La carbonara vegana

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Va molto di moda tutto ciò che è vegano, e questo mi preoccupa non poco.

Ora, personalmente non ho nulla contro chi fa la scelta di diventare vegano e di nutrirsi esclusivamente di proteine di tipo vegetale per una questione di etica e di volontà di non ammazzare i poveri animali di cui si ciba la civiltà guerrafondaia, corrotta e carnivora. Ognuno faccia quel che gli pare. Non sarò certo io a impedire ai vegani di sgozzare una lattuga, una pianta di fagioli o una tavoletta di miserabile tofu.

Ma quello che non riesco a sopportare è la mania di voler “adattare” a tutti i costi piatti della cucina tradizionale alla maniera ed al gusto vegani. Che ne so, lo spezzatino di soja: ne ho fatto uso anch’io quando vivevo da solo e sostituire la carne con le proteine vegetali non è cattiva cosa, sempre se uno lo fa una o due volte nella settimana. Ma lo spezzatino di soja è, appunto, soja. Non ha e non può avere la consistenza della carne. Quella di soja si chiama “bistecca” ma non è una bistecca. E’ un coso da reidratare che quando lo vai a cuocere ha una vaga somiglianza con la fettina, ma tutti si limita a darti una sorta di illusione. E’ un “vorrei-ma-non-posso”, ecco.
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Quelli che se la tirano la crisi

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Sarà perché sto leggendo “Pane e Bugie” di Dario Bressanini, ma espressioni come “DOC”, “DOCG”, “Bio”, “Chilometri zero” mi stanno sempre più indigeste.

Soprattutto “bio”. Ma “bio-” cosa? “Biodegradabile”? “Biocompatibile”? “Biologico”, no? Allora usiamole per intero le parole.

“Bio”, “DOC”, “DOCG”, “Chilometri zero”. Tutte espressioni che associamo all’alimentazione e a un’alimentazione corretta per la nostra salute.

Una mela biologica costa di più del suo equivalente ottenuto con agricoltura tradizionale.
Forse è più gustosa, magari è più ricca di elementi nutritivi.
Però una famiglia spende ogni mese un TOT per l’acquisto e il consumo di frutta e verdura che fanno tanto bene alla salute. Ma se compra solo frutta e verdura biologiche l’assimilazione di nutrienti diminuisce considerevolmente perché ne comprerà una quantità sensibilmente inferiore.

Dice che dobbiamo consumare i nostri prodotti, quelli nazionali, quelli certificati.

Io compro regolarmente la cipolla di Tropea, la bresaola della Valtellina, la fontina della Val d’Aosta, il salame piccante calabrese, il Nero d’Avola, il Chianti, il Merlot veneto, il Cannonau della Sardegna, il Passito di Pantelleria, il Moscato dell’Elba e ora basta se no mi sbronzo.

Ma il Passito da Pantelleria sulla mia tavola a Roseto degli Abruzzi ci viene a piedi? Suppongo che una cipolla da Tropea arrivi dal mio verduraio per smaterializzazione atomica e che il formaggio Asiago giunga rotolando sulla sua stessa forma.
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