Stanno impacchettando l’Abruzzo terremotato

L’Abruzzo terremotato, la città de L’Aquila, tutto ciò che il 6 aprile scorso rappresentava un simbolo, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, viene puntellato e impacchettato.

Non si sa per farne cosa, con ogni probabilità per lasciarlo così nei secoli dei secoli.

La Chiesa di Paganica era diventata l’allegoria della distruzione, del senso di precarietà, del pericolo imminente. Non è cambiato nulla, tranne qualche maceria rimossa e un cabbione di legno e metallo che cerca di contenere eventuali crolli all’interno, mentre nel paese, fantasma, passeggiano i cani randagi, e la gente non si incontra più nei luoghi tradizionalmente deputati (le piazze, le strade) ed è stata concentrata in direzione della Statale, in enormi casermoni antisismici ("piattaforme", le chiamano) come alveari impossibili ad altissima densità umana. Segno che in paese non si tornerà più. Che, piano piano, la vita, le scuole, le case, il concetto stesso di abitazione e di comunità sarà sostituito dal modello Berlusconi & Bertolaso (edilizia antisismica orrenda e poco funzionale), e la gente comincerà a crederci.

Ciò che è provvisorio diventerà sempre più definitivo, e il paese allora lo si mette in cassettoni di legno, come si fa per i traslochi, o per le cose che "potrebbero sempre servire ma intanto impicciano", si mettono delle reti di recinzione invalicabili (per fortuna non dalla macchina fotografica) come se la desolazione e l’inefficienza nella ricostruzione fossero vergogne che possono essere nascoste da un groviglio di metallo a maglie larghe.

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La zia Orlandina (Irlanda) e il terremoto dei cimiteri d’Abruzzo



La Zia Orlandina, povera donna, è morta giorni fa a 88 anni.

Il suo nome era "Irlanda", lo trovo molto più bello di "Orlandina", falso diminutivo con cui, comunque, anch’io presi a chiamarla da bimbetto.

L’hanno sepolta in una tomba di tre loculi, assieme ai genitori. La zia Orlandina non era sposata, memore forse di un amore di tanti anni fa.

Il cimitero di Valle d’Ocre, in cui ora, dicono, "riposa in pace" (io credo che non senta più nulla e che sia solo bene per lei) è ridotto in uno stato pietoso. Il terremoto l’ha trasformato in una serie di tombe quasi a cielo aperto. Molte lapidi sono divelte e stanno andando in frantumi, nei loculi alcune murature mostrano crepe. La chiesetta è puntellata, impacchettata, o, come dicono "messa in sicurezza".

Non è sicuro nulla, se non il fatto che la zia Orlandina è morta, in realtà, la notte del 6 aprile scorso.

A 87 anni, senza casa, è stata trasportata a Bologna a casa di un fratello e dei nipoti. In città le mancava l’aria del suo paese. E’ tornata e ha vissuto in tenda, finché ha potuto, ma le sue condizioni di salute si sono aggravate, fino a renderla non più autosufficiente.

Da lì il tracollo. La zia Orlandina, quando era "verde", si occupava quasi da sola del cimitero di Valle d’Ocre. Ci andava (naturalmente a piedi!) quasi ogni giorno. Toglieva le erbacce, era quasi una custode.

Ora che è lei la custodita, le responsabilità delle istituzioni vengono fuori in tutta la loro cadaverica evidenza.
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