Dell’autorevolezza su Twitter

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In una delle sue (molte) interviste rilasciate sul web (quella a cui mi riferisco si può trovare qui), Barbara Collevecchio risponde:

“Il mio profilo social diventerà più diseguale, nel senso che la rete, che era stata tanto declamata come espressione di democrazia, come una piattaforma orizzontale, non si è rivelata tale. Infatti, anche su Twitter, più follower hai, più diventi autorevole ed hai la possibilità di diventare un opinion leader. Quindi si ricrea esattamente la stessa società di tipo verticale che c’è al di fuori del web, con un’elite che conta e tutti gli altri, che contano poco.”

Temo di essere, tanto per cambiare, poco o punto d’accordo con la Collevecchio. Ritengo che una affermazione per cui l’autorevolezza di una persona sulla rete (e in particolare su Twitter) non possa esser direttamente connaturata al numero di “follower” che conta l’account non sia verificabile con i fatti.

Questo perché:

– un account Twitter può essere seguito anche senza che chi lo segue diventi necessariamente un “follower”. Quindi non è possibile quantificare il numero complessivo di persone che leggono quello che una persona cinguetta;

– non è detto che tutti coloro che compaiono come “followers” siano d’accordo con quello che una persona scrive, anzi, spesso si iscrivono proprio per il contrario.
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Le foto pubblicate da Anna Laura Millacci rimosse da Facebook

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Visto che il filone ha preso il via, vi comunico che un flash dell’ANSA ha reso noto che le foto delle presunte percosse e del presunto feto abortito, non sono più raggiungibili sul sito di Anna Laura Millacci.

Questo non vuol dire assolutamente niente, naturalmente. Non vuol dire né che Di Cataldo sia colpevole né che sia innocente, né che quel materiale sia stato sequestrato né che non lo sia stato, né che si sia trattato di una libera scelta dell’intestataria dell’account, né che sia stata costretta a toglierle sulla base della pressione del caso mediatico che ne è derivato, né tanto meno che le foto dimostrano una connessione diretta tra l’immagine rappresentata, le percosse subite e l’autore delle medesime.

Una domanda però ce la possiamo rivolgere: se quelle foto erano vere e legittimamente mostrate al pubblico (limitato o meno ai contatti della Millacci, non importa), che senso aveva toglierle?

Nessuno ci darà mai una risposta, certo. Ma il dubbio… ah, cosa faremmo se non esistesse!

Risposta alla richiesta di rettifica di Barbara Collevecchio

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Barbara Collevecchio mi ha inviato una richiesta di rettifica.

E’ abitudine di questo blog ospitare tutte le voci di dissenso e non di offesa. Per questo qualcuno tempo fa ha perfino  provato a farmi stare zitto, naturalmente non riuscendoci. E’ solo ed esclusivamente in ossequio a questa tradizione di trasparenza nei confronti dei lettori che dedico questo post lunghissimo alla questione.

Ritengo, tuttavia, la sua richiesta di rettifica irricevibile tanto nella forma quanto nella sostanza.

NELLA FORMA:

* La richiesta della Collevecchio è stata inoltrata ai sensi della legge n. 47 del 1948, la cosiddetta “legge sulla stampa”. In particolare, sottolinea la controparte, “Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire  gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui  siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi  della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.”.
Un blog, e la Collevecchio mi dimostri il contrario, non è stampa periodica (anzi, si caratterizza proprio per la sua  aperiodicità), può essere gestito anche da chi non sia iscritto all’albo dei giornalisti o da chi non eserciti quella professione. In altre parole, non è “un quotidiano, un periodico o un’agenzia di stampa”.
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Anna Laura Millacci, Massimo di Cataldo, Barbara Collevecchio, Pavlov e altri

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Questa storia delle foto di Anna Laura Millacci ridiffuse in ogni dove sul web ha sinceramente cominciato ad innervosire persino me, che sono notoramente lento all’ira.

I fatti. Anna Laura Millacci pubblica alcune foto sul suo profilo Facebook e accusa il suo compagno, Massimo Di Cataldo, di averla aggredita e fatta abortire. Massimo Di Cataldo ha risposto.

Punto. Non c’è altro.

Le foto fanno il giro del web. Personalmente in questo articolo scelgo di non ripubblicarne neanche una. Il blog è mio e lo gestisco io.
Provocano però una reazione di indignazione a cascata che è interessante analizzare.

Per farlo mi servo di un bell’articolo di Chiara Lalli pubblicato oggi su giornalettismo.com e intitolato “Massimo Di Cataldo, Anna Laura Millacci e il cane di Pavlov”.

Nella sua pregevole analisi, Chiara Lalli cita un intervento su Twitter di Barbara Collevecchio, psicologa e blogger. La Collevecchio scrive: “La moglie di Massimo di Cataldo pubblica su FB foto che dimostrano come lui l’ha pestata a sangue e fatta abortire”.

La Lalli osserva come questo modo di presentare la realtà non corrisponda ai fatti. In primo luogo perché la Millacci non è la moglie di Massimo Di Cataldo (e fin qui transeat), ma anche e soprattutto perché quelle foto non “dimostrano” proprio un bel niente. Non creano, cioè, quel filo inequivocabile che serve per poter sostenere che un effetto è frutto di una causa messa oltretutto in opera da una persona specifica.
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