“Avanti popolo, alla mignotta”. Documenti dal cinema Jolly di Livorno

Sono grato ad Alessandra Falca per questa segnalazione.

Il Cinema Jolly a Livorno è conosciuto (anche) col nome di ex Teatro Margherita (c’era sempre un Teatro Margherita, come c’è sempre una pizza Margherita, come c’è sempre una torta Margherita. Il ponce Margherita no, non c’è.) ma soprattutto come cinema a luci rosse, certamente tra i più prestigiosi assieme al mitico Lazzeri.

La fotografia che vi propongo, testimonia la dedizione e la vocazione recensoria del proiezionista, che con scrupolosa meticolosità andava annotando su un registro il giudizio sommario sulla pellicola del giorno.

Buono, discreto, e perfino un “mediocre”. Già, chissà come dovevano essere noiose certe scene di quella pellicola porno. Magari nemmeno un po’ di trama e neanche un po’ di SASPENZ in quelle trombatine da megascreen.

La proiezione di un titolo come “Avanti popolo alla mignotta”, poi, prefigurava già da allora il lento decadimento verso tendenze innegabilmente berlusconiane del comunismo livornese.

Grazie anche a Memi Lioni per aver distribuito questa sua foto con licenza Creative Commons.

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“Habemus papam”: e ora?

Credo che il fatto che "Habemus Papam" sia il terzo film di Nanni Moretti ad essermi piaciuto (gli altri furono "La messa è finita" e "La stanza del figlio")  dovrebbe preoccuparmi.

Sto invecchiando e non riesco più a raggiungere quel buon sano preconcezionismo di una volta che mi faceva disprezzare Moretti per il solo fatto che fosse Moretti. Era una dote di me stesso che apprezzavo moltissimo.

"Habemus papam" non è un capolavoro, certo, ma convince, nonostante qualche punto debole e alcuni scivoloni evitabili.

Che ne so, mi è sempre piaciuto il fanta-Vaticano. Confesso di avere letto "Lazzaro" di Morris West, di essere rimasto folgorato dalle prime pagine di "La pelle del tamburo" di Arturo Pérez Reverte e di essere andato a vedere (ma in incognita) "Angeli e demoni" (ma questo non lo dirò nemmeno a me stesso).
Guardo le fiction sui papi e le ricostruzioni storiche dei pontificati su RaiStoria.
E soprattutto non ho mai negato di avere delle evidenti contraddizioni interne.
Che ne so perché, mi piacciono le storie di preti. Sarà per legge di contrappasso. O forse, più semplicemente, perché ce ne sono di belle.
Penso di averne viste e lette molte, da quella di un prete affamato e timido interpretato da Alberto Sordi in non so quale film, a Aldo Fabrizi in "Roma città aperta", dal "Diario di un curato di campagna" di Bernanos alla stessa "Vita" di Santa Teresa d’Avila (del resto a studiare letteratura spagnola c’è da perdersi in queste cose), il prete enigmatico di "San Manuel Bueno, martire" di Unamuno, ma anche il geniale ecclesiastico autore del "Lazarillo de Tormes", ridevo leggendo il Guareschi di "Don Camillo" da piccino, insomma, non mi son fatto mancar nulla.

Nemmeno un film con Anthony Quinn del 1968, intitolato "L’uomo venuto dal Cremlino"  in cui interpretava un pontefice dell’Est che, appena eletto papa sente la voglia di mettersi una tonaca normale e andare in giro tra la gente comune, con i servizi segreti del Vaticano che lo riconcorrono un po’ per ogni dove.

Il film di Moretti, dunque. Pellicola scritta su canovacci già visti. Ma efficace.

Michel Piccoli è addirittura strepitoso. Recita in italiano e in presa diretta,  con una naturalezza che gli si confà.

Nanni Moretti (interprete) e Margherita Buy interpretano lo stesso personaggio da sempre, cioè quello del rompicoglioni e della svampita, ma mentre il Moretti-rompicoglioni (psicanalista) riesce a trovare una dimensione umana più accettabile e ludica, la Buy-svampita interpreta la ex moglie di Moretti, psicanalista anch’essa, che non riesce nemmeno a dire ai suoi figli che ha un fidanzato, un altro compagno.

Il film trova il pernio sul tema della solitudine del pontefice, sulla crisi umana che permea certi spiriti che si sentono incapaci di adempiere al loro compito, venuto dagli uomini per convenienze e calcoli politici sottili, e non certo da Dio.
Vivere la dimensione spirituale come pretesto per la dimensione politica può sfiancare chiunque (a parte Comunione e Liberazione, naturalmente…)

La storia è piena di papi che rinunciano, e quello interpretato da Piccoli è a metà tra il Celestino V del "gran rifiuto" e Giovanni Paolo I, quell’Albino Luciani che era andato ben oltre la storia e la teologia, e che in 33 giorni ebbe modo di dire "Dio è madre" mettendo in imbarazzo un bel po’ di gente, sempre intento a ripassare discorsi che non pronunciava e che finiva poi per parlare a braccio.

Ma è anche la psicoanalisi che si inserisce nei dogmi della chiesa, il teatro che funziona da collettore di queste vicende umane, e anche un cenno su come siamo diventati impietosi (la scena in cui un barista dice al papa che il bagno è guasto e che il telefono è utilizzabile solo per questioni di servizio, con una ragazza che gli presta il cellulare).

Bravo Nanni Moretti. Adesso può tranquillamente continuare a starmi placidamente antipatico.
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“Nessuno mi puo’ giudicare” o dell’elogio del “tutti colpevoli nessun colpevole”

…uno poi dice andiamo al cinema, ma sì, andiamo al cinema, cosa dànno oggi? a un’ora e un quarto di macchina dànno “Silvio Forever” di Roberto Faenza ma c’è da trovare un distributore aperto, dieci euro “stesi” se si va all’automatico, mangiare di corsa, saltare l’abbiocco postprandiale onde trovarsi alle quattremmezzo all’unico cinema che lo proietta, poi c’è sempre da mettere in considerazione che ti devi rovinare lo stomaco a guardare la verità che nessuno vuole considerare come tale, e allora massì, andiamo al cinema qui, ci si va a piedi, così si fa un po’ gli ecologici e non si inquina, pazienza se t’inquinano gli altri con i tubi di scappamento a manetta e le emissioni maleodoranti a nastro, camminare, bisogna camminare, via veloci, hop, hop,

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E’ uscito “Qualunquemente” di Antonio “Cetto” Albanese. E non mi pare sia poi tutto ‘sto gran che.



Il film “Qualunquemente” di Antonio Albanese, diciamocela tutta, non mi pare un gran che.

Lo hanno presentato come un film divertente, magari comico, ma l’ho trovato un grandissimo sfracassamento ‘e cogghiuna.

Non mi fa ridere, e questo è tutto. Non solo per la coincidenza temporale che ha visto uscire la pellicola, parodia del modello del puttaniere di stato portata all’esasperazione (un po’ eccessivo il Kitsch di certi colori e ambientazioni), per cui il riferimento alla tristezza della situazione di governo è fin troppo scontato, ma anche per il fatto che Albanese/La Qualunque è strepitoso nei dieci minuti di gag sul Partito d’u pilu, ma le battute a raffica si diluiscono troppo quando il personaggio deve reggere un’ora e quaranta di film.

“Qualunquemente” è triste come tutti i film di questo genere, quando i personaggi e le macchiette incontrano il grande schermo si appiattiscono e diventano vittime di loro stessi.

Qualche battuta divertente c’è, per forza, ma il personaggio è comunque triste e deprimente come un militare di leva a Bressanone, i ritmi da incalzanti e pirotecnici si fanno lenti e sonnolenti, Sergio Rubini fa un cammeo poco convincente e io ho speso 5,50 euro per nulla. ‘N ‘tu culu!

Da evitare al cinema, Cetto è da guardare, riguardare, riguardare ancora e studiare a memoria in TV.
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Elio Germano e la classe dirigente degli italiani



Elio Germano è senz’altro un attore migliore dei film che gli fanno interpretare.

Ha vinto il premio come miglior attore a Cannes, ex aequo con Javier Bardem, che ha dedicato il premio alla sua amica, compagna, al suo amore Penélope Cruz, a cui ha detto di dovere molto, e a cui ha dichiarato i suoi sentimenti dalla “almohada roja” (il tappeto rosso -si’, lo so che “almohada” non significa “tappeto” ma “cuscino”, sono frasi fatte, cercate di non fare i pignolini) del Festival, come lo si potrebbe biasimare.

Germano, invece, ha dichiarato pubblicamente che ci sono italiani che lottano per essere o perché sono migliori della loro classe dirigente.

E’ pietoso dover aver bisogno di simili invitanti palcoscenici per dire l’ovvio. Germano è un bravo ragazzo, ma le sue parole il TG1 non le ha trasmesse. O forse non le hanno fatte sentite.
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Cinquantamila (50000) lacrime per “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek

E finalmente Ozpetek ha fatto un film degno di questo nome.

"Mine vaganti" non ha nulla della pesantezza, dell’angoscia e della scarsa capacità di concludere che avevano lo stesso "Le fate ignoranti" e "Saturno contro", non ha quella morbosità ossessiva come "La finestra di fronte" ma, soprattutto, quando esci dal cinema, non ti viene voglia di spararti (o di sparare sul proiettore, dipende), come in "Cuore Sacro".

Film veramente bello, dicevo, senza praticamente sbavature, con un cast molto compatto in cui tutti sono bravi allo stesso modo, senza cercare di surclassarsi l’uno con l’altro. E’ bravo perfino Scamarcio, il che è tutto dire.

Delicata la presenza di Nicole Grimaudo e quella di una cammeistica Elena Sofia Ricci che fa la zia-tegame.

La colonna sonora comprende un inedito di Patty Pravo (che firma il brano, scritto con Ilaria Cortese, Marco Giacomelli e Fabio Petrillo), cantato con la bocca sempre più stretta, ma decisamente notevole, mentre della Strambelli nazionale, rieccheggia un "Pensiero stupendo" in una versione dal vivo senza infamia e senza lode.

Il tormentone "50mila" di Nina Zilli, quanto meno non rompe i coglioni, canzonetta gradevole ma tutto sommato sciapitina.

Andate a vedere il film, la cui protagonista neanche tanto nascosta è una Lecce da brivido, che sarebbe proprio bello fosse davvero così, senza traffico e con il sole che la tinge di giallo.
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Nanni Moretti sara’ ricevuto dal Papa: la messa e’ cominciata


[Italia Oggi del 10 novembre 2009]

E di Nanni Moretti vogliamo (ri)parlare, di grazia?

Di quell’omino simpatico e sempre allegro e gioviale con tutti, vestito all’ultima moda con le camicie a quadri di flanella e i maglioni da professore di scuola superiore?

Di quello che "Non perdiamoci di vista!", di quello che fece citazioni storiche tipo "Mi si nota di più se ci vado o se non ci vado?", quello che in "Io, Veltroni e il Caimano" commentò con serio distacco "In Italia non c’è più opinione pubblica. Non parlo dell’opposizione, ma di qualcosa o qualcuno trasversale ai partiti, che comunque si riconosca in comuni valori democratici."?

Ne vogliamo (ri)parlare o no?

Ecco, va dal Papa.

Lui, "qualcosa di sinistra", "(…) ma come parli? Le parole sono importanti", lui va dal Papa.

E mi tocca apprenderlo dalla lettura del supplemento scuola a "Italia Oggi" del martedì (lettura, ahimé, obbligata per i docenti).

Mia moglie quando lo ha letto ha avuto un conato di vòmito e ha minacciato per l’ennesima volta di dimettersi da italiana salvo tuffarsi su un piatto di pasta alla carbonare per mandare giù il dolore.

E voglio in questo frangente sentirmi vicino ai cari Baluganti Ampelio e alla di Lui consorte Busdraghi Maila con la tipica frase del consuolo: "O come vu’ ci siete rimasti?"

Per il resto, mi piace fare mia la frase che fu di Pasquale Squitieri: "Ho sempre pensato a Nanni Moretti come a uno di estrema destra".

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Roseto Opera Prima: Rosa d’oro a “La siciliana ribelle” di Marco Amenta (and the winner is…)

E alla fine ha vinto “La siciliana ribelle” di Marco Amenta, l’ho votato con convinzione e sono contento che in due edizioni che faccio il giurato il film che ho votato sia poi risultato quello premiato.

La giuria al gran completo è stata chiamata sul palco a fare la passarella di rito e ad applaudire a comando, soprattutto quando si sono avvicendati sul palco i politici e l’assessore alla cultura, poi, chi in abitino firmato, chi in canottiera con ascella aperta, tutti siamo scesi e da lì in poi non ci ha filato più nessuno.

Riporto di seguito il documento ufficiale della giuria, per quello che può valere, tanto lo so che non ve ne frega un accidente:

CITTA

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Federico Bondi – Mar Nero – Roseto Opera Prima 2009

L’ultimo film della rassegna, diciamoci la verità, non è stato gran che.

A riprova del fatto che non basta un’idea eccellente (raccontare i rapporti tra le badanti che vengono dalla Romania e gli anziani che debbono accudire, con tutte le implicazioni che questo comporta), non basta una Dorotheea Petre, indubbiamente tenera, carina e calata perfettamente in una parte che le calza a pennello, ma soprattutto non basta una grande interpretazione di una grande Ilaria Occhini per fare un grande film.

Certi ritmi eccessivamente lenti, una fotografia non sempre impeccabile, a dispetto della scelta del regista Federico Bondi di voler utilizzare le tecniche digitali e soprattutto una Ilaria Occhini troppo radicata nel ruolo della anziana fiorentina brontolona e bubbolatrice, che ci ricorda piuttosto da vicino il ruolo di Adele Papini in "Benvenuti in casa Gori" ("C’è più puntali in questa ‘asa che Cristi sulla croce!!").

Cinque.

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Gianni Di Gregorio – Pranzo di ferragosto – Roseto Opera Prima

E arrivò la sera di "Pranzo di ferragosto" (che si intitola proprio così, non vedo la mania di metterci l’articolo determinativo, se l’autore e regista non ce l’ha voluto). Meno male perché comincio a stancarmi, e anche un filino a rompermi i coglioni di guardare film fino a mezzanotte passata.

Era il film che molti aspettavano, e il regista, Gianni Di Gregorio, che è anche l’interprete della pellicola, è un vero pozzo di San Patrizio di simpatia umana e artistica, un viso alla francese a metà tra i dentoni di Fernandel e il naso di Philippe Noiret, una storia familiare, intima, più che cinematografica, quattro vecchiette che fanno il bello e il cattivo tempo in una Roma deserta col sole di ferragosto che picchia forte.

Film di nerbo, divertente e che fa riflettere, ma con vari momenti di debolezza che, a tratti (e solo a tratti) fanno pensare al perché della concentrazione di un così ampio numero di premi e di riconoscimenti che gli sono piovuti addosso. Dialoghi a tratti troppo teatrali per essere concentrati in una scansione cinematografica di appena 75 minuti.

Piacevole come un bicchiere di vino bianco ghiacciato in un’estate tempestata di piatti a base di pesce. Solo che ce n’è sempre troppo poco.

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Mario Pontecorvo – Pa-ra-da – Roseto Opera Prima 2009

Si comincia, dunque, con "Pa-ra-da" di Marco Pontecorvo, figlio d’arte, che ha respirato tutta l’esperienza del padre Gillo.

Il punto è questo, i meriti dei padri non dovrebbero mai andare a ricadere sui figli, se no poi succedono i disastri.

Il film "Pa-ra-da" è la storia (ispirata a una vicenda vera) un po’ strampalata di un clown che lascia ragazza e famiglia di origine, per andare a Bucarest, nel 1992, a tre anni dalla caduta del regime, lavorando per conto di una organizzazione umanitaria.

Trova un ambiente degradato e emarginato di bambini avviati alla prostituzione e alla violenza che vivono tra i loro stessi escrementi e decide di salvarli e fare qualcosa per loro.

E che cosa fa? Si mette a fare quello che è, il pagliaccio. E con questo li redime.

Si illude che un coso rosso di plastica al posto del naso e la voglia di fare il pirla possano salvare queste persone. Esistono molteplici esempi di queste figure nefaste, quelli che vanno a fare la clown-terapia negli ospedali ai bambini malati di cancro, o quelli, ancora peggiori, che sono venuti tra le tendopoli abruzzesi per cercare di alleviare le sofferenze di chi non ha più nulla.

Come se i bambini, per il solo fatto di essere bambini, non debbano avere a che fare con la sofferenza, e che l’unica risposta alla pedofilia e alla prostituzioine minorile sia "Guarda l’uccellino!"

Il personaggio principale ha la funzione redentrice del Gesù Cristo de noàntri. guarda l’umanità degradata, ne ha pietà, compassione, si cala nella sua realtà, soffre la persecuzione a causa della giustizia (il protagonista è accusato ingiustamente di avere avuto rapporti sessuali con dei minori) e viene tradito da un amico (il Giuda della situazione) che si tira indietro proprio quando è nel momento del bisogno.

Poi prende a guidare il popolo verso la redenzione. E la redenzione cos’è? Un bello spettacolo di piccoli giocolieri, saltimbanchi e pagliacci. In breve, per salvarli li rende come lui.

E’ un film che ha dalla sua il merito di una fotografia impietosa ma interessante e di colpire lo spettatore per la descrizione del degrado e della sporcizia, ma si può tranquillamente evitare, su, via…
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Inizia l’edizione 2009 del Premio Cinematografico “Roseto Opera Prima”

Dèccomi di nuovo nella versione estiva, un po’ sussiegosa e distaccata, a dire il vero di giurato del Premio Cinematografico "Roseto Opera Prima".

Quest’anno tutto è sotto tono, a partire dalla scelta dei titoli dei film che fanno parte del concorso, che non mi sembra tra le più felici.

Siamo in quindici, un po’ scazzati, a dover scegliere a chi affidare il primo premio di 2500 euro pagati dai contribuenti per il sostentamento alla cultura e alla cinematografia italiane.

Il calendario delle proiezioni è questo:

18/7 PA-RA-DA di Marco Pontecorvo
19/7 IL PRIMO GIORNO D’INVERNO di Mirko Locatelli
20/7 DIVERSO DA CHI? di Umberto Carteni
21/7 LA SICILIANA RIBELLE di Marco Amenta
22/7 LA CASA SULLE NUVOLE di Claudio Giovannesi
23/7 PRANZO DI FERRAGOSTO di Gianni Di Gregorio
24/7 MAR NERO di Federico Bondi

Insomma, son giurato e me la tiro assai…
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Addio a Dom DeLuise

La morte di Dom DeLuise interesserà sì e no a quei quattro gatti che hanno amato e amano il cinema di Mel Brooks e che si ricordano tutti gli attori che ne hanno fatto parte, da Marty Feldman ("Lupo ululà e castellu ululì…") a Madeleine Kahn ("Taffetà caro…"), quest’ultima andata via troppo presto dal nostro mondo perché la gente potesse pprezzarne la bravura nel copiare in tutto e per tutto Greta Garbo in "Anna Karenina" (nella storica interpretazione di "Frankenstein Junior"), esagerandone caricaturalmente gli stereotipi.

Non c’è più nemmeno Dom, che ha fatto lo scemo in "Mezzogiorno e mezzo di fuoco", e che in italiano è stato doppiato in un fiorentino-bucaiolo stretto.

Dom era fantastico.

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Amici miei: giu’ le mani dalla supercazzora!!

…e va da sé che il maldestro tentativo di realizzare un remake di “Amici miei” da ambientare nel 400, con protagonista Christian De Sica e qualche altro coglionazzo da film-panettone, mi vede sdegnosamente contrario.
Mi unisco pertanto al coro delle voci di chi difende l’originalità e la genialità del progetto che prese avvio dall’idea di Pietro Germi, e mi dichiaro credente osservante del conte Mascetti, dell’architetto Melandri, del barrista (con due “r” alla maniera toscana) Necchi, del chirurgo Sassaroli e del giornalista Perozzi.
Guai a voi, anime prave, la sbiliguda non si tocca!

Del resto, “cos’è il genio? è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione!”

PS: Sparecchiavo..

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