Fabrizio Casari – Honduras: golpisti isolati, il mondo è con Zelaya

Netta, senz’appello. Magari non particolarmente tempestiva, ma inequivocabile. La condanna degli Stati Uniti del golpe di Tegucigalpa ha inflitto un serio colpo alle speranze di accredito internazionale dei golpisti honduregni. Tanto Barak Obama, quanto Hillary Clinton, hanno chiesto con forza il reintegro del Presidente Zelaya alla guida del paese centroamericano, ribadendo che, comunque, Washington riconoscerà come legittimo solo il governo guidato dal Presidente deposto con la forza. Stesso atteggiamento anche dal Palazzo di Vetro a New York. I 192 paesi facenti parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita sotto la presidenza del nicaraguense Miguel D’Escoto, non fanno sconti, non cercano soluzioni politiche o scorciatoie diplomatiche. In una risoluzione approvata per acclamazione, alla presenza di Zelaya, giunto da Managua su un aereo venezuelano, l’Assemblea Generale ha condannato “il colpo di Stato nella Repubblica dell’Honduras che ha interrotto l’ordine democratico e costituzionale”. L’Assemblea generale ha lanciato un appello alla comunità internazionale “a non riconoscere a nessun altro governo al di fuori di quello del Presidente costituzionale Zelaya per cui ha chiesto “l’immediato e incondizionato ripristino”. Continua la lettura di “Fabrizio Casari – Honduras: golpisti isolati, il mondo è con Zelaya”
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Fabrizio Casari – Veltroni fa una cosa di sinistra

E’ finita ieri l’avventura di Veltroni alla guida del PD. L’uomo che sogna l’America, vorrebbe vivere in Africa e fa politica in Italia, ha rimesso il suo mandato ad un partito che non è partito mai. Le dimissioni sono state presentate adducendo la volontà di non prestarsi al gioco al massacro delle componenti interne, unico sport nel quale il PD primeggia, ma certo è che il bilancio dei mesi di segreteria Veltroni ha rappresentato un record assoluto di sconfittismo politico nella storia repubblicana. L’ex segretario ha collezionato alcune perle che difficilmente saranno eguagliate da chiunque decidesse di lanciarsi nell’agone politico: dapprima ha contribuito a disarcionare Prodi, indicando un radicale cambio di rotta nei rapporti tra i partiti che sostenevano il governo del professore; quindi, per correre verso la segreteria del PD si è dimesso da sindaco di Roma, che è stata consegnata ad Alemanno. Poi ha cancellato la sinistra dal Parlamento italiano, consegnato il governo alla destra più reazionaria d’Europa e perso anche le amministrative. Poteva bastare? No che non bastava. Continua la lettura di “Fabrizio Casari – Veltroni fa una cosa di sinistra”
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Bayley, uno spione a tempo determinato – di Fabrizio Casari

Norman Bailey, la superspia statunitense destinata a “vigilare su Cuba e Venezuela", dopo nemmeno tre mesi di lavoro, è stato rimosso dal suo incarico. Con discrezione, ma con nettezza, l’ex reliquia di Reagan, veterano agente della Cia, è stato rimandato a casa con un provvedimento firmato da Mike Mc Connell, capo supremo di tutta l’intelligence Usa. Discrezione obbligata, visto che normalmente gli incarichi delicati vengono assegnati o revocati in forma adeguata alla missione. Quelli relativi all’intelligence, poi, sono destinati per principio al massimo della riservatezza, giacché oltre a contenere in sé elementi di sicurezza, sul piano politico indicano, molto più che le dichiarazioni pubbliche, le intenzioni dei governi che quelle nomine le fanno. Bailey era stato scelto da John Dimitri Negroponte, ora vice di Condoleeza Rice e prima zar di tutte le spie a stelle e strisce. Proprio Negroponte, altro residuato bellico del gabinetto Reagan passato armi e bagagli in quella Bush, aveva nominato Bailey “Capo missione dell’Intelligence Usa per Cuba e Venezuela”. Il suo compito era quello di sostenere gli sforzi dell’amministrazione Bush per isolare combattere ed, eventualmente sovvertire, i governi di L’Avana e Caracas.

La sua nomina aveva destato non poche proteste dei governi cubani e venezuelani, alle quali si erano sommate le perplessità di diversi esponenti dell’establishment statunitense, che ritenevano la missione un errore politico e Bailey il meno indicato a ricoprirne un ruolo di direzione. Ma del resto, a ben vedere, una certa coerenza tra la missione e il personaggio c’era e in ogni caso Negroponte non aveva fiducia nell’operato del Dipartimento di Stato, ritenuto probabilmente troppo “diplomatico” verso L’Avana e Caracas. Da qui le pressioni per promuovere Otto Reich in Venezuela, da dove venne cacciato dopo il colpo di Stato con il quale pretendeva di rimuovere il Presidente Chavez. Fallito il colpo di Stato, fallita la missione di Reich.

Certo è che nessuna missione diplomatica decente avrebbe potuto avere Norman Baley come elemento di direzione. Bailey infatti, personaggio privo di qualità politiche, era giunto agli onori della cronaca per aver infiltrato, agli ordini di Bush padre, il governo di Panama mentre a Washington preparavano l’invasione dell’isola e svolse il ruolo di consigliere dell’ex Presidente argentino Duhalde quando questi finiva di gettare nell’abisso l’Argentina. Ma soprattutto spacciava una sua stretta amicizia con Lyndon Larouche, il controverso esponente politico statunitense.
A leggere il suo curriculum, Bailey è “economista e consulente”, professore della “Potomac Foundation” di Washington, un think tank di ultras reazionari dove il mandarinato repubblicano è solito pescare consulenti e assessori. Con Reagan fu assistente speciale per gli affari economici internazionali e membro del National Security Council; quindi collaborò con la NSA, (l’agenzia nazionale per lo spionaggio elettronico) e la sua società, la “Norman Bailey Incorporated”, tra i cui clienti figura la "Mobil Oil", ottiene consulenze in quota repubblicana.

Ma per quanto esibisca titoli da economista, Bailey è stato, ed è, soprattutto una spia. Formatosi nell’intelligence militare, da decenni ha svolto missioni in America latina dove, rovesciando la sindrome di re Mida, ha condotto al disastro tutte le cancellerie che hanno avuto l’ardire di seguirne i consigli. Tra tutti appunto Duhalde, l’ex inquilino della Casa Rosada di Buenos Aires, al quale l’economista-spione consigliò di reprimere con la forza le proteste sociali di piazza che chiedevano di rientrare in possesso dei risparmi bancari azzerati dal governo. Duhalde finì male, le ragioni di chi protestava finirono al governo.
Non pago, Bailey continuò a procurare danni nel subcontinente americano, prima con la partecipazione al Plan Colombia (mai definitivamente realizzato) quindi alla dollarizzazione dell’economia dell’Ecuador, costata la sconfitta elettorale al governo che la proponeva e il governo a chi si opponeva.
E anche in patria non è che le sue performances risultassero migliori. Sostenne con vigore il politico di estrema destra Lyndon H. LaRouche, che dispone di una rete spionistica privata la cui “efficienza e grandezza” venne pubblicamente celebrata da Bailey. La controversa organizzazione, a detta di Bailey, “poteva agire con maggiore libertà che le agenzie ufficiali e permette di parlare con primi ministri e presidenti al di fuori dei consueti canali diplomatici”. Una perla.

Tornando in America latina, Bailey ha offerto generosamente consigli di straordinaria profondità analitica, tipo invadere Venezuela ed Ecuador, pensando potesse ripetersi quanto avvenuto a Panama, dove costruì una rete di menzogne a mezzo stampa con la collaborazione del New York Times in seguito alla quale ebbe luogo l’invasione dei marines. L’ultimo suo consiglio a Bush prevedeva l’inutilità delle relazioni con l’Argentina di Kirschner per isolare Chavez, che è invece uno degli scopi che la tappa argentina del viaggio sudamericano di George Bush intende raggiungere.
E’ stato l’ultimo consiglio del suo ultimo incarico.

da: www.altrenotizie.org

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Bush in America Latina: il viaggio fuori tempo massimo – di Fabrizio Casari

Chiamarlo “colpo d’ala” è senza dubbio eccessivo. Ma chi credeva che alla caduta del governo sarebbe corrisposta anche la fine della strategia indicata da Padoa Schioppa per raggiungere, nei tempi previsti, la cessione di Alitalia, è rimasto senza dubbio sorpreso. Ma non del tutto sollevato. Proprio nei momenti di maggiore fibrillazione della crisi di governo, sui tavoli delle cinque compagnie aspiranti acquirenti del vettore italiano è piovuto un documento di 22 pagine nelle quali sono elencate le condizioni poste dall’attuale azionista di maggioranza per l’avvio della trattativa. Un punto su tutti sembra essere imprescindibile: Alitalia dovrà restare italiana per almeno altri otto anni. Logo, marchio e sede non si toccano. Nessuna indicazione, invece, sul mantenimento dei livelli occupazionali, fatto che ha già messo in allarme il fronte sindacale.

I leader di Cgil, Cisl e Uil, infatti, invece di applaudire alla promessa mantenuta restano in attesa di conoscere il vero piano industriale che dovrà rilanciare la compagnia di bandiera. E’ sensazione diffusa che il governo, con questo documento, abbia voluto lasciare le maglie della trattativa più larghe possibile per non scoraggiare i candidati all’acquisto, ma solo nel momento in cui il piano industriale verrà presentato si conosceranno davvero le reali intenzioni del governo in merito al riassetto della compagnia; a parlare sugli esuberi, a quel punto, resteranno i numeri e ci sarà ben poco da trattare. Continua la lettura di “Bush in America Latina: il viaggio fuori tempo massimo – di Fabrizio Casari”

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Guerra ai testimoni – di Fabrizio Casari

Facciamo il tifo per Daniele Mastrogiacomo, perché sia liberato presto, prestissimo, senza nemmeno un capello fuori posto. Perché di giornalisti vittime della follia guerriera non ne possiamo più. Persone che cercano di fare il loro lavoro costretti a raccontare di un paese devastato tra un esercito straniero e una banda di pazzi ed assassini. Con in mezzo un popolo annientato, principale vittima di un conflitto che schiera interessi poco confessabili e soldati poco adatti. Già, i soldati. Trentacinquemila. Soldati bene armati. Ipertecnologizzati. Con le mostrine della Nato e le stimmate della “war of terror”. Sono i coalizzati dell’Occidente contro i Talebani afgani. Ventotto anni dopo i sovietici, le “forze del bene” scoprono quanto siano imprendibili quelle montagne. E ventotto anni dopo una invasione che non poteva vincere, scoprono quanto sia duro ripercorrerne le orme.

Ci sono soldati che combattono una guerra vera contro un nemico sfuggente, il cui burattinaio, nella comodità pakistana, gode dei favori di quelli che combattono contro i burattini. Quei soldati dell’Occidente che combattono i Talebani sono comandati da uomini che stringono alleanze sporche con i protettori dei Talebani, da Washington insediati e mantenuti nei salotti pakistani. Sono in Afghanistan senza l’illusione di poter vincere. Tengono in vita il governo di Karzai, che altrimenti non durerebbe un giorno. E tengono in vita un modello di governance globale, quello statunitense, che è già stato sconfitto dalla storia, deriso dai nemici, umiliato dalla cronaca. Che racconta di una occupazione che non occupa un bel niente, di un controllo del territorio che non c’è. Di una rinascita politica che appare un’indecente ironia.
L’Afghanistan, lontano dal clamore mediatico assegnato all’Iraq, senza una Falluja che apra gli occhi e senza una Abu Ghraib che indigni le coscienze, proclama vergognose guerre di civiltà, ma somiglia in modo straordinario ad un Vietnam asiatico. Continua la lettura di “Guerra ai testimoni – di Fabrizio Casari”

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