I 100 meravigliosi anni di Franca Valeri

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E brava Franca Valeri, che oggi ha raggiunto la non disprezzabile età di 100 anni.

Attrice poliedrica, meravigliosa caratterista, appassionata di musica lirica, regista, creatrice di espressioni ormai entrate nel linguaggio comune, come quel “Cretinetti!”, ripetuto a spron battuto ne “Il Vedovo”, al marito interpretato da un altrettanto eccellente Alberto Sordi. Indimenticabili la signorina snob, Cesira la manicure e la Sora Cecioni, alla quale sono particolarmente affezionato. Genio delle pause teatrali (“Mammà?? Che te sei dimenticata quarche cosa su la tomba de nonno?….. Ah, l’ombrello!….”), ha saputo coniugare il teatro col cinema e la televisione con naturalezza ed efficacia. La sua filosofia di vita si racchiude nel titolo del suo ultimo libro autobiografico “Bugiarda no, reticente”.

Dice che arrivare a 100 anni bisogna sempre far lavorare il cervello. E il suo lavora come quello di una ragazzina di 20. Auguri, cara signora.

Foto di Associazione Amici di Piero ChiaraFranca Valeri, CC BY 2.0, Collegamento

“Avanti popolo, alla mignotta”. Documenti dal cinema Jolly di Livorno

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Sono grato ad Alessandra Falca per questa segnalazione.

Il Cinema Jolly a Livorno è conosciuto (anche) col nome di ex Teatro Margherita (c’era sempre un Teatro Margherita, come c’è sempre una pizza Margherita, come c’è sempre una torta Margherita. Il ponce Margherita no, non c’è.) ma soprattutto come cinema a luci rosse, certamente tra i più prestigiosi assieme al mitico Lazzeri.

La fotografia che vi propongo, testimonia la dedizione e la vocazione recensoria del proiezionista, che con scrupolosa meticolosità andava annotando su un registro il giudizio sommario sulla pellicola del giorno.

Buono, discreto, e perfino un “mediocre”. Già, chissà come dovevano essere noiose certe scene di quella pellicola porno. Magari nemmeno un po’ di trama e neanche un po’ di SASPENZ in quelle trombatine da megascreen.

La proiezione di un titolo come “Avanti popolo alla mignotta”, poi, prefigurava già da allora il lento decadimento verso tendenze innegabilmente berlusconiane del comunismo livornese.

Grazie anche a Memi Lioni per aver distribuito questa sua foto con licenza Creative Commons.

“Habemus papam”: e ora?

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Credo che il fatto che "Habemus Papam" sia il terzo film di Nanni Moretti ad essermi piaciuto (gli altri furono "La messa è finita" e "La stanza del figlio")  dovrebbe preoccuparmi.

Sto invecchiando e non riesco più a raggiungere quel buon sano preconcezionismo di una volta che mi faceva disprezzare Moretti per il solo fatto che fosse Moretti. Era una dote di me stesso che apprezzavo moltissimo.

"Habemus papam" non è un capolavoro, certo, ma convince, nonostante qualche punto debole e alcuni scivoloni evitabili.

Che ne so, mi è sempre piaciuto il fanta-Vaticano. Confesso di avere letto "Lazzaro" di Morris West, di essere rimasto folgorato dalle prime pagine di "La pelle del tamburo" di Arturo Pérez Reverte e di essere andato a vedere (ma in incognita) "Angeli e demoni" (ma questo non lo dirò nemmeno a me stesso).
Guardo le fiction sui papi e le ricostruzioni storiche dei pontificati su RaiStoria.
E soprattutto non ho mai negato di avere delle evidenti contraddizioni interne.
Che ne so perché, mi piacciono le storie di preti. Sarà per legge di contrappasso. O forse, più semplicemente, perché ce ne sono di belle.
Penso di averne viste e lette molte, da quella di un prete affamato e timido interpretato da Alberto Sordi in non so quale film, a Aldo Fabrizi in "Roma città aperta", dal "Diario di un curato di campagna" di Bernanos alla stessa "Vita" di Santa Teresa d’Avila (del resto a studiare letteratura spagnola c’è da perdersi in queste cose), il prete enigmatico di "San Manuel Bueno, martire" di Unamuno, ma anche il geniale ecclesiastico autore del "Lazarillo de Tormes", ridevo leggendo il Guareschi di "Don Camillo" da piccino, insomma, non mi son fatto mancar nulla.

Nemmeno un film con Anthony Quinn del 1968, intitolato "L’uomo venuto dal Cremlino"  in cui interpretava un pontefice dell’Est che, appena eletto papa sente la voglia di mettersi una tonaca normale e andare in giro tra la gente comune, con i servizi segreti del Vaticano che lo riconcorrono un po’ per ogni dove.

Il film di Moretti, dunque. Pellicola scritta su canovacci già visti. Ma efficace.

Michel Piccoli è addirittura strepitoso. Recita in italiano e in presa diretta,  con una naturalezza che gli si confà.

Nanni Moretti (interprete) e Margherita Buy interpretano lo stesso personaggio da sempre, cioè quello del rompicoglioni e della svampita, ma mentre il Moretti-rompicoglioni (psicanalista) riesce a trovare una dimensione umana più accettabile e ludica, la Buy-svampita interpreta la ex moglie di Moretti, psicanalista anch’essa, che non riesce nemmeno a dire ai suoi figli che ha un fidanzato, un altro compagno.

Il film trova il pernio sul tema della solitudine del pontefice, sulla crisi umana che permea certi spiriti che si sentono incapaci di adempiere al loro compito, venuto dagli uomini per convenienze e calcoli politici sottili, e non certo da Dio.
Vivere la dimensione spirituale come pretesto per la dimensione politica può sfiancare chiunque (a parte Comunione e Liberazione, naturalmente…)

La storia è piena di papi che rinunciano, e quello interpretato da Piccoli è a metà tra il Celestino V del "gran rifiuto" e Giovanni Paolo I, quell’Albino Luciani che era andato ben oltre la storia e la teologia, e che in 33 giorni ebbe modo di dire "Dio è madre" mettendo in imbarazzo un bel po’ di gente, sempre intento a ripassare discorsi che non pronunciava e che finiva poi per parlare a braccio.

Ma è anche la psicoanalisi che si inserisce nei dogmi della chiesa, il teatro che funziona da collettore di queste vicende umane, e anche un cenno su come siamo diventati impietosi (la scena in cui un barista dice al papa che il bagno è guasto e che il telefono è utilizzabile solo per questioni di servizio, con una ragazza che gli presta il cellulare).

Bravo Nanni Moretti. Adesso può tranquillamente continuare a starmi placidamente antipatico.

“Nessuno mi puo’ giudicare” o dell’elogio del “tutti colpevoli nessun colpevole”

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…uno poi dice andiamo al cinema, ma sì, andiamo al cinema, cosa dànno oggi? a un’ora e un quarto di macchina dànno “Silvio Forever” di Roberto Faenza ma c’è da trovare un distributore aperto, dieci euro “stesi” se si va all’automatico, mangiare di corsa, saltare l’abbiocco postprandiale onde trovarsi alle quattremmezzo all’unico cinema che lo proietta, poi c’è sempre da mettere in considerazione che ti devi rovinare lo stomaco a guardare la verità che nessuno vuole considerare come tale, e allora massì, andiamo al cinema qui, ci si va a piedi, così si fa un po’ gli ecologici e non si inquina, pazienza se t’inquinano gli altri con i tubi di scappamento a manetta e le emissioni maleodoranti a nastro, camminare, bisogna camminare, via veloci, hop, hop,

E’ uscito “Qualunquemente” di Antonio “Cetto” Albanese. E non mi pare sia poi tutto ‘sto gran che.

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Il film “Qualunquemente” di Antonio Albanese, diciamocela tutta, non mi pare un gran che.

Lo hanno presentato come un film divertente, magari comico, ma l’ho trovato un grandissimo sfracassamento ‘e cogghiuna.

Non mi fa ridere, e questo è tutto. Non solo per la coincidenza temporale che ha visto uscire la pellicola, parodia del modello del puttaniere di stato portata all’esasperazione (un po’ eccessivo il Kitsch di certi colori e ambientazioni), per cui il riferimento alla tristezza della situazione di governo è fin troppo scontato, ma anche per il fatto che Albanese/La Qualunque è strepitoso nei dieci minuti di gag sul Partito d’u pilu, ma le battute a raffica si diluiscono troppo quando il personaggio deve reggere un’ora e quaranta di film.

“Qualunquemente” è triste come tutti i film di questo genere, quando i personaggi e le macchiette incontrano il grande schermo si appiattiscono e diventano vittime di loro stessi.

Qualche battuta divertente c’è, per forza, ma il personaggio è comunque triste e deprimente come un militare di leva a Bressanone, i ritmi da incalzanti e pirotecnici si fanno lenti e sonnolenti, Sergio Rubini fa un cammeo poco convincente e io ho speso 5,50 euro per nulla. ‘N ‘tu culu!

Da evitare al cinema, Cetto è da guardare, riguardare, riguardare ancora e studiare a memoria in TV.

Elio Germano e la classe dirigente degli italiani

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Elio Germano è senz’altro un attore migliore dei film che gli fanno interpretare.

Ha vinto il premio come miglior attore a Cannes, ex aequo con Javier Bardem, che ha dedicato il premio alla sua amica, compagna, al suo amore Penélope Cruz, a cui ha detto di dovere molto, e a cui ha dichiarato i suoi sentimenti dalla “almohada roja” (il tappeto rosso -si’, lo so che “almohada” non significa “tappeto” ma “cuscino”, sono frasi fatte, cercate di non fare i pignolini) del Festival, come lo si potrebbe biasimare.

Germano, invece, ha dichiarato pubblicamente che ci sono italiani che lottano per essere o perché sono migliori della loro classe dirigente.

E’ pietoso dover aver bisogno di simili invitanti palcoscenici per dire l’ovvio. Germano è un bravo ragazzo, ma le sue parole il TG1 non le ha trasmesse. O forse non le hanno fatte sentite.

Cinquantamila (50000) lacrime per “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek

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E finalmente Ozpetek ha fatto un film degno di questo nome.

"Mine vaganti" non ha nulla della pesantezza, dell’angoscia e della scarsa capacità di concludere che avevano lo stesso "Le fate ignoranti" e "Saturno contro", non ha quella morbosità ossessiva come "La finestra di fronte" ma, soprattutto, quando esci dal cinema, non ti viene voglia di spararti (o di sparare sul proiettore, dipende), come in "Cuore Sacro".

Film veramente bello, dicevo, senza praticamente sbavature, con un cast molto compatto in cui tutti sono bravi allo stesso modo, senza cercare di surclassarsi l’uno con l’altro. E’ bravo perfino Scamarcio, il che è tutto dire.

Delicata la presenza di Nicole Grimaudo e quella di una cammeistica Elena Sofia Ricci che fa la zia-tegame.

La colonna sonora comprende un inedito di Patty Pravo (che firma il brano, scritto con Ilaria Cortese, Marco Giacomelli e Fabio Petrillo), cantato con la bocca sempre più stretta, ma decisamente notevole, mentre della Strambelli nazionale, rieccheggia un "Pensiero stupendo" in una versione dal vivo senza infamia e senza lode.

Il tormentone "50mila" di Nina Zilli, quanto meno non rompe i coglioni, canzonetta gradevole ma tutto sommato sciapitina.

Andate a vedere il film, la cui protagonista neanche tanto nascosta è una Lecce da brivido, che sarebbe proprio bello fosse davvero così, senza traffico e con il sole che la tinge di giallo.

Nanni Moretti sara’ ricevuto dal Papa: la messa e’ cominciata

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[Italia Oggi del 10 novembre 2009]

E di Nanni Moretti vogliamo (ri)parlare, di grazia?

Di quell’omino simpatico e sempre allegro e gioviale con tutti, vestito all’ultima moda con le camicie a quadri di flanella e i maglioni da professore di scuola superiore?

Di quello che "Non perdiamoci di vista!", di quello che fece citazioni storiche tipo "Mi si nota di più se ci vado o se non ci vado?", quello che in "Io, Veltroni e il Caimano" commentò con serio distacco "In Italia non c’è più opinione pubblica. Non parlo dell’opposizione, ma di qualcosa o qualcuno trasversale ai partiti, che comunque si riconosca in comuni valori democratici."?

Ne vogliamo (ri)parlare o no?

Ecco, va dal Papa.

Lui, "qualcosa di sinistra", "(…) ma come parli? Le parole sono importanti", lui va dal Papa.

E mi tocca apprenderlo dalla lettura del supplemento scuola a "Italia Oggi" del martedì (lettura, ahimé, obbligata per i docenti).

Mia moglie quando lo ha letto ha avuto un conato di vòmito e ha minacciato per l’ennesima volta di dimettersi da italiana salvo tuffarsi su un piatto di pasta alla carbonare per mandare giù il dolore.

E voglio in questo frangente sentirmi vicino ai cari Baluganti Ampelio e alla di Lui consorte Busdraghi Maila con la tipica frase del consuolo: "O come vu’ ci siete rimasti?"

Per il resto, mi piace fare mia la frase che fu di Pasquale Squitieri: "Ho sempre pensato a Nanni Moretti come a uno di estrema destra".

Roseto Opera Prima: Rosa d’oro a “La siciliana ribelle” di Marco Amenta (and the winner is…)

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E alla fine ha vinto “La siciliana ribelle” di Marco Amenta, l’ho votato con convinzione e sono contento che in due edizioni che faccio il giurato il film che ho votato sia poi risultato quello premiato.

La giuria al gran completo è stata chiamata sul palco a fare la passarella di rito e ad applaudire a comando, soprattutto quando si sono avvicendati sul palco i politici e l’assessore alla cultura, poi, chi in abitino firmato, chi in canottiera con ascella aperta, tutti siamo scesi e da lì in poi non ci ha filato più nessuno.

Riporto di seguito il documento ufficiale della giuria, per quello che può valere, tanto lo so che non ve ne frega un accidente:

CITTA

Federico Bondi – Mar Nero – Roseto Opera Prima 2009

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L’ultimo film della rassegna, diciamoci la verità, non è stato gran che.

A riprova del fatto che non basta un’idea eccellente (raccontare i rapporti tra le badanti che vengono dalla Romania e gli anziani che debbono accudire, con tutte le implicazioni che questo comporta), non basta una Dorotheea Petre, indubbiamente tenera, carina e calata perfettamente in una parte che le calza a pennello, ma soprattutto non basta una grande interpretazione di una grande Ilaria Occhini per fare un grande film.

Certi ritmi eccessivamente lenti, una fotografia non sempre impeccabile, a dispetto della scelta del regista Federico Bondi di voler utilizzare le tecniche digitali e soprattutto una Ilaria Occhini troppo radicata nel ruolo della anziana fiorentina brontolona e bubbolatrice, che ci ricorda piuttosto da vicino il ruolo di Adele Papini in "Benvenuti in casa Gori" ("C’è più puntali in questa ‘asa che Cristi sulla croce!!").

Cinque.

Gianni Di Gregorio – Pranzo di ferragosto – Roseto Opera Prima

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E arrivò la sera di "Pranzo di ferragosto" (che si intitola proprio così, non vedo la mania di metterci l’articolo determinativo, se l’autore e regista non ce l’ha voluto). Meno male perché comincio a stancarmi, e anche un filino a rompermi i coglioni di guardare film fino a mezzanotte passata.

Era il film che molti aspettavano, e il regista, Gianni Di Gregorio, che è anche l’interprete della pellicola, è un vero pozzo di San Patrizio di simpatia umana e artistica, un viso alla francese a metà tra i dentoni di Fernandel e il naso di Philippe Noiret, una storia familiare, intima, più che cinematografica, quattro vecchiette che fanno il bello e il cattivo tempo in una Roma deserta col sole di ferragosto che picchia forte.

Film di nerbo, divertente e che fa riflettere, ma con vari momenti di debolezza che, a tratti (e solo a tratti) fanno pensare al perché della concentrazione di un così ampio numero di premi e di riconoscimenti che gli sono piovuti addosso. Dialoghi a tratti troppo teatrali per essere concentrati in una scansione cinematografica di appena 75 minuti.

Piacevole come un bicchiere di vino bianco ghiacciato in un’estate tempestata di piatti a base di pesce. Solo che ce n’è sempre troppo poco.

Mario Pontecorvo – Pa-ra-da – Roseto Opera Prima 2009

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Si comincia, dunque, con "Pa-ra-da" di Marco Pontecorvo, figlio d’arte, che ha respirato tutta l’esperienza del padre Gillo.

Il punto è questo, i meriti dei padri non dovrebbero mai andare a ricadere sui figli, se no poi succedono i disastri.

Il film "Pa-ra-da" è la storia (ispirata a una vicenda vera) un po’ strampalata di un clown che lascia ragazza e famiglia di origine, per andare a Bucarest, nel 1992, a tre anni dalla caduta del regime, lavorando per conto di una organizzazione umanitaria.

Trova un ambiente degradato e emarginato di bambini avviati alla prostituzione e alla violenza che vivono tra i loro stessi escrementi e decide di salvarli e fare qualcosa per loro.

E che cosa fa? Si mette a fare quello che è, il pagliaccio. E con questo li redime.

Si illude che un coso rosso di plastica al posto del naso e la voglia di fare il pirla possano salvare queste persone. Esistono molteplici esempi di queste figure nefaste, quelli che vanno a fare la clown-terapia negli ospedali ai bambini malati di cancro, o quelli, ancora peggiori, che sono venuti tra le tendopoli abruzzesi per cercare di alleviare le sofferenze di chi non ha più nulla.

Come se i bambini, per il solo fatto di essere bambini, non debbano avere a che fare con la sofferenza, e che l’unica risposta alla pedofilia e alla prostituzioine minorile sia "Guarda l’uccellino!"

Il personaggio principale ha la funzione redentrice del Gesù Cristo de noàntri. guarda l’umanità degradata, ne ha pietà, compassione, si cala nella sua realtà, soffre la persecuzione a causa della giustizia (il protagonista è accusato ingiustamente di avere avuto rapporti sessuali con dei minori) e viene tradito da un amico (il Giuda della situazione) che si tira indietro proprio quando è nel momento del bisogno.

Poi prende a guidare il popolo verso la redenzione. E la redenzione cos’è? Un bello spettacolo di piccoli giocolieri, saltimbanchi e pagliacci. In breve, per salvarli li rende come lui.

E’ un film che ha dalla sua il merito di una fotografia impietosa ma interessante e di colpire lo spettatore per la descrizione del degrado e della sporcizia, ma si può tranquillamente evitare, su, via…

Inizia l’edizione 2009 del Premio Cinematografico “Roseto Opera Prima”

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Dèccomi di nuovo nella versione estiva, un po’ sussiegosa e distaccata, a dire il vero di giurato del Premio Cinematografico "Roseto Opera Prima".

Quest’anno tutto è sotto tono, a partire dalla scelta dei titoli dei film che fanno parte del concorso, che non mi sembra tra le più felici.

Siamo in quindici, un po’ scazzati, a dover scegliere a chi affidare il primo premio di 2500 euro pagati dai contribuenti per il sostentamento alla cultura e alla cinematografia italiane.

Il calendario delle proiezioni è questo:

18/7 PA-RA-DA di Marco Pontecorvo
19/7 IL PRIMO GIORNO D’INVERNO di Mirko Locatelli
20/7 DIVERSO DA CHI? di Umberto Carteni
21/7 LA SICILIANA RIBELLE di Marco Amenta
22/7 LA CASA SULLE NUVOLE di Claudio Giovannesi
23/7 PRANZO DI FERRAGOSTO di Gianni Di Gregorio
24/7 MAR NERO di Federico Bondi

Insomma, son giurato e me la tiro assai…

Addio a Dom DeLuise

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La morte di Dom DeLuise interesserà sì e no a quei quattro gatti che hanno amato e amano il cinema di Mel Brooks e che si ricordano tutti gli attori che ne hanno fatto parte, da Marty Feldman ("Lupo ululà e castellu ululì…") a Madeleine Kahn ("Taffetà caro…"), quest’ultima andata via troppo presto dal nostro mondo perché la gente potesse pprezzarne la bravura nel copiare in tutto e per tutto Greta Garbo in "Anna Karenina" (nella storica interpretazione di "Frankenstein Junior"), esagerandone caricaturalmente gli stereotipi.

Non c’è più nemmeno Dom, che ha fatto lo scemo in "Mezzogiorno e mezzo di fuoco", e che in italiano è stato doppiato in un fiorentino-bucaiolo stretto.

Dom era fantastico.

Amici miei: giu’ le mani dalla supercazzora!!

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…e va da sé che il maldestro tentativo di realizzare un remake di “Amici miei” da ambientare nel 400, con protagonista Christian De Sica e qualche altro coglionazzo da film-panettone, mi vede sdegnosamente contrario.
Mi unisco pertanto al coro delle voci di chi difende l’originalità e la genialità del progetto che prese avvio dall’idea di Pietro Germi, e mi dichiaro credente osservante del conte Mascetti, dell’architetto Melandri, del barrista (con due “r” alla maniera toscana) Necchi, del chirurgo Sassaroli e del giornalista Perozzi.
Guai a voi, anime prave, la sbiliguda non si tocca!

Del resto, “cos’è il genio? è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione!”

PS: Sparecchiavo..

Io, Chiara… e lo Scuro?

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Lo Scuro era un meraviglioso personaggio del migliore di film di Francesco Nuti, quello più maturo e riuscito, non di genere, dopo il surrealismo favolistico di “Madonna che silenzio c’è stasera!” Lo Scuro era Marcello Lotti, impiegato alle poste e campione di biliardo, che è morto oggi all’età di 79 anni, o forse è morto e basta, indipendentemente da quanti anni aveva e ne siamo tutti più tristi. Perché con lui se ne va quell’atmosfera di Bar Segafredo di periferia, nebbioline invernali, cognacchini e stravecchi, Strega e Sambuca Molinari servita a gogò. E per i cultori del film, valga una e una sola citazione:

“TOC!!!! Stumb… stumb… stumb… TAC!! Frrrrrrrr!!!”

Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek

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E’ certamente il miglior film di Ferzan Ozpetek che io abbia visto.

Non si sa se per il cambio di produzione o perché alla fine stava girando lo stesso film da una vita, impantanato fra fate ignoranti, omosessuali colti, donne sull’orlo di fallimenti matrimoniali, margheritebuy svampite, bagniturchi e saturni contro assortiti.

Fatto sta che Ozpeteck sembra essersi svegliato, e, pur non rinuciando a qualche porcheriola delle sue (un minimo di simil-incsto tra gli ingrediente ce l’ha voluto mettere anche qui) ha sfornato un film convincente, anche se non certo un capolavoro assoluto.

Valerio Mastandrea a fare il pazzo psicopatico e violento nei confronti della moglie e dei suoi due figli non e lo vedevo e non ce lo vedo proprio, è uno di quei personaggi che ormai hanno cucita addosso una nomèa da bonaccione romano e non riescono proprio a scrollarsela di dosso, nemmeno se si sparano un colpo di rivoltella in bocca.

Ma la storia è coesa, e nonostante si sappia già come il film va a finire fin dai primi minuti, si resta incollati alla poltrona ad osservare una eccellente Isabella Ferrari (troppo approssimativo il trucco, ma non è colpa sua), una Monica Guerritore eterea, lontana dal ruolo della strafiga e della "Scandalosa Gilda" di vent’anni fa (del resto le rughe ci sono!) e più somigliante a una Charlotte Rampling d’altyri tempi, piuttosto che a se stessa, e soprattutto Gabriele Paolino, il bambino che fa la parte del figlio, che cattura fin dalle prime scene.

Silvio Orlando trionfa a Venezia come miglior attore

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E allora vai con Silvio Orlando, che se lo merita!

Istrione, sfigato, brutto, con la dizione incerta, specchio dei tic morettiani quanto si vuole, ma unico attore ad aver affrontato il canovaccio di "Questi fantasmi" di Eduardo de Filippo, e ad aver vinto la scommessa di migliorare un’interpretazione già di per sé insuperabile.

E allora chapeau, battimani meritati, e la consapevolezza che attori come lui hanno ancora qualcosa di interessante da dire ("qualcosa" non cecessariamente di sinistra, ma tanto per cambiare chi se ne frega…).

P.S.: Scusate, ho scritto le righe precedenti sotto tortura da parte di mia moglie che ha minacciato di togliermi vitto, alloggio e assegni familiari se non scrivevo un commento entusiastico su Silvio Orlando sul blog… Scusate, scusate ancora…

Roseto Opera Prima 2008: vince “Tutto torna” di Enrico Pitzianti. E l’Alieno si incazza.

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Il film che ha vinto la Rosa d’Oro al concorso "Roseto Opera Prima 2008" è "Tutto torna" di Enrico Pitzianti.

Quando i giochi sembravano fatti a favore, l’ultimo film ad essere proiettato in concorso ha sbaragliato gli avversari e si è aggiudicato il riconoscimento, la Rosa d’Oro, una litografia di un artista locale e, dulcis in fundo, un premio in denaro di 2500 euro che schifo non fanno a nessuno, soprattutto se ben meritati.

Applausi, autorità e pubblico a piovere.

Recentemente sul blog ho avuto modo di esprimere le mie riserve sul film "Alieno" di Pierpaolo Moio e di Mario John Capece. Potete rivederlo qui:

http://www.cutslink.com/ANQ

Riserve e critiche, come dicevo (oh, non mi è piaciuto, mi devo uccidere per questo??), ma non mi sarei mai aspettato che il regista del film mi mandasse un suo commento qui sul blog (poi uno dice, "ma perché tieni quasi sempre i commenti disabilitati??"). Legittime, almeno spero. Davanti alle quali Pierpaolo Moio mi ha scritto una serie di considerazioni che riporto di seguito assieme alla mia risposta per lui.

Resterebbe solo da riflettere su quante aspettative girino attorno a un concorso così piccolo e su cosa riesca a smuovere di interessi, rancori, frustrazioni, delusioni e quant’altro.

E’ solo cinema!

(lo screenshot è tratto da www.rosetooperaprima.it)


Per capire ci vuole pazienza e apertura. Per capire come un film indipendende a bassissimo budget sia stato a accanto a film mainstream in uno dei più grandi festival del nord america (Montreal World Film festival 2007). Per capire come possa essere stato accanto a film come la Sconosciuta di Tornatore nel più grande festival del Minnesota e poi ancora al festival di Salerno e al festival di Roma nella sezione business. Per capire occorre superare tanti pregiudizi, fare meno inutili allusioni e magari andare di più al cinema.

(Pierpaolo Moio)


Gentile Signor Moio,

La ringrazio davvero di cuore per essersi preso il tempo di commentare sul mio blog il mio intervento a prosito del Suo "Alieno".

Non mi sarei davvero mai aspettato che un giudizio, sia pure sostanzialmente negativo, fatto da un semplice professore, su una risorsa propria e completamente autonoma, potesse favorire la replica di un regista che ha partecipato a premi così prestigiosi.
Davvero troppa grazia, non merito tanto.

Ho avuto modo di far parte della giuria del Premio "Roseto Opera Prima" e di visionare i film in concorso tra cui il Suo.

Il Suo, come ha già capito, non mi è piaciuto. E non l’ho votato.
E, dal risultato finale della manifestazione, pare che almeno altri giurati (minimo 11 su 19, come risulta dai verbali) abbiano avuto la mia stessa impressione. O, quanto meno, che abbiano ritenutto opportuno non votare il Suo film per motivazioni diverse dalle mie.

Credo che la qualità di un film non si misuri dal fatto che sia stato accanto a opere di maggiore qualità o diffusione in altre manifestazioni.
Sarebbe come dire che una persona è affidabile perché ha dei vicini di casa onesti e rispettabili.

Lei mi dice che ci vuole pazienza e apertura, che occorre superare tanti pregiudizi.

Ma è il regista, in prima persona, a sottoporsi al giudizio del pubblico. E la giuria del premio "Roseto Opera Prima" è stata composta da rappresentanti del pubblico e non della critica.
Credo che questa sia una qualità intrinseca della manifestazione.

E pregio fondamentale e fondante dell’opera filmica è proprio la chiarezza di intenti con il pubblico.
Che non può essere accusato di mancanza di pazienza e di apertura o di avere dei pregiudizi se gli si offre un prodotto che, per sua natura, si presta a innumerevoli interpretazioni, finendo poi per non acquisirne alcuna.

Da parte mia sono certo di aver svolto la mia attività di giurato con serenità d’animo e senza condizionamenti.

Grazie ancora per la Sua pazienza.

Roseto Opera Prima – “Tutto torna” di Enrico Pitzianti

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E alla fine ho votato per "Tutto torna", di Enrico Pitzianti.

Prima opera di finzione di un documentarista, il film convince (le critiche in rete sono decisamente di tenore diverso, ma tanto per cambiare chi se ne frega) per l’originalità con cui il regista traspone su pellicola la formazione del giovane Massimo in una Sardegna multietinica, ostile, sfacciata, un po’ puzzolente, comunque molto genuina.

Massimo è un picaro moderno che per trovare la sua dimensione personale è costretto a girovagare senza una meta predefinita e a fare i conti con una realtà più degradata rispetto alle sue personali aspettative.

Un intreccio narrativo che forse stenta un po’ a partire ma che alla fine si conclude in maniera armoniosa ed equilibrata senza espressioni sopra o sotto le righe, con un’ironia che non sfocia mai nella gag, nella macchietta, nel motto di spirito volgare e triviale.

Giallo per quanto riguarda l’assegnazione dei fondi per 130.000 euro per la realizzazione da parte della Regione Sardegna: prestito o concessione a fondo perduto? In ogni caso, i 2500 euro dell’Amministrazione Comunale potrebbero essere utili a Pitzianti che è regista bravo, umile, semplice e per nulla sussiegoso.

Roseto Opera Prima – “Alieno, l’uomo del futuro” di Mario John Capece e Pierpaolo Moio

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Ci sono cose che non riesco a capire e pazienza.

Non riesco a capire perché cinque prima dell’inizio della proiezione del film erano presenti la giuria e tre o quattro spettatori e cinque minuti dopo il cinema all’aperto con sedia di plastica scomodissima in dotazione si è riempito di regista in giacca e cravatta, attrici con tacchi a spillo e vestitino di antimateria, claque applaudente, genitori lacrimanti e viandare.

Il film è stato girato in Abruzzo, ma questo non può e non deve essere un punto a suo merito.

E di meriti ne ha davvero pochini, se non quello di essere completamente girato in alta definizione e di avere una qualità visiva e di commento sonoro davvero eccellente dal punto di vista tecnico.

Il resto è un po’ un flop, a cominciare dalla colonna sonora con l’Aria sulla IV corda di Bach e la ripresa dei pianeti del sistema solare che mancava solo che sbucasse fuori Piero Angela. O la romanza "Bella figlia dell’amore" dal Rigoletto di Verdi che non può non rimandare ad "Amici miei" e uno prega che da qualche parte spunti fuori Gastone Moschin nei panni del Melandri, o Adolfo Celi che fa il Sassaroli e invece no, nulla, nisba, nada de nada, un’ora e mezzo stecchita (e stecchito!) lì a guardare uno che non vive nessuna emozione e ha a che fare con cinque personaggi diversi prototipi della società italiana, alienata anche lei.

Poche idee, ben confuse, ma almeno la tecnica c’è.

Roseto Opera Prima – “La ragazza del lago” di Andrea Malaioli

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Toni Servillo è un gran bravo attore.

Ha fatto "Gomorra", è stato acclamato ne "Il divo", ci ha fatti divertire in "Lascia perdere Johnny" (il film che preferisco e che, credo, voterò al momento dell’elezione finale del destinatario dei 2500 euro ballanti e sonanti offerti dalla pur scalcinata amministrazione comunale di Roseto degli Abruzzi -che è un brutto posto con un bel nome-), è apparso in voce ne "Il pianto della statua" di Elisabetta Sgarbi, è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sì, ma ora ci avrebbe anche un po’ rotto i coglioni.

"La ragazza del lago" è stato uno di quei film sopravvalutati dalla critica, ha vinto il David di Donatello ma nessuno si è reso conto che nella scena in cui viene confermato l’arresto del presunto assassino della vittima, Anna, non c’è nemmeno uno straccio di avvocato difensore, neanche d’ufficio (devo questa osservazione acuta e pungente a Giovanna, una signora napoletana verace che sa guardare con occhio clinico e nuotare rapida).

Malaioli è stato davvero bravo, il film è godibile, e Servillo, seppur onnipresente, recita un ruolo molto convincente. La Golino come sempre fa quello che può. Cioè niente.

Ottima la fotografia, in un film che vince ma non convince.

Roseto Opera Prima – “Parlami d’amore” di Silvio Muccino

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La sceneggiatura del film è di Silvio Muccino.
La regia è di Silvio Muccino.
Il film è tratto da un libro scritto anche da Silvio Muccino.
Il soggetto è di Silvio Muccino.
Il protagonista è Silvio Muccino.

Probabilmente ho capito cos’è l’autoreferenzialità.

Il film è in concorso ma è puramente coreografico.
Nessuna possibilità di vincere il primo premio, fra storie di sfigati e lui che si innamora di una ragazzina un po’ zoccola ma poi ama la sua analista, madre, mentore, confidente, amica e zoccola anche lei.

Roseto Opera Prima – “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì – Premio Rosa d’Oro alla carriera

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E venne la sera in cui Paolo Virzì diede buca.

Certo che a Livorno un ci s’avrà nulla ma per fortuna siamo tanto ‘gnoranti.

La serata è stata di quelle fuori concorso, momento di gala con la presenza del sindaco con fascia tricolore e relativa first lady, assessori nervosi, direttori artistici e presidenti di giuria nervosi, annunciatrice sulle spine, tutti pronti per conferire la Rosa d’Oro alla carriera a Paolo Virzì, ma lui era troppo impegnato dietro la macchina da presa per ritirrare il premiuncolo.

E così la proiezione del film "Tutta la vita davanti" si è svolta, sia pure in perfetto orario (cioè con quella mezz’oretta di ritardo), senza il principale festeggiato e con l’amaro in bocca per chi ci aveva creduto ("eh, ma aveva detto che sarebbe venuto!"), e pensare che la programmazione era stata spostata per dare modo al Nostro di esserci.

Il film a dire il vero mi pare tra i più deboli del livornese.

E’ segnalata l’interpretazione della Ferilli nei panni della manager stronza, quando invece sembra che abbia sempre la stessa faccia, sia che faccia la stronza, sia che faccia la moglie dell’operaio piombinese in "La bella vita".

Oltre al "dolente declinare" di Virzì, si è aggiunto un temporale che ha sospeso la proiezione dopo un’ora e tutti a casa bagnati come pulcini fuori dal guscio.

Quando frequentavo la stessa scuola di Paolo Virzì (il Liceo Sperimentale "Francesco Cecioni" di Via Crispi, a Livorno), e lui era nella sezione "B", assieme al povero Emilio Cagediaco (che di lì a poco sarebbe morto annegato nei pressi di Rodi), mentre io frequentavo più prosaicamente la "D", e avevamo come insegnanti i mitici Giancarlo Bolognesi e Riccardo Simi (detto "porcellino rosa", ma così, con affetto…) e il Preside era il Professor Castelli (detto "Boccino" per via della sua perfetta calvizie), insomma, a quei tempi lì io e Paolo Virzì litigavamo spesso. Anche oggi.

Roseto Opera Prima – “Una notte” di Toni D’Angelo

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"Una notte" è l’opera prima di Toni D’Angelo, figlio di Nino, che dopo jeans e magliette ha messo la testa a posto, interpreta un ruolo molto toccante nel film ed è decisamente bravino (magari se ci avesse pensato prima…).

Il regista, invece, è un ragazzino cresciuto, come ne potresti trovare tanti al bar o per strada.

Il film è un po’ pesantuccio, a dire il vero.
Antonio muore in un incidente stradale e quattro amici, prima di andare al suo funerale, lo commemorano in una notte di eccessi borghesi in una Napoli praticamente inesistente se non sullo sfondo di locali, feste di dubbio discutibile e tirate di coca, alla fine della quale si recheranno al funerale in un silenzio assoluto su cui cala il finis.

La pellicola è un po’ incongruente e il ragazzo deve ancora maturare dietro alla macchina da presa.

Non credo che vincerà il premio.

Roseto Opera Prima – “Lascia perdere, Johnny” di Fabrizio Bentivoglio

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E va beh, non ci crede nessuno ma sì, è vero, faccio parte della giuria del Premio Cinematografico "Roseto Opera Prima".

Vedrò sei film in concorso di attori esordienti, mi ciuccerò un po’ Paolo Virzì (come se non mi bastasse essermelo ciucciato a scuola per cinque anni quando faceva il rivoluzionario d’assalto) che verrà a versare qualche fiume di parole (ma fuori concorso!) e conoscerò qualche regista o attore esordiente di cui, sicuramente, presto dimenticherò il nome o se tutto va bene lo confonderò con quello di qualcun altro, buonasera, complimenti, che splendida cornice, salve assessore, salve signor sindaco, omaggi etc…

La "politesse", lo sapete, non è fatta per me, per cui mi mescolo fra il pubblico per sentire le reazioni e tastarne gli umori.

Ieri sera si è cominciato con "Lascia perdere, Johnny" di Fabrizio Bentivoglio.

E’ un film fresco (chissà cosa vuol dire quest’espressione, ma i critici cinematografici veri si esprimono anche peggio) in cui trionfa la Caserta degli anni 70 nella vita di un giovane chitarrista di provincia.

Così ognuno ci ritrova un po’ del suo, è un tuffo nella memoria tra bottiglie di Rosso Antico e Punt&Mes, dischi in vinile dei Black Sabbath, occhiali a goccia e chi più ne ha più ne metta.

Lo hanno definito un film malinconico, ma non è vero. C’è solo la Valeria Golino che, tanto per cambiare, è praticamente inesistente, mentre Lina Sastri fa un cammeo prezioso, brava davvero.

Bentivoglio è gentile, abbastanza simpatico e curiosamente non ha il fisico erculeo con cui appare nei film che interpreta. E’ stato anche molto paziente nel rispondere a una domanda dell’intervistatrice che le ha chiesto come ci si sentisse a interpretare il ruolo del marito di Laura Morante e dell’amante di Monica Bellucci e lì c’è stata una caduta di stile incredibile, ma del resto…

Dino Risi è morto

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Per me Dino Risi era soprattutto “Il sorpasso”.

Con Vittorio Gassman che scimmiottava Arnoldo Foà nella lettura del Romance della sposa infedele di Garc

I disguidi di Cecchi Gori

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Nella vita bisognerebbe avere l’incoscienza o il più completo aplomb di Vittorio Cecchi Gori.

Lo vanno ad arrestare e lui non pensa a cercare di difendere la sua onorabilità incrinata, no, pensa agli altri, e mentre lo portano via dice ai suoi: "Non vi preoccupate, è solo un disguido!"

La negazione dell’evidenza cozza contro lo spirito toscano, giusto per rimarcare che in Toscana (*) un ci s’avrà nulla ma siamo tanto ‘gnoranti!

(*) la versione originale recita, più correttamente "A Livorno…"

Gomorra – di Matteo Garrone – dal libro di Roberto Saviano

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Gomorra è quello che si suol dire un gran bel film.

Lo è anche perché, mentre veniva osannato a Cannes, la gente poteva vederlo contemporaneamente nelle sale, senza aspettare le passerelle degli attori pseudo-protagonisti.

Come era prevedibile, un film del genere è stato preceduto da una serie di quasi controindicazioni.

I critici, Dio li stramaledica, lo hanno trattato come un film troppo violento, con troppe scene di sangue e con scene di sesso estremo.

Si rassegnino lorsignori, che il sangue c’è ma certamente in misura sensibilmente minore di quello che accade nella realtà, il sesso pure, ma limitato alle prime esperienze di due ragazzini rampanti che imitano Scarface, e la violenza ce la ritroviamo nella vita quotidiana della criminalità organizzata, anche se ci passa accanto e non la sentiamo.

Gomorra è anche uno degli ultimi film-denuncia che vedremo. Tranquilli, con il centro-destra al governo quelli di Rai-Cinema potranno, d’ora in poi, produrre solo i film di Boldi e De Sica a Natale.

Ed è una morte un po’ peggiore.