Le idiosincrasie di Facebook

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Mi succede una cosa strana (un’altra?)

Se, dal computer, mi collego con una delle mie pagine Facebook e tento di mettere in evidenza un post (a pagamento), ricevo un messaggio di errore come questo:

in cui mi si dice, in pratica, che se voglio continuare a pubblicare o mi metto a fare il bravo per svariate settimane e rispetto le loro regole (mi hanno già disattivato e successivamente riattivato l’account due volte!), oppure gli invio i miei documenti: patente di guida e una delle ultime bollette ricevute. O anche l’ultimo estratto conto della mia carta di credito (che cosa se ne faranno mai dei miei movimenti, visto che la maggior parte di loro vanno proprio a Facebook?), insomma, qualcosa che sia intestato a me (gli manderò l’ultima bolletta del gas, che era pari a zero, anzi, mi hanno perfino rimborsato).

La cosa curiosa è che se provo a mettere in evidenza lo stesso post tramite cellulare, tutto va regolarmente a buon fine, e non mi chiedono proprio nulla. Certo, c’è da aspettare che loro “approvino” i contenuti (capirai, cosa sarà mai un po’ di cultura libera, rispetto alle fotografie di piedacci in primo piano, formosità più o meno gradevoli in costume, cuoricini e gattini varii), ma, insomma, il divieto viene bypassato.

Ah, dimenticavo; in pochissimi giorni la pagina Facebook di musicaclassicaonline.com ha raggiunto la non disprezzabile cifra di 200 aficionados (ed è veramente poco, anzi, pochissimo, che è in linea).

Piccole idiosincrasie, grandi soddisfazioni.

La piaga d’Egitto dei WhatsApp natalizi

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Ci risiamo, è iniziata la settimana di Natale e cominciano ad arrivare, cupi, neri, e minacciosi i messaggi WhatsApp degli auguri, che culmineranno il loro flusso nei giorni della vigilia e del 25, oltre all’impazzimento collettivo della mezzanotte dei 31. Ed è tutto un bzzz bzzz di vibrazioni del cellulare e tu che guardi il telefono e ti chiedi “Ma chi cazzo è??” vedendo una serie di numeri di telefono che nemmeno hai infilato nella rubrica e allora ti chiedi come mai i mittenti sconosciuti di quei messaggi insidiosi ed irritanti non si siano magari preoccupati, durante tutto l’anno che è passato, di darti il loro nuovo numero, o di comunicarti di avere una seconda scheda SIM con la quale possono chiamarti. E’ gente che non si è occupata di te per tutto l’anno, e adesso torna alla carica solo perché WhatsApp le permette di inviare un messaggio in contemporanea a 5 utenti alla volta. E siccome la sera della vigilia di Natale la gente non ha un cazzo di meglio da fare mentre aspetta la messa di mezzanotte, allora si mette a scrivere UN messaggio a UNA persona e a replicarlo all’infinito a TUTTI i contatti della propria disgraziatissima rubrica. Generalmente il messaggio non ha una particolare originalità proprio perché deve essere neutro e vigliacco per potersi adattare a qualsivoglia esigenza. E poi la fantasia: “Buon Natale e buone feste a te e tutta la tua famiglia”. Ma chi ve li scrive i discorsi?? Ma davvero non avete il tempo per mandare un pensiero un po’ più originale e soprattutto PERSONALIZZATO per QUELLA persona? Se non ce l’avete potete anche evitare di togliervi il pensiero degli auguri da mandare in due minuti ed evitare. Veramente, non ci fate una bella figura.

Ho cambiato gestore telefonico: la vendetta degli SMS pubblicitari a pagamento

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nokia

Dall’ultima volta in cui vi ho parlato del mio improvvido cambio di gestore telefonico ne sono successe un paio davvero carine:

– ho ricevuto un messaggio pubblicitario. Quelli del call center del mio nuovo operatore dicono che sono io che devo aver pigiato un OK su qualche bannerino invisibile, ma io sinceramente non mi ricordo nulla di tutto ciò, fatto sta che l’SMS pubblicitario mi è arrivato e mi è anche costato 2,44 euro. Roba dell’altro mondo! Dovrebbero darli a me 2,44 euro per ricevere la loro pubblicità e invece me li fanno pagare. Va beh, ho deciso di far schermare i messaggi pubblicitari in entrata (si può fare, anzi, fàtelo subito, così non perdete tempo) e mi hanno anche restituito i 2,44. Carini.

– Mi ha chiamato un gestore telefonico diverso dal mio per sentire se putacaso volevo passare da loro. No, esenza neanche grazie, se e quando vorrò di nuovo cambiare gestore e farmi sugare un sacco di soldi per i loro servizi li chiamerò personalmente e glielo chiederò, che diàmine.

Vi racconterò di eventuali altre scosse di assestamento man mano che si verificheranno. Intanto il consiglio, tanto per cambiare, è sempre lo stesso: cambiate pure gestore ma con molta, molta, molta cognizione.

Ascesa e potere del cellulare in classe

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Di Anders - Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1427841
Di Anders – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1427841

In tutti i paesi europei si stringe il freno sull’uso dei cellulari in classe. In Italia, come sempre, siamo in leggera controtendenza. Ma “leggera”.

Quindi stiamo andando verso una regolamentazione (fatta di leggi, decreti, circolari ministeriali) che consente l’uso del cellulare (o del tablet, si veda il caso) solo per determinati usi. Segnatamente quelli didattici. Si potrà, cioè, usare il cellulare per fare una ricerca su internet. Non lo si potrà usare, chiaramente, per comunicazioni personali.

Bello! Però c’è un “però”. Ed il punto è che i ragazzi, oggi, il cellulare a scuola lo usano già e regolarmente. Per chattare con l’amico o l’amica del cuore, per mandarsi fotine (sostantivo vomitevole), per immortalare (e sputtanare) l’insegnante in atteggiamenti compromettenti, per cercare notizie (solitamente sul calcio e sui risultati della domenica o sul posticipo della serie A), per ascoltare la musica con le cuffiette e il cappuccio della felpa ben calcato sulla testa. Il cellulare è la naturale prosecuzione del loro essere, quindi negarglielo sarebbe come oscurare una parte del loro stesso io. Quindi lo usano a scuola perché il loro cellulare sono loro stessi e se ne fregano altamente delle regole. Sditeggiano quando e dove vogliono, e se proprio devono fare una chiamata vocale, si alzano (senza chiedere il permesso) e vanno in bagno (sempre senza chiedere il permesso). “E’ mia madre”, “Ho risposto a un messaggio”, “Stavo facendo vedere una cosa al mio compagno”, “Ma no, ho solo consultato Wikipedia” (bugia colossale! Non gliene importa niente di Wikipedia, e in questo caso fanno anche bene), insomma, c’è sempre una scusa, una attenuante, qualcosa che renda più leggero il fardello del loro usare il cellulare in classe che oltretutto non si potrebbe, anzi, non si può.

E figuriamoci adesso che si sta preparando la strada alla liberalizzazione controllata dell’uso dello smartphone o dell’iPhone che sia. Tutti a cercare materiale didattico da cui poi possono agevolmente copiare, con la complicità di qualche professore babbeo e un po’ tonto in fatto di tecnologia, che dice “Oh, hai fatto veramente un bel compito, sai? E’ tutto tuo??” E l’alunno, carogna “Oh, sì professore, ci ho messo tutte e due le ore che avevamo a disposizione, anzi, temevo proprio che non mi bastassero!” (vero niente, ha trovato una pagina su internet e l’ha copiata di brutto, ma intanto prende otto perché il professore rimbecillito non è in grado di provare l’orrido plagio). E soprattutto via alla chat coatta, allo scambio di immagini selvaggio, alle lunghe, inutili e urticanti liste di discussione su WhatsApp (tra cui quelle della classe da cui i professori sono regolarmente e crudelmente bannati). Sempre con la scusa che tanto a scuola è ammesso e che, in realtà si stava facendo una ricerca per il programma di geografia, ecco qui, professore, lo vuol vedere? -aria di supponenza e di sfida – (Tanto lo sanno perfettamente che il professore non solo non vuole, ma non può andarsi a guardare i cellulari dei suoi alunni, perché provati un po’ a toglierglielo o, peggio, a “sequestrarglielo”, non fai più vita…).

Perché, chiediamocelo con innocente candore: chi li controlla, e, soprattutto, quali strumenti e quali poteri ha il docente per controllare? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Però intanto il cellulare in classe è un segno dei tempi, perché la tecnologia sta cambiando il nostro modo di vivere, bla bla bla, ormai in rete si trova di tutto (è questo che dovrebbe impensierirci), i nostri figli sono dei nativi digitali (sì, però quando hanno rotto hanno rotto, sempre con questo cavolo di cellulare in mano), non si può fermare il progresso (e chi vuole fermarlo? Casomai si vuole fermare l’uso improprio che se ne fa) e via discorrendo.

Tutto questo negli altri paesi europei è tabù. Il cellulare in classe non si usa e basta. Ma noi continuiamo ad essere in leggera controtendenza.

PS: Non amo parlare del mio lavoro, sia nella vita privata che sul blog. Se lo faccio è per eventi o fenomeni macroscopici (come questo) o che possono destare qualche allarme sociale (come il fenomeno dei docenti che “amano” le loro alunne minorenni). Per cui non ve la prenderete se mi assumo il buon proposito di non scrivere più di “scuola” per lungo, lungo tempo.

Roba da URP

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IO: “Buongiorno, gentile utente, in che cosa posso rendermi utile?” (1)

UTENTE: “Sono venuta a riprendere mio figlio.”

IO: [“Con la cinepresa?” (2)] “Oh, sì, in quale classe è??”

UTENTE: “Non lo so…”

IO: “Cioè?? Non sai che classe frequenta tuo figlio??” (2)

UTENTE: “…adesso lo chiamo col cellulare così me lo faccio dire.”

IO: “Ma non si può, gli alunni non possono ricere telefonate in classe!”

UTENTE: “Ma il permesso gliel’ho dato io!!”

(giuro, è successo a me)
(1) Citazione cólta e buon per chi l’ha còlta!
(2) Che bello sarebbe stato rispondere così!

Parole da odiare: “selfie”

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Siamo buffi noi italiani quando ci innamoriamo delle parole straniere.

Ora va tanto di moda “selfie“. Che, bisogna dirlo, è una parola che fa schifo di pietà, ma che è riuscita a insinuarsi nel linguaggio del web (ma non solo) e incancrenirsi, nell’uso, anche nel lessico dei giornalisti più accreditati (come vedete, su Twitter c’è cascata anche Anna Masera de “La Stampa”).

Cosa voglia dire codesto “selfie” è fin troppo chiaro. Viene dall’inglese “self”, cioè “da solo”, “autonomamente” (si vedano espressioni come “self-service”, “self-made-man”), solo che c’è quell’odiosissimo suffisso -ie che in inglese indica una sorta di diminutivo-vezzeggiativo. Si riferisce in genere a una foto (o, più raramente, a un filmato) scattata col cellulare e che ritrae lo stesso autore da solo o insieme a altre persone.

Ma noi una parola per dire tutto questo ce l’avevamo, era “autoscatto“. Evviva, le parole esistono, rilassatevi!!

Le foto Polaroid con numero di cellulare realizzate da Pablo Chiereghin in mostra a Vienna

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Il social network, quello vero, non è Facebook, che non si sa bene a cosa serva ma piace a tutti, nè Twitter, che si sa benissimo a cosa serve ma in pochissimi lo usano.

Il vero social network lo ha inventato un signore che si chiama Pablo Chiereghin, che a Vienna presenta un suo progetto intitolato "Portraits with telephone numbers" (Ritratti con numeri di telefono).

E’ l’uovo di Colombo: quaranta immagini stile Polaroid (la prima dell’Autore) di persone assolutamente normali che hanno deciso di metterci la faccia e il numero di telefono (scritto proprio sotto al ritratto).

Una serie di ritratti, dunque, non esattamente con lo stile del Pollaiolo, ma con la freschezza dei volti della quotidianità e la possibilità di interagire attraverso il mezzo del cellulare, considerato, al pari della foto su carta Polaroid, una tecnologia "analogica" (va beh, "Repubblica" la chiama così, tanto, come sempre, qualcosa bisogna pur che dicano, anche loro…).

Riuscire, come ho detto, a metterci la faccia e nientemento che il numero di telefono (dato che la gente considera "intimo" per eccellenza) per essere contattati da una potenziale moltitudine indefinita di persone, è un atto di coraggio, indubbiamente, ma è soprattutto una dimostrazione sincera e di immediata empatia di non paura.

Abbiamo davvero bisogno di gente che non ha paura.

La mostra si chiama "Privacy Matters" e la ospita la Anzenberger Gallery.