Fatto di particolare tenuità: imputato prosciolto con 1,97 grammi per litro di alcol

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Il Tribunale Monocratico (giudice Maria Pia Bianchi) di Milano ha prosciolto un automobilista dalle accuse previste e punite dall’articolo 186 del Codice della Strada (ammenda da 1.500 a 6.000 euro, arresto da sei mesi ad un anno, sospensione o revoca della patente) dopo aver provocato un incidente sulla A4 in cui non risulterebbero feriti o terze persone o mezzi coinvolti. La ragione è che il fatto sarebbe di “particolare tenuità”. La particolare tenuità di un fatto è una fattispecie prevista dall’articolo 131 bis del Codice Penale. Eccone il primo comma:

“Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.”

Ora, un tasso di alcol pari a 1,97 grammi per litro è di quasi quattro volte il massimo consentito. Con lo stesso identico tasso alcolemico il 5 gennaio scorso in provincia di Bolzano un giovane su un auto lanciata a tutta velocità ha ucciso sette persone, travolgendole.

Dunque, è SOLO perché, fortunatamente, nel caso dell’automobilista processato dal Tribunale di Milano non ci sono state vittime o feriti che il processo ha preso la piega della “particolare tenuità”? Pare di no, anzi, nelle motivazioni depositate lo scorso mese di novembre si legge, tra l’altro, che:
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La sentenza della Consulta sul caso Cappato: da oggi siamo davvero tutti più liberi

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La notizia a quest’ora non è più una notizia. Le implicazioni della sentenza della Consulta sul processo a carico di Marco Cappato sì. Finalmente la Corte Costituzionale ha stabilito che, con determinati paletti, aiutare qualcuno a realizzare il suo proposito suicida, quando sia affetto da una patologia irreversibile che renda indegne le sue condizioni di vita, non solo è possibile, ma addirittura non costituisce reato ai sensi del famigerato articolo 580 del Codice Penale, pensato e redatto negli anni ’30 e mai scalfito da una qualche disposizione di legge successiva. C’è voluta la Corte Costituzionale, dunque, per riempire una parte della voragine che costituiva il vulnus lasciato incolmato da un Parlamento inerte e da interessi di partito e di parte trasversali a tutto l’arco parlamentare. I cattolici e i benpensanti dicano quello che vogliono: da oggi siamo tutti, ma veramente tutti (anche coloro che di questa sentenza non faranno mai uso, che sono la maggioranza) più liberi di autodeterminare il nostro “fine vita”. E’ la sconfitta della politica nel senso più bieco del termine, che non ha saputo o voluto, nell’arco di un anno, redigere una legge che esimesse la Consulta dal dare il suo parere su una materia così sensibile e delicata, è la sconfitta di tutti coloro che nelle ultime ore hanno tirato per la giacchetta la Corte Costituzionale pregandola di dare un tempo più lungo al Parlamento per decidere in materia. E’, invece, il trionfo dello Stato di diritto e della disobbedienza civile, dello sforzo di tante persone umili e determinate (penso a Beppino Englaro e Mina Welby, alla compagna di DJFabo, senza voler omettere nessuno), della libertà del singolo di autodeterminarsi, del trionfo della Costituzione italiana sui particolarismi e sulle divisioni della società. Restano le parole del comunicato stampa della Consulta che recitava:“La Corte  ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Tutto il resto, come le mie, sono opinioni. Legittime, liberamente esprimibili, ma pur sempre opinioni. Ma lasciateci respirare questo sorso d’aria pura finché c’è.

Arrestata la donna che ha avuto un figlio da una relazione con un minore. Avviso di garanzia per il marito.

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Ma sì, parliamo un po’ di cose torbide, ogni tanto, gossip puro, pettegolezzo, robetta scabrosina, sussurri di cronaca pruriginosa, o pissipissi bubi bubi, o cosa mi dice signora mia, eh, sì proprio così, cara Lei, l’ho sentito dal parrucchiere ieri, e, quindi, se l’ho sentito dal parrucchiere deve essere per forza vero. La notizia è che la signora di Prato, improvvisatasi professoressa per delle ripetizioni di inglese, che ha avuto un figlio da un minore di quattordici anni, dopo il test del DNA che toglie ogni dubbio sulla paternità del bambino (che sarebbe effettivamente del minore, quindi bambino anche lui), è stata posta agli arresti domiciliari. E il guaio è che sui social network si sta armando una spedizione di difesa nei confronti della donna che viene “assolta” solo in quanto madre. Se è una madre non deve assolutamente essere toccata, dicono in tanti, anche se non se ne vede il perché. Una madre può aver commesso il crimine più esecrando e intollerabile sotto il profilo morale, ma il fatto che sia una madre, agli occhi dell’opinione pubblica (meglio se di un bambino così piccolo come quello nato dalla sua relazione con lo studente minorenne) ne alleggerisce la posizione. Una madre può fare tutto. Il suo status genitoriale la giustifica. Anche commettere un reato come quello di violenza sessuale su un minore. E questo è sinceramente fuori dal mondo. Dice “Ma c’era bisogno di arrestarla??” E certo che ce n’era bisogno. L’ipotesi di reato è grave, la procura ravvisa il pericolo di alterazione delle prove e addirittura di reiterazione del reato (cioè, la donna potrebbe avere altri rapporti sessuali con minori), cosa si aspettava la gente che potesse succedere, che le dicessero “Brava”? “Ci scusi del disturbo??” “Se vuole le porto la spesa di sopra??” “Ma no, si figuri se una donna adulta non può avere rapporti sessuali con chi vuole…”??

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Marco Cappato: la giustizia in sospeso

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Il Palazzo della Consulta - foto tratta da Wikipedia -
Il Palazzo della Consulta – foto tratta da Wikipedia –

Tutti sono soddisfatti della decisione salomonica della Corte Costituzionale di rimandare al 24 settembre 2019 la decisione sulla costituzionalità dell’articolo 580 del Codice Penale in materia di aiuto al suicidio, decisione che sbloccherebbe, in un modo o nell’altro, il processo a carico di Marco Cappato per la morte di DJ Fabo e di rinviare al Parlamento il compito di riempire il vuoto legislativo esistente. Tutti soddisfatti, dicevo, perfino lo stesso Cappato. Tutti contenti, tutti felici. Tranne me.

Per l’amor di Dio, non è che la mia opinione sia determinante e fondante nella questione, ma trovo che si stia prolungando oltre ogni ragionevole attesa questo stillicidio e questa cottura sulla graticola di Cappato e dei diritti fondamentali alla vita e alla vita del diritto. Dai giudici di merito di primo grado del processo la palla è stata passata alla Consulta che ora la rilancia (“verticalizzando l’area di rigore”, direbbe un altro Poeta) al Parlamento che dovrebbe produrre un assist formidabile e insaccarla in porta di testa, producendo un testo di legge che colmi tutti i vuoti legislativi esistenti, cosa che questa maggioranza disgraziata giallo-verde non farà mai.

Rimaniamo ancora un anno col vuoto. La Consulta è stata cronometrica nel fissare la data della sentenza di merito che poteva dare già ieri e colmare quel vulnus che tanti additano e liberare Marco Cappato dalla spada di Damocle del dubbio. Tra una sentenza favorevole della Consulta e il suo processo, infatti, ci sono 15 anni di galera. E sono dati su cui non si scherza, o si scherza pochissimo.
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Grida “Erdogan è un ladro!” Viene condannata a undici mesi di carcere

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Elifhan Kose, docente universitaria turca, ha gridato, durante una manifestazione, lo slogan “Erdogan ladro”. Per questo è stata condannata a undici mesi di reclusione.

In Italia vari quotidiani, tra cui La Stampa di Torino, si sono profondamente indignati per questa sproporzione tra il fatto commesso e la pena comminata. Dimenticando che in Italia lo stesso fatto avrebbe potuto essere punito ben più gravemente: chiunque nel territorio dello Stato offende l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero è punito con la reclusione da uno a tre anni (art. 297 c.p.). Voi mi direte: “Ma è stato abrogato nel 1999!” Vero. Però per diffamazione si rischia lo stesso un massimo di tre anni di reclusione,  sicché c’è poco da scaldarsi, la Turchia è un paese molto più libero e tollerante del nostro.

Diffamazione: onore e oneri di Marina Morpurgo

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Questo blog ha molto a cuore il tema della diffamazione.

Sarà anche perché anni addietro qualcuno ha avuto il ghiribizzo di chiederne il sequestro integrale a fronte di alcuni contenuti suppostamente diffamatori (nel senso che erano loro che lo supponevano), il cui contenuto offensivo non è mai stato dimostrato e mai lo sarà.

Al di là di questo anche la diffamazione è un tema scottante, perché rappresenta il limite entro il quale contenere quella libertà di espressione di cui vi sciacquate la bocca (sì, proprio voi) quasi fosse acqua benedetta.

Fatto sta che ieri, mentre stavo leggendo la stampa on line, ho trovato un rimando di “Repubblica” a un articolo de “L’Espresso” intitolato “A processo per un commento su Facebook. Ora il giudice deve decidere se è diffamazione.”
Poi il sottotitolo: “Il caso della giornalista Marina Morpurgo, che ha criticato sul suo profilo una campagna pubblicitaria con protagonista una bambina, arriva in tribunale. E a rischio è la libertà di espressione”.

Lì per lì ho pensato anch’io che mentre in Francia si muore di matita, qualcuno in Italia continua a friggere inutilmente nelle padelle dei pubblici ministeri ma poi ho cambiato rapidamente idea.

Andiamo per ordine:
Marina Morpurgo ha ricevuto un avviso di chiusura delle indagini preliminari (almeno così si evince dall’articolo) per violazione del comma 3 dell‘art. 595 del Codice Penale: diffamazione aggravata dal mezzo di diffusione.
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Reintrodotto il reato di bestemmia. Si rischiano da 3 a 6 anni. Ma è una bufala!

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Quando scopri una “bufala” in rete ti senti tanto Paolo Attivissimo e ti vien voglia di far come lui, di scrivere, scrivere, scrivere, pubblicare, puntualizzare, correggere, cazzo quanto scrive quell’uomo!

Che poi non è mica detto che qualcun altro le stesse cose non le abbia scoperte prima di me, però sì, ve lo devo confessare, mi sento proprio un bel ganzo.

La notizia sarebbe stata la seguente: il reato di bestemmia è stato reintrodotto dalla Corte di Giustizia (majuscolo, mi raccomando, così fa più effetto), si rischierà una pena da 3 a 6 anni di carcere e una multa.

Perché è una bufala:

a) la bestemmia non è “reintrodotta”, ma esiste già un illecito amministrativo (così depenalizzato dalla legge 25 giugno 1999, n. 205) che la sanziona, all’art. 724 del codice penale: «Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità, è punito con la sanzione amministrativa da euro 51 a euro 309. […] La stessa sanzione si applica a chi compie qualsiasi pubblica manifestazione oltraggiosa verso i defunti.»

b) non esiste nessuna Corte di Giustizia in Italia. Esistono la Corte di Cassazione, la Corte dei Conti, la Corte Costituzionale. Ma la Corte di Giustizia no.

c) la pena sarebbe decisamente spropositata rispetto al tipo di reato commesso. Per una Porca si rischierebbe l’interdizione dai pubblici uffici e l’impossibilità di accedere all’affidamento in prova ai servizi sociali (per cui paradossalmente Berlusconi sì e il più incallito bestemmiator de’ santi no).
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Insegnanti del Liceo Classico “Giulio Cesare” di Roma querelati dall’Associazione Pro Vita Onlus

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COMUNICATO STAMPA 17-2014

L’associazione Giuristi per la Vita e l’associazione Pro Vita Onlus hanno presentato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma una denuncia per i reati previsti e puniti dagli artt. 528 e 609 quinquies del Codice Penale, aggravati ex art. 61, primo comma, n.9 del medesimo Codice, commessi da insegnanti del Liceo Classico Giulio Cesare di Roma.

In attuazione del documento dell’U.N.A.R., Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, che va sotto il nome di Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013-2015), il quale prevede, tra l’altro, l’«arricchimento delle offerte di formazione con la predisposizione di bibliografie sulle tematiche LGBT e sulle nuove realtà familiari», alcuni docenti del Liceo Classico Giulio Cesare di Roma, nelle prime classi del ginnasio (frequentate quindi da studenti di età compresa tra i quattordici – e forse qualcuno di tredici – ed i sedici anni), gli allievi sono stati obbligati a leggere un romanzo, a forte impronta omosessualista, dal titolo “Sei come sei” della scrittrice Melania Mazzucco (Edizioni Einaudi), alcuni passi del quale rivelano, in realtà, un chiaro contenuto pornografico.

Uno dei brani contestati, in particolare, è quello contenuto nelle pagine 126 e 127 del citato romanzo, in cui testualmente si legge: «(…) Nessuno avrebbe mai sospettato che quel muscoloso, ruvido, stopper della squadra di calcio dell’oratorio (…) la notte si stancava la mano sulle foto di Jimi Hendrix, Valerij Borzov e Cassius Clay. Pure, benché sapesse che Mariani Andrea non soltanto lo avrebbe respinto ma anche tradito e sputtanato, un pomeriggio, quando dopo la partita indugiò nello spogliatoio e si ritrovò solo con lui, Giose decise di agire – indifferente alle conseguenze. Si inginocchiò, fingendo di cercare l’accappatoio nel borsone, e poi, con un guizzo fulmineo, con una disinvoltura di cui non si immaginava capace, ficcò la testa fra le gambe di Mariani e si infilò l’uccello in bocca. Aveva un odore penetrante di urina, e un sapore dolce. Invece di dargli un pugno in testa, Mariani lasciò fare. Giose lo inghiottì fino all’ultima goccia e sentì il suo sapore in gola per giorni. Il fatto si ripeté altre due volte, innalzandolo a livelli di beatitudine inaudita».

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Lo Stalking e’ reato, ecco il testo di legge

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Art. 1.

(Modifiche al codice penale).

1. Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) Salvo che il fatto costituisca più grave reato,dopo l’articolo 612 è inserito il seguente: 

«Art. 612-bis. – (Atti persecutori). – È punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero a costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di donna in stato di gravidanza o di un soggetto con disabilità, ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi, o da persona travisata, o con scritto anonimo.

Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di persona con disabilità, ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio»;

b) al primo comma dell’articolo 576, dopo il numero 5 bis) è aggiunto il seguente: 

«5-1) dall’autore del delitto previsto dall’articolo 612-bis».

Art. 2.

(Ammonimento).

1. Fino a quando non è proposta querela per il reato di cui all’articolo 612-bis del codice penale, la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta. La richiesta è trasmessa senza ritardo al questore. 

2. Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale. Copia del processo verbale è rilasciata al richiedente dell’ammonimento e al soggetto ammonito. Il questore valuta l’eventuale adozione di provvedimenti in materia di armi e munizioni.

2.bis. La pena per ild elitto di cui all’articolo 612-bis del codice penale è aumentata se il fatto è commesso da soggetto già ammonito ai sensi del presente articolo.

3. Si procede d’ufficio per il delitto previsto dall’articolo 612-bis del codice penale quando il fatto è commesso da soggetto ammonito ai sensi del presente articolo.

Art. 3.

(Modifiche al codice di procedura penale).

1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 266, comma 1, lettera f), dopo la parola: «minaccia,» sono inserite le seguenti: «atti persecutori,»;

b) dopo l’articolo 282-bis sono inseriti i seguenti:

«Art. 282-ter. – (Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa). – 1. Con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa.

2. Qualora sussistano ulteriori esigenze di tutela, il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi ovvero da tali persone. 

3. Il giudice può, inoltre, vietare all’imputato di comunicare, attraverso qualsiasi mezzo, con le persone di cui ai commi 1 e 2.

4. Quando la frequentazione dei luoghi di cui ai commi 1 e 2 sia necessaria per motivi di lavoro ovvero per esigenze abitative, il giudice prescrive le relative modalità e può imporre limitazioni.

Art. 282-quater. – (Obblighi di comunicazione). – 1. I provvedimenti di cui agli articoli 282-bis e 282-ter sono comunicati all’autorità di pubblica sicurezza competente, ai fini dell’eventuale adozione dei provvedimenti in materia di armi e munizioni. Essi sono altresì comunicati alla parte offesa e ai servizi socio-assistenziali del territorio»;

c) al comma 1-bis dell’articolo 392, le parole: «e 609-octies» sono sostituite dalle seguenti: «, 609-octies e 612-bis»;

d) al comma 5-bis dell’articolo 398:

1) le parole: «e 609-octies» sono sostituite dalle seguenti: «, 609-octies e 612-bis»;

2) le parole: «vi siano minori di anni sedici» sono sostituite dalle seguenti: «vi siano minorenni»;

3) le parole: «quando le esigenze del minore» sono sostituite dalle seguenti: «quando le esigenze di tutela delle persone»;

4) le parole: «l’abitazione dello stesso minore» sono sostituite dalle seguenti: «l’abitazione della persona interessata all’assunzione della prova»;

e) al comma 4-ter dell’articolo 498: 

1) le parole: «e 609-octies» sono sostituite dalle seguenti: «, 609-octies e 612-bis»;

2) dopo le parole: «l’esame del minore vittima del reato» sono inserite le seguenti: «ovvero del maggiorenne infermo di mente vittima del reato».

Art. 4.

(Modifica all’articolo 342-ter del codice civile).

1. All’articolo 342-ter, terzo comma, del codice civile, le parole: «sei mesi» sono sostituite dalle seguenti: «un anno».

 

Art. 5.

(Misure a sostegno delle vittime del reato di molestie insistenti).

1. Le forze dell’ordine, i presìdi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevono dalla vittima notizia di reato di atti persecutori, di cui all’articolo 612-bis del codice penale, introdotto dall’articolo 1 della presente legge, hanno l’obbligo di fornire alla vittima stessa tutte le informazioni relative ai Centri antiviolenza presenti sul territorio, ed in particolare nella zona di residenza della vittima. Le forze dell’ordine, i presìdi sanitari e le istituzioni pubbliche provvedono a mettere in contatto la vittima con i Centri antiviolenza, qualora ne faccia espressamente richiesta.

Art. 6

(Clausola di invarianza finanziaria).

1. Dall’attuazione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

Art. 7.

(Entrata in vigore).

1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.