Le sbronze degli anni ’70

Certo Madonna quanto si beveva negli anni ’70! Tutti ubriachi come cocuzze, sbronzi come tegole. Sarà che c’era questo clima di spensieratezza collettiva, sarà che se non bevevi non ti sentivi parte del gruppo (oggi si direbbe del “branco”), sarà che Carosello presentava i liquori come facilitatori di relazione e di tacchinaggio, fatto sta che ingurgitavamo alcol a tutto vapore.

Ci avete fatto caso? Molti dei liquori che andavano di moda allora non si trovano più. Alcuni seppelliti dallo scandalo dei coloranti (ricordate l’E123??), altri, semplicemente, non hanno più trovato mercato.

Andavano molto di moda gli amari. Che per essere amari contenevano una consistente percentuale di zuccheri. Praticamente bevevamo ossimori. E coniavamo neologismi a iosa.
C’era Dom Bairo l'”uvamaro”, quello di Cimabue, Cimabue, fai una cosa ne sbagli due, poi Kambusa l'”amaricante”, Petrus, “l’amarissimo che fa benissimo” (il che significava che aveva effetti superlativi), l’Amaro Cora, l’Amaro 18 Isolabella, “la grande etichetta degli amari”, e per finire un Punt & Mes, con “quel punto di amaro e mezzo di dolce”. I più stacanovisti bevevano lo Jägermeister

E le grappe?? Grappa Piave, naturalmente, con il povero Luigi Vannucchi che raccontava come del distillato si dovesse scartare prima la testa, poi la coda e tenere solo il cuore, Grappa Julia e la Grappa Bocchino sigillo nero.

Chi aveva bisogno di riemettersi in forze poteva far ricorso al Ferro China Bisleri, o al Vov, che aveva un concorrente agguerritissimo, lo Zabov Moccia.

E come aperitivo un Rosso Antico, naturalmente, e che diamine. Che bel nome che aveva! Rosso Antico, sembrava una cosa bevuta da secoli, e con quella bottiglia seniforme e sinuosa che ricordava una donna.

Cazzo, sono diventato vecchio!

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La linea di Osvaldo Cavandoli

La linea era un cartone straordinario.
Pochissimi elementi, una linea bianca che tracciava la sagoma di un omino simpatico, un po’ sfrontato, certamente sfottente quel tanto che basta.
Osvaldo Cavandoli era il suo papà. Il cartone ebbe un successo straordinario come testimonial della Lagostina (“Lui cerca lallallàlla…” canicchiato sull’aria di “Io cerco la Titina”).
Era il simbolo di un altro modo di fare animazione. Assolutamente meno volgare e più vivace.
E soprattutto con un numero limitatissimo di risorse. Anche e soprattutto verbali. L’omino parlava una sorta di lingua franca, un grammelot italiano che non diceva assolutamente niente ma che veniva capito ovunque e da chiunque.
Cavandoli ha inventato il vero esperanto.
Non se lo ricorda più nessuno, a parte qualche anima pietosa che ha dedicato al cartone una voce su Wikipedia, facendo indubbiamente un’opera di bene, ma dimenticandosi -come accade regolarmente in Wikipedia- che un’enciclopedia è un’altra cosa (si è mai vista la Treccani dedicare una voce a Fabrizio Corona? Su, via…).
Cavandoli è morto il 3 marzo scorso e la gente nemmeno se n’è accorta.
Era un genio nell’accezione più genuina del termine: “Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione…” (da “Amici miei”)
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