Cittadella: con la compagna disabile la gita a Parigi costa troppo

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Io non lo so se la vita a Cittadella era bella perché stavo bene io o se vivevo effettivamente in un luogo in cui le cose più stravaganti accadevano proprio lì. Fatto sta che mi manca infinitamente.

Poi, certo, Cittadella ogni tanto si è ricordata di me e si è fatta sentire. Con la triste storia del ragazzo arrestato per reati connessi a una accusa di terrorismo, con quella ancor più triste dell’ordinanza del sindaco Massimo Bitonci che prevedeva una soglia minima di reddito per i cittadini extracomunitari che volessero risiedere nel comune, come l’avviso di garanzia allo stesso Bitonci per l’ordinanza suddetta, come il divieto di vendere il kebab nel prezioso centro storico -le mura di Cittadella sono vecchie di secoli e secoli, hanno visto cose ben peggiori delle persone che vanno a mangiare un panino e di quelle che lo vendono!-, fino a una poliziotta che si è rivolta con le parole “Io sono un ispettore di polizia e lei non è nessuno” a una cittadina che stava proteggendo un minore.

Ma leggo sulla rivista “San Francesco Patrono d’Italia” (non sono solito leggere quelle cose, ci sono arrivato grazie alla segnatazione di Daniela Q. su Facebook) che al Fanoli (il Liceo Artistico di Cittadella) una quinta voleva andare in gita a Parigi. Sì, sì, dài, dài, figo, si va a Parigi. Ma di quella classe fa parte anche una ragazza disabile. Che per quattro anni ha rinunciato alla gita scolastica, quest’anno proprio no. Ci vuole andare anche lei a Parigi. Giustamente.
Solo che se viene anche lei bisogna andare in aereo anziché in autobus. E l’aereo cosa. E i schéi xé schéi.
Troppi 600 euro per una gita, sì. Sono poco più di 100 euro al giorno per viaggiare (andata e ritorno), soggiornare in albergo e passare un po’ di tempo insieme. Si può mica, no, no, scherziamo. Passi l’autobus che ci metti il quintuplo di tempo se ti va bene e ti rintroni il cervello a forza di chitarre scordate, puzza di piedi, sudore, rutti e odore di mela Golden, ma l’aereo, che tutto sommato quando arrivi hai solo bisogno di farti una doccia, quello proprio no.

Gira un messaggio su WhatsApp: “Non siamo né martiri né ricchi. Nessuno da noi si aspetta che abbiamo tutto questo buon cuore di accettare la spesa pur di portare la compagna disabile in Francia”.
Ora, va benissimo che uno non sia ricco. Ma se uno non è ricco a Cittadella ci vive male perché i prezzi sono alti, senza bisogno di andare a Parigi, basta guardare il prezzo di una pallina di gelato. Ma “màrtiri”? Perché condividere un viaggio di istruzione con una compagna disabile sarebbe un martirio?? Non si sa. Fatto sta che il messaggio giunge a conoscenza dell’interessata e si scatena il sacrosanto putiferio sui social network e nell’opinione pubblica.

Si trova un accordo: una meta più vicina e meno cara. E si va tutti.

Fossi un loro insegnante col cavolo che li accompagnerei (gratis, oltretutto!) alla nuova meta prescelta o da qualunque altra parte.
Cinque giorni possono essere anche impiegati a studiare un po’ di tolleranza a scuola, se proprio non la si ha nel corredo genetico.

Cittadella: “Io sono un ispettore di polizia e lei non è nessuno”

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Foto tratta da ilgazzettino.it
E’ accaduto a Cittadella (PD).

A Cittadella ho vissuto e lavorato per quattro anni. E’ una cittadina a cui voglio molto bene. Quindi questo è un episodio che mi tocca in modo particolare dal punto di vista emotivo.

E’ accaduto all’Istituto Comprensivo di Cittadella. Lì è stato prelevato dalla polizia Leonardo, un bambino di dieci anni, in applicazione a un’ordinanza del Tribunale dei Minori che ne prevedeva l’affidamento al padre, rigettando una richiesta di sospensiva presentata dalla madre.

Un video di un minuto e mezzo, probabilmente girato da una donna che il piccolo Leonardo chiamava “zia”, e trasmesso ieri sera da “Chi l’ha visto?”, e oggi disponibile su tutti i siti delle principali testate on line, dimostra in maniera chiara e inequivocabile le modalità con cui tale ordinanza è stata eseguita.
Il bambino ha cercato di divincolarsi dalla stretta degli agenti che, si vede dal filmato, lo portano via prendendolo per le caviglie e per le spalle. Chiede aiuto alla zia. Poi viene caricato sull’auto dove continua a cercare di liberarsi dalla stretta degli agenti.

E’ assolutamente terribile, agghiacciante e indegno di un paese civile che un minore che viene affidato allo Stato per l’esecuzione di una legittima ordinanza della magistratura che ne dispone l’affidamento al padre venga trascinato via a viva forza. E’ un bambino di dieci anni. E lo Stato, rappresentato in quel momento da quegli agenti, non poteva e non doveva creargli un tale choc.

La dirigente Marina Zanon ha dichiarato: “Abbiamo fatto uscire dalla classe i compagni dell’alunno destinatario del provvedimento del giudice e solo dopo sono entrati gli assistenti sociali e i poliziotti. Tutto all’interno della scuola si è svolto senza urla e senza che gli altri compagni di scuola vedessero, in quanto sono rimasti dentro le aule fino a quando il bimbo è stato portato in auto.”
Bene. Ma come si sente un bambino che vede allontanarsi i compagni e subito dopo entrare assistenti sociali e poliziotti? C’è da chiedersi se ci fosse, assieme alle forze di polizia e agli assistenti sociali almeno uno psicologo infantile di supporto al bambino. Se non c’era, perché? E’ già tanto che tutto si sia svolto in modo più o meno “tranquillo fino a quel momento”.

E perché un prelevamento di un minore viene effettuato a scuola, luogo in cui un individuo (che sia alunno, insegnante, dirigente o collaboratore) dovrebbe sentirsi protetto nel massimo grado del termine?

Ma c’è una cosa ancor più agghiacciante e riprovevole che è stata documentata in quel filmato. Quando una persona (probabilmente l’autrice del video, zia del minore), ha chiesto se l’istanza di sospensione che era alla base dell’ordinanza del giudice fosse stata rigettata o accolta, si è sentita rispondere: “Io sono un ispettore di polizia e lei non è nessuno”.

Non è tollerabile che un rappresentante delle forze dell’ordine possa trattare con queste parole un cittadino. Perché in quel momento rappresenta quello stesso Stato a cui il cittadino si rivolge per avere spiegazioni, e quello stesso stato che sta trascinando un minore con modalità che, per usare un eufemismo, potrebbero essere definite “non del tutto ortodosse”.
Probabilmente voleva dire: “Io sto eseguendo degli ordini della magistratura e non sono tenuta a darle informazioni in merito.” Già, poteva dirlo. Magari voleva anche dirlo. Ma non lo ha detto.
Dicendo “Lei non è nessuno” non ha detto “Lei non ha diritto a sapere queste cose” o “Io non sono tenuta a dirgliele”.
Ha creato uno stigma tra l’autorità (che non è autoritarismo!) e il cittadino.
E questo è di una gravità inaudita.

Anche perché mi risulta che una decisione del giudice del Tribunale dei Minori che decide di rigettare un ricorso, sia un atto pubblico. Quindi conoscibile da chiunque. Non a caso “Chi l’ha visto” ha dato conto di alcuni stralci di quella ordinanza. Per cui i casi sono due, o “Chi l’ha visto” ha violato un segreto d’ufficio o effettivamente quelle decisioni erano di pubblico dominio e, quindi, non c’era nessun motivo per tenerle nascoste.

Che la logica dell’“io so’ io/e voi nun zète un cazzo” resti relegata a un meraviglioso sonetto del Belli. O alle trasposizioni cinematografiche del Marchese del Grillo di Mario Monicelli.

Questo è uno Stato di diritto.

Cittadella: il sindaco Massimo Bitonci vieta la vendita di kebab nel centro storico

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Ho lavorato per quasi quattro anni a Cittadella (PD), e questo ve l’ho raccontato tante volte.

Credo di conservare in quel (bel) paese alcuni dei ricordi migliori della mia vita. Ci ho lavorato con entusiasmo, speranza e un briciolo di incoscienza. Ma ci sono stato benissimo, alla faccia delle difficoltà e di tutti quello che poteva conseguirne.

Un giorno, appena un mese e mezzo prima di sposarmi e di trasferirmi, ricevetti una lettera dell’Ufficio Anagrafe che mi offriva di diventare cittadino residente (anziché “domiciliato”), possibilità che non sfruttai.

Li trovavo veramente curiosi i cittadellesi, enigmatici come le mura che racchiudono il centro storico, che coi loro secoli di storia ne avrebbero di vicende da raccontare.

Brava gente, senza troppi grilli per il capo. Ovvio, qualcuno è un po’ fissato con gli “schèi”, ma questa è una caratteristica panveneta e non è certo propria di questa o di quella località.

Il sindaco di Cittadella, nonché deputato della Repubblica (della Repubblica, sia detto chiaramente e non della Padania!) Massimo Bitonci ha disposto il divieto di vendita del kebab nel centro storico e nelle vicinanze.

Le motivazioni sono contenute in questa dichiarazione: ”non sono certamente alimenti che fanno parte della nostra tradizione e della nostra identità, senza considerare che, nei luoghi dove se ne è permessa l’indiscriminata apertura, le amministrazioni comunali e i cittadini si sono pentiti amaramente”.

Sul fatto che l’alimento non faccia parte della nostra identità si potrebbe obiettare che questa non ci appare una osservazione di particolare pregio a favore dell’ipotesi antikebabista. Neppure i pomodori, il cacao, le patate, il mais sono prodotti dela nostra tradizione, vengono dall’America, eppure i veneti con il mais usano fare polenta che considerano (quella sì) “della nostra identità”, la pizza con la pummarola ‘n coppa è segnatamente napoletana, eppure in Veneto viene servita in modalità e gusti splendidi. Il kebab è una vivanda mediterranea, intendendo per “mediterraneo” il fatto che il Veneto si affaccia sul Mar Mediterraneo esattamente come ci si affacciano alcuni paesi nordafricani, la tradizione del cous-cous e delle sarde in saor è la stessa, solo che non lo sappiamo.

Il baccalà alla vicentina altro non è che un mantecato di stoccafisso. E lo stoccafisso viene dalla Norvegia, fa forse parte dell’identità veneta?

Proibire la vendita del kebab a Cittadella è come proibire la vendita dello Spritz a Pantelleria.

C’è solo da aspettare che a Cittadella, o nelle zone limitrofe, qualcuno si attrezzi per mettere su un hamburgerificio in forma di Fast Food con salse di senape e ketchup in bidoni di plastica, che si mettano a vendere polpette in mezzo a panini morbidi al sesamo con mezza foglia di lattuga e una sottiletta di formaggio arancione, per vedere se i permessi verranno rilasciati o meno, ma c’è da scommettere che in quel caso le amministrazioni comunali non si pentiranno amaramente.

Hanno arrestato un ragazzo

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Hanno arrestato un ragazzo di 19 anni, Giampietro Simonetto.
E’ accusato di essere un presunto brigatista (in Italia la presunzione è ancora di innocenza, fino a sentenza definitiva passata in giudicato) e di custodire delle armi.
E’ solo un ragazzo, uno studente. Uno che fa lavori saltuari, insomma, il prodotto finito della Legge Biagi, l’ultima ruota di un carro più grande di lui.
Lo hanno arrestato a Cittadella. Perché il precariato è arrivato anche nel ricco Nord Est. Ricco soprattutto di un’ignoranza e di una precarietà rivestiti di trucchi e lustrini dentro e fuori le mura del centro fortificato.
A Cittadella ho lavorato e vissuto per quattro anni.
E faceva solo parte, a detta dei giornali, di un collettivo che si chiamava Fuser e che negli ultimi anni non aveva mai dato fastidio a nessuno.
E’ così triste…