Copyright: sì, ma tu che ne pensi??

Devo proprio ammettere che quando vi ci mettete siete più noiosi e pedanti di un granchio nelle mutande (era “un riccio”, ma il granchio mi sembrava più efficace). Ho scritto giorni fa una piccola riflessione sul tema del copyright e sull’emanazione della direttiva relativa da parte del parlamento europeo. Tuttavia, recentemente, una cara lettrice, che noi chiameremo per brevità Melchiorri Marusca nei Baneschi, mi ha chiesto “Sì, ma di tutta questa roba, tu cosa ne pensi??” E allora eccomi, a mio mal grado, a rispondere e a tornare sul pruriginoso argomento.

Premetto che di quello che penso io non gliene può fregare niente a nessuno, ma ho come l’impressione che si stia parlando di un gigantesco baraccone, di un ambaradan di dimensioni ciclopiche, che alla fine non sortirà che pochi e relativi effetti pratici e che andrà a colpire le multinazionali del Web e i colossi di argilla a cui queste nuove normative sono rivolte. Wikipedia può dormire sonni tranquilli, i suoi interessi sono salvaguardati, potranno continuare a chiedere soldi, fare oscuramenti estemporanei, restare nel web così come sono, e dire che non faranno mai uso di pubblicità, come se gliene fregasse qualcosa a qualcuno.

Intanto chiariamo una cosa: il fatto che tra un paio di anni questa normativa sarà recepita da tutti i paesi dell’Unione con leggi anche sostanzialmente diverse l’una dall’altra non può essere considerato un ostacolo ma una ricchezza. Per quanto riguarda l’Italia sappiamo come la pensa il Governo, che è stato contrario a questo provvedimento ritenendolo (legittimamente, ma sono sacrosanti cavoli suoi) dannoso per gli equilibri del web. Quindi è possibile che in sede di ricezione nazionale la legge possa venire modificata e maggiormente articolata. Sempre se questo governicchio riuscirà a stare ancora al potere quando se ne riparlerà in modo compiuto.

L’ articolo 15 (ex articolo 11) introduce una sorta di tassa sulle citazioni da parte degli editori e dei raccoglitori di contenuti (come Google News, per intenderci, che è la prima entità destinata a scomparire) che ripubblicano pari pari articoli giornalistici o loro parti coperte da diritto d’autore senza corrispondere alcunché agli autori. Saranno fatti salvi gli estratti “brevi” (ma la direttiva non dice “brevi” quanto).

L’articolo 17 (già articolo 13) stabilisce che sono esentate dal pagamento del diritto d’autore le citazioni, le recensioni, le parodie, i pastiche satirici, i meme (parola orribile per determinare cose orribili) e quant’altro. Regola inutile e sovrabbondante perché nella legge sul diritto d’autore italiana è fatto già salvo l’uso della citazione a scopo di critica o di discussione. Quindi il problema non si pone. Ma quello che l’articolo 17 stabilisce è che un sito che permette l’immissione di contenuti da parte degli utenti (come YouTube, per esempio) debba controllare se contributi video, testuali o audio violino o meno la legge sul diritto d’autore. Se c’è una violazione deve bloccarli. E qui c’è da riflettere. Lo stesso YouTube che ha miriadi e miriadi di filmati relativi a canzoni, brani musicali, opere, film in versione integrale, dovrebbe oscurare una serie impressionante di contenuti che la gente ha messo lì a suo bell’agio, senza pagare né multe, né diritti, né conseguenze. E se volete proprio conoscere la mia opinione in merito, sarebbe anche l’ora di finirla.

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Copyright: e ora che succede??

Allora è successo, il Parlamento Europeo ha approvato la riforma del copyright. Cosa succederà adesso? Non lo sa nessuno. Nonostante il fatto che ci sia stata una grande mobilitazione dei media sull’argomento e che ne stiano parlando con abbondanza di interventi radio, TV e giornali, nessuno ci ha ancora capito nulla (e, conseguentemente, non lo ha fatto capire agli altri). Non ci ho capito nulla nemmeno io, ma forse non c’è proprio niente da capire. So solo che per essere effettiva la direttiva sul copyright dovrà essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, e che dopo due anni gli stati membri dovranno recepirla, ognuno nel proprio ordinamento giuridico. Quindi in Italia (Paese contrario alla normativa) potrebbero trascorrere circa tre anni prima di sapere qualcosa di più chiaro, ovvero su come in quali modalità lo stato italiano intenda recepire per il proprio territorio la direttiva europea. Cosa cambierà per questo blog? Nulla. Proprio nulla. Per classicistranieri.com? Poco, anzi, pochissimo, continuerà tranquillamente ad esistere, magari con qualche scossa di assestamento. C’è un atteggiamento di generale panico su quello che queste modifiche al copyright (che sembrano epocali solo perché parlano di “equo compenso”) possono portare nel mondo del Web, l’oscuramento recente di quelli di Wikipedia ne è una testimonianza tangibile. Aspettiamo che la legge entri in vigore in Italia. Poi prendiamo due o tre respiri, recitiamo un om per rilassarci, leggiamola e applichiamola ai nostri siti. Non è un tirare a campare, non è un rimandare a domani un pericolo che si è preannunciato oggi, non è l’italico “in tre anni nasce un gobbo e va diritto”. E’ buon senso, non si può essere contrari ad una legge se questa legge ancora non c’è (fermo restando che in Italia una legge sul Copyright esiste dal 1941 -cioè, mentre l’Italia era in guerra hanno trovato il tempo e il modo di proteggere il diritto d’autore- e che chi è interessato, nel frattempo è pienamente e legittimamente tutelato). C’è solo da aspettare. Ha da passà’ ‘a nuttata.

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Agatha Christie e Thomas Mann NON saranno di pubblico dominio nel 2019

Stanno circolando notizie preoccupanti. Non si sa perché o percome ma i principali quotidiani italiani (qui lo screenshot tratto da “il Messaggero” che sbaglia perfino a scrivere Christie) stanno diffondendo la notizia che Thomas Mann e Agatha Christie saranno di pubblico dominio a partire da domani. È noto anche ai bambini che le opere letterarie di un autore entrano in vigore a partire dal compimento del 70^ anno dalla morte. Agatha Christie è morta nel 1976 e Thomas Mann nel 1955 (il fratello Heinrich -ammesso che il titolo del Messaggero si riferisca a lui- è deceduto nel 1950). Inoltre ci sono da considerare i diritti d’autore di eventuali traduttori, che devono essere anche loro deceduti da almeno 70 anni. Non ci sono eccezioni. Thomas Mann e Agatha Christie continueranno ad essere blindati fino, rispettivamente, al primo gennaio del 2026 e a quello del 2047 se tutto va bene. Autori rilevanti che cadranno in pubblico dominio dalla mezzanotte saranno, ad esempio, Vicente Huidobro (poeta cileno) e Georges Bernanos (scrittore cattolico francese). A partire da tra pochissimo, dunque, sarà possibile diffondere e utilizzare (per nuove traduzioni o adattamenti) il Diario di un curato di campagna. Ma le avventure di Miss Marple e di Hercule Poirot, le storie di Morte a Venezia e Cane e Padrone, quelle SONO e RESTANO sotto copyright. Almeno in Italia. Ripeto: andateci cauti con queste informazioni. Ma molto cauti, mi raccomando. Se proprio volete togliervi una soddisfazione, consultate la pagina dedicata agli autori in pubblico dominio che mette a disposizione Wikipedia per il 2019. Non dovrei essere io a suggerirvi di usare Wikipedia, ma in questo caso fatelo per avere un elenco orientativo della materia del contendere. Mentre scrivevo queste riflessioni RaiNews24 ha diffuso un servizio sull’argomento. Ovunque poche notizie ma ben confuse.

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La lobby di Wikipedia vince ancora

Cattura

Così tutto è finito a tarallucci e vino. Il Parlamento Europeo ha votato a larga maggioranza l’approvazione della Link Tax e delle altre norme di riforma del copyright ma ha lasciato fuori dall’applicabilità di questi articoli di legge i “progetti collaborativi”. In pratica Wikipedia.

Era già tutto largamente previsto, tant’è che nel mio post di ieri avevo già largamente profetizzato (scusate se me la tiro un po’) che Wikipedia sarebbe uscita perfettamente indenne dalla tenzone per cui aveva addirittura minacciato il pericolo di chiusura.

Google, Facebook, Yahoo e altri giganti del web dovranno pagare un giusto compenso ai rispettivi editori per gli estratti dai giornali on line che pubblicano. Wikipedia no. Wikipedia è al di là della stessa legge, non può essere toccata, non deve essere interrotta nella sua infinita produzione di informazioni (spesso anche senza senso logico, o con grammatica e ortografia incerte), non può sborsare nemmeno un centesimo delle copiose donazioni dei suoi utenti per pagare quello che utilizza. E’ incredibile ma è così.

E questa lobby ha messo le mani su qualcosa di molto più grande della cultura, ha messo le mani sulla conoscenza. Siamo arrivati all’assurdo di credere che tutto ciò che non è scritto su Wikipedia non esiste e questo è di una tristezza somma.

Scriveva Eduardo: “‘O tiempo d’e ‘llacreme è fernuto. Mo’ è tiempo ‘e core mosso e faccia tosta“.

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Le immagini oscurate di Wikipedia

logo

 

A luglio pubblicai un post sul blog intitolato “Wikipedia rimandata a settembre”. In quell’occasione Wikipedia aveva oscurato tutte le sue pagine in italiano per protestare contro l’approvazione degli articoli 11 e 13 della nuova direttiva sul copyright in discussione presso il Parlamento Europeo dichiarando di essere addirittura nelle condizioni di dover chiudere se i testi dell’articolato fossero stati approvati così com’erano. Il risultato finale fu che la discussione fu rimandata a settembre, come i ragazzini più discoli e meno studiosi, Wikipedia ha ripreso a pubblicare tutti i suoi contenuti e la gente che aveva protestato perché non aveva voglia di andare in biblioteca a consultare dei sani libri di carta ha tirato un sospiro di sollievo.

Ora siamo di nuovo a settembre. Impressioni di settembre, settembre poi verrà ma non ti troverà, september morn. Oggi è in discussione quello che è stato semplicemente rimandato a luglio. Wikipedia cosa decide di fare? Oscura TUTTE le sue immagini per chiedere l’approvazione della Libertà di panorama (sul banner wikipediano è scritto con tanto di hashtag). La libertà di panorama? Ma come, a luglio c’era il rischio chiusura e oggi si preoccupano delle foto di palazzi e monumenti?? Eppure è così:

striscia

Invitano anche a scrivere una mail al proprio deputato europeo (che dev’essere un po’ come l’angelo custode, io il mio non so nemmeno chi sia) in cui, con un modello precostituito, si invita a votare a favore della protezione del pubblico dominio (che dovrebbe essere già protetto di per sé, proprio in quanto pubblico dominio, e nessuno dovrebbe poter dubitare che un’opera sia liberamente fruibile da tutti se sono passati i termini di legge), le eccezioni per i contenuti generati dagli utenti (ma ogni contenuto che abbia un minimo di creatività ed originalità è di per sé e per diritto naturale coperto dal diritto d’autore, e l’autore decide anche che cosa possano fare gli altri dei propri contenuti, spiacente ma in Italia funziona così), le eccezioni per l’estrazione di testo e di dati (che è il punto su cui Wikipedia potrebbe avere dei seri problemi, ma non lo dicono).

La protesta di Wikipedia, dunque, appare incredibilmente debole e blanda (anche se, prevista inizialmente per la sola giornata di martedì, continua anche in quella di mercoledì, giorno di votazione) rispetto all’allarme minacciato e paventato dalle iniziali premesse.

Come sempre la montagna ha partorito un topolino, e l’unico effetto di questa iniziativa saranno poche e-mail che intaseranno le pazienti caselle di posta elettronica dei deputati europei italiani. Perché se andate a vedere sulle altre versioni linguistiche, NON troverete tutta questa pappardella di cui vi ho parlato. Eppure il Parlamento Europeo legifera anche per paesi di lingua inglese (non credo che l’Irlanda sia esclusa), spagnola, portoghese, tedesca (su cui campeggia un semplice avviso che spiega che oggi i wiki saranno disponibili in sola lettura per massimo un’ora), francese e così via. Anzi, paradossalmente, se andate sulla versione inglese di Wikipedia trovate questo:

monuments

cioè un invito a fotografare panorami e monumenti. E’ il massimo del ridicolo e della contraddizione. La Wikipedia italiana  sta facendo una figura meschina davanti al mondo intero e ci sembra che sia una legittima protesta di una piazza virtuale che oggi si trova oscurate le immagini.

Se Wikipedia dovesse chiudere a seguito delle legislazioni votate oggi, non sarebbe un gran male. Ma noi sappiamo tutti benissimo che non chiuderà.

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Wikipedia rimandata a settembre

Wikipedia-1300

Hanno fatto tutto da soli, dall’inizio alla fine.

Hanno preso la palla al balzo di una discussione in sede di Parlamento Europeo sulla riforma del Copyright e hanno pensato bene di lanciare l’allarme in rete di una imminente repressione di alcuni diritti fondamentali del Web che, a loro dire, coinvolgerebbe anche la versione italiana di Wikipedia. Non si capisce come coinvolgerebbe SOLTANTO la versione italiana, visto che il progetto legislativo riguarderebbe TUTTI i Paesi dell’Unione Europea, e quella italiana è la versione linguistica che per prima è andata a gridare “Al lupo! Al lupo!”, seguita, nel tempo, soltanto da quella spagnola, estone e lituana. Dunque, dicevamo, per protestare contro l’imminente scempio dei diritti che oltretutto NON riguardavano Wikipedia (ed è stato messo addirittura nero su bianco), la sezione italiana di Wikimedia ha pensato di inibire l’accesso ai contenuti, creando un vero e proprio putiferio tra gli addicted (che, evidentemente, non sanno sopperire alla mancanza di una informazione di Wikipedia con l’apertura di un sano libro o la consultazione di una buona enciclopedia cartacea).
Hanno piazzato davanati agli occhi di tutti un proclama in cui si affermava addirittura che, se la normativa fosse stata recepita (e il termine per farlo era il 5 luglio), Wikipedia avrebbe anche potuto chiudere. “Dio lo volesse!!”, mi sono detto subito “a cosa devo l’onore di tanta manna??” A nulla, alla sola volontà di creare scompiglio e generare confusione nell’opinione pubblica. Perché quali sarebbero queste modifiche così micidiali per la libertà di espressione?? Non si sa. O, almeno, il papello funebre di Wikipedia non lo dice. Premesso ma non concessso che Wikipedia è in pericolo, da che cosa sarebbe rappresentato questo pericolo?? Silenzio tombale sul tema.
Hanno fatto durare la loro protesta un paio di giorni. Sono un tempo accettabile per farsi notare e per evitare penalizzazioni da parte dei motori di ricerca che, andando a cercare pagine diverse, avrebbero trovato lo stesso identico contenuto e avrebbero penalizzato la posizione delle pagine in italiano.

Nel frattempo hanno proposto di scrivere al proprio parlamentare europeo una mail, o un tweet o addirittura di telefonargli per indurlo a votare contro le norme che Wikipedia ha individuato come fonti di nocumento (senti lì, dé, “nocumento”, o come so’ ganzo quando parlo forbito…). Non so quanti Wikipediani abbiano aderito all’invito, ma sapendo quanto siano stizzosi, presuntuosi e tenaci nella vendetta i wikipediani, posso immaginare che più di un parlamentare europeo italiano non abbia dormito sonni tranquilli, bombardato com’era da stormi di zanzare telematiche pronte a punzecchiarlo di pungiglione e veleno se per caso avesse votato “Sì” alla approvazione.

Il 5 luglio il Parlamento Europeo ha rinviato a settembre la discussione sulla materia del contendere. Dopo pochi secondi Wikipedia era ancora perfettamente navigabile, i nostri eroi, dopo essersi autonomamente autosospesi e autorimessi in linea erano soddisfatti che la loro potenziale fine non fosse annullata ma solo eventualmente posticipata, sì, sì, siamo stati bravi, abbiamo sensibilizzato l’opinione pubblica, viva la cultura libera e ciucciatevi la nostra compilation di svarioni di grammatica e di ortografia.

In breve, se solo con questo quelli di Wikipedia sono riusciti a far desistere un parlamento dalla discussione su una delibera comunitaria, vuol dire che Wikipedia ha molto potere. Se, invece, si è trattato solo di una semplice coincidenza, e la protesta non ha inciso per nulla sulla decisione parlamentare, allora vuol dire che Wikipedia non vale un fico secco. In ciascuno dei due casi, credetemi, c’è di che avere paura.

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Copyright: in pubblico dominio le opere di Adolf Hitler. Per Anna Frank bisogna continuare a pagare

"Mein Kampf dust jacket" by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume - This image is available from the New York Public Library's Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg
Mein Kampf dust jacket” by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume – This image is available from the New York Public Library’s Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg

Ad ogni inizio d’anno, assieme allo scintillante Concerto di Capodanno dal Musikverein di Vienna e alla sua pallida e tisica imitazione della Fenice di Venezia, va in onda il tradizionale dibattito sulla scadenza dei diritti d’autore e su quali autori siano caduti in pubblico dominio.

Per intenderci, dal primo gennaio dopo il compimento dei 70 anni dalla morte dell’autore, chiunque può duplicare, distribuire, tradurre, pubblicare e perfino vendere (se qualcuno glielo compra) un testo di quell’autore.

I conti sono semplici: dal 1 gennaio 2016 sono di pubblico dominio gli scritti di tutti coloro (non necessariamente scienziati o letterato o filosofi) che sono morti nel 1945. Tra cui quella bella faccia di Pasqua dello zio Hitler. Dura lex sed lex, ma se qualcuno intraprendesse (e non è detto che qualcuno non l’abbia già intrapreso) la trascrizione del “Mein Kampf” e la sua messa in linea sarebbe perfettamente legittimato a farlo. Ovviamente in tedesco. Ma, ugualmente, se qualcuno conoscesse così bene il tedesco da essere in grado di tradurre in modo decente tutto il libro, potrebbe metterne in linea una versione in italiano, in francese, in inglese, o quello che sia.

Hitler in pubblico dominio, dunque, che ci piaccia o no.
Quello che invece non ci piace è il fatto che i diritti del Diario di Anna Frank, la vittima che, pure, sarebbe caduta in pubblico dominio assieme al suo orrendo carnefice, siano stati procrastinati fino a tutto il 2049. Tutto ciò per una dichiarazione della Anne Frank Fonds, la società svizzera che gestisce i diritti d’autore dell’opera, secondo la quale il Diario sarebbe frutto della collaborazione dell’opera del padre di Anna, Otto, morto nel 1980.

Si noti bene che nelle copie cartacee, sia in lingua originale, sia nelle innumerevoli traduzioni fin qui apparse, viene indicata come unica autrice Anna Frank e mai il padre Otto, sia pure come coautore.

L’intolleranza è gratis. Per le testimonianze di vita e di morte bisogna ancora continuare a pagare.

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#ioleggoperché non mi va di partecipare a #ioleggoperché

Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l'ha ripresa a sua volta da chissà dove
Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l’avrà ripresa a sua volta da chissà dove, so assai io…

Oggi è la giornata mondiale del libro. Sì, ogni tanto ne istituiscono una. E’ un po’ come il mio onomastico: ho scoperto che esistono sette o otto San Valerio sul calendario, siccché ogni tanto me lo ritrovo tra i coglioni.

Pensare al libro e a quanto faccia bene leggere è cosa da considerarsi sol che positiva. Il problema è che non è soltanto la giornata del libro, è anche quella del diritto d’autore e della proprietà intellettuale. Che, poi, sono la stessa cosa.

In Italia abbiamo una delle leggi sul diritto d’autore più liberticide d’Europa. L’impianto è del 1941: pensate che in piena guerra il regime di Mussolini trovò il tempo per mettere in piedi una normativa che proteggesse l’opera dell’ingegno e i diritti ad essa connessi.

Oggi, secondo una delle tante toppe e secondo i tanti aggiornamenti che sono stati fatti di quel testo, rischia una condanna fino a tre anni anche lo studente che, per esempio, si installa un software commerciale per farci la tesi di laurea, perché in Italia non è vietata solo la riproduzione a scopo di lucro (che avrebbe tenuto lo studente fuori dal penale) ma anche quella a scopo di profitto (e profitto è, ad esempio, quando lo studente di cui sopra risparmia il prezzo dell’acquisto del software in questione). Con un gioco di sostituzione di una sola parola hanno creato una legione straniera di possibili delinquenti.

Come se non bastasse, recentemente le prime incisioni di un brano che cadevano in pubblico dominio dopo 50 anni, sono state portate, dietro la spinta dell’Unione Europea, a cadere in pubblico dominio dopo 70 anni.

Non vedo proprio cosa ci sia da festeggiare! E’ un’ecatombe liberticida. Oggi, specialmente sulla rete, si va sempre di più verso il modello aperto (come i contenuti pubblicati sotto licenza Creative Commons, come le condizioni della GPL che ha permesso di diffondere un miracolo come Linux e molti dei suoi software) e i testi di legge vigenti nelle nazioni dell’UE ormai non bastano più, stanno diventando come la coperta corta che lascia scoperta la testa o i piedi. Per non parlare del concetto del “fair use” statunitense, che qui da noi è pura utopia.

Così ci accontentiamo di un hashtag come #ioleggoperché, sponsorizzato dalla TIM. Ecco, non appena c’è qualcosa di mondialmente rilevante la gente rilancia con degli hashatag e va beh, così sia, il giorno dopo non se ne ricorderà più nessuno.

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#unlibroèunlibro: allora pagàtelo!

Rosa Polacco per #unlibroèunlibro - Pubblicato su gentile autorizzazione

#unlibroèunlibro è l’hashtag che contraddistingue la protesta in rete di quanti ritengono ingiusta l’applicazione dell’IVA al 4% per i libri di carta e al 22% per gli e-book.

Sembra una protesta giusta e legittima e invece non lo è.

Cominciamo a considerare il supporto. La carta per l’aliquota più bassa e il lettore per il libro elettronico. E’ evidente e chiaro come il sole che il libro di carta ha tutta una serie di lunghezze di vantaggio su quello cosiddetto “virtuale”: dura di più (fra 50 anni potremo leggere gli stessi e-pub e Kindle come li leggiamo oggi? Ne dubito fortemente), si può prestare (l’e-book non lo puoi trasferire senza infrangere il copyright) e il costo, sia pur superiore, non lo rende inaccessibile.

Dunque, il libro di carta è un bene di prima necessità. Pensate alla carta usata per stampare i libri di testo per le scuole di ogni ordine e grado. E’ normale che l’imposta sul valore aggiunto sia bassa per i beni di prima necessità. Già i libri di testo costano un bòtto, se si applicasse il 22% anche a quelli staremmo freschi [e adesso lo so cosa state per chiedermi: e gli alunni con difficoltà che devono usare per forza i libri in versione elettronica? Semplice: per loro i libri devono essere gratis. E non ci sono discussioni.] L’e-book è, indubbiamente, un bene di lusso. Sia che si tratti del testo che viene letto attraverso un dispositivo, sia che si tratti del dispositivo stesso.

E’ facile per autori, editori e lettori farsi belli con una battaglia di questo genere. E’ facile e anche comodo. E’ gente che spende fior di quattrini per comprarsi l’IPad e ci paga il 22% di IVA tranquillamente e senza profferir verbo, e poi si lamenta se l’ultimo best seller di grido viene gravato da una percentuale d’importa alta. Per certi versi mi sembra lo stesso ragionamento che sottende alle esternazioni di chi si lamenta di dover pagare 0,89 euro l’anno per mantenersi WhatsApp e poi fa una capanna di cambiali per potersi permettere l’ultima versione dell’IPhone.

E se glielo dici ti rispondono che “è cultura”. Sì, la cultura è il contenuto, non l’involucro. Lo Stato è liberissimo di tassarti l’involucro-carta a una percentuale e quello elettronico a un’altra. E poi, avete voglia di comprare cultura in formato proprietario, con tutti i DRM e gli accidenti che li spacchino? Pagàteli, Maremma ciuca, cosa volete dall’opinione pubblica?

Per carità, sono queste inizative modaiole da sinistra radical-chic di maniera che tramontano in pochi giorni. Però fanno perdere un sacco di tempo.

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Copia privata

Il Ministro Franceschini ha firmato il decreto che impone costi supplementari sui dispositivi di memorizzazione per la copia privata legittimamente acquistata.

Per avere un dato anche solo vagamente orientativo dell’entità dei costi, basti sapere che per uno smartphone con 32 Gb di capienza, per la sola copia privata si pagano circa 5 euro che andranno a ripagare i diritti di autori ed interpreti.

In pratica, se avete comprato un CD di Carmen Consoli (ma certo, come potreste farne a meno?) e avete il suddetto smartphone potete farne una copia ulteriore a vostro uso e consumo, che so, campionando in MP3 il contenuto del CD originale. Così sarà possibile passeggiarvi la vostra artista preferita per ogni dove voi vogliate.

Ci sono altri esempi di uso della copia privata. Ad esempio quello della copia del CD-ROM pagato una pacca di denari su un hard disk esterno, oppure su una chiavetta USB.

Però c’è anche chi sullo smartphone ci memorizza le foto e i selfie che ha scattato in vacanza. O la registrazione delle prime parole pronunciate dal figlio. Sono cose sue, perché mai dovrebbe pagarci i diritti d’autore? E, soprattutto, questi diritti d’autore, a chi vanno? A Carmen Consoli per il giusto riconoscimento di aver realizzato una copia della suo opera imprescindibie o all’azienda che ha realizzato il CD ROM? Niente di tutto questo. Vengono redistribuiti in proporzione a quegli artisti che “vendono” di più. Ed è assai probabile che a Carmen Consoli per quella copia non vada nemmeno un soldo, disdetta. Per archiviare le vostre foto basterà pagare il balzello per intero. Dàte, dàte…dàte qui (possibilmente in moneta contante).

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AGCOM: in vigore il regolamento sul copyright

Da oggi siamo tutti molto meno liberi.

Si sono levati scudi di incostituzionalità, proteste, obiezioni, ma il Regolamento AGCOM sul copyright è in pieno vigore.

E se lo scopo, pur nobile, quello di combattere la pirateria massiccia, può essere condivisibile, non è da condividere il metodo per cui il detentore dei diritti di un’opera qualsiasi possa chiederne la rimozione o possa fare istanza di sequestro del sito attraverso l’Authority. Per quello ci sono i giudici ordinari.

E non è che uno dice “io non ho mai fatto nulla, sicché…”. Alzi la mano chi non ha mai fatto l’upload di un video su YouTube, magari una scena del film preferito, o un brano musicale camuffato da video come ce ne sono tanti. O chi, semplicemente, ha messo in linea il filmato del proprio matrimonio con il sottofondo dell’Ave Maria di Schubert preso da qualche disco. O, ancora più terra-terra, chi non abbia preso una foto da una testata giornalistica e l’abbia messa a disposizione su Facebook ai suoi cosiddetti “amichi”.

Voi mi direte, “ma non è reato, lo fanno tutti! Quindi a me non può succesdere nulla.” Invece non è così. Cioè, è vero che lo fanno tutti, non è vero che non sia reato.

Quindi siamo tutti nel calderone, e chi pensa di non esserci è semplicemente uno che non ha capito un cazzo della rete e della politica.

E’ certo che se a occuparsi di diritto d’autore fosse solo la magistratura si intaserebbero i tribunali, molto di più che con la diffamazione o con i procedimenti che riguardano i politici. Ma chi dovrebbe occuparsene, allora? Perché l’AGCOM? Chi è? Cosa mi rappresenta??

Nell’attesa di dare risposta a queste domande aspettiamo il primo che cade nella rete. “Sempre accusando, sempre cercando il responsabile, non certo io.”

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Il Fatto Quotidiano on line abbandona la licenza Creative Commons

C’è sempre qualcosa di gratificante nel mettere una licenza Creative Commons a un sito.

Ci si sente ganzetti, si ha la consapevolezza di far parte di un movimento culturale, ci se la tira da profeti del copyright quando va bene o, quando va peggio, da guru dell’open-source.

Pensiamo sempre di averci guadagnato qualcosa a permettere agli altri di poter fare qualcosa con i nostri contenuti (siano essi testo, musiche, foto o video). Finché poi la gente lo fa. Perché, voglio dire, glielo abbiamo permesso noi.

Dal 2005 la versione on line de “Il Fatto Quotidiano” aveva sposato anche lei una licenza Creative Commons. Poi, d’improvviso, senza dir niente a nessuno (trovatemi una sola notizia che riporti quanto vi sto raccontando) è cambiato tutto.

Ora alla pagina “Termini e condizioni d’utilizzo” (http://www.ilfattoquotidiano.it/termini-e-condizioni-dutilizzo/) si leggono frasi come:

Tutti i materiali pubblicati nel sito (inclusi, a titolo esemplificativo, articoli di informazione, fotografie, immagini, illustrazioni, registrazioni audio e/o video, qui di seguito indicati anche come i “contenuti”) sono protetti dalle leggi sul diritto d’autore e sono di proprietà dell’editore o di chi legittimamente disponga dei diritti relativi.

Inquietante, e non esattamente compatibile con la licenza Creative Commons usata fino a pochi giorni fa. Ma andiamo avanti:

Il lettore, solo per uso personale, è autorizzato a scaricare o copiare i contenuti e ogni altro materiale scaricabile reperibile attraverso i servizi del sito a condizione che riporti fedelmente tutte le indicazioni di copyright e le altre indicazioni riportate nel sito. La riproduzione e la raccolta di qualsiasi contenuto per motivi diversi dall’uso personale è espressamente vietata in assenza di preventiva autorizzazione espressa rilasciata in forma scritta dall’editore o dal titolare del diritto d’autore come indicato nel sito.

Insomma, nessuno può (più) in nessun modo, riprodurre in un suo sito personale, contenuti pubblicati da “Il Fatto Quotidiano”, come era possibile fare prima, quando era sufficiente citare l’autore, la fonte e la licenza a cui era sottoposta l’opera.

Con ogni probabilità, leggendo quanto riportato, l’applicazione che ho scaricato gratis e mediante la quale leggo il giornale sull’Android sfruttando il feed RSS del sito web, è illegale. E illegali sono (o, meglio, “diventano”) i bannerini pubblicitari che i programmatori che lo hanno realizzato hanno posizionato in fondo alla schermata per tirar su due lire. Per tirarle su, si badi bene, sull’applicazione, non sui contenuti. Potrei essere diventato un delinquente solo per questo?

Wikipedia non ha ancora registrato la variazione. Lasciamogliela ancora per qualche tempo giusto per ricordarci di quando eravamo più liberi. E di quando lo erano anche Padellaro & C.

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Confutatis Maledictis

Una signora mi ha detto che il mio blog sta cominciando a diventare noioso.

Senz’altro è vero, ma io sono vecchio e rincoglionito (sicché tendo sempre più spesso a reiterare sempre gli stessi discorsi). Inoltre sono acciaccato, malandato, menomato, zoppo, pensionato d’accompagnamento, in breve, “infelice”, come avrebbe detto il mi’ nonno Armando e questo mi rende vieppiù rimuginante e ripetitivo.

Del resto, cosa volete, anche gli argomenti di cui parlo son tutt’altro che popolari.
Se parlassi di sesso, delle gravidanze delle star, se vi invitassi a donare due euro all’Associazione Nazionale contro l’Unghia Incarnita (Onlus!!!!), se vi rimbalzassi i coglioni con l’ultimo telefonino in pura plastica a soli 535 eurini e ci state larghi, a quest’ora avrei molte più visualizzazioni.

Invece vi parlo di privacy (e il bello è che non la penso nemmeno come voi!), vi parlo di diffamazione (reato odiosissimo ma v’importa ‘na sega a voi, quella degli altri è diffamazione, la vostra è critica!), vi parlo di copyright (e anche lì v’importa ‘na sega a voi, voi la roba la scaricate, peggio per chi ci capita!), vi parlo di Wikipedia e di quanto sia improponibile, ma a voi Wikipedia vi garba di molto, e poi via, Di Stefano, perché questa continua crociata contro Wikipedia? Ora avresti anche rotto i coglioni a criticarla ogni volta che chiede i soldi alla gente.

Crociata?? Io non faccio nessuna guerra, e Wikipedia non è custode del Santissimo Sepolcro.
Vi rompo i coglioni quando parlo del loro vizietto di chieder soldi alla gente? Beh, anche loro rompono i coglioni a chieder soldi a ogni pie’ sospinto, ci mancherebbe altro che non li si possa criticare (ah, no, giusto, la mia è diffamazione, la critica è la vostra).

E poi non mi piacciono Jovanotti, la Boldrini e Saviano. No, via, non va bene così. E avete ragione, sto cominciando a diventare noioso. Sapete cosa c’è?? Che vi pigliate uno spazio web dove vi pare, ci installate WordPress o quello che vi garba a voi, e il blog ve lo fate per conto vostro, così la smettete di rompere i coglioni a me.

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Copyright sui fonogrammi: 70 anni di cultura negata

Quello che si ventilava dal 2008 sta per accadere anche in Italia.

I termini per il copyright per la libera diffusione delle incisioni sonore passeranno presto da 50 a 70 anni.

Il che significa che moltissime delle registrazioni (soprattutto di musica classica e operistica, ma non solo) presenti e distribuite in rete (anche dalle mie biblioteche on line!) non potranno più essere (re)distribuite, né tanto meno scaricate in Italia.

Lo schema di recepimento è già stato approvato dal Consiglio dei Ministri. Ora la parola passa alle Camere, al mPresidente della Repubblica e alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Da lì ci saranno altri 15 giorni di comporto.

Per quanto attiene le mie iniziative, queste registrazioni resteranno in linea il più a lungo possibile, ma saranno tolte dalla distribuzione con tanto di spiegazione non appena la normativa starà per essere operativa anche in Italia.

E’ una legge assurda che, inutile dirlo, penalizza la libera fruizione dei contenuti a favore delle industrie discografiche e con scarso vantaggio per gli interpreti. E’ il frutto di un compromesso all’europea, perché la proposta iniziale del commisario europeo McCreevy rischiava di portare questo termine a 95 anni.

Ma, comunque sia, non ho nessunissima intenzione di rischiare la galera per voi, quindi dàtevi una regolata.

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Altrove qualcuno mi copia

Solo ieri ho scritto e pubblicato il post che ho intitolato “Collegio! (Uno stream-of.consciousness)”, un divertissement che non mi sembrava niente di che.

Questa mattina l’ho ritrovato paro paro sul sito www.tgonline.eu.

Mi dispiace sempre un po’ quando mi copiano e incollano senza chiedermelo, o, peggio, quando quello che scrivo viene triturato dagli aggregatori di news, visto che non è neanche rilasciato sotto licenza Creative Commons, a quanto mi consta. E se consta a me consta a tutti.

Ho scritto al webmaster per cercare, senza rinunciare a pretendere un minimo indennizzo, di risolvere la cosa senza passare per vie gerarchiche superiori.

Dopo circa sei-sette ore dalla mia mail il sito risulta radicalmente cancellato:

E dire che sarebbe bastata una mail: “Posso ripubblicare quello che scrivi?”

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