Ma non muoiono solo i vecchi

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Muoiono. Muoiono come le mosche. Dice “ma erano persone che avevano delle patologie gravi pregresse, tutti pazienti anziani con un quadro clinico generale compromesso in precedenza”. Sì, però intanto sono morte. E c’è da chiedersi come abbiano fatto due donne ricoverate nel reparto di oncologia a contrarre il fetido e malefico coronavirus in un ambiente protetto come un ospedale. Perché se è forse altamente probabile che queste persone sarebbero decedute per tumore è altrettanto di tutta evidenza che NON sono decedute per tumore ma per gli effetti del coronavirus. Dice “ma la situazione è critica!” E ti credo che è critica, se si muore anche quando si è ricoverati in ospedale. Non nego l’abnegazione del personale sanitario, che è il primo ad essere esposto all’infezione ed è quindi il primo a rischiare la pelle, medici e infermieri fanno quello che possono e anche di più. Ma sta di fatto che non si può morire di coronavirus in oncologia. Come si è stabilito il contagio? Da quanto tempo si sapeva che i soggetti erano contaminati? Domande. Domande, domande. Dubbi, dubbi amletici. C’è qualcosa che non torna in tutte queste storie di sofferenza e di morte che si verificano nel nostro ormai martoriato paese (martoriato soprattutto dall’ignoranza delle cose). Ci vogliono rassicurare dicendoci che queste persone così fragili erano anziane (e va be’, devono per forza morire? Forse la loro morte è meno importante rispetto a quella di un soggetto giovane?) ma sappiamo bene che in Cina il dottor Li Wenlinag, già oftalmologo presso l’ospedale di Wuhan, primo in assoluto a dare l’allarme dell’esistenza di un virus simile a quello della SARS è stato contaminato, ma prima arrestato e incriminato per aver diffuso notizie false che poi si sono rivelate vere, giovanissimo, è morto per complicanze legate all’infezione. Non è vero che muoiono solo i vecchi e i debilitati. La Cina ci insegna che possono morire anche i giovani in buona salute. E’ solo questione di tempo. Quando accadrà (e accadrà di sicuro) di ritrovarci davanti alla realtà della morte di una persona in giovane età e senza patolgie invalidanti pregresse allora dovremo arrenderci alla realtà. MA non potremmo rendercene conto prima? Si chiama prevenzione. Di più, si chiama buon senso. Perché se il tasso di mortalità da coronvirus è del 2-3% non siamo di fronte a una epidemia (pandemia?) di un’influenza “solo un po’ più severa”, queste sono le stesse identiche percentuali dell’influenza spagnola del 1918. Ma, si sa, bisogna lavarsi bene le mani, o, in alternativa, usare un gel disinfettante e igienizzante (che non si trova nemmeno più su Amazon). Ci tranquillizzano con un po’ di acqua e sapone mentre la gente muore. E le stelle stanno a guardare.

La Cina è più vicina

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Adesso la popolazione italiana si è svegliata di soprassalto e repente ha realizzato che:

– esiste la Cina
– in Italia ci sono i cinesi;
– molti di loro sono clandestini;
– lavorano in capannoni abusivi;
– fanno orari massacranti;
– mangiano dove lavorano e dormono dove mangiano;
– confezionano capi di abbigliamento tarocchi;
– non capiscono o fanno finta di non capire quello che si dice loro;
– non non capiamo o facciamo finta di non capire quello che ci dicono;
– ci stanno facendo un culo così se no col cazzo che manifestavamo tanta solidarietà.

Il titolo de la Nazione di Prato: “Cinese ucciso a coltellate: è giallo”

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Screenshot da "La Nazione" - Cronaca di Prato

A volte non è dato sapere se certi titoli siano o meno il frutto di un umorismo sotteso consapevole (e, quindi, facente finta di niente), oppure si tratti di doppi sensi assolutamente involontari. Propendo più per la prima ipotesi, ma il titolo de “La Nazione” di Prato che recita “Cinese ucciso a coltellate: è giallo” si presta a mille e mille letture diverse. Succede anche questo alla vigilia di un agosto rovente. E, comunque, che ci si sorrida.

I 70 anni “commuoventi” della Redazione Italiana di Radio Cina Internazionale

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Oggi mi è arrivata una mail da Radio Cina Internazionale in cui mi si informa del compimento del 70° anniversario delle loro trasmissioni in italiano.

Una volta mi piaceva ascoltare certe emittenti straniere, scrivere, ricevere le loro risposte. Mandavano un sacco di gadgets e solo sapere che un segnalibro o un ritaglietto di carta velina provenivano dalla Cina era una soddisfazione straordinaria.

Ma allora non esisteva Internet, non c’era la posta elettronica, non si poteva contare sulle antenne paraboliche, i segnali arrivavano via onde corte e, soprattutto, ero molto più giovane e scemo.

Adesso sono invecchiato, la radio mi serve per ascoltare programmi veramente interessanti (quindi non propaganda) in casa e in macchina, le stazioni straniere le ascolto via satellite o in streaming, perché una delle cose per cui non smetterò mai di ringraziare la vita è la rete.

Sono vecchio, dunque, ma so ancora leggere e, soprattutto, so come è fatta una mail.

Apro l’invio della Redazione Italiana di Radio Cina Internazionale e, come spesso succede, ritrovo il mio indirizzo nel campo “To:” assieme a quello di una ventina di altre persone.

Gentili, non ci sono dubbi, così se io avessi voluto NON far conoscere il mio indirizzo di posta elettronica ad altri ascoltatori di Radio Cina Internazionale, sono stato accontentato, eccomi lì.

Del resto non posso proprio lamentarmi, perché anch’io, a mia volta, possono conoscere i dati degli altri, anche se non me ne importa proprio nulla, e vissero tutti felici e contenti.

Il “blocco” di destinatari della mail non è molto corposo, alcuni indirizzi vengono addirittura ripetuti più volte (chissà perché, magari pensano che sia una cosa importante), ed è organizzato in ordine alfabetico dalla S alla Z. Quindi questo non solo vuol dire che un servizio pubblico come quello delle trasmissioni per l’estero della radio di stato cinese non disponga (o non voglia disporre) di una mailing list chiusa che salvaguardi la privacy dei propri componenti (che, immagino, non avranno dato quei dati perché venissero ridiffusi in rete), ma che, se tanto mi dà tanto, i destinatari delle comunicazioni in italiano via posta elettronica dovrebbero essere circa 200.

E’ un sistema che sta tirando le cuoia, perché è evidente che il “ritorno” in termini di interesse è particolarmente basso.

Però anche quest’anno ci teniamo il concorsino. Per partecipare bisogna rispondere ad alcune domande. Una è: “Radio Cina Internazionale ha in programma di stabilire quante sedi generali all’estero?”. E va beh, se non lo sanno loro…

C’è anche spazio per una lacrimuccia: “Nell’arco di 70 anni sono state raccontate molte storie commuoventi: innumerevoli sognatori hanno raccontato in varie lingue i cambiamenti della Cina; numerosi giornalisti coraggiosi presenti sui luoghi degli eventi hanno registrato razionalmente i cambiamenti internazionali; molti ascoltatori che non abbiamo mai incontrato sono diventati i nostri più fedeli compagni di viaggio…….”

C’è di che immaginarseli questi sognatori, queste storie “commuoventi”, questi giornalisti coraggiosi che hanno “registrato razionalmente” i cambiamenti internazionali.

Peccato per loro che non ce ne fossero, o siano stati assai poco coraggiosi, quando il 4 giugno del 1989 si compiva la strage sulla Piazza Tienanmen.

L’anniversario della strage di Piazza Tienanmen

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Sua Papità Benedetto Decimoràzzo è a Cipro, a Sua Maestà la Regina Elisabetta d’Inghilterra si è macchiato l’abito e si è rotta la borsa,  disdetta, la Marcegaglia non è spaventata dalla crisi, anzi, dice che la Cina è vicina e che bisogna andare a investire proprio lì, dove il 4 giugno del 1989 si perpetrava la strage di Tien An Men, ma di questo anniversario, guarda caso, oggi non ne parla nessuno.

E’ arrivato il China-Phone!

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"Bisogna che lo affermi fortemente", diceva il Poeta, anzi, mi sa che devo fare outing. Come Vendola, o come Marrazzo.

Mi sono comprato il China-Phone, va bene?

Sono cose di cui, lo so, non bisognerebbe andare fieri, soprattutto non bisognerebbe dirle troppo in giro, ma cosa volete, io non ci tengo e preferisco che il mio gesto insano venga a conoscenza di molti per espiare nel contempo la mia piramidale nequizia e accerscere così la pena che dovrò scontare peri miei peccati nell’aldilà con la sofferenza e il pubblico ludibrio su questa terra (ragionamento mutuato, e chi lo conosce lo avrà notato, dal personaggio di Pattume in "Brancaleone alle Crociate").

Avevo bisogno di un telefono nuovo o forse non ne avevo nemmeno bisogno, so una sega, fatto sta che qualcuno mi ha mostrato un China Phone che pareva funzionare egregiamente (in culo a chi ci vòle male!) allora ci ho pensato su quei due o tre secondini (o mesetti) e l’ho ordinato anch’io.

Tlìcchete tlàcchete, sono andato su Tradeage.com, ho scelto il modellino base (tanto con 2 Gb. di memoria ci sguazzo), ho pagato con la carta di credito (non hanno Paypal e questo è un male, dare i numeri della carta di credito ai cinesi a volte potrebbe non essere una buona idea) e ho atteso la bellezza di tre settimane e mezzo che arrivasse l’apparecchio, che, evidentemente, è arrivato a piedi da Shanghai, la Cina è vicina, sì, un paio di palle.

L’ho pagato pochissimo, spese di spedizione comprese (il trasporto è quello che "pesa" sugli oggetti di scarso valore), nel frattempo il prezzo è un po’ aumentato, ma penso che oggi con una sessantina di euro ve lo portate via.

Non è una imitazione perfetta dell’I-Phone ma serve al suo scopo, che è, sostanzialmente, quello di farvi sentire guappetti in un mondo in cui se non hai l’I-Phone ti fanno sentire una merda, ed esercitare, così, con l’accessorio, quel giusto desiderio di rivalsa e vendetta nei confronti della società, che hanno tutt iquando decidono di comperarsi qualcosa, sia pure essa una radiosveglia o un accessorio di vestiario.

Altri scopi utili potrebbero essere la lettura degli e-book (un po’ scomoda, probabilmente, si possono leggere solo in formato TXT, non ho ancora provato), la possibilità di vedere film in formato MP4 (anche perché è supportato solo quello), la musica in MP3, la radio (sempre sia lodata!) insomma, tutte quelle cose inutili che, però, puoi dire "Io ce l’ho!"

Esteticamente non è molto diverso dall’I-Phone originale della Apple, e sono contento che i cinesi lo abbiano riprodotto in maniera da ricordarne da vicino le fattezze, perché la gente lo scambia per la creatura di Steve Jobs e pensa che io sia un facoltoso e presuntuoso conoscitore di tecnologie mentre è universalmente noto che non ci capisco un cazzo.

Naturalmente, come tutti gli accessori inutili è estremamente scomodo. Parlare con l’apparecchio all’orecchio (rima baciata fortuita) significa tenere in mano un coso di tre etti e mezzo, piatto e largo. Scrivere gli SMS con la pennina di metallo sulla tastierina virtuale del coso-Phone è come occuparsi del restauro di una miniatura medievale su un manoscritto cartaceo del trecento.

Insomma, sostanzialmente non mi serve a uno zùfolo, però vuoi mettere?

Il tutto mi è stato recapitato dotato di:

a) DUE batterie (perché te ne dànno anche una di ricambio, gentili…)
b) Cuffiette del cavolo (che infatti la radio quando le attacchi l’ascolti direttamente dall’auricolare del telefono, vorrei sapere perché)
c) Cavetto USB multifunzione (lo si può attaccare alla corrente tramite l’adattatore del carica batterie, oppure si usa per scaricarci gli emmepittré dal piccì, se lo perdete siete fottuti…)
d) Custodia in simil plastica stile occhiali da vecchietti, uno po’ miserella ma utile
e) ma soprattutto, la COVER di color viola con tutti i cuoricini tempestati di brillantini che butterete subito via se no vi arrestano per oltraggio al pudore.

Ma soprattutto mi è costato 48 euro tutto compreso. Così se lo devo buttare via per qualche motivo non mi mangio il fegato di dover finire di pagare il mutuo alla Apple. "Certo che i cinesi per queste ‘ose bisogna lascialli stà’" (Benvenuti in casa Gori")

Alessandro Iacuelli – Google sfida la Cina

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Di regola, certe operazioni di politica globale dovrebbero farle gli Stati, o le confederazioni e unioni di Stati. Ma, di fronte ad un colosso dell’economia come la Cina, gli stati occidentali chinano la testa, vuoi perché la Cina detiene il loro debito pubblico, vuoi per evitare un aggravarsi della crisi economica in cui versa attualmente il modello capitalista. Così, succede che di fronte alla sistematica violazione dei diritti umani dei suoi cittadini, a prendere posizione contro Pechino non sia l’ONU, o gli USA, o l’UE, ma un’azienda privata. Anzi, un colosso dell’industria informatica moderna: Google. Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – Google sfida la Cina”

Facebook, Schifani e la Cina

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"La novità della giornata in Cina è la seguente: non si potranno più registrare domini .cn in modo individuale. Da lunedì scorso il CNNIC (China Internet Network Information Center) ha sospeso la possibilità per singoli di registrare domini .cn. Il dominio cinese potrà essere registrato solo da aziende, obbligate ad allegare una fotocopia che certfichi l’esistenza della loro società e un certificato di identità delle persone. Tutti i domini .cn individuali saranno esaminati e selezionati da parte dell’autorità, e quelli riconosciuti come “impropri” verranno rimossi dal database."

(http://www.china-files.com/it/link/5711/filtri-al-web)

"Si leggono dei veri e propri inni all’istigazione alla violenza. Negli anni 70, che pure furono pericolosi, non c’erano questi momenti aggregativi, che ci sono su questi siti. Così si rischia di autoalimentare l’odio che alligna in alcune frange"

(Renato Schifani, 17/12/2009)

QSL: Radio Pechino e i 25 anni della redazione italiana

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Radio Pechino festeggiò nel 1985 i 25 anni del suo programma in lingua italiana. Sembrava strano, allora, e sembra strano ancora oggi che la Radio nazionale cinese possa avere una trasmissione in italiano.

E invece quello di Radio Pechino (che oggi si chiama “Radio Cina Internazionale”, ma cambia poco) è un programma in italiano che esiste ancora. Se volete sintonizzarlo via radio, vi consiglio di farlo sintonizzandovi dalle 16 alle 19 su 702 kHz in Onde Medie (non fate quella faccia, tutte le radio di questo mondo sono in grado di sintonizzare le Onde Medie, anzi, prima della fine degli anni ’70 sintonizzavano solo quelle!) oppure dalle 19 alle 20 su 1458 KHz. Vi assicuro che è divertente.

Il sito web del programma italiano di Radio China International è:

http://italian.cri.cn/

ma è preferibile la versione precedente della pagina web (se non altro sono ancora reperibili le interviste agli ascoltatori).

Non c’è da attendersi una totale obiettività nella trattazione degli argomenti (sono almeno 20 anni che aspetto una disamina obiettiva sui fatti di Tien An Men) ma la Cina è vicina. Insomma, con molto senso critico, vale la pena di ascoltare.

L’anniversario della strage di Piazza Tien An Men

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E ricordiamoci che oggi è l’anniversario della strage di Piazza Tien An Men a Pechino.

E ricordiamoci delle menzogne del regime cinese, certo, ma soprattutto ricordiamoci della retorica occidentale che ha visto in questa fotografia l’eroismo dello studente che da solo ferma una fila di carri armati e che non si sa che fine abbia fatto dopo questo atto "eroico".

Siamo talmente retorici che preferiamo vedere un giovane che arresta un convoglio di cingolati, che una strage di sangue in cui sono morte centinaia di studenti che non sono riusciti a fermare un bel nulla, perché c’è sempre un regime che è più forte di loro.

Le Olimpiadi delle veline

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Sì, è Federica Pellegrini, che almeno in questa foto, per essere una donna, appare anche come un bell’uomo, c’è poco da dire…

Dopo le Olimpiadi di Pechino, giusto per dimostrare che "in corpore sano" dimora una "mens sana", ha pensato bene di parlare del suo pearcing al capezzolo e del fatto che è un peccato che al suo moroso non piaccia…


(screenshot da www.corriere.it)

Certo, avrebbe potuto parlarci della "Fenomenologia dello spirito" di Hegel, della sincope della postonica nei proparossitoni, del pensiero e dell’azione politica di Noam Chomsky, argomenti di pur consuetudinaria discussione, invece no, si è voluta sublimare portando alla nostra attenzione un argomento di interesse precipuo per la cultura occidentale: il suo piercing al capezzolo.

Ne va orgogliosa, oh! E non dice che va orgogliosa della medaglia d’oro che ha vinto alle Olimpiadi, no. Lo sport per questi atleti sta diventando un punto di passaggio, vogliono fare altro.

La stessa Pellegrini pensa alla televisione, mentre Schwazer dichiara che non lo batte neanche Superman (chissà se ha provato con Super Pippo e le sue spagnolette), ci sono il velinismo da una parte e il superomismo di massa (come lo chiamava Umberto Eco) dall’altro. Non sono sportivi, sono aspiranti conduttori di "Striscia la Notizia" o Rambi di prima categoria, con tanto di medaglietta al seguito.

Che, naturalmente, saranno ricevuti al Quirinale con tutti gli elogi. Anche per il piercing al capezzolo?


(screenshot da: www.repubblica.it)

La delegazione degli atleti italiani a Pechino e la bandiera censurata

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Noi italiani siamo dei pirla.

Mentre a Pechino tutte le delegazioni sfilavano in buon ordine, e mentre l’Iran nominava una donna capogruppo dei propri atleti e perfino l’Oman faceva sfilare una incantevole signora, elegante, educata e orgogliosa di portare le insegne della sua nazione, noi abbiamo dovuto per forza farci riconoscere.

Ilaria Salvatori, schermitrice (o “schernitrice”, a seconda delle interpretazioni) ha sventolato il tricolore su cui si leggeva la scritta

Scatole cinesi

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Con questa storia dei boicottaggi a Pechino ce le hanno triturate, ridotte in poltiglia, essiccate e poi polverizzate e disperse al vento della Grande Muraglia.

Gasparri, quello della legge sulle telecomunicazioni, quello con lo sguardo inebetito che cerca di guardare il mondo con l’inutile tentativo di capirne le leggi elementari, ha pensato di proporre il boicottaggio della cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Pechino perché con l’innocente candore di un bambino ha capito che la Cina è una dittatura (l’Italia invece no…) e ha concluso che se proprio ci si deve andare bisogna compiere un "gesto" significativo.

Che non si sa bene cosa sia questo "gesto", l’ombrello, il dito alzato, una pernacchia o quant’altro.

Gli atleti e la stessa coalizione di governo di cui fa disgraziatamente parte gli hanno risposto picche e Frattini ha detto "Noi ci andiamo!"

Perché finché la Cina è il luogo in cui andare a comprare ai prezzi locali per poi poter rivendere ai prezzi europei nel nostro paese tutto va bene e la Cina val bene uno sberleffo e vaffanculo anche ai diritti umani. Lo pensano e lo fanno.

E’ ovvio che delle esecuzioni capitali in Cina nessuno parla. La sola reazione per Gasparri è il non partecipare alla cerimonia inaugurale. E’ come cercare di spegnere un incendio con un bicchier d’acqua, perché per Gasparri "tutto fa", come disse quello che ciucciava un chiodo…

La Cina ti spicina! (*)

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A Lhasa i cinesi sparano sui monaci.

La cosa ricorda molto da vicino i recenti eventi della Birmania.

I buddhisti, mi sono sempre stati simpatici, sarà perché, a differenza dei cattolici, non rompono i coglioni a nessuno.

Però la Cina li sta vessando da 49 anni.

E quando la gente subisce per 49 anni, poi si incazza.

(*) Il titolo di questo post è comprensibile solo ai livornesi veraci. Perdonino il resto dei toscani (i pisani restino pure seduti!), gli abruzzesi, i veneto-patavini, i tedeschi, gli spagnoli nonché gli irlandesi all’ascolto.

Hanno falsificato il Colgate

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I cinesi hanno copiato il Colgate.
E hanno fatto il salto dalla falsificazione delle griffe, dalla copiatura di certi modelli, e dalla produzione su fasta scala di patacchette e orologini alla contraffazione di alimenti e presidi sanitari come, appunto, potrebbe esserlo un dentifricio.
Sembra che in alcuni tubetti siano state trovate tracce di dietilenglicolo, una sostanza nociva ma solo in grosse quantità.
La colpa non è dei cinesi, la colpa è nostra che siamo abituati a comprare prodotti di marca anche quando, in presenza di un prodotto da discount o giù di lì, preferiamo la siturezza del marchio alla composizione chimica pressoché identica.
Come si fa a competere con un’industria del falso di chi fa otto ore al giorno solo di straordinario?

(vedi la notizia su Repubblica)

Gli utenti cinesi vogliono un Google Anti Censura?

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David Weinberger, l’apprezzato autore di World od Ends, ha segnalato sul suo blog una ricetta per far fronte al problema della "questione cinese" su Google. La ricetta è del blogger Isaac Mao, residente a Shanghai e "addentro" alle questioni ICT locali.

Nella sua lettera aperta, indirizzata a Larry Page e Sergey Brin, fondatori di Google, il giovane ricorda il primo blocco di Google.com da parte del Governo, avvenuto nel 2002. La protesta spontanea online degli utenti alla fine prevalse sulla rigidità governativa. Dopo quattro anni però tutti si interrogano sull’azione di filtro che viene realizzata su Google.cn. Per Mao, si tratta di un’auto-censura piuttosto fastidiosa, che nel tempo sta sfiduciando la comunità cinese. Secondo il blogger, il colosso statunitense è ad un bivio, ed avrebbe tutte le capacità per cambiare la situazione e aiutare la Cina a percorrere una strada ben diversa.

I consigli strategici a lungo termine del giovane blogger sono fondamentalmente tre. Il primo è quello di creare un fondo da un miliardo di dollari da investire sui siti e le aziende cinesi più all’avanguardia. Un venture capital da far gestire a manager qualificati e professionisti riconosciuti che realmente conoscano il valore di Google e le potenzialità del mercato cinese. Di fatto Mao è convinto che questa strategia permetterebbe di mettere ordine nel settore e creare un vero mercato capitalistico.

Il secondo consiglio riguarda lo sviluppo di tool e servizi anti-censura per gli utenti mondiali e il terzo è quello di incentivare il sistema Adsense di Google.cn. Alimentare quindi l’ecosistema finanziario, con migliori servizi localizzati per i clienti – nel rispetto delle esigenze e degli stipendi della comunità.

Isaac, insomma, vuole ricordare a Google che non è solo: ci sono milioni di fan in Cina che aspettano anche un solo segnale di impegno per la causa. Weinberger condivide la teoria del giovane bloggger. "Non ero sicuro allora e non lo sono adesso", ha dichiarato l’esperto statunitense riferendosi alla connivenza di Google con il Governo cinese sulla censura. "Ma adottare le proposte di Isaac potrebbe aiutare a spiegare perché la presenza di Google in Cina sia dopotutto una buona cosa".

da: www.punto-informatico.it

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Valerio Di Stefano – La censura dagli occhi a mandorla

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La Microsoft e il governo cinese hanno raggiunto un accordo secondo il quale i cittadini cinesi che desiderino aprire uno spazio blog sul portale MSN si vedranno censurare alcune espressioni e parole chiave e verranno cortesemente invitati a sostituirle o, meglio, a non usarle se desiderano fare in modo che il loro pensierovada on line.

 

Tra queste espressioni figurano "libertà", "diritti umani", "democrazia". Particolarmente sorvegliato dal sistema di restrizioni imposto dal governo di Pechino e pedissequamente accettato da Microsoft anche il campo semantico che si riferisce all’indipendenza di Taiwan.

 

Qualunque utente cinese desideri accedere ai servizi di MSN per inserirvi un blog o un diario on line, dovrà accettare di sottostare a delle "regole di condotta" imposte non già da una consuetudine d’uso, come nel caso di quello che nei paesi occidentali comunemente viene inteso per "Netiquette", ma da una pressione governativa di controllo che appare, se possibile, pretestuosa e preoccupante.

 

Se il divieto viene ignorato si viene avvisati dell’opportunità di cancellare l’espressione "proibita", anche se non è ben chiaro (o forse lo è fin troppo) quali siano le conseguenze successive.

 

Altre restrizioni per i cittadini cinesi riguardano le ricerche su Yahoo e Google.

 

La Cina è quanto mai lontana, soprattutto per il rispetto dei diritti civili e delle libertà fondamentali dell’individuo.