Il “silenziatore” di David Puente: ecco com’è andata

puente

Dunque vediamo un po’ che cosa ha spinto David Puente a “silenziarmi” (verbo poetico usato da Twitter per chiamare in altro modo meno violento e diretto la semplice e banale censura).

Scrive Puente:

“Oggi è successa una cosa molto brutta. Ho ricevuto una richiesta di aiuto da un amico in difficoltà, la sua compagna ha un problema di salute […] ed è caduta vittima di un malvivente online.”

Nello spazio tra parentesi quadre riservato ai puntini di sospensione Puente ha riportato la localizzazione della patologia che ha colpito la signora. Io l’ho omessa perché non mi pare il caso di riportarla. Comunque rispondo a Puente:

“Gentile da parte sua dare particolari sulla localizzazione della patologia che ha colpito la signora. Senza questo particolare la notizia sarebbe stata esattamente la stessa ma lei ha voluto rendere Twitter anche oggi un posto peggiore. La privacy è un valore. Vergogna!”

La replica lascia perplessi:

“Immagino che lei abbia con se la discussione privata tra me e la vittima.”

A parte l’errore di ortografia commesso nello scrivere “con se” che va scritto “con sé”, con l’accento acuto, è evidente che io non posso avere le conversazioni telematiche private di nessuno a meno che non decida di renderle pubbliche lui stesso (col consenso della controparte, evidentemente). E non si sa neanche che cosa volesse dire con questo intervento: forse che la signora che si è rivolta a lui gli ha dato l’autorizzazione di parlare del suo problema di salute? E peché io dovrei avere la disponibilità di una eventuale informazione del genere?? Non si sa, né Puente, chiaramente, lo spiega.

Continua la conversazione:

(…)
“Nel frattempo che lei cerca di cambiare discorso, lei mi accusa di aver violato la privacy di una persona?”

E questa è veramente la battuta involontaria incredibile che fa da chiave di volta a tutta la conversazione. Ho scritto “La privacy è un valore”. Se questa è una frase che sottende una accusa più o meno manifesta verso terzi per aver violato i dati personali di qualcuno giuro che mi faccio dichiarare pazzo e mi faccio impiccare. Ho difeso la privacy perché la ritenevo e continuo a ritenerla veramente un valore. Se avesso scritto “La privacy è una cagata immane” di che cosa sarei stato accusato, di attentato alla Costituzione e sovvertimento dell’ordine costituito? Si arriva all’assurdo che una frase come “La privacy è un valore” venga svilita del suo significato originario per poi sentirsela ritorcere contro. C’è da dire, a favore di Puente, che è reduce da una serie di minacce (anche di morte, purtroppo), di diffamazioni e di ingiurie di ogni genere. Non se le merita. Esattamente come non se le merita nessuno. Quindi posso capire che sia particolarmente sensibile. Lo capisco, dicevo, ma non lo giustifico. Nessuno ha voluto dire che lui ha violato la privacy di chicchessia. Tutt’al più che è sta molto, ma molto indelicato. Provo a spiegarglielo.

“(…) non mi faccia dire quello che non ho scritto.”

Ma lui non capisce:

“(…) Le ho fatto una domanda, non la eviti. Lei con la frase “La privacy è un valore” afferma che ho violato la privacy della vittima? Risponda “si” o “no”, non è difficile.”

E allora io glielo rispiego:

“È di tutta evidenza lo scollegamento logico tra la mia asserzione e la sua supposizione. Chiunque legga la mia frase senza i pregiudizi dell’hater buonista se ne può rendere conto. Ma sottoscrivo e ribadisco in pieno quello che ho asserito: la privacy è un valore.”

Non c’è nulla da fare. Ho fatto il pessimo passo di non rispondere con “Sì” o “No” (ricordate i computer sutto DOS quando chiedevano la risposta S/N? Ecco, la stessa cosa.) e mal me ne incolse. Perché usare due caratteri quando che ne sono 280 a disposizione? Perché chiarire con una parola quello che può essere chiarito con un discorso intero più lungo e più compiutamente rappresentativo delle idee di una persona? Macché, la risposta è caduta nel vento, come riporta una pessima traduzione ecclusiastica di Bob Dylan. E allora arriva la mannaia: non rispondi come dico io? Ti “silenzio”:

“Prendo atto che evita di rispondere ad una semplice domanda. Torno a silenziarla, che tanto è inutile discutere con lei.”

E così, da oggi, il debunker di stato italiano non mi legge più. Oh, son cose che farebbero piangere anche un uomo grande, sapete?

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Federico Maria Sardelli bannato per un mese da Facebook

(cliccare sull'immagine per ingrandirla)
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L’altro ieri mi è giunta una notizia che mi ha fatto rimanere un po’ stercofatto o “cacino” per dirla alla livornese. Non è nulla di che. Il Poeta direbbe che “non vale due colonne su un giornale”, ma forse è proprio per questo che la ospito.

Federico Maria Sardelli è stato bannato per un mese da Facebook per via di un contenuto non consono (non si sa bene perché) alla politica di Zuckerbndfg.

Ecco, si riassume il tutto in poche e desolate parole. Il “contenuto” di cui parlo è quello di cui all’immagine che accompagna queste brevi noticine, una sorta di “meme” (parola bruttissima che i Facebookari usano a chilate ogni giorno) e che ha come massimo dell’offensività, se proprio si va a vedere fino in fondo, il termine “babbei”. Sono solo opinioni critiche. Forti? E sia, la critica non guarda mai alla forza con cui sferra il colpo, la critica è tale proprio perché travalica il senso dei fatti. Sono opinioni (e chiunque cliccando sull’immagine per ingrandirla può leggerle a suo bell’agio) di una persona che può permettersi questo ed altro, essendo Federico Maria Sardelli, oltre che un caro ex compagno di scuola (e, conseguentemente, compagno di una vita), un direttore d’orchestra, compositore, disegnatore, vignettista, fine umorista, esperto dell’opera di Vivaldi, filologo musicale, pittore, romanziere. E uno che è tutte queste cose insieme, le sue opinioni politiche può permettersi di dirle su Facebook, fuori da Facebook, in Italia e all’estero.

Ma attenzione, non sono solo l’autorità e l’autorevolezza di qualcuno a renderlo degno di rappresentare il suo pensiero su un mostro informatico come Facebook, quello possono farlo tutti, magari con un séguito minore, ma certamente a buon diritto. Quello che rende l’opera di Sardelli degna di stare dappertutto (e, quindi, anche su Facebook) è il fatto che non contiene assolutamente nessun tipo di linguaggio sconveniente o che travalichi quella che i giuristi chiamerebbero la “continenza”. Insomma, non c’è nulla di male in quello che ha scritto Sardelli, e secondo me su Facebook, dove, peraltro, siamo abituati a ben altre manifestazioni del pensiero e a opere di diffamazione e distruzione sistematica di questo o di quel soggetto, quelle parole e quelle immagini ci potevano stare. Ma Facebook non ragiona come noi. Anzi, probabilmente affida a qualche algoritmo della malora l’analisi complessa di quello che linguisticamente non può essere etichettato né etichettabile e poi tanto qualcuno ne farà le spese. E’ un assurdo macinino che non ha ragioni comprensibili e che, come i “vaghi de caffè” di un famoso sonetto del Belli, ogni tanto trascina a fondo qualche chicco per ridurlo in polvere. Non una polvere fisica, beninteso, ma una polvere destinata a costituire un silenzio forzato e inspiegato (nonché inspiegabile) a chi deve subire una punizione per una supposta stronzata che sa di non aver commesso (e che, in quanto “supposta” possono cacciarsi dove credono meglio).

A Federico Maria Sardelli solo tanta solidarietà e un pizzico di presa per il culo: o cosa pensavi che fosse, Facebook, l’Utopia di Tommaso Moro? Ovvia, giù, un te la piglià’ che fra un mese ce l’arracconti.

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Italia dei Valori e Partito Democratico: oscurare www.umoremaligno.it!

Screenshot da www.umoremaligno.it

Sembra impossibile ma i lettori mi svegliano segnalandomi notizie che, diversamente, con il caldo che fa e che soffro in modo estremo, sarebbero sfuggite alla mia pur scarsamente vigile attenzione.

Così, apprendo dell’iniziativa dell’onorevole Ileana Argentin, appoggiata da un nutrito gruppo di parlamentari del Partito Democratico da una parte, e della Senatrice Bugnano dell’Italia dei Valori dall’altra, per l’oscuramento del blog “Umore Maligno”.

Leggiamo quello che dice la stessa Senatrice Bugnano a questo proposito:

“Le pagine del sito www.umoremaligno.it gravemente offensive nei confronti dei diversamente abili non meritano alcun commento. Gli autori di questi insulti deliranti vanno perseguiti nei modi e nelle forme previste dalla legge, a cominciare dall’eventuale chiusura della pagina web” (…)  “Dal Governo pero’ ci aspettiamo subito una ferma condanna e un deciso cambio di rotta nell’azione politica e sociale. E’ necessario contrastare ogni forma di discriminazione partendo dalla promozione di campagne informative per arrivare alla piena applicazione alle Direttive europee e ad un riordino della normativa riguardante i disabili. Il ministro alle Pari opportunita’, Elsa Fornero, si occupi al piu’ presto della materia, perche’ casi del genere non si ripetano mai piu'”

Dunque, il punto sarebbero le presunte offese arrecate sul web nei confronti dei disabili (evito di usare la stessa espressione “diversamente abili”, perché la trovo ingiustamente fuorviante) da parte di un sito che dice di sé:

“Umore Maligno è una libera repubblica satirica, costituita da autori liberi, indipendenti e legati dal solo vincolo del rifiuto di qualsiasi tabù, dogma, censura. La satira è innanzi tutto una manifestazione del libero pensiero e come tale non riconosce e non accetta limitazioni. Umore Maligno rigetta qualsiasi legge, norma, regolamento che ponga limiti alla libertà di espressione violando i diritti fondamentali dell’essere umano. La satira è un genere letterario che vuole evidenziare le contraddizioni della società e mettere in discussione l’ordine costituito attraverso qualsiasi artificio dialettico l’autore ritenga necessario, ivi compresi la blasfemia, il turpiloquio, l’insulto gratuito e discriminatorio. Non sta scritto da nessuna cazzo di parte che debba far ridere.”

Si può essere d’accordo o non d’accordo sulla visione di satira propugnata dal sito. Personalmente non lo sono. Il che non significa che io consideri fondate le obiezioni che hanno fatto sì che la cosiddetta “sinistra” si ritenesse legittimata di scagliarsi contro il sito chiedendone addirittura l’oscuramento.

Mi soffermo solo su una frase della Bugnano quando riferisce che “Gli autori di questi insulti deliranti vanno perseguiti nei modi e nelle forme previste dalla legge, a cominciare dall’eventuale chiusura della pagina web”

Allora:

a) gli autori degli insulti vanno perseguiti se si tratta di insulti e non se si tratta di libera espressione del pensiero attraverso la satira. Il discrimine lo stabilisce il giudice di merito, NON certo il parlamento, cui compete la funzione legislativa e non quella giudiziaria;

b) l'”eventuale chiusura della pagina web” andrebbe spiegata. Perché un conto è oscurare UNA pagina web in cui sono contenuti insulti o presunti tali, altro conto è oscurare l’accesso all’INTERO sito (quindi, anche a quelle pagine che ingiuriose non sono o non sono state riconosciute o dichiarate come tali);

c) La “chiusura della pagina web” non è “una forma prevista dalla legge”, è, casomai, una decisione accessoria del magistrato. E può essere (anzi, DEVE esserlo) conseguente a una condanna definitiva e passata in giudicato. Vale per tutti, non solo per i blogger cattivacci che fanno indignare il parlamento nelle calde giornate estive.

L’unico limite al diritto di critica e di satira è la legge penale. Se Lorsignori ritengono che la legge penale sia stata infranta, sporgano regolare querela alla magistratura. L’interrogazione parlamentare è una strada inefficace e che rivela la paura del palazzo nei confronti della rete. Quella stessa paura che spinge avanti il decreto intercettazioni che contiene il famoso articolo “ammazzablog”.

Tutto torna.

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La censura di Facebook e l’inesistenza della libertà in Internet

Giorni fa ho scritto un articolo sulla censura da parte di Facebook di una foto di una mamma che allatta.

Ho scritto che per me l’immagine di una mamma che allatta non è pornografia, ma se Facebook la considera tale (e non considera indecente la farfallina della Belén) non ci si può far niente, finché si è in casa di Facebook.

Mal me ne incolse. Almeno una volta criticavo Wikipedia, ogni tanto qualcuno mi scriveva, magari per cercare di redimermi.

Adesso è un continuo scrivere, un continuo dichiararsi sdegnati dal mio articolo, una sempiterna solfa per tendere a dire che Facebook non ha alcun diritto di censurare nulla e nessuno e che noi DOBBIAMO starci dentro per forza e protestare. E, naturalmente, io sono un imbecille perché non ho capito questo.

E allora il mondo deve girare alla rovescia. Perché io pensavo che fossero LORO che non hanno ancora capito che la libertà in rete non c’è. Ho fatto l’esempio di Facebook che se domattina si sveglia e decide si staccare la spina ai server mezzo mondo va in paranoia perché non può più mettere “Mi piace”. Ho detto che non esiste un diritto a Facebook, figuriamoci se esiste un diritto a dire quello che si vuole su Facebook!! Sono americani, cosa volete pretendere???

Ecco, ho detto questo.

E la personcina più educata mi ha scritto “Non sono d’accordo!” Qualcun altro mi scrive che è colpa di gente come me se non c’è tolleranza (come se quell’immagine l’avessi censurata io!). Altri mi hanno detto che quello che ha scritto “Repubblica” è solo l’inizio di una storia, però intanto se la prendono con me che ho dato un’opinione e non con “Repubblica” che non ha scritto tutto, e, soprattutto, non ti dicono come stanno le cose dal loro punto di vista.

Ti dicono che “non hai capito nulla”, e beati loro che hanno capito tutto.

E’ gente che pensa di avere libertà di opinione solo perché ha una casella di posta elettronica griffata Hotmail o Yahoo, una di quelle che ti mettono due righe di pubblicità in fondo a un messaggio, o pensano di essere davvero libero perché dopo la chiocciolina c’è scritto “libero.it”. E’ gente che pensa di essere libera perché affida i suoi pensieri e le sue comunicazioni a Facebook o a Twitter, contenitori e raccoglitori di dati incrociati tra le relazioni e i contenuti dei propri utenti. E’ gente che usa Google, che censura i suoi contenuti per la Cina perché fa un accordo con le autorità di quel paese. E si scandalizza perché Facebook oscura due tette che allattano.

Non siamo liberi su Internet, bisogna che ce  lo mettiamo in testa.
Io non sono libero.
Io sono “ospitato” (“hosted”) da Aruba. Pago cinquanta euro l’anno per mantenere questo ambaradan di blog. Pensate che solo in virtù di questo io possa ritenermi libero? Io ho solo sottoscritto un contratto. Se domani, per motivi suoi, Aruba decide di non volermi più tra i suoi clienti mi ridà i miei cinquanta euro e finita lì. Una volta si è verificato un principio di incendio nella sede di alcuni server, per fortuna non è successo niente, ma mezza Italia è rimasta al buio.

Non viviamo in casa nostra, viviamo in un perenne e costante affitto!!

La gente pensava che su Splinder si potesse aprire un blog gratis, poi Splinder ha fatto il bòtto e va beh, ti ha dato la possibilità di salvarti i tuoi dati, ma a un certo punto l’hosting non c’era più e buonanotte al secchio, alle interazioni, alle amicizie, ai commenti incrociati.

Si spegne la luce e finisce la favola.

E la gente se la prende con me. Fàtela finita, adesso, sì??

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E Beppe Grillo come fa?

Interrompo il silenzio imposto nell’ultimo post (il che non so se significhi esattamente che questo blog riprende il ritmo degli aggiornamenti a cui eravate abituati, insomma, tanto per cambiare cazzi miei) perché ho sempre detto, facendomi un esame di coscienza, che "ogni volta che vorrei dare torto a Beppe Grillo finisco sempre per dargli ragione".

Stavolta gli do torto marcio.

I fatti: un video postato su YouTu be da Massimo Merighi e Toni Troja, e contenente una satira nei confronti di Beppe Grillo, sotto forma di rifacimento di una canzoncina dello Zecchino d’Oro ("Il coccodrillo come fa?"). Roba chiaramente goliardica, innocente, scherzosa, in due parole critica e satira.

La satira e la critica sono due modalità di espressione del pensiero. E questo hanno fatto Merighi e Troja, né più né meno. Non pare neanche che ci siano frasi che possano rasentare la diffamazione. Figuratevi che un frammento del brano recita:

“La sua non è volgarità,
nel caso suo è comicità.
E infatti dall’inizio
in ogni suo comizio
a fare in culo manda
la gente che comanda.
Ma Beppe Grillo sai che fa?
Si fa una gran pubblicità
e il populismo instilla
nei giovani balilla
che gli van dietro di città in città.”

Un po’ fortina quella definizione "dei giovani balilla/che gli van dietro di città in città", avrebbero potuto risparmiarsela, ma Beppe Grillo cosa fa? Fa rimuovere il contenuto da YouTube per violazione del copyright.

Nella prima parte del filmato (ancora reperibile qui in una versione "allungata") c’è un breve intervento di Beppe Grillo sull’insuccesso del Movimento 5 Stelle in alcune regioni del Sud. Ma non mi pare proprio che ci sia violazione del copyright, visto che l’uso di una parte di opera per motivi di critica e di discussione è ancora permesso.

E’ chiaro che è un pretesto bello e buono e che forse, l’unico copyright che in ipotesi potrebbe essere stato violato, paradossalmente, è proprio quello degli autori della musica de "Il coccodrillo come fa?", ma allora dovrebbe farsi avanti il signor Pino Massara, che c’entra Beppe Grillo?

E’ inutile, il far star zitto l’altro, il potergli dimostrare che "tu su di me non dici niente, specie se mi critichi", il fare la voce grossa, il dimostrarsi Golia rispetto a Davide è una tentazione che in rete non risparmia nessuno. Pesce grosso mangia pesce piccolo. E se non lo mangia il pesce piccolo dovrà ringraziare il pesce grosso per la sua magnanima bontà e per avergli risparmiato la vita.

La rete non è un’espressione di libertà in cui siamo tutti alla pari. Esistono delle gerarchie interne determinate dalla visibilità di un singolo sito, di un singolo personaggio e di una singola iniziativa.
Il sorriso di tolleranza e di benevolenza della rete è facciata, è puro fumo negli occhi.
La gente se potesse venderebbe la propria madre pur di fartela pagare per aver parlato, criticandola, di lei in rete.
La democrazia della rete, ma soprattutto la possibilità di sfuggire al controllo dell’oggetto della critica, fa molto incazzare. Tutti, nessuno escluso.

Quella di Beppe Grillo è una mossa che non mi sarei davvero mai aspettato. Uno che fa satira e che si incazza quando il bersaglio della satira è lui?

Specchio dei tempi.

PS: La foto di Beppe Grillo che correda questo articolo è tratta dalla voce di Wikipedia (che lui ama tanto) che lo riguarda.

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La dittatura ricomincia da Fazio

E’ così, non si fa in tempo a criticare la sedicente sinistra che prende le distanze dalle dichiarazioni di Marco Travaglio su Schifani che arriva la condanna ufficiale della RAI su dei fatti che sono stati accertati, denunciati in un libro e mai smentiti.

Tra poco il per nulla servile Fabio Fazio leggerà su RAI3 una condanna ufficiale.
Sembrerà poco più di uno di quei telegiornali della TV polacca ai tempi di Jaruzelski, solo con un po’ più di figa.

Nessuno si è indignato perché Schifani avrebbe fatto quello che Travaglio ha rivelato, tutti si sono indignati perché queste cose sono state dette.

Non è nulla, è solo l’inizio della dittatura. Lunga, resistente e morbida.

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Il saluto a Enzo Biagi

Enzo Biagi è in “condizioni critiche”. Lucido, come lo hanno definito le figlie, ma è in ospedale ed è grave.Sono dei modi eleganti, magari un po’ schivi, per dirci che non lo rivedremo più, non in televisione, almeno.Biagi è uno di quei giornalisti vecchia maniera, una personcina schiva, modesta, riservata.
E’ un brav’uomo all’antica, uno di quei vecchi che profumano di borotalco e cappelletti in brodo di cappone, ha scritto libri che sono a metà tra la storia, la geografia e il resoconto di viaggio, e che si chiamano “Francia”, “Germania”, “Inghilterra” e via discorrendo. Testimonianza di un modo di scrivere che guarda più ai contenuti che ai contenitori.
Era un piacere leggerli, si imparavano tante cose. Sarà per questo che li hanno messi fuori commercio da anni e non li hanno più ristampati. Gli editori, quando pubblicano qualcosa di utile e piacevole che non parli di sesso o di religione si incazzano.

Enzo Biagi era stato allontanato dalla TV di Stato da Berlusconi nel suo arcinoto diktat bulgaro.
E’ stato l’inizio della sua fine, perché essere censurati può ancora ancora andare bene, ma esserlo assieme

– a un comico come Luzzati, che ha il non comune potere di lasciarci allegramente indifferenti ai suoi contenuti;

– alla Guzzanti, che ha difeso un programmache sarebbe andato fuori programmazione per disinteresse del pubblico, altro che censura;

– a  Santoro, che per tutta risposta a Berlusconi che lo mandava via piangeva storpiando “Bella ciao”;

questo è davvero troppo.

Adesso che Biagi è ancora vivo (e come persona viva a tutti gli effetti va trattato), vogliamo salutarlo con affetto, dirgli grazie per il modo onesto di fare giornalismo che ha portato avanti (e che, proprio perché onesto, i giornalisti di oggi si guardano bene da accogliere come modello da imitare).

Berlusconi ha dichiarato: “Mi dispiace molto, speriamo bene”.

Coraggio, Dottor Biagi, non abbia paura. La fine dell’esistenza terrena non potrà mai essere penosa quanto la sofferenza di veder soffocati talento, intelligenza e mestiere da chi ha fatto della censura l’unica arma di dialogo di cui è capace di disporre.

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Il blog “Mastella ti odio” denunciato alla polizia postale

Che quelli che hanno realizzato il falso blog di Pierferdinando Casini fossero incappati in un errorelo avevo detto anch’io.
Che quelli che hanno realizzato il vero falso blog mastellatiodio fossero gli stessi che avevano giocato con Casini lo avevano detto loro stessi. Ma Mastella li ha denunciati lo stesso.
Mastella denuncia tutti.Mastella denuncia quelli di mastellatiodio perché hanno fatto un blog uguale al suo nella grafica.
C’è da spiegare all’onorevole Mastella che non sono i soli, dato che quella grafica a pallini è un template.
E ci sarebbe anche da spiegargli che cos’è un template.

E come corollario finale, c’è da spiegargli che blogspot.com mette a disposizione quel template per tutti coloro che vogliano aprire un blog. Il che non significa che tutti i blog di blogspot.com siano a pallini, ma semplicemente, che quella grafica è uno dei tanti vestitini preconfezionati che blogspot mette a disposizione di chiunque (sì, anche di Mastella).

Poi, sempre con calma, bisognerebbe andargli a dire, con le dovute cautele del caso, che di siti-fake che gli fanno il verso ce n’è un altro, che risponde al link http://dementemastella.blogspot.com/.

In breve, Mastella denuncia chi lo odia apertamente e non chi gli dà del demente in maniera neanche tanto velata, sia pure con una punta di ironia, dote che il nostro ministro della Giustizia non sembra apprezzare particolarmente.  Sarà per quello che non se n’è ancora accorto.

E’ strano Mastella.

Il Dott. De Magistris arriva quasi ad indagare su di lui e ne viene disposto il trasferimento d’ufficio.
Domani sera Santoro avrebbe dovuto (potuto!) mettere in onda una puntata su Mastella e si è mosso un pezzo grosso dell’UdeUR dicendo che quella puntata non s’ha da fare se no salta qualche testa della RAI.

Mastella se la prende a male e non dovrebbe. L’odio è un sentimento nobile sia per chi lo prova che per chi ne è oggetto.
Dovremmo serbarne il ricordo nell’oblio. Vedremo se riuscirà a denunciare anche la memoria per averlo messo da parte.

(lo screenshot è tratto da: www.repubblica.it)

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Oscurato il blog pieroricca.org

Riporto dal blog di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it) quanto segue. Al momento di andare in linea con questo post, il sito www.pieroricca.org è visibile, anche se ancora privo dei contenuti oggetti di sequestro, e contiene svariati commenti di solidarietà al curatore, circostanza che ne testimonia l’attività, pur non attenuando la gravità di quanto accaduto e non dimostrando il fatto che Piero Ricca possa ancora aggiornare il blog, che in effetti è fermo al 7 luglio scorso.

Fede, l’abusivo di Rete 4 con il permesso di Gentiloni, lo scrivano di Rutelli che fa il ministro delle Comunicazioni e non fa applicare la legge, ha fatto bloccare il sito di Piero Ricca.
Ricca è un cittadino che manifesta il suo dissenso pubblicamente. Lo ha fatto anche con Fede che gli ha sputato in testa. Per fortuna senza conseguenze, anche perchè la dentiera ha tenuto. Il Dna di Fede contiene infatti la berluschite che provoca leccaculismo e asservimento.
Ricca non ha denunciato lo sputacchiatore. Fede ha querelato Ricca.
L’abusivo può diffondere il verbo del suo padrone, chi è senza padroni ha bisogno di una museruola.
Gente come Ricca fa paura, non perchè sia un terrorista, ma per l’esatto contrario.
Un cittadino informato che sputtana i potenti in pubblico è un cattivo esempio. Se la gente lo imitasse, in molti dovrebbero espatriare.
Riporto un appello di Ricca dal suo blog e l’intervista a Francesco Di Stefano, legittimo proprietario delle frequenze occupate da Rete 4, come espresso da Corte costituzionale, Consiglio di Stato e Corte di giustizia europea.

Mancano solo l’Onu e il dipendente Gentiloni a cui vi prego di chiedere di far rispettare la legge con una mail: gentiloni_p@camera.it o lasciando un commento nel suo blog: www.paologentiloni.it

SITO BLOCCATO DALLA FINANZA (www.pieroricca.org)
"Sono Piero Ricca.
CARI AMICI, NON POSSO AGGIORNARE IL BLOG. Mi è stato chiuso con atto della procura di Roma, un “sequestro preventivo” notificatomi alle 14,00 di oggi da due agenti della guardia di finanza del “nucleo speciale contro le frodi telematiche”, venuti da Roma. Il sequestro proviene da una querela per diffamazione presentata da Emilio Fede nei miei confronti per la famosa contestazione al circolo della stampa. Con il medesimo provedimento hanno cancellato un mio post relativo alla vicenda Fede e i commenti in calce. Non hanno potuto, per motivi tecnici, togliere il video da youtube.
Naturalmente farò immediata richiesta di dissequestro. Intanto posso solo scrivere queste righe in questa sede. Fra poco manderò un comunicato ai siti amici, e vi chiedo fin d’ora di farlo girare.
Con Fede ce la vedremo in tribunale, magari davanti a uno dei magistrati diffamati e spiati negli anni del governo del suo datore di lavoro.
E continueremo a criticare lui e i suoi simili sulla pubblica piazza, in nuove manifestazioni di dissenso.
Nessuno riuscirà a sequestrare la libertà di espressione, mia e degli amici di Qui Milano Libera e del blog: questo è certo.
Grazie a tutti." A presto, Piero.

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Valerio Di Stefano – La censura dagli occhi a mandorla

La Microsoft e il governo cinese hanno raggiunto un accordo secondo il quale i cittadini cinesi che desiderino aprire uno spazio blog sul portale MSN si vedranno censurare alcune espressioni e parole chiave e verranno cortesemente invitati a sostituirle o, meglio, a non usarle se desiderano fare in modo che il loro pensierovada on line.

 

Tra queste espressioni figurano "libertà", "diritti umani", "democrazia". Particolarmente sorvegliato dal sistema di restrizioni imposto dal governo di Pechino e pedissequamente accettato da Microsoft anche il campo semantico che si riferisce all’indipendenza di Taiwan.

 

Qualunque utente cinese desideri accedere ai servizi di MSN per inserirvi un blog o un diario on line, dovrà accettare di sottostare a delle "regole di condotta" imposte non già da una consuetudine d’uso, come nel caso di quello che nei paesi occidentali comunemente viene inteso per "Netiquette", ma da una pressione governativa di controllo che appare, se possibile, pretestuosa e preoccupante.

 

Se il divieto viene ignorato si viene avvisati dell’opportunità di cancellare l’espressione "proibita", anche se non è ben chiaro (o forse lo è fin troppo) quali siano le conseguenze successive.

 

Altre restrizioni per i cittadini cinesi riguardano le ricerche su Yahoo e Google.

 

La Cina è quanto mai lontana, soprattutto per il rispetto dei diritti civili e delle libertà fondamentali dell’individuo.

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