Scontro di civiltà per uno smartphone

smartphonerotto

In un negozio di riparazione cellulari, smartphone e iPhone:

– Buongiorno!
– (…zzz…)
– senta… volevo chiederle… io avrei un vecchio smartphone… siccome ci sono affezionato vorrei vedere se è possibile continuare ad usarlo.
– (…zzz…) Ehm, sì, cos’ha?
– Scalda. Scalda parecchio. Non so se sia un problema di batteria. Ma sta acceso per pochissimo tempo dopodiché si scarica…
– Ah, ma lo fa, sa? Non si creda!
– Cioè? Che vuol dire?
– Che tutti i Samsunghi fanno così. E’ la scheda madre. E’ programmata per partire dopo due anni.
– Quindi non posso farci niente?
– Proprio niente caro Coso, mi dispiace, lei è proprio nato sfortunato.
– Mah… è il Suo lavoro riparare cellullari…
– Guardi, sia cortese, esca con i suoi piedi e se ne compri uno nuovo, chè se no c’è anche da pagare la consulenza (eurini…)
– Ben gentile!

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Gone with the Wind!

C’è stata una tempesta solare e un buon numero di cellulari Wind sono andati letteralmente in tilt.

Qualcuno ha voluto vederci per forza una congiura del “venerdì 13”, fatto sta che tutti a chiedersi, a disperarsi, a flagellarsi, a minacciare interventi dell’Agcom e dell’Antitrust perché senza il telefonino, senza mandare le nostre puttanatine su WhatsApp, senza la possibilità di guardare nevroticamente Twitter una volta ogni tre secondi e mezzo, senza scattare una “fotina”, meglio se un “selfie” e schiaffarla su Facebook a beneficio de’ beoti che la commenteranno con spreco di faccine.

E per questo c’è gente che è disposta a firmare una class action. Voglio dire, siccome sul sole ci sono le tempeste (cosa assolutamente normale, come è normale che questi fenomeni abbiano ripercussioni sulle telecomunicazioni) allora siamo pronti a difendere tutto il meraviglioso niente a cui non vogliamo rinunciare nemmeno se ci sono di mezzo dei fenomeni naturali.

Poi, per carità, ci saranno stati anche professionisti che avevano bisogno di comunicare e che hanno avuto dei disagi, ma, appunto, si tratta di disagi, non della fine del mondo. Quando queste cosine non c’erano cosa si faceva? Ci si fermava a una cabina, si comprava un gettone, c’erano i telefoni pubblici. Ecco, ci dovremmo incazzare perché ci hanno tolto tutto questo, perché non esiste più il “posto telefonico pubblico”, perché anche se abbiamo degli spiccioli in tasca non abbiamo una cabina in cui infilarli per chiamare. E invece con chi ce la prendiamo? Con il sole. Che dovrebbe esserci amico, adesso che ci abbronza, ci rende più piacevoli allo sguardo, e magari ci fa anche sollevare gli occhi dal cellulare per dirigerli verso la vicina di ombrellone. Ecco come faremo a sopravvivere!

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Il Movimento Genitori: “Facebook non tutela i nostri figli. Pronti ad azioni legali.”

Il MOIGE è il “Movimento Genitori”.

Il suo sito web risponde all’indirizzo http://www.genitori.it.

Il suo scopo è condivisibilissimo: aiutare i genitori in una educazione chiara e responsabile dei figli, nella tutela dei minori, soprattutto dalle inside dei media, porre “attenzione a norme e prassi relative ad alcool, fumo, giochi con vincita in denaro, pornografia e videogiochi inadatti”.

Accetta donazioni liberali ed è possibile destinare il 5 per mille sull’IRPEF a sostegno delle proprie attività. Cose che io non farò.

Perché se da un lato sono condivisibilissime le finalità sociali e di prevenzione di questo organismo (chi non vorrebbe vedere i bambini più preservati nell’approccio con le tecnologie, e più difesi dalla possibilità di sviluppare dipendenze da alcool, droghe e gioco d’azzardo?) sono  i contenuti che mi lasciano profondamente perplesso.

Comincio con una dichiarazione di Maria Rita Munizzi, Presidente del MOIGE, che riguarda Facebook, all’indomani della notizia (assai preoccupante) dell’adescamento di una tredicenne da parte di alcuni suoi coetanei:

Facebook non tutela i nostri figli ed è gravissimo che continui a consentire l’iscrizione senza imporre nessun tipo di controllo. Siamo pronti ad azioni legali contro il social network se non si provvederà ad adottare forme di tutela più efficaci che impediscano ai nostri figli di incorrere in tali pericoli”.

E’ chiaro che è l’approccio iniziale ad essere sbagliato perché non è Facebook (o qualsiasi altro social network) a dover non consentire l’iscrizione di un minore, per il semplice fatto che non ha gli strumenti materiali (e non li avrebbe nessuno, in rete, non solo Facebook) per verificare se la persona che si collega e si iscrive sia minorenne o meno. Come faccio io a stabilire da un indirizzo IP se chi siede davanti al computer e guarda il mio blog sia una persona minorenne o no, e se sì, se scriva dal computer di casa o da un internet point (che, normalmente, dovrebbe chiedere la carta d’identità ai suoi avventori, ma di solito non lo fa mai), o da una biblioteca pubblica (“scusi, è libera la postazione internet n. 4??”  E come fai a dire di no? Rifiuti un servizio pubblico?), o dalla postazione di un amichetto compiacente? Non lo può sapere Facebook, e non lo può sapere NESSUNO.

L’unica entità che può prevenire il pericolo che una persona minorenne si iscriva a Facebook (e per il regolamento di Facebook possono iscriversi anche i minori) è la FAMIGLIA, basta, non ce ne sono altre.

Cosa dovrebbe controllare, Facebook, che tu sei tu? E quali azioni legali possono venire portate avanti nei confronti di Facebook? Facebook risponde alla normativa degli Stati Uniti, non a quella italiana. I dati vengono conferiti in un altro Stato. Ritengo che il movimento “genitori.it” sia abbastanza abbiente da potersi permettere assistenza legale negli Stati Uniti, dove gli avvocati costano, e costano molto, ma le uniche “forme di tutela più efficaci che impediscano ai nostri figli di incorrere in tali pericoli” sono quelle che impediscono ai nostri figli di andare su Facebook. Sono il controllo, l’educazione e la prevenzione.

Ma controllo, educazione e prevenzione non bastano. Ci vuole la conoscenza.

E’ su questo che si basa la sfida educativa. I genitori devono conoscere meglio dei loro figli quelle che si ostinano a chiamare le “nuove tecnologie”, altrimenti è finita. Altrimenti si correrà sempre il rischio non solo che i bambini vengano adescati (come se fuori dai social network tutto questo non esistesse), ma anche, ad esempio, di vedersi querelati perché il figlio adolescente ha schiaffato su Facebook la foto di un maestro, di un professore, di un compagno, del giornalaio, dello scemo del villaggio, di una persona qualsiasi e l’ha magari insultato, sbeffeggiato, offeso, diffamato, e quello a un certo punto ha deciso di non fargliela passare liscia.

Ci sono concetti nel nostro sistema giuridico come quello della “culpa in vigilando” e della “culpa in educando”, che non possono essere scaricati su Facebook che diventa l’orco, il cattivo di turno, il lupo che ti mangia, il babàu che ti assale mentre percorri il bosco con il cestino sotto il braccio per andare a fare visita alla nonna.

Ma perché, un bambino o un adolescente devono per forza avere Facebook? E’ chiaro, “perché ce l’hanno tutti” (i nostri figli non sono “tutti”, sia chiaro), “perché lo vogliono”, “perché se no ci fanno due palle così”, “perché sono bambini e tutto è concesso e concedibile”, “perché così passano un po’ di tempo a chiacchierare con gli amici” (già, e vederli al parco per una partita di pallone no, eh??)…

Termina Minuzzi: “noi saremo sempre in prima linea per sensibilizzare ed educare  i ragazzi all’uso del web, ma è assolutamente necessario che ognuno faccia la sua parte, a partire da chi come Facebook lucra milioni di euro sulla sua piattaforma sociale”. E certo che Facebook lucra, chissà cosa pensa la gente che sia, una associazione a scopo benefico? Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, e tutti sottoscriviamo che ognuno deve fare la propria parte, ma i primi a dover fare la propria parte sono proprio i genitori. Facebook non è che la punta dell’iceberg, prima c’erano i vari sistemi di messaggistica istantanea, le chatline, e giù giù fino alla stratificazione dei ghiacci dei newsgroup o delle mailing-list. Che esistono ancora, sapete, mica sono spariti dalla circolazione. Semplicemente, nessuno ne parla. Se questi genitori sapessero come è semplice scaricarsi delle foto pornografiche collegandosi con i newsgroup binari smetterebbero subito di prendersela con Facebook. E sono cose che può fare chiunque. Io, voi che mi leggete, il presidente del MOIGE o chi per noi. Certo, bisogna saperlo fare e avere gli strumenti per farlo. E’ per questo che la conoscenza della rete è importante, perché ci permette di esercitare quel controllo sui minori che è alla base della loro educazione.

Se sia i genitori che i figli NON sanno una cosa non succede nulla. Se la sanno SOLO i genitori possono insegnarla ai figli, ma se la sanno SOLO i figli tengono inevitabilmente sotto scacco i genitori.

Ma c’è molto di più su genitori.it.

C’è, ad esempio, un “promo” in cui si vede Milly Carlucci che si presta (nobile gesto!) a promuovere la campagna “Dite ai vostri figli di non accettare sms dagli sconosciuti”.

Santo cielo, ma un SMS, fino a prova contraria NON E’ una caramella, che si può rifiutare. Un SMS arriva. E NON SI PUO’ EVITARE. Gli SMS sono la tecnologia più invasiva che esista al mondo. Perché il telefonino lo porti sempre con te (guai a non averlo, essere sempre raggiungibili è un obbligo!!) e un SMS può arrivarti a qualunque ora del giorno e della notte. E non lo puoi evitare. Sia che sia l’amichetto o la amichetta del cuore a scriverti, sia che si tratti del pedofilo di turno che chiede una foto oscena in cambio di pochi euro di ricarica telefonica.

Fa bene la Carlucci a terminare lo spot con un preoccupato “Che vergogna, ragazzi!”, perché questo indica la sua partecipazione emotiva al problema.

Ma siamo sicuri che la vergogna siano SOLTANTO i pedofili che chiedono materiale osceno in cambio di un po’ di credito? O forse non è altrettanto vergognoso che ragazzini di 13-14 anni vadano in giro con lo SmartPhone ultimo modello, magari regalato dai nonni (perché, poverini, han fatto la Comunione, sono stati promossi, è il loro compleanno, no, anzi, è Natale e se lo meritano…), e lo usano con il benestare implicito dei genitori, i quali si fanno intestare una SIMcard con cui un minore fa tutto quello che vuole, perché lo sa che è difficilmente rintracciabile e punibile?

Regaliamo ai nostri figli cellulari con cui si fanno facilmente foto, video, con cui si registrano conversazioni di nascosto, e queste informazioni possono viaggiare in tempi rapidissimi. Lo sappiamo, buon Dio, lo sappiamo tutti. E allora perché facciamo finta di non saperlo e li riempiamo di roba che costa 600-700 euro??

La tecnologia che ci aiuta c’è. Eccolo qui:

E’ un telefonino cellulare prodotto e messo in commercio dalla ITT. E’ roba di casa nostra, fatta dagli italiani.  Non lo importiamo dalla Svezia. Di più, è uno dei valori aggiunti al PIL. Non serve solo per i bambini, va benissimo anche per gli anziani. Ha cinque tasti su cui si possono prememorizzare altrettanti numeri. Mamma, papà, casa, fratello o sorella e nonni. A chi cavolo deve telefonare un bambino o un adolescente? All’amico o all’amica del cuore per raccontarsi le loro cose? Va benissimo, lo abbiamo fatto tutti, non c’è NIENTE DI MALE, ma allora telefoni dal cellulare di mamma o di papà. Che non devono stare lì ad ascoltare quello che dici. Ma almeno SANNO a CHI telefoni.

E con un cellulare così basta mettere una scheda SIM che sia registrata sul sito internet del gestore (e ovviamente intestata al genitore), cosa che TUTTI I GESTORI ITALIANI OFFRONO. Così si vede se il minore, magari, in un lampo di genio, si è fatto prestare il cellulare da un compagno, ci ha inserito la sua scheda e ci ha fatti fessi.

E’ poco, forse, ma è già qualcosa di più e di meglio che comprare loro l’I-Phone.

E quando sono i nonni a spingere per il cellulare ultimo modello, un bel “Mamma, papà, i miei figli li educo come voglio io, voi ne siete fuori!” male non fa.

Perché è troppo semplice dire che è tutta colpa di Facebook.

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Le suonerie per i cellulari, la Mucca Lilla e le manovrine della Telecom

Dichiaro la mia feroce avversione, l’odio e anche la pirosi gastrica da sommo dispregio, nei confronti delle società che vendono suonerie per cellulari e si fanno pubblicità sulla Rai e su Mediaset ad ogni ora.

Quelle che ti dicono di mandare una parola a un numero di telefono via SMS e ti ritrovi abbonato a una suoneria, uno sfondo per cellulare e a qualunque altra stronzata galattica.

Quelle che ti aggrediscono con imitazioni mal riuscite tipo "Vuoi risc’póntere o no, I’ te voglie ‘bbene…", quelle che fanno vedere la ragazzina isterica fatta di Pongo (ma esisterà ancora il Pongo??) che ti dice "Amoreeeeee, rispondimi…" che se avessi una figlia così l’avrei già schiaffata in Convento dalle Carmelitane Scalze.

Quelle che guardi la pubblicità e pensi che una volta, il massimo che ti potesse capitare era vedere Ernesto Calindri in mezzo al traffico che si faceva un Cynar.

Quelle che ti dicono "Vuoi ricerevere GRATISSS questa SIMPATICA suoneria??" E tu che rispondi "No!!!! Non la voglio ricevere. Prima di tutto perché non è simpatica per niente, anzi, mi sta parecchio sui coglioni, secondariamente perché quella roba non la voglio neanche GRATIS, e infine perché dietro questo mercimonio da quattro soldi c’è la Telecom.

Ecco le condizioni contrattuali:

"Il prezzo del servizio è di 20€ Iva inclusa su base mensile, per ricevere 1sfondo+1suoneria ogni settimana, più il costo dell’eventuale traffico WAP secondo piano tariffario del proprio operatore mobile. L’abbonamento è a tempo indeterminato, con pagamento ogni 30 giorni dalla data di attivazione. E’ possibile recedere dall’abbonamento in qualunque momento attraverso l’area "I tuoi acquisti" del sito www.alicepay.it oppure chiamando gratuitamente il Servizio Clienti 187. Il recesso ha effetto allo scadere dei 30 giorni dalla data di attivazione o dalla data dell’ultimo rinnovo dell’abbonamento."

Frasi come "abbonamento a tempo indeterminato" mi inquietano. Non c’è più niente a tempo indeterminato, giusto le suonerie dei cellulari. Notare anche la concessione: "E’ possibile recedere dall’abbonamento in qualunque momento". E ci mancherebbe anche altro che uno debba essere condannato a 20 euro +IVA al mese vita natural durante. La fanno passare come una concessione, come un regalo, come segno della loro cortesia e dovrebbe essere una opzione scontata: sto alle tue condizioni fin quando lo voglio io.

Voglio fare bistecche della Mucca Lilla, altro che suonerie…

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Gli SMS del 2009



L’abitudine degli SMS con gli auguri di Natale e di Buon Anno è assolutamente odiosa.

Per questo chiedo scusa a quanti mi hanno inviato il loro pensiero, via cellulòfono, ma questa volta ho deciso di non rispondere a nessuno.

Per Natale mi sono fatto prendere dal senso del dovere e del rimorso, si sa, a Natale nasce Gesù Bambino, ci si deve sentire più buoni e generosi, e rispondere con pazienza e tolleranza anche a chi non ti ha mai scritto per tutto l’anno, neanche per chiederti "Oh, cane, come stai??"

Ma per il Capodanno non mi sono fatto fregare, a Capodanno non nasce un bel cavolo di nessuno, e quindi ho fatto una sorta di sciopero morale degli SMS, che non mi ha impedito di sentirmi bippare l’attrezzo schizofònico in continuazione.

L’SMS che va più di moda quest’anno è del tipo:

"BNUAONNO: questi auguri li ho comprati all’IKEA, vedi di rimontarteli da solo!"

con tutta una serie di varianti e controaggiunte varie.

Ne avrò ricevuti una decina e tutti dello stesso tenore.

Ora c’è da domandarsi com’è che la gente non trova nemmeno un momento per scrivere qualcosa di personale, di originale, che so "O bìschero, come stai? Speriamo che il nuovo anno ci porti parecchi quattrini e che muoia Berlusconi" no, non lo fa nessuno, la gente non ricicla i rifiuti e ricicla gli SMS degli altri…

Alcuni, addirittura, si limitano ad "inoltrare" un SMS con la firma di un altro dimenticandosi di correggerlo, per cui ti capita di leggere, come è successo a me, un messaggio firmato Francesco da una amica che si chiama Daniela, e lì vai direttamente in tilt.

Come vanno in tilt i telefoni a mezzanotte, quando tutti, ma proprio tutti, inviano contemporaneamente gli auguri a chiunque, anche a chi non c’entra nulla.

E che dire dell’abitudine piuttosto rompicoglioni anziché no di NON firmare gli SMS??

"Scusa, ti scrivo dal cellulare di mia madre perché il mio è scarico, auguri!", sì ma chi cazzo sei? E, soprattutto, perché mai dovrei avere il numero di telefono di tua madre?

Ma perché la gente non torna a odiarsi come sempre?
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D’Alema: il ministro drin-drin

(foto da “Il Messaggero”)

L’ennesima brutta figura in campo internazionale ce l’ha fatta fare Massimo D’Alema, che da ministro degli esteri si è recato in Germania per un vertice italo-tedesco e al momento della foto di gruppo, da bravo italiano, si è fatto squillare il telefonino, ha risposto, ha fatto sentire il tutto alla Merkel (che, giustamente, pensava alla torta di mele, al Leberwurst, ai Bretzeln e a tutto quanto fa Tedeschia e non gliene poteva importare di meno delle telefonate di D’Alema) e a Prodi. D’Alema è strano, sta sempre a giocare con i telefoni.Poi la Forleo lo intercetta e lui si inquieta.Però intanto Wind, Tim, 3 e Vodafone ringraziano.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata su 57 milioni di abitanti e 60 milioni di telefonini.

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Valerio Di Stefano – Il Ministro e i cellulari

Il dibattito sollevato dalla circolare del Ministro della Pubblica Istruzione Fioroni, che reca in oggetto “linee di indirizzo ed indicazioni in materia di utilizzo di telefoni cellulari e di altri dispositivi elettronici durante l’attività didattica”, somiglia più a un polverone sonnacchioso che a una presa di posizione efficace e soddisfacente su un problema che, bisogna convenirne, ha dimostrato tutta la sua gravità in un processo mediatico a catena di S.Antonio, e tutta la sua urgenza quando ormai era troppo tardi. Il cellulare, si sa, non è più un accessorio per i nostri adolescenti. E’ molto di più, è una necessità, una pura ragione di vita, una protesi di loro stessi. E’ un oggetto che ha superato ormai la sua funzione meramente comunicativa, per assumere il ruolo di libero passaporto nei confronti del branco e di veicolo a basso costo per essere protagonisti nell’effimero di un filmatino amatoriale da condividere tra amici, o da inserire in rete.

Così, una volta identificato il primo “mariuolo”, non si è mai fermata la gragnuola di notizie su professori inermi ripresi mentre venivano derisi da orde fameliche di studenti armati di videofonino, di alunni disabili offesi e malmenati, di professoresse discinte che affermano di non essersi accorte che qualcuno dei loro alunni minorenni le stesse palpeggiando e di supplenti senza scrupoli.

L’emergenza nelle scuole si verificava ormai da tempo ma, si sa, le emergenze esistono solo nella misura in cui se ne parla sui giornali, in Tv e in internet. Cellulari sotto il banco, magari privi di suonerie o dotati appena di una leggera vibrazione e sguardi distratti mentre si digita un SMS; richieste di uscire dall’aula perché “è la mamma che mi chiama”, telefonini infilati nello storico astuccio delle penne e delle matite per poter spedire e ricevere, con un minimo di destrezza, al soluzione del compito dal compagno di classe o da fratelli e sorelle compiacenti a casa. Tutto questo era ed è vita quotidiana nella scuola pubblica.

Poi il caos. La follia. Per un cellulare sequestrato ci sono famiglie che non si sono fatte scrupoli a picchiare gli insegnanti o i dirigenti scolastici. Perché, si sa, i libri di testo sono molto cari e ci si può anche permettere il lusso di non averli. Ma i cellulari, quelli no, quelli devono essere all’ultimo grido, un po’ perché se no i ragazzi non si sentono come tutti gli altri, un po’ perché devono comunque essere sempre raggiungibili dai genitori (che si dimenticano che la scuola ha un numero di telefono a cui rivolgersi e dal quale gli alunni possono chiamare in caso di urgenza), un po’ perché senza quel cellulare non si è nessuno.

E allora non si può dire che un insegnante ha fatto bene a sequestrare un cellulare a un alunno solo perché lo usava in classe. Perché oltre ad andare a toccare un bene indubbiamente personale, l’insegnante ha avuto l’ardire di mettere in dubbio il sistema educativo della famiglia. Ha dimostrato una falla, una voragine nel ruolo familiare nell’insegnamento dei valori ai propri figli e questo no, non è minimamente tollerabile.

Per fortuna, adesso, la stampa ha raccontato che con la circolare del Ministro Fioroni tutti potremo dormire sonni tranquilli e che, finalmente, è giunta l’ora della riscossa degli insegnanti: l’uso dei telefonini è finalmente vietato in classe e la decenza è ristabilita motu proprio da una comunicazione che ha coinvolto nientemeno che il Ministro in persona, da sempre dimostratosi sensibile all’impatto che le “nuove tecnologie” (così definite, evidentemente, da chi più che “nuove” le sente “estranee”) possono avere nella cultura e nell’educazione dei giovani.
Mesi or sono, Fioroni fece un’esternazione che lasciò tutti perplessi, a proposito dell’opportunità di controllare la rete da immissioni di materiale pornografico, nell’interesse supremo dell’educazione dei più deboli. Fu un vero peccato che il suo blog fosse stato bombardato da centinaia di link di spam ad articoli e risorse in rete di carattere pornografico. Il blog in questione fu ritirato dopo poche ore, ma fu comunque troppo tardi, perché la contraddizione fu pienamente documentata dalla cache dei più popolari motori di ricerca che ne serbavano accurata memoria.

E’ ovvio che con la circolare Fioroni fa acqua da tutte le parti e che da domani gli alunni delle scuole italiane di ogni ordine e grado, potranno riprendere a smanacciare con i loro amati cellulari come e quanto vogliono. Lo avrebbe capito chiunque avesse letto, anche sommariamente, il documento.

In primo luogo la circolare è indirizzata ai direttori degli Uffici Scolastici Provinciali (gli ex “Provveditorati”), ai Direttori Scolastici Regionali, agli intendenti e sovrintendenti delle province autonome e delle regioni Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige e agli Intendenti per le scuole delle lingue minoritarie. La circolare è stata inviata anche ai Dirigenti delle Istituzioni Scolastiche Autonome. Per conoscenza. Nessun cenno tra i destinatari ai Dirigenti Scolastici, ai Direttori e agli insegnanti, che, pure dovrebbero essere il motore centrale della sorveglianza e primi agenti del processo di sensibilizzazione degli alunni verso il problema. Ovviamente, tra i destinatari non figurano le famiglie né gli alunni. Per il Ministro Fioroni, evidentemente, queste componenti, almeno in questa fase del dibattito, sono inutili.

Dopo una introduzione che va dall’allarmismo, come “ i recenti fatti di cronaca che hanno interessato la scuola, dalla trasgressione delle più banali regole di convivenza sociale (uso improprio dei telefonini cellulari e altri comportamenti di disturbo allo svolgimento delle lezioni)” fino agli episodi di bullismo e di violenza, riguardano situazioni che, seppure enfatizzate dai media, non devono essere sottovalutate, alla banale ovvietà del “volemose bene” (“un’educazione efficace dei giovani è il risultato di un’azione coordinata tra famiglia e scuola”), Fioroni passa a elencare ciò che deve essere fatto: rivedere il regolamento di disciplina degli alunni.
E’ una materia che spetta ai singoli istituti, nel rispetto dell’autonomia. Fioroni lo sa bene che non può dare direttive e si limita, più genericamente ad auspicare “chiarimenti interpretativi, sollecitando opportune iniziative di carattere operativo”, senza peraltro chiarire quali.

La circolare segue con il richiamo ad alcuni commi del D.P.R. 249 del 1998, in vigore da nove anni, più conosciuto come “Statuto degli studenti e delle studentesse”. E che come tale è applicato e recepito. Dunque, nulla di nuovo sul fronte occidentale, se non il solito rosario mal sciorinato di regole preesistenti. Ma dove Fioroni spinge sull’acceleratore è quando ritiene “necessario che nei regolamenti di istituto siano previste adeguate sanzioni secondo il criterio di proporzionalità, ivi compresa quella del ritiro temporaneo del telefono cellulare durante le ore di lezione, in caso di uso scorretto dello stesso”.

Dove sia il discrimine tra il corretto e lo scorretto non è dato saperlo. E non ce lo dice Fioroni, lasciando agli insegnanti la discrezionalità del discrimine tra l’utile e il futile, tra l’urgente e il superfluo, facendo intendere, poco più avanti, che sì, se proprio non se ne può fare a meno, una telefonatina a casa la si può anche fare, basta che il Prof. dica di sì.

E il Prof. dice di sì, anche e soprattutto perché non può dire di no. Non si può andare a sindacare se il “Oddio,
prof., ho mal di pancia, posso andare fuori a chiamare mia madre per sapere se può venire a prendermi?” sia o non sia la scusa per sentire il fidanzato o l’amica del cuore. In dubio pro reo, e tanti saluti ai buoni propositi.

Il Docente non ha gli strumenti, ma soprattutto non ha i poteri per poter frenare l’uso impazzito del telefonino durante l’attività didattica. Occorrerebbe che questo particolare dovere di sorveglianza (che non è quello generico riguardante l’incolumità fisica degli alunni e la prevenzione di azioni di particolare pericolo) fosse previsto dal contratto nazionale di lavoro, che indica e limita le competenze dei docenti. Ma il rinnovo del contratto dei docenti ormai è slittato di 15 mesi (con la complicità di sindacati troppo impegnati a rifarsi il lifting con l’offerta di scalcinati fondi pensione), e la classe insegnante è stremata da stipendi che non hanno più lo stesso potere di acquisto di un anno e mezzo fa. Occorrerebbe un patto sociale di corresponsabilità che le scuole dovrebbero firmare assieme alle famiglie. Occorrerebbe, più semplicemente, una legge dello Stato che dicesse, sic et simpliciter, che “é proibito l’uso dei telefoni cellulari durante l’attività didattica.”
Fioroni sa bene anche questo. E sa anche che le leggi in Italia le fa il Parlamento e non i Ministeri.
Ma, evidentemente, il molto rumore per nulla è una sirena di Ulisse ancora troppo irresistibile, sebbene nessuno, a parte i gestori di telefonia mobile, abbia alcunché da guadagnarne.

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Fioroni ci ripensa: una legge contro i cellulari a scuola

Fioroni ha preannunciato che il suo dicastero emanerà in tempi rapidi, forse già entro una settimana, una prima circolare che consentirà più facilmente ai presidi e agli insegnanti di adottare provvedimenti restrittivi per l’uso del telefonino nei locali scolastici. Ma, ha avvertito, per ottenere un divieto totale non si potrà che ricorrere ad una normativa nazionale di cui dovrà farsi carico il Parlamento.

"L’uso del telefonino durante le attività didattiche e di laboratorio – ha dichiarato – non è solo elemento di distrazione, ma non consente il mantenimento degli impegni che gli studenti si sono assunti". E ha spiegato che la "commissione legalità" del Ministero entro un paio di giorni concluderà l’esame del provvedimento che dovrebbe comunque consentire subito alle scuole di chiarire perché "l’uso del telefonino, nelle ore di studio, all’interno delle scuole non possa essere consentito".

Le preoccupazioni del ministro sono quelle fatte proprie già da tanti altri politici italiani, secondo cui l’uso del cellulare, tra le altre cose, stimola episodi di bullismo. A questo proposito, il Ministro ha ammesso che "ci dobbiamo anche sentire interpellati dalle motivazioni per le quali i nostri ragazzi filmano qualunque episodio e qualunque gesto".

In questo quadro, Fioroni ha sottolineato che una responsabilità forte è da attribuire alla televisione, sia quella pubblica che quella privata. All’oligopolio televisivo, RAI e Mediaset, Fioroni ha inviato una considerazione sulla cultura dei reality show, "che porta ad indurre i nostri giovani alla ricerca di un protagonismo a qualunque costo". Secondo Fioroni la televisione deve invece "concorrere ad un processo di condivisione di modello educativo con la scuola e la famiglia".

da: www.punto-informatico.it

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Wind rimborserà i costi di ricarica

Wind e i costi di ricarica, atto secondo. L’impegno che Wind ha assunto due giorni fa, dichiarando che l’abolizione dei costi di ricarica avrebbe avuto validità per tutti i clienti – vecchi e nuovi – non è arrivato subito all’utenza: ieri i clienti hanno acquistato ricariche gravate ancora dall’odiato balzello. Ma la compagnia telefonica ha promesso di porre rimedio e da oggi tutto sarà conforme alla legge.

L’allarme è partito dal Movimento Difesa del Cittadino e da Adiconsum: le associazioni hanno denunciato che, dopo l’entrata in vigore del decreto Bersani, l’operatore aveva addebitato costi di ricarica ai propri clienti. Alcuni episodi sono stati segnalati anche alla redazione di Punto Informatico, e una segnalazione ha trovato spazio anche altrove: il Resto del Carlino riporta infatti un episodio verificatosi a Modena e segnalato da due utenti Wind. "Entrambi – ha riferito ieri al giornale il responsabile modenese di Adiconsum, Angelo Ferrari Valeriani – hanno acquistato stamattina una ricarica di 10 euro, ma si sono visti accreditare 8 euro di traffico telefonico. Di fronte alle loro sacrosante proteste si sono sentiti rispondere che Wind non ha ancora mandato comunicazioni ufficiali".

Le rimostranze delle associazioni dei consumatori sono risuonate un po’ ovunque, trovando però legittima soddisfazione: Helpconsumatori, nel pomeriggio, ha infatti riferito che Wind nel frattempo ha dichiarato il proprio impegno a porre rimedio al disguido, promettendo a tutti i clienti il rimborso, entro il 31 marzo e sotto forma di traffico telefonico, dei costi aggiuntivi sostenuti. La mancata applicazione delle regole fissate dal pacchetto Bersani è stata causata, riferisce l’azienda, all’adozione dei necessari aggiornamenti tecnici, che ieri erano ancora in corso di ultimazione. Da oggi, assicura Wind, saranno pienamente operativi.

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Fine dei costi di ricarica: Tre prima di tutti

Fate i vostri interessi, non fate la guerra, tanto nel lungo periodo i minori profitti saranno compensati. Questo il messaggio che ieri il ministro allo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani, il cui nome è associato al decreto che azzera i costi di ricarica, ha voluto nuovamente invitare gli operatori di TLC italiani a scegliere la via della collaborazione con il Governo e di "essere razionali dinanzi ai cambiamenti".




Bersani ha sottolineato l’importanza del suo provvedimento per i consumatori. A detta del Ministro, la guerra, ha usato proprio questo termine, va evitata. "Credo – ha spiegato – che le compagnie possano rinnovare le proprie strategie rendendole più trasparenti, senza rimetterci nulla nel medio periodo. Ci saranno tante strategia ma il consumatore comunque, non so di quanto, ci guadagnerà". "Quando una parte del prezzo escluso dalla concorrenza rientra nella concorrenza – ha evidenziato il Ministro – il consumatore ci guadagna".

Il riferimento alle "tante strategie" è ben chiaro andando a vedere le mosse degli operatori di questi giorni. Wind si appresta a lanciare dal 4 una modulazione che non piace ai consumatori ma che l’azienda ritiene del tutto rispettosa della nuova normativa, Vodafone, come TIM, ha già confermato che dalla mezzanotte del 4 marzo tutte le proprie ricariche garantiranno un traffico telefonico pari al valore nominale delle ricariche stesse mentre TRE, come accennato, ha deciso di anticipare tutti e di far partire da oggi i suoi "tagli".

"Tutte le ricariche – dichiara infatti l’azienda – sia lato standard che lato power, erogheranno un credito senza scadenza pari all’importo speso per l’acquisto della ricarica". È stato possibile effettuare una ricarica Power fino alle ore 22 di ieri sera mentre da oggi, anche utilizzando il lato Power, i clienti riceveranno un credito senza scadenza pari all’importo speso per l’acquisto della ricarica, come se avessero utilizzato il lato standard. Ai nuovi clienti che attiveranno una Ricaricabile TRE da 20 euro, da oggi e fino al 30 aprile, TRE promette complessivamente 30 euro in traffico.

L’operatore chiarisce inoltre che le ricariche attualmente presenti sul mercato potranno essere utilizzate senza alcun problema: i clienti che le acquisteranno, "indipendentemente dal lato utilizzato (standard o power), riceveranno un credito senza scadenza pari all’importo speso per l’acquisto della ricarica".

E mentre le associazioni del consumo all’unisono fanno sapere di voler vigilare su quanto accadrà nei prossimi giorni, l’Autorità TLC avverte gli operatori che per garantire trasparenza dovranno fornire ai propri clienti un quadro chiaro ed effettivo sui costi sostenuti, costi che dovranno essere inquadrati in un periodo temporale facilmente identificabile.

Tutto ciò è contenuto in una delibera che Agcom ha pubblicato sul proprio sito proprio in applicazione del decreto Bersani. "Per quanto riguarda la telefonia mobile – spiega Agcom – gli operatori devono indicare nelle proprie offerte, nel caso di piani tariffari al consumo (ad esempio quelli con le ricariche), il costo complessivo delle chiamate vocali di durata di 1 minuto e di 2 minuti".

A raffreddare gli entusiasmi dei consumatori per l’abbattimento dei costi di ricarica ci hanno pensato ieri i sindacati delle telecomunicazioni, UILcom e Fistel-CISL, secondo cui i minor ricavi derivanti dal decreto Bersani rischiano di tradursi in nuovi problemi per il mondo del lavoro.

UILCom sostiene che le TLC sono un settore di grande competizione nel quale gli operatori devono investire di continuo, creando di fatto una "esposizione finanziaria" in un quadro di instabilità che le novità del Decreto rischiano di aggravare e "rischiano – aggiunge UILcom – di compromettere il futuro di alcuni operatori meno strutturati, che inevitabilmente risentono sui propri bilanci del netto taglio ai costi di ricarica".

Per tentare di governare la situazione, il sindacato chiede che il Governo riveda i meccanismi dei tagli ai costi di ricarica e li introduca in maniera più graduale, "al fine di garantire gli operatori più deboli e il conseguente mantenimento dei livelli occupazionali". Una visione condivisa anche da CGIL: i due sindacati condividono il taglio ma avvertono che "eliminare i costi troppo in fretta può mettere in ginocchio un paio di operatori. E a noi gli operatori servono tutti in buona salute".

da: www.punto-informatico.it

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Costi di ricarica: accuse agli operatori – Dario Bonacina

Si avvicina il termine fissato dal decreto Bersani in merito al credito dei piani tariffari "ricaricabili", con l’abolizione dei costi di ricarica e della scadenza del credito prepagato. Ma in rete circolano voci di un intento contrario, o quantomeno da chiarire, da parte di alcuni operatori mobili. L’enigma sarebbe aperto su Wind e – per la scadenza delle SIM – su Vodafone.

Il blog di Windworld segnala l’introduzione di tre nuovi piani tariffari prepagati che l’azienda dell’Arancia varerà dal 5 marzo, e che, in conformità al pacchetto Bersani, non prevedranno addebiti di costi di ricarica. Secondo il blog, dal 5 marzo, i nuovi piani tariffari – che prevedono inoltre 15 centesimi di euro sull’invio di ogni SMS – sostituiranno i precedenti nell’offerta di Wind. Ma evidenzia che solo per questi tre nuovi piani non esisteranno più costi di ricarica, sia utilizzando vecchie ricariche ancora in vendita sia utilizzando quelle nuove, commercializzate a breve. Gli utenti con i vecchi piani tariffari, invece, continuerebbero a pagare i costi aggiuntivi sulle ricariche da 10 e da 25 euro. Il passaggio ai tre nuovi piani sarebbe comunque concesso senza addebiti aggiuntivi ai vecchi clienti (mentre saranno preattivati sulle nuove SIM). Continua la lettura di “Costi di ricarica: accuse agli operatori – Dario Bonacina”

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SIM scadute: ottenuto un rimborso

Una delle conseguenze più vistose del pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni nella parte che tocca le TLC è la disposizione secondo cui il traffico telefonico acquistato dagli utenti non è soggetto a scadenza. Una novità che ha iniziato a produrre le prime conseguenze.

Riporta infatti MiaEconomia di come un giudice di pace di Napoli, Riccardo De Miro, sia intervenuto in un caso di SIM scadute, costringendo l’operatore telefonico a rimborsare l’utente che ha fatto ricorso contro la cancellazione del credito telefonico non ancora goduto al momento della cancellazione della SIM.

Come noto, infatti, gli operatori mobili fino ad oggi procedevano in automatico a “chiudere” le SIM prepagate acquistate dai clienti quando questi nel corso di 13 mesi non effettuavano alcuna ricarica del traffico. Una cancellazione che portava con sé non solo il numero di telefono corrispondente alla SIM ma anche il minutaggio telefonico già pagato dall’utente.

Secondo il giudice De Miro questa cancellazione va considerata una clausola vessatoria che non può essere inserita in un normale contratto telefonico. Tutt’alpiù può essere sottoscritta dall’utente con una nota specifica a parte.

Si tratta, niente più niente meno, dell’applicazione della riforma Bersani, laddove prevede appunto che il credito telefonico non sia soggetto a scadenza.

Carlo Claps, legale dell’associazione del consumo Aidacon che ha seguito il caso, ha spiegato che “la diffusione di questa sentenza consentirà agli utenti di poter richiedere gli importi residui sulle schede disattivate, oltre alla richiesta di risarcimento danni per illegittima disattivazione della scheda SIM”.

da: www.punto-informatico.it

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Dal 4 marzo cancellati i costi di ricarica

No, non ci sarà il paventato rinvio per il provvedimento che azzera i costi di ricarica di telefonia mobile, un provvedimento atteso da lungo tempo e richiesto a gran voce dai consumatori.

A garantire che dai primi di marzo i costi di ricarica saranno effettivamente cancellati è Andrea Lulli (DS), relatore del decreto legge sulle liberalizzazioni introdotto dal Governo. "La data di entrata in vigore della norma – ha specificato ieri – non si sposta e resta fissata al 5 marzo".

Lulli nei giorni scorsi aveva indagato sull’intera questione chiedendo anche agli operatori di telefonia mobile di fornire la propria posizione sull’argomento. "Siamo un paese un po’ malato – ha dichiarato a questo proposito – avevo chiesto di valutare le controdeduzioni delle aziende, ma le osservazioni che sono arrivate sono irricevibili: non mi hanno convinto". Ciò che invece è accaduto, ha spiegato Lulli, è che "dopo averle valutate mi hanno convinto che l’applicazione della norma nei tempi previsti è possibile oltreché giusta".

Lulli ha anche voluto sottolineare il contenuto di un proprio emendamento che blinda il decreto: l’entrata in vigore del comma 3 articolo 1 del decreto (quello relativo a telefonia, internet e tv) ha un termine fissato in 60 giorni ma non si applica sulle ricariche: ciò significa che rimane in vigore il termine fissato in origine, ovvero quello che prevede dal prossimo 4 marzo l’abolizione dei costi di ricarica.

Ad applaudire alle chiarificazioni espresse da Lulli è Generazione Attiva, il movimento dei cittadini e dei consumatori nato sull’onda della petizione con cui non sono solo state raccolte centinaia di migliaia di firme per l’abolizione dei costi di ricarica ma si è riusciti ad innescare un processo, anche in sede europea, che ha portato alla riforma di questi giorni.

"Accogliamo con soddisfazione la notizia secondo cui non ci sarà alcun rinvio all’abolizione dei costi di ricarica – scrive in una nota Generazione Attiva – I poteri forti delle lobby telefoniche per una volta non hanno vinto! Dal 4 Marzo (e non il 5 come erroneamente riportato da qualcuno) i cittadini italiani non dovranno più pagare alcun costo di ricarica!"

Secondo Andrea D’Ambra, presidente del movimento, "i deputati di maggioranza della Commissione Attività Produttive hanno dovuto far dietro-front dopo l’iniziale ipotesi ventilata nei giorni scorsi di un rinvio, ipotesi valutata da qualche deputato in seguito alle forti pressioni ricevute dagli operatori telefonici. Abbiamo dimostrato di essere persino più potenti delle grandi multinazionali telefoniche e di riuscire a far sentire in modo forte la nostra voce. I deputati in questi giorni sono stati letteralmente invasi da migliaia di email di protesta degli oltre 800mila firmatari della petizione che non avrebbero in alcun modo tollerato un eventuale rinvio".

da: www.punto-informatico.it

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