Bianca Cerri – Le bambole di Wal Mart

Reading Time: 3 minutes

Va bene lavorare come schiave per una paga da fame, senza assicurazione e senza assistenza. Passi pure che le ore di straordinario non vengono retribuite e che la pensione resta un’utopia. Ma essere discriminate e molestate sessualmente proprio non va giù al milione e duecentomila lavoratrici di Wal Mart, gigante della vendita al dettaglio, che hanno deciso di intraprendere una “class action”, ovvero un’azione legale collettiva per presunti danneggiamenti. Sono stanche di essere derise e sfruttate dalla famiglia più ricca d’America e per questo hanno deciso di passare ai fatti nella speranza di recuperare la dignità e i mancati diritti economici. Ma già che ci siamo, come fece Sam Walton, padre dell’attuale catena di grandi magazzini, ad arricchirsi? Facile: sposò Helen Robson, figlia di un uomo danaroso che gli prestò i soldi per realizzare il primo mega-emporio dell’Arkansas, un’idea di cui Walton si era appropriato rubandola di sana pianta ad un amico. Era il 1962 e la paga dei commessi non superava i 60 centesimi l’ora, molto al di sotto dei minimi salariali previsti. Per non avere noie, Walton assunse John Tate, suo buon amico nonché avvocato conosciuto come una vera bestia nera dei sindacati. Iniziò così il culto di Mr. Sam, la cui filosofia imprenditoriale consisteva nell’applicare prezzi più bassi della concorrenza al fine di accaparrarsi i clienti farà della Wal Mart una delle prime imprese mondiali oltre che immagine stessa dell’America.

Nove anni dopo il debutto nel mondo degli affari, Walton era ormai divenuto un uomo di successo ma continuava a fare il possibile per impedire ad altri di raggiungere il benessere economico. I salari del personale restavano bassi e ogni rivendicazione veniva punita con il licenziamento. Al primo segnale di scontento intervenivano i quadri dirigenti della casa madre di Betonville. Nel frattempo, Walton era riuscito ad accumulare un capitale impressionante che gli conferiva il potere di dire la sua sulle trasformazioni sociali del paese e di avere libero accesso alla Casa Bianca. Nel 1985, Walton appoggiò la creazione di un “piano per sconfiggere il comunismo nell’America Centrale”, una vera e propria ossessione dell’allora presidente Reagan, che ricambiò generosamente l’appoggio. Nel 1992, un altro presidente, Bush senior, gli conferì la medaglia della Libertà, il massimo riconoscimento riservato agli imprenditori americani che privilegiano i prodotti nazionali, il che non mancò di suscitare una certa ilarità dal momento che almeno l’80% delle merci in vendita da Wal Mart venivano già allora prodotti nei paesi che offrono manodopera è a basso costo. Tre mesi dopo Walton morì e l’impero passò nelle mani della vedova e dei cinque figli.
.Come baroni feudali , i giovani Walton continuarono con le stesse politiche care al capostipite: : stipendi da miseria alle dipendenti, quasi tutte donne, e turni massacranti. Unica innovazione: il monitoraggio dei lavoratori attraverso gli strumenti di sorveglianza elettronica che prima non esistevano. Mentre l’occhio elettronico veglia, commessi e inservienti scaricano tonnellate di merci, le depongono sugli scaffali, corrono negli altri reparti alla ricerca di articoli richiesti dai clienti, spolverano, passano la lucidatrice, ecc. per pochi dollari.

Nel linguaggio degli americani i salari Wal Mart sono divenuti proverbiali, tanto che per descrivere un particolare momento di disagio economico molti usano l’espressione “sopravvivere con una paga da Wal Mart” certi di suscitare la pietà dell’ascoltatore. Com’è nel loro stile, i Walton non si sono mai fatti troppi scrupoli al momento di spezzare le catene morali, tanto che il 50% circa dei loro dipendenti non gode di assistenza medica né di assicurazione. Ai sindacati che insistono con il rispetto delle leggi federali sul lavoro, rispondono violandole apertamente. Nei 5000 empori Wal Mart sparsi nel paese lavorano un milione e trecentomila dipendenti e ognuno di loro deve dare il massimo, pena il licenziamento in tronco.

Qualche anno fa, WM ha fatto realizzare alla Alpha Associates, agenzia specializzata in problemi del lavoro, un piano per impedire ai sindacati di venire a ficcanasare nei suoi uffici. Ma un’altra agenzia di Washington, la Good Job First, rivela che la compagnia ha usufruito di un miliardo di dollari di fondi governativi destinati all’imprenditoria. I benefici ricevuti furono ricambiati con generosi contributi alla campagna elettorale di George Bush e altre regalie mai inferiori ai duecentomila dollari che vanno a membri del partito repubblicano come Tom DeLay, Roy Blunt, ecc. tutti legati alla destra religiosa.

La nuova generazione dei Walton non dimostra nessuna particolare timidezza nell’esibire il proprio benessere. Nel 2005, Alice Walton, unica femmina della famiglia, ha comprato un quadro di Asher Durant per 35 milioni di dollari, una cifra sufficiente a pagare l’assistenza sanitaria ad almeno 8.500 lavoratori della Wal Mart. Al momento di versare il 6% di tasse previsto dalla legge, madame Walton è riuscita a farla franca intestando il prezioso dipinto al “Centro d’Arte” della Fondazione Walton, mai esistito se non nella sua spudorata fantasia. Bene ha fatto il dizionario Webster, equavalente del nostro Zingarelli, a definire i Walton “capitalisti americani del ventunesimo secolo la cui fortuna si basa su varie forme di sfruttamento e su una discutibile etica”. Neppure il più grande dei poeti sarebbe riuscito a dirlo meglio…

Continua a leggere

Bianca Cerri – Barack: vuoto o miraggio?

Reading Time: 3 minutes

Qualcuno ha definito Barack Obama “un miraggio” e forse lo è, visto che in poco più di un anno è riuscito a passare da perfetto sconosciuto a candidato ufficiale alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Non si sa se ha già saggiato gli umori della gente, visto che la sua dote maggiore è proprio quella di adeguarsi alla tendenza del momento senza dire mai nulla di veramente concreto. Ai media, l’allure popolare di Obama non dispiace, perchè ha il pregio di essere commerciabile come qualsiasi altro prodotto e tanto basta. L’unica cosa incomprensibile è perché vengano associati al suo nome concetti altisonanti come l’uguaglianza razziale. Il personaggio è labile come una banderuola esposta alla tramontana e la sua mente non riesce ad andare oltre l’effimero. Nonostante riesca a far credere di essere pronto a risolvere anche i mali più antichi della società, basta grattare sotto la superficie per scoprire il vuoto. Non che i suoi probabili avversari siano migliori, visto che si vantano di privilegiare la verità senza mai lasciar trapelare dove stiano andando a parare.

L’annuncio che Barack Obama aveva formato una Commissione Elettorale aveva inizialmente sorpreso anche alcuni tra i commentatori politici più stagionati, ma sentendolo parlare la loro sorpresa è rientrata.. Obama riconosce che gli Stati Uniti si trovano in un momento molto difficile, con una sanità costosa e al tempo stesso inefficiente, tasse universitarie che solo un nababbo può permettersi e, soprattutto, una spesa militare che ha ridotto il paese sul lastrico; ma non ha mai spiegato agli americani come uscirne. Continua ad indugiare nell’auto-compiacimento sperando che la nomination democratica vada a lui e non a Hillary Clinton o a John Edwards, già pupillo di John Kerry alle presidenziali del 2004, tornato a casa con la coda tra le gambe.

Qualcuno crede che sia il colore della pelle il vero avversario dell’attuale superstar della scena politica, ma non è così. Barack Obama è figlio di una donna bianca e di un nero di origini keniote, il che fa di lui un meticcio. In campagna elettorale non potrà dunque puntare sugli antenati assoggettati alla schiavitù né vantarsi di avere origini umili. Detto altrimenti: la sua condizione era già prima del debutto politico molto diversa da quella della maggior parte degli afro americani dei quali vorrebbe aggiudicarsi i voti. La sua principale preoccupazione dovrebbe essere piuttosto quella di dotarsi di una vera spina dorsale e diventare un vero uomo politico in tempo per il 2008, visto che fino a questo momento ha solo spinto per i finanziamenti pubblici al suo partito prima ancora di averne discusso con il Direttivo.

Le aspettative nei suoi confronti di Barack Obama sono molto alte, ma proprio lui rischia di compromettere tutto per mancanza di piani concreti. Non basteranno le sue abilità dialettiche a prevalere su un avversario come Hillary Clinton, che venderebbe anche la propria famiglia per aggiudicarsi il potere, ammesso che non l’abbia già fatto. Poco tempo fa, il segretario particolare di Obama si è lamentato per la mancanza di accuratezza con la quale la stampa non di regime lo aveva descritto ai lettori. Nella fattispecie, i giornalisti avevano deprecato il comportamento indifferente di Obama nei confronti dei prigionieri di Guantanamo e le sue parole, giudicate troppo blande, sulle torture imposte dagli americani. D’altra parte, le ragioni per temere che al senatore democratico interessi più rassicurare l’establishment corporativo che mettere fine alle ingiustizie, non mancano. La sua vaghezza nei confronti di un tema duro come la guerra rischia di inimicargli quella parte dell’elettorato contraria agli interventi militari.

E’ quasi certo che gli americani non torneranno a votare per il partito di Bush, ma questo non significa necessariamente che favoriranno Obama se le sue posizioni continueranno ad essere ambigue. I più delusi potrebbero essere proprio i simpatizzanti del partito democratico che alle precedenti elezioni presidenziali avevano dovuto sorbirsi candidati come Howard Dean e John Kerry e speravano nell’arrivo di un uomo capace di parlare chiaro. Perché il problema non è se preferire la grinta di Hillary alla vaghezza di Obama, ma accordare la fiducia ad un candidato che sappia assumersi le proprie responsabilità. Prima fra tutte quella di condannare a chiare lettere l’attacco illegale al popolo iracheno, la distruzione delle infrastrutture dell’Iraq, l’orrore voluto da Washington e immancabilmente addebitato ai “terroristi”. E qualcosa ci dice che quell’uomo non sarà Barack Obama.

Continua a leggere