costituzione è entrata in vigore. Lo si può fare sulla rete, ma una volta (e ancora oggi) lo si poteva fare nelle piazze, nelle case, nelle scuole, negli ambienti pubblici, nelle sezioni di partito, per corrispondenza o come uno credeva opportuno. E la libertà di critica discende proprio da quella libertà di opinione di cui i Padri Costituenti ci hanno fatto dono e che oggi personalmente uso per dire la mia su quello che ha scritto Severgnini.
La libertà di opinione non esiste da quando esiste internet, esiste da quando l’Italia si è dotata di una carta fondamentale che lo afferma.
Non mi pare che la Costituzione faccia riferimento al “buon senso” o alle “buone maniere”. L’unico limite alla libertà di espressione è il codice penale. Per il resto si può dire quello che si vuole. E qualcuno non lo capisce. E questo è, davvero, il male di cui Severgnini non parla.
Non c’è nessun Galateo, tanto meno non esiste nessuna “Netiquette” in rete (termine odioso e inutile in cui qualcuno ha voluto imbrigliare l’inimbrigliabile) o fuori. Non si può impedire a qualcuno di esprimere un’opinione solo perché, si veda il caso, la esprime in dialetto anziché in buon italiano in un salotto della società-bene. O perché “buon senso” vuole, si veda sempre il caso, che il Capo dello Stato sia persona non criticabile per funzione e definizione.

La legge penale, dunque, a tutela dell’unico limite alla libertà di espressione. La stessa che, applicata nella giurisprudenza, e nei casi concreti di ogni giorno, dice che “maleducato” è offensivo come lo è l’aggettivo “fascista”.

Ma le “buone maniere”… uh, cosa faremmo senza di loro! Magari saremmo solo un po’ più liberi? 

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Silvia Avallone lascia la scuola

Screenshot da corriere.it

La signora Silvia Avallone ha annunciato oggi sul Corriere della Sera la sua volontà di rinunciare all’insegnamento perché, a suo dire, l’Italia non sarebbe più un paese per insegnanti.

Ci sarebbe da eccepire, di rimando, che vorremmo proprio sapere quando mai lo è stato. Ma questa è una domanda retorica, evidentemente.

La signora Avallone, dunque, lascia la scuola. Bene, ne prendiamo atto.

Così come prendiamo atto che la signora Avallone, in quanto autrice di un romanzo di successo (che a me non è piaciuto, personalmente non lo consiglierei, ma si tratta di una opinione squisitamente personale), ha tutte le risorse economiche per poter prendere in piena libertà una decisione di questo genere.

Si dà il caso, però, che la maggior parte della classe insegnante di ruolo o precaria che  sia, non faccia la romanziera. Forse perché troppo impegnata a gestire il romanzo più grande che è la propria vita personale e familiare. O quella Comédie Humaine che è la scuola  pubblica, narrazione quotidiana di ben più ampio respiro.

La signora Avallone si goda, dunque, i proventi delle vendite dei suoi scritti.

A scuola restano i precari da pochi euro al mese. O gli insegnanti di ruolo che non è che  vengano trattati poi tanto meglio sul piano economico e della considerazione sociale.
A scuola restano quelli che rischiano la galera ogni giorno.
A scuola restano quelli che ci credono.

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Wikipedia, tra 91% di partecipazione maschile e l’abito di nozze di Kate Middleton

Screenshot dal corriere.it

Sul “Corriere” on line di oggi è stato pubblicato un (interessante) articolo di Camilla Baresani intitolato “Se il sapere di Wikipedia è al 91% degli uomini”.

Pare che Jimmy Wales abbia segnalato un dato che la giornalista definisce “francamente sconfortante”, ovvero che su 100 collaboratori volontari a Wikipedia, 91 siano di sesso maschile.

Naturalmente, sottolinea la Baresani, non c’è, in questo dato, alcun tipo di lettura sessista e/o razzista. Non può essere insita nel dato una “discriminazione oggettiva” (che non esiste) e che quindi, la percentuale deve essere letta in modo neutro. Ossia: se su 100 volontari 91 sono uomini non è per scarsa disponibilità delle “quote rosa” in Wikipedia, ma perché, semplicemente, è così. E’ come dire che in un determinato comune ci sono più individui di sesso maschile che di sesso femminile, o che ci sono più maiali che mucche.

Appunto, allora se è così, se un dato è un dato, perché la Baresani lo definisce “francamente sconfortante”?

Vediamo un po’. Tutto nasce dall’inserimento su Wikipedia di una voce (presumo sull’edizione in lingua inglese) sul vestito di nozze di Kate Middleton da parte di una donna (il 9% esiste!). Un “collaboratore/revisore” (già, quando è che su Wikipedia il volontario cessa di essere volontario proponente e diventa volontario giudicante?) ha cancellato la voce motivando il gesto con lo scarso interesse enciclopedico (la giornalista scrive “ritenendola ininfluente”). Ne è nata una discussione e la voce è stata ripristinata: l’umanità conoscerà i dettagli del vestito di Kate, perché, è stato deciso che questo sia un dato fondamentale per la cultura e l’enciclopedismo, perché, se in Wikipedia sono ospitate voci come «Episodi di South Park (tredicesima stagione)» o «Anello di purezza» non si vede perché non debba esserlo l’abito da sposa della Middleton. Ma non si dice, invece, che sono di scarso interesse tutte e tre, indipendentemente da chi le ha proposte, discusse, rifiutate o accettate.

Ritengo che il “casus belli” non sia il fatto che su Wikipedia sia stata scritta una voce poco interessante, ma che questa voce sia stata scritta da una donna e poi censurata (sia pure temporaneamente) da un uomo.

La Baresani, dunque, spiega il tutto affermando che “il Web 2.0 è profondamente maschile, perché sono maschi quelli che l’hanno progettato”. E va beh, ma una cosa è progettare l’ossatura di un progetto (ad esempio il software che permette a tutti di immettere contenuti e di correggerli) altra cosa sono i contenuti. Il contenuto (un articolo, una biografia, una bibliografia) non ha nulla a che vedere con il web 2.0. Può essere anche una pagina in HTML puro scritta dieci anni fa e lasciata lì.

Se Wikipedia è maschile non è detto che lo siano anche i suoi contenuti. Che possono essere anche incredibilmente maschilisti. O femministi si veda il caso. Il problema non sono i dati e le percentuali, ma quello che le persone che quei dati e quelle percentuali rappresentano fanno e scrivono. E il problema, come al solito, è vedere cosa venga considerato cultura libera e cosa no. Wikipedia ha un grandissimo potere, e non è solo quello di respingere o accettare le voci su un abito di nozze.

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A 57 anni si pente di aver avuto un bambino. Il “Corriere” si chiede se è giusto “condannarla”

Una donna di 57 anni ha deciso di portare avanti una gravidanza. Ha avuto un figlio. O una figlia. Poi se n’è pentita.

Non credo che, inseguito al pentimento, abbia deciso di soffocare l’infante nel sonno, o di abbandonarlo, o di darlo in affidamento, o di affidarlo al canile municipale, quindi penso di poter supporre, con un buon margine di certezza, che questa crisi emozionale dovuta a chissà che cosa (mancanza di forza fisica, o, più probabilmente, stigma da parte della gente che un figlio in età avanzata non te lo perdona, no, proprio no…) non abbia avuto conseguenze dirette e nefaste per il minore più debole.

Si è pentita. Semplicemente. Come ci si pente di tante cose nella vita. Tutte le volte in cui si dice “Se potessi tornare indietro non rifarei questa o quella cosa…” Lei non si è pentita di aver fatto figlio. Si è pentita, magari, di averlo fatto a 57 anni. Sarà COMPRENSIBILE?

No, il titolo del servizio sul “Corriere della Sera” on line è eloquente: “E’ giusto condannarla?”

Ah, perché adesso il pentimento su una scelta personale e delicatiossima come quella di avere un figlio a tarda età è una CONDANNA addirittura? E chi la condannerebbe, di grazia?? Non certo un giudice, almeno finché non c’è un maltrattamento o un abbandono di minore. E allora chi?? Ma certo, il conformismo, il dito puntato, la morale becera e profittatrice dell’opinione pubblica, una modalità insinuante e pregiudiziale: non hai rispettato i tempi di madre natura? Ora non ce la fai a tenere il figlio? Ti condanniamo.

Il giornale non si chiede, si badi bene, se si sia d’accordo o meno con la scelta della signora, e anche quello sarebbe riprovevole, rientrando la scelta della gravidanza e il successivo pentimento nella sfera irrinunciabile degli intoccabili affari suoi. No, si chiede se sia giusto condannarla. E’ una domanda che non ha che una risposta, ma certo che non è giusto. Come non è giusto condannare chi sceglie di avere un bambino a 15 anni (la scelta sarà fatta con gli strumenti che una ragazzina ha in quel momento), o di abortire a 30 o a 40. O chi decide di partorire e di non riconoscere il bambino e darlo in affidamento.

Non ci può essere condanna perché non ci può essere giudizio preventivo. Se non per un sensazionalismo da stampa che, proprio per il fatto di occuparsi di informazione, dovrebbe lasciare in pace i drammi della gente.

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Oggi per Salvatore Parolisi non ci sarà nessuna verità (mettetevi l’animo in pace!)

Il “Corriere della Sera” on line oggi intitola: “Delitto Rea: è il giorno della verità per Salvatore Parolisi. Oggi il gup decide.”

Cosa capisce una persona che legge questo titolo? Che oggi un giudice stabilirà la verità, e cioè se Salvatore Parolisi è colpevole o innocente al di là di ogni ragionevole dubbio dell’omicidio della moglie, per cui è accusato.

Niente di tutto questo. Oggi il GUP (Giudice dell’Udienza Preliminare) deciderà SOLAMENTE se Parolisi potrà accedere al rito abbreviato condizionato, così come ha chiesto tramite i suoi legali, e cioè se il processo si farà sulle carte finora raccolte (allora il GUP darà il via agli interventi di accusa, difesa e parte civile), oppure se la sua richiesta verrà respinta e dovrà, dunque, andare a un dibattimento in cui saranno ammessi testimoni, ci sarà un contraddittorio tra accusa, difesa e parte civile e si formerà la “prova provata” che dovrà incastrarlo, se mai. Se non si formerà verrà assolto.

L’unica cosa di effettivo interesse in questa notizia è che se il GUP deciderà per il rito abbreviato, Parolisi avrà diritto allo sconto di un terzo della pena. In pratica non rischierà l’ergastolo ma “solo” trent’anni di reclusione. Se, invece, si va con il rito ordinario, allora sì, ci può essere anche l’ipotesi che Parolisi, se condannato, debba scontare l’ergastolo. Naturalmente alla fine di tutti e tre i gradi di giudizio.

E’ tutto lì. Non è il giorno della verità, è il giorno della legge. La verità dei fatti in un processo penale non esiste. Esiste solo quello che emerge dalle carte e dalle indagini.

Non m’importa niente sapere con quale rito verrà giudicato Parolisi, da cittadino voglio sapere se ha ucciso o no sua moglie e sulle risultanze di che cosa.

Ma, come sempre, l’informazione gridata è sempre più forte di quella sommessa. Peccato che sia molto meno efficace.

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I diritti delle donne e il 9 marzo di Geppi Cucciari

E’ il giorno successivo all’otto marzo, quello in cui si fanno bilanci, analisi, riflessioni, previsioni, si esprimono speranze, si pospettano auspìci, il tutto riguardo al tema del “ruolo della donna nella società”, come se le donne avessero un ruolo nella società solo l’otto marzo, come se le donne potessero far sentire la loro voce solo in quella data, come se l’anniversario di una tragedia sia di per sé una festa in cui regalare chicchi di mimosa che hanno ormai perduto ogni odore.

Il “Corriere della Sera”, oggi, pubblica un intervento di Geppi Cucciari. Che non ho mai capito bene chi sia o che cosa faccia nella vita. Cioè, so di per certo che fa l’attrice comica, e che recentemente ha “salvato” lo share della serata finale del Festival di Sanremo, ma mi è sempre sfuggito il motivo della sua popolarità. Non importa, non devo capirlo io, dev’essercene pur uno. Ogni tanto la vedo far pubblicità a uno di questi yogurt che sgonfiano la pancia grazie a un particolare fermento lattico, ma nient’altro.

Diciamo che il suo articolo sul “Corriere” di oggi è quanto di più compiuto io abbia letto o fruito della produzione di questa artista, e tanto sia.

L’articolo si intitola “Buon 9 marzo a tutte (e a tutti)”. Bene, la sfera maschile viene messa tra parentesi. E’ decisamente un buon inizio. Oh, per carità, mi sta benissimo anche essere messo tra parentesi, ma in un clima in cui si invoca tanta parità ed equità di diritti, una bella parentesi è proprio quello che ci vuole.

Il testo non mi entusiasma. E’ una comicità che non mi pare abbia elementi di particolare originalità, quella della Cucciari. E’ uno stile lellacostiano con punte neo-littizzettiane (“Com’è andata, donne? Avete ceduto alle lusinghe della cena con le colleghe, del conto alla romana, dello strip alla californiana? Come avete mostrato il vostro orgoglio uterino? Abbeverandovi di sapere gratuito in un museo, oppure di mojito pagato in un capannone di periferia, magari infilando monete da due euro nella canottiera di uomini dall’incarnato caramellato e muniti di sopracciglia depilate ad ali di gabbiano?”).

Il senso dello scritto ruota intorno al luogo comune (che, in quanto luogo comune, corrisponde a una perfetta verità) del “guarda che democrazia e che diritti hanno all’estero mentre noi in Italia siamo più indietro delle ruote dell’ultimo vagone di un Eurostar”.
Sì, lo sappiamo che all’estero stanno meglio di noi. O, magari, per certi versi, anche peggio. Solo che noi siamo portati a vedere quello che più ci fa bene vedere. Forse perché effettivamente stiamo così male, e siamo messi perfino peggio, che basta veramente poco a superarci.

E dov’è che si sta meglio? Ma in Spagna, naturalmente. Terra di mille diritti (sacrosanti, aggiungo) riconosciuti (giustamente, aggiungo) e legittimati. Ci si può perfino sposare tra gay in Spagna. Non è l’unico paese in cui i matrimoni omosessuali sono riconosciuti, naturalmente, ma è quello in cui il dato in questione salta subito all’occhio, chissà mai perché.
E infatti: “Per dire: cos’ha la Spagna più di noi? A parte Messi, intendo. Di sicuro una legge sulla procreazione assistita degna di questo nome, ad esempio. Che non si mette a contare gli ovuli come fossero «gratta e vinci» e permette persino la fecondazione eterologa. Forse ho sbagliato esempio, ma un viaggetto, Barcellona, lo vale comunque. Bocadillo, sangria e fiocco azzurro. O rosa, se sperate che sia femmina e volete chiamarla come vostra madre.”

E’ bella questa visione della Spagna. Il “bocadillo” (come se in Spagna non si mangiassero anche delle meravigliose ‘tapas’, tradizione gastronomica che ci dà tonnellate di polvere, il faut le dire…), la “sangria” (roba da turisti, su riconosciamolo… Oh, mica che gli spagnoli non la bevono, ma sanno di poter bere molte più cose, e, già che ci sono, lo fanno -magari chi va a Barcellona si degusta anche una “copa” di anisetta, di quelle che ti fanno gridare al miracolo-) e… il fiocco azzurro o rosa.
Sembra un pacchetto turistico. E, per certi versi, lo è. E’ triste che sia una comica a segnalarlo. Certo, i matrimoni gay e la fecondazione eterologa sono diritti incontestati in Spagna, ma c’è il rovescio della medaglia, ovvero che le coppie, spagnole o straniere che siano, per avere un figlio, sborsano una barca di quattrini a una sanità di tipo privato che smuove una quantità di denaro incredibile.

Sono i diritti che si trasformano in industria, dove quello della maternità e della paternità non è solo un diritto, ma è anche, e per inciso, un business.
E’ il business del “bimbo in braccio”, che è un’espressione molto infelice e scoraggiante che dovrebbe essere l’equivalente di “chiavi in mano”, solo che non si parla di automobili, ma di bambini, di madri, di padri, di donatrici di ovociti e di donatori di spermatozoi, tutto pronto, tutto subito, basta farsi un giro in Internet per vedere i siti delle cliniche spagnole e i relativi prezzi di fornitura di n. 1 embrione con garanzia di successo, analisi cliniche relative, cure ormonali per le donatrici, accuratamente selezionate, però, perché non ti salti fuori un bambino coi capelli rossi se la futura mamma e il futuro papà sono mori. O biondi. Vale anche per le coppie omosessuali, ça va sans dire.
Barcellona è lì con la sua movida. Fare un figlio sembra facile almeno come andare a bere un cocktail. Un “Mojito”, naturalmente. Perché fa molto “movida”, el ritmo de la noche, salsa, fiesta, vamos a la playa, ma intanto chi non ha i soldi alle libertà degli spagnoli non può accedere e sono tragedie marginali perché non possono essere narrate come postille alle pagine del Corriere della Sera da una attrice comica che si sgonfia con l’Acidophylus.
Perché nella perfetta Milano-da-bere del Corriere, anche un testo suppostamente comico va calibrato su una serie di stereòtipi duri a morire. Mancavano solo “corrida”, “olé”, “una mano en la cintura”, “un movimiento sexy” e “baila guapa”.

Poi è la volta della Svezia: “Riproviamo: cos’ha la Svezia più di noi? Una legge sulla maternità degna di questo nome, giusto per non scomodare solo gli Abba. E infatti il tasso di disoccupazione femminile è più basso di quello maschile e il papà ha l’obbligo (sì, l’obbligo) di prendersi il congedo di paternità. E anche la differenza tra salari maschili e femminili è tra le più basse al mondo. Forse per quello le donne sono più fertili e a Barcellona ci vanno solo a vedere la Sagrada Familia.”
La legge sulla maternità (e sulla paternità, aggiungerei, ma sempre tra parentesi, così anche la Cucciari è contenta) ce l’abbiamo anche noi, e, comunque, sì, in Svezia la legge è senz’altro migliore. Con buona pace degli Abba, dell’Ikea (citata poco dopo), di Filippa Lagerback (lasciata, per fortuna, fuori dai giochi dell’articolo) e di Stieg Larsson (non citato, forse perché non sta bene tirare in ballo le persone defunte).
Quindi sì, possiamo annunciare trionfanti, addobbando festosi i nostri veroni, che in Svezia la maternità è molto ben tutelata. Per chi ci arriva alla maternità, perché la Svezia è uno dei paesi europei con la più alta incidenza di suicidi tra la popolazione femminile. Depressione, pare. Che sommata alla depressione “post-partum” (tanto sempre di maternità si parla) è un cocktail davvero micidiale, altro che “mojito”.
E, si sa, le svedesi non sono tutte Lisbeth Salander.

E in Romania non vogliamo andare? “Cosa ci sarà mai a Bucarest che non si trovi a Roma, la città più bella del mondo? Una legge sul divorzio degna di questo nome, per dire. Mettiamo che il marito ti scaldi, certo, ma meno di una volta. Mettiamo che tu voglia cambiare elettrodomestico e che il medesimo sia d’accordo. In Italia per divorziare servono il pil del Belgio, avvocati acrobatici e soprattutto anni di attesa, che a una certa età valgono sette volte tanto, come gli anni dei cani.”
In Romania, dunque, si divorzia. Se hai un calo della libido, una prostatite o un principio di impotenza, reversibili o no che siano queste patologie, tua moglie può chiedere il divorzio e ottenerlo in tempi rapidi e efficaci.
Bello! Poi magari viene in Italia a fare la badante perché, dopo aver divorziato, non trova lavoro nel suo paese che, guarda caso, ha un tasso di disoccupazione molto preoccupante.

Ma voi fatevi ingravidare pure a Barcellona, prendete il vostro sacrosanto permesso di maternità a Stoccolma e mandate pure a fare in culo il partner a Bucarest. Sarete delle donne perfette.

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Guido Olimpio condannato per diffamazione dalla Corte d’Appello di Milano: dovra’ risarcire 120.000 euro a Youssef Nada e Chaleb Himmat


[Luca Bauccio]

L’amico e avvocato Luca Bauccio ha conseguito un brillante risultato rappresentando in giudizio innanzi alla Corte d’Appello di Milano i cittadini Youssef Nada e Chaleb Himmat,  nei confronti del giornalista Guido Olimpio del Corriere della Sera, che dovrà risarcire 120.000 euro alle controparti.
Nella motivazione della Corte di Appello a favore di Youssef Nada e Chaleb Himmat si legge che quanto riportato da Guido Olimpo costituisce “mere congetture e illazioni” da cui è derivata una “seria lesione alla reputazione”.

A Luca Bauccio i migliori complimenti da parte del blog.
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Severgnini, l’anonimato e gli pseudonimi



Di Beppe Severgnini ho già parlato, en passant, qualche mese fa.
Non ho assolutamente nulla contro di lui, lo considero uno scrittore ed opinionista leggero, ideale e divertente da leggere in aereo per passare quelle due o tre ore da Roma a Dublino (o Londra, O Berlino, o Parigi, O Budapest, o…) e/o viceversa, giusto per distrarsi dalla tensione che ci prende quando siamo in quota e che ci fa aggrappare alla moquette dell’aereo direttamente con le dita dei piedi. Quei libri comprati nelle librerie internazionali degli aeroporti di tutti il mondo, e di cui poi regolarmente ci dimentichiamo con un sorriso assieme al nostro carico di souvenirs, carte d’imbarco scadute, passaporti da rimettere a posto, calzini sporchi da lavare, e una scheda da 2 Gb di foto che avremmo voluto far vedere ai nostri amici di Facebook.
E, comunque, quella di Servergnini è una letteratura di "genere", da gentleman d’antan, da ritrattista dei vizi e costumi degli italiani, e mi va anche bene, ma recentemente ha scritto un articolo sull’anonimato in rete (1) che mi ha lasciato alquanto interdetto, dal titolo "Blog, forum o gorillaio (abbasso l’anonimato!)". Evviva, almeno fin dal titolo sappiamo come la pensa Severgnini e possiamo decidere se andare avanti nella lettura o meno.

Scrive il Nostro:
"La questione è quella dell’anonimato. E’ stato detto e scritto, anche da parte di persone informate e perbene, che rappresenta la libertà. Non sono sicuro di questa equivalenza, in una società aperta. Temo possa diventare, invece, un invito all’irresponsabilità e una copertura per l’ignavia; a lungo andare, la ricetta per l’irrilevanza. Non sapere chi dice una cosa rende questa cosa meno interessante: non viviamo dentro un romanzo di Sciascia."

Ora, l’affermazione secondo cui non si vive dentro un romanzo di Sciascia mi pare facilmente confutabile. Di uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaqquaraqquà è pieno il mondo e Severgnini è troppo intelligente per non essersene accorto. Chiaramente è una captatio benevolentiae.
L’anonimato, in rete e non, sicuramente rappresenta la libertà anche in una società aperta. Si va dalla libertà di non indicare il mittente in una lettera alla fidanzatina per paura che la mamma di lei ci sgàmi alla libertà di fare squilli anonimi con il #31# premesso al numero di telefono dell’amante per evitare che la sgàmi il marito e la corchi di mazzate. Sono solo due degli usi (il primo è un po’ romantico e assai rétro, lo ammetto…) più diffusi e quotidiani di anonimato.
Ci possono essere migliaia di motivi per cui uno decide di restare anonimo, e possono essere tutti legittimi e perfino di beneficio (se non altro per evitare le mazzate di cui sopra). Ma questo l’ho detto tante volte.

Poi, parlando del suo blog "Italians", ospitato dal Corriere on line, chiarisce:
"Da tre mesi abbiamo introdotto la possibilità di commentare le dieci lettere quotidiane (le migliori tra quelle che arrivano). Immediato successo (di numeri) e immediati problemi (di comportamento). Firmandosi Lettore 98765, Scarpette Rosse o VendicatoreBrianzolo – nomi di fantasia, non voglio gratificare gli esibizionisti – molti hanno preso a tempestare il blog di ripetuti, petulanti, lunghissimi, anonimi commenti."

Il problema di Severgnini non è, dunque, l’anonimato ma lo pseudonimato, di cui, si sa, la rete è piena.

Severgnini confonde un vezzo con un diritto. Il fatto che Internet sia piena di gente che pensa di potersi rendere invisibile firmandosi "Lambretta" o "Paciughina58", oppure ancora "SciurCumménda" (nomi anche i nostri di fantasia, e comunque, seguendo il ragionamento di Severgnini, di esibizionisti ne abbiamo molti, e gli spammer, grazie al cielo, non mancano…) , non significa che questo sia anonimato.
Scambiare l’anonimato per maleducazione, o pretesa di impunità, in rete è profondamente sbagliato. Perfino un blog scalcinato come questo registra gli indirizzi IP di tutti i commentatori. Scegliersi uno pseudonimo in rete è un po’ come pretendere di andare in giro con una macchina e non voler essere identificati dal numero di targa. Indignarsi per questo significa non sapere come funziona la rete. Non c’è nulla di male a non sapere come funziona la rete, e, certamente, nessuno è degno di critica solo per questo, ma le opinioni si agganciano sempre ad altre opinioni. Petulani? Noiose? Ripetute? E sia. Ma l’anonimato (ossia l’essere effettivamente irrintracciabili sulla rete) è ben altro. E’ quello che permette a chi vive o opera in regime di censura o di limitata libertà di informazione e comunicazione di non essere perseguito per quello che scrive. Severgnini potrebbe dire che lui ha parlato di chi vive in una "società aperta". Appunto. Sarà mica una
società aperta quella che ci mette al 77° posto nel mondo per libertà di informazione!


"Tra i compiti di un grande giornale, sono convinto, c’è anche quello di chiedere una piccola prova di educazione civica. E adesso, avanti: ditemi pure che sbaglio. Ma ditelo mettendoci nome e cognome."

Severgnini sbaglia. E io il mio nome e cognome sul mio blog ce l’ho sempre messo.
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Di Roberto Saviano e del perseverare dell’apostrofo

Non è che Beppe Severgnini sia, come si suol dire da qualche parte, esattamente "nei miei santi".

Ho un paio di libri suo che ho letto con distrazione ma, tutto sommato, con gusto. Lo stesso gusto che mi dà un sandwich al pollo servito sull’aereo quando ho fame. Si può mangiare e non c’è neanche troppo da fare gli schizzinosi. Anche se dopo si atterra e si va a mangiare qualcos’altro.

Oggi però ho trovato interessante la disamina, un po’ impietosa e un po’ comprensiva, che Severgnini ha fatto del modo di scrivere su Twitter dei più famosi personaggi della cultura e dello spettacolo.

Il "casus belli" è uno svarione, per la verità abbastanza comune, di Roberto Saviano che su Twitter ha lanciato un messaggio che testualmente recitava: «Khadz Kamalov, un giornalista coraggioso, è stato ucciso. 70 giornalisti russi uccisi in Russia. Qual’è il peso specifico della libertà di parola?»

Ora, il problema è che "Qual è" si scrive senza apostrofo. Da sempre.

Invero è un errore piuttosto comune. Specialmente se si scrive al computer o si mandano SMS. Un altro errore frequente è quello di scrivere (appunto!) "un’altro" con l’apostrofo. Certo, non è detto che, siccome l’errore è frequente è diffuso, solo per questo non è un errore. Diciamo che è una di quelle cose che fanno tutti, come copiarsi i CD, mettersi le dita nel naso ai semafori o non rilasciare lo scontrino fiscale. Trova tolleranza nel senso comune ma non lo trova nell’ortografia. E va beh.

Severgnini, a dirla tutta, non si mette nemmeno poi troppo a bacchettare Saviano, anzi, scrive che un errore del genere aggiunge "genuinità" a quello che si scrive. Lo rende più umano, meno asettico.

E, in fondo, appunto, tutti sbagliamo o possiamo sbagliare.

Certo, è vero, tutti sbagliamo o possiamo sbagliare. Io lo faccio continuamente. Ad esempio uno degli errori più frequenti che mi vengono è "telfono" per "telefono". Mi può capitare di ripetere due volte un concetto in una frase. A proposito di un mio post recente qualcuno ebbe a bacchettarmi perché, nel titolo parlai di "rapporto tra alunni e allievi" (quando, evidentemente, dovevo scrivere "rapporto tra insegnanti e allievi"). Oh, per carità, nulla che non si possa correggere, ma il "Crucefige!" è sempre lì, ognuno ha la sua pietra pronta e la scaglia anche perché l’ortografia offende, giustamente, il senso estetico di molti e, per carità, è una questione di stile ("Ah, che disgrazia le questioni di stile!"). Roberto Saviano, poi, ha corretto l’errore e tutto si sarebbe potuto concludere a tarallucci e vino, ovvero, con un articolo sul sociologico-pignolino andante di Severgnini e il "mea culpa" di Saviano. E viandare, voglio dire, gli apostrofi sono importanti ma non se ne può fare una questione di vita o di morte. In fondo Saviano ha scritto solo un intervento su Twitter, mica il discorso di ingresso all’Accademia della Crusca!

Quella che lascia perplessi è la successiva reazione di Saviano (affidata, manco a dirlo, a Twitter): «Ho deciso : - ) continuerò a scrivere qual’è con l’apostrofo come #Pirandello e #Landolfi. r.» [1]
Ora, preso atto della captatio benevolentiae di Saviano e della sua faccina, bisognerebbe ricordargli in primo luogo che non è né Pirandello né Landolfi, ma questo, probabilmente, lo sa già per conto suo.
E, successivamente, fargli presente che ciò che, forse, disorienta il lettore, non è tanto l’errore in sé e per sé, quanto il fatto che venga da uno scrittore e tra i più osannati e riveriti del nostro tempo.
Voglio dire, il minimo che uno si aspetta da uno scrittore di professione e che vende milioni di copie dei suoi libri è che non faccia di questi errori.
Se qualcuno che mi manda una lettera scrive sulla busta "Roseto degli Abbruzzi" (come mi càpita spesso di vedere) ci rido, ma se "Il fatto Quotidiano", come fa spesso, scrive "Abbruzzo" con due "b" un po’ mi incazzo,  perché pago un giornale in cui lavorano giornalisti e tipografi che spero conoscano il loro mestiere.

La fretta, la necessità di mettere in linea tutto e subito, l’intervento magari mandato a Facebook o Twitter dal telefonino mentre si è in movimento costituiscono le attenuanti generiche per tutti. E, proprio per questo, basterebbe dire "E va beh, ho sbagliato…" anziché dichiarare "continerò a scrivere qual’è con l’apostrofo". Adesso aspettiamo anche che Saviano scriva "continuerò a pubblicare per Mondadori".

[1] http://www.valeriodistefano.com/public/savianoapostrofo.png

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