Quelli che “quando tutta questa emergenza finirà ci abbracceremo”

E poi ci sono quelli che “quando tutta questa emergenza finirà ci abbracceremo”.
Gente che fino a dieci giorni fa quando si incontrava per strada si sarebbe sputata in faccia per un mese intero, gente che faceva il leone da tastiera in internet e sui social, mandando a quel paese ora questo e ora quello, che improvvisamente si ritrova risvegliata da questi sentimenti buonisti (e buonistici!) e appende sui propri veroni a sciorinare le bandiere italiane che neanche lo storico incipit della novella “Libertà” del Verga.
“Quando tutta questa emergenza sarà finita ci abbracceremo”, dicono. Ma perché ci si deve per forza abbracciare?? Non ci si potrebbe tornare ad ignorare o a sopportare pesantemente come prima? La normalità prima del coronavirus non era quella di volersi tutti bene a tutti i costi, ma anche quella di starsi sui coglioni. Io, se mai sopravviverò a questo virus, voglio tornare a essere odiato come prima. Non me ne faccio di niente dell’abbraccio di un sopravvissuto, la democrazia sarà anche stare tutti bene e tirare un sospiro di sollievo per il passato pericolo, ma è anche e soprattutto essere diversi, profondamente e radicalmente diversi. Ecco, io non so cosa farmene di essere uno dei tanti che lottano contro un virus nel periodo dell’emergenza, quello che voglio recuperare è la mia dimensione di persona nel periodo della normalità. Questa è la vera sfida. Così come è sfida il capire che sì, ci sarà senz’altro un momento in cui tutto questo finirà, ma per ora quel momento non è ancora arrivato e quindi c’è ben poco da ravanare, l’arrosto è finito, dobbiamo accontentarci di pucciare il pane nell’intingolo che è rimasto, che xé anca massa, come scriveva il Goldoni. La sfida non è stare in casa, ma sopravvivere al coronavirus per tornare ad ignorarci e a starci sui coglioni. Non è una passeggiata. E’ il Camino di Santiago de Compostela. E lo abbiamo appena iniziato.

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Fake News: il messaggio vocale con voce femminile che annuncia che il coronavirus resta vivo 9 giorni sull’asfalto

Attenzione! Ricevo (e come me penso che li riceviate anche voi) messaggi vocali via WhatsApp che, citando un non ben meglio identificato (sarebbe troppo) medico di Milano, dicono con voce femminile e accento meneghino che il virus resta sull’asfalto per 9 giorni e consigliano fortemente di usare un solo paio di scarpe e lasciarle fuori. Questi messaggi -con poche e insignificabili varianti- dicono che i TG e la carta stampata non si occupano dell’argomento per non creare panico nella popolazione. Naturalmente c’è chi ci crede. O chi, nel dubbio, pur non credendoci, fa “girare” il tutto perché non si sa mai. State attenti.

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E’ arrivato il coronavirus a Roseto degli Abruzzi

Dunque, ieri mi sono fatto qualcosa come 500 km in macchina cercando di fuggire da una regione con tre casi di coronavirus e rifugiarmi nella tranquilla Roseto degli Abruzzi dove, però, nel frattempo, era in agguato un  brianzolo portatore infetto di coronavirus, che soggiornava in questa ridente cittadina (che adesso non ha più nulla da ridere) da venerdì scorso e avrà infettato chissà chi, per cui viviamo piombati nel terrore, sembriamo i passeggeri del treno di “Cassandra Crossing”. Io mi sento come il protagonista di “Samarcanda” di Roberto Vecchioni, che per sfuggire alla morte che lo guardava con occhi cattivi al mercato di Bassora cavalca per tutta la notte e se la ritrova alle porte di Samarra che lo aspetta puntuale come un orologio svizzero. Non è esattamente la stessa cosa ma più o meno siamo lì col conto. Insomma la grande “caona” (termine livornese per designare sia l’epidemia che la paura) è arrivata. Ovviamente questo ha sconvolto la mia giornata lavorativa che sarà dirottata sugli arresti domiciliari. Bella giornatina, sì…

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Sì, io sto con Burioni

Il mio ultimo articolo “Ma non muoiono solo i vecchi” mi ha portato svariate critiche, soprattutto su Facebook. Qualcuno mi ha sottolineato il fatto che sono troppo esagerato, “come la maggioranza degli italiani”. Mi si rimprovera di dar troppo retta a “quel che dice quel tizio che è sempre in tv” e di non tenere “in considerazione quei medici che hanno un’ottica diversa”. E’ vero, io sto dalla parte di Burioni, e non perché mi stia umanamente e personalmente simpatico (tutt’altro), ma perché è un virologo, una persona preparata, un uomo di scienza la cui opinione (che fa benissimo a rappresentare in TV e sui media, così almeno la gente le conosce e si può fare un’idea il più possibile realistica dell’evolversi della situazione) conta indubbiamente qualcosa. Più della mia sicuramente. Io infatti non sono un virologo. E, con tutto il rispetto dovuto alla carica istituzionale, non è un virologo nemmeno il Presidente della Regione Lombardia Fontana che nelle ultime ore ha definito l’infezione da coronavirus “Poco più di una normale influenza”. E ha aggiunto che non sono parole sue. Benissimo, ma allora chi è che asserisce tutto questo? Nomi, cognomi, qualifiche. Non si sa. E allora preferisco Burioni a degli illustrissimi sconsciuti che dànno informazioni non direttamente e con chissà quale autorità scientifica. Almeno Burioni ci mette il nome e la faccia. Ci sono anche stati, questo sì, medici di indubbio valore e spessore umano e scientifico come Maria Rita Gismondo che ha definito la patologia “Un’infezione appena più seria di un’influenza” (ne ho dato conto riproducendo il suo intervento su Facebook sul mio blog). Bene, questa è l’opinione di una autorevole professionista. Ma allora perché dopo poche ore dalla pubblicazione ha rimosso il post? Perché è stata eccessivamente e ingiustamente criticata? Perché (come ammette la stessa interessata) non ce la faceva più a gestire, leggere e rispondere ai commenti? Può darsi. Fatto sta che il suo parere non c’è più. E come fa a fare da contraltare a quello che dice Burioni quello che non c’è, che non trovo, che ha vita breve, che sparisce? E’ poco più di una semplice influenza? Burioni ha torto? Potrebbe essere certamente così, non lo voglio minimamente mettere in dubbio, ma il punto è che il coronavirus non lo conosciamo. Non sappiamo nulla di lui, tanto da dover mettere in quarantena o in isolamento ospedaliero chi ne viene affetto. Tutto quello che sappiamo sul coronavirus è quello che esperiamo quotidianamente nel trattamento degli infettati, nell’osservazione delle migrazioni dei portatori di virus, nei dati che ci provengono dal Ministero della Salute. In Toscana, da dove vi sto scrivendo in queste ore, attualmente ci sono due soggetti positivi. Fino a ieri non c’erano. Uno è reduce da Codogno, l’altro è andato a Singapore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, tuttavia, ci tranquillizza: il 95% dei casi di contagio da coronavirus si risolve in maniera positiva con la guarigione. Quindi su 100 persone 95 guariscono. E le altre 5? Muoiono tutti come stronzi?? E’ una percentuale altissima, non possiamo permetterci di sottovalutare il pericolo. E’ (anche) per questo che sto dalla parte di Burioni.

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Ma non muoiono solo i vecchi

Muoiono. Muoiono come le mosche. Dice “ma erano persone che avevano delle patologie gravi pregresse, tutti pazienti anziani con un quadro clinico generale compromesso in precedenza”. Sì, però intanto sono morte. E c’è da chiedersi come abbiano fatto due donne ricoverate nel reparto di oncologia a contrarre il fetido e malefico coronavirus in un ambiente protetto come un ospedale. Perché se è forse altamente probabile che queste persone sarebbero decedute per tumore è altrettanto di tutta evidenza che NON sono decedute per tumore ma per gli effetti del coronavirus. Dice “ma la situazione è critica!” E ti credo che è critica, se si muore anche quando si è ricoverati in ospedale. Non nego l’abnegazione del personale sanitario, che è il primo ad essere esposto all’infezione ed è quindi il primo a rischiare la pelle, medici e infermieri fanno quello che possono e anche di più. Ma sta di fatto che non si può morire di coronavirus in oncologia. Come si è stabilito il contagio? Da quanto tempo si sapeva che i soggetti erano contaminati? Domande. Domande, domande. Dubbi, dubbi amletici. C’è qualcosa che non torna in tutte queste storie di sofferenza e di morte che si verificano nel nostro ormai martoriato paese (martoriato soprattutto dall’ignoranza delle cose). Ci vogliono rassicurare dicendoci che queste persone così fragili erano anziane (e va be’, devono per forza morire? Forse la loro morte è meno importante rispetto a quella di un soggetto giovane?) ma sappiamo bene che in Cina il dottor Li Wenlinag, già oftalmologo presso l’ospedale di Wuhan, primo in assoluto a dare l’allarme dell’esistenza di un virus simile a quello della SARS è stato contaminato, ma prima arrestato e incriminato per aver diffuso notizie false che poi si sono rivelate vere, giovanissimo, è morto per complicanze legate all’infezione. Non è vero che muoiono solo i vecchi e i debilitati. La Cina ci insegna che possono morire anche i giovani in buona salute. E’ solo questione di tempo. Quando accadrà (e accadrà di sicuro) di ritrovarci davanti alla realtà della morte di una persona in giovane età e senza patolgie invalidanti pregresse allora dovremo arrenderci alla realtà. MA non potremmo rendercene conto prima? Si chiama prevenzione. Di più, si chiama buon senso. Perché se il tasso di mortalità da coronvirus è del 2-3% non siamo di fronte a una epidemia (pandemia?) di un’influenza “solo un po’ più severa”, queste sono le stesse identiche percentuali dell’influenza spagnola del 1918. Ma, si sa, bisogna lavarsi bene le mani, o, in alternativa, usare un gel disinfettante e igienizzante (che non si trova nemmeno più su Amazon). Ci tranquillizzano con un po’ di acqua e sapone mentre la gente muore. E le stelle stanno a guardare.

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E’ arrivata la caona

Vai, s’è avuta.

Il coronavirus non è un virus mortale, ma, guarda caso, la gente muore lo stesso. Dati, dati, dati. Numeri. Contagiati, morti, regioni interessate. Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia che dichiara lo stato di emergenza, Emilia Romagna, Lazio a volte pare di sì, altri dicono di no, c’è stato un caso a Firenze, ma no, era solo un falso allarme, per prevenire il contagio bisogna mettersi le mascherine, ma trovi subito l’esperto virologo di turno che ti dice che le mascherine non servono a una beneamata cippa e allora che cazzo bisogna fare? Nulla. Non puoi fare nulla. Il virus è come il pensiero, e il pensiero, diceva il Poeta, è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Stiamo lottando contro l’infinitamente piccolo e, contemporaneamente, contro l’infinitamente potenzialmente mortale, altro che cazzi. Ci stiamo rendendo conto che Décartes (Cartesio) non ci aveva capito nulla. Quella che sì, aveva capito tutto era la mia professoressa di chimica e biologia al Liceo, la Bussotti, Dio ce la conservi, che mi cercava di spiegare (e io duro pinato!) che “cogito ergo sum” era una gran cazzata perché il virus non cogitat, però ergo est lo stesso. Stiamo cercando di applicare delle logiche e delle strategie difensive di tipo squisitamente umano contro qualcosa che umano non è. Il virus fa quello che gli pare. Punto. Contagia, si sposta, uccide con voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali. E noi siamo ancora qui a cercare il paziente zero che ha infettato il 38enne ricoverato in gravi condizioni, perché, si veda il caso, quello che inizialmente era stato individuato come tale, poi è risultato non aver mai contratto il coronavirus del cavolo. La gente muore, il contagio si diffonde e noi stiamo ancora qui a guardarci le dita dei piedi come se fossero uno spettacolo interessante. “Non bisogna farci prendere dal panico”, ma ci sono comuni e località completamente chiusi, vuoti, deserti, la gente sta in casa, se vuoi fare un po’ di spesa devi fare la fila davanti ai supermercati con la mascherina che non serve a niente, le scuole chiudono a Milano per una settimana (e per saperlo ho dovuto consultare “El Pais”, il quotidiano spagnolo), non si sa che ne sarà della validità dell’anno scolastico, i pronto soccorso sono chiusi, se hai sintomi assimilabili al coronavirus della Madonna chiami il 1500, il 1500 è subissato di telefonate, i cattolici non possono andare alla messa, se ci vanno devono evitare il segno della pace, la comunione si dà in mano, a casa bisogna stare a due metri di distanza, l’incubazione del virus è di 14 giorni, no, invece dicono in Corea che è di 27, non bisogna avere paura ma intanto il governo prevee di mandare l’esercito per far rispettare il provvedimento sull’emergenza, come fai a dire che la gente non deve essere preoccupata? La gente ha paura, altro che. E la paura più grande è che siamo subissati dalle notizie ma non abbiamo quasi nessuna informazione. Bisognerebbe dare spazio sui giornali, in televisione, alla radio, sui social, sul web, a testimonianze come quella di Roberto Burioni. E invece siamo subissati di messaggi allarmistici o rassicuranti (a seconda delle scuole di pensiero, come se l’approccio a un virus fosse una questione di scuole di pensiero) veicolati da virologi della domenica, perché davanti all’emergenza tutti si sentono in dovere, ma peggio ancora in diritto, di dire tutto su tutto. E la gente, come se non bastasse, si prende la briga di bersi di tutto. Perché la gente ha paura, ma ha anche sete di una informazione corretta, asciutta ma soprattutto efficace. Abbiamo il diritto di sapere, ma soprattutto abbiamo il diritto di avere paura. Perché l’ignoto fa paura, la malattia fa paura, la morte fa paura. Ma soprattutto è l’ignoranza che genera la paura, che è quella di non sapere, che è quella che disorienta, e quando sei disorientato vai nel panico. Il disorientamento è la vera malattia del nostro tempo, altro che coronavirus. E così viviamo, isolati dal mondo perché siamo stati isolati dal sapere e dall’incapacità di vagliare criticamente le notizie che ci arrivano. Perché di coronavirus forse non si muore. Se non si ha la conoscenza si muore come degli stronzi.

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