Abbiate Grasso!

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Il Presidente del Senato Grasso, da quando ha deciso di far costituire il Senato della Repubblica come parte civile al processo per la compravendita di senatori di centro-destra, è stato bersagliato di critiche, insulti, ipotesi di mozioni di censura.

Si va dal “colpo di Stato” di Micaela Biancofiore alla “fatwa” di Daniele Capezzone, fino al “Lei trasforma quest’aula in una cancelleria del tribunale” di Mara Carfagna. Già. Che poi Mara Carfagna fa parte della Camera dei Deputati e non si capisce di quale “quest’aula” stia parlando, visto che si riferisce a quella del Senato, di quella a cui non appartiene?

Comunque sia, ci sono forze che appoggiano la decisione di Grasso, il Movimento 5 Stelle (già, come mai?? Dice che son sempre lì a criticare e invece per una volta son d’accordo. O come sarà??), il PD e SEL.

C’è un però. Il processo di cui si parla è già condannato a morire di prescrizione tra un annetto e mezzo circa. Trattandosi di un procedimento alle prime battute, sarà già tanto se arriverà ad una sentenza di primo grado in cui almeno un orientamento sulle responsabilità personali verrà messa nera su bianco. Grasso che è una vecchia volpe della magistratura lo sa benissimo.

Insomma, minimo investimento, figurone da salvatore dell’onestà e se il reato verrà in qualche modo accertato a carico di qualcuno, il Senato avrà tutto il tempo (poco anche quello, in verità) di procedere per vie civili. Dove i resposabili possono anche essere condannati, ma non risulterà mai da nessuna parte, a parte, forse, Wikipedia.

 

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Minacce via web alla Carfagna – Le reazioni di Boldrini e Gelmini

Mara Carfagna è stata minacciata in rete. Le hanno scritto cose indubbiamente sgradevoli sulla sua pagina Facebook, tipo “Ti verremo a prendere a casa”. Lei ha dato mandato ai suoi legali di querelare gli autori del gesto. Tutto questo va bene. E’ un suo diritto sacrosanto farlo.

La Boldrini, da parte sua, ha commentato su Twitter: «Ho telefonato a Mara Carfagna per esprimerle la mia solidarietà. Chi usa il web per minacciare snatura la Rete e la sua libertà».
Chi usa il web per minacciare, naturalmente, non snatura né la Rete, né tanto meno la libertà che essa offre, snatura prima di tutto se stesso e può essere perseguito a norma di legge. Punto. La libertà in rete è semplicemente connaturata al rispetto delle stesse regole che valgono per la società civile. Né più né meno. Viceversa rischieremmo una sorta di zona franca dove tutto è ammissibile, o un posto controllato in modo speciale.

Infatti la Gelmini, a sua volta, evidenzia: «Quest’episodio ci richiama al dovere di regolamentare in modo efficace il comportamento da tenere in rete». Perché, che comportamento si deve tenere in rete? No, ce lo dica, così lo sappiamo anche noi e, se del caso, ci adegueremo alla bisogna. Non bisogna offendere? Diffamare?? Minacciare??? Ma questi sono già reati perfettamente contemplati dal nostro codice penale. O vogliamo dire che una diffamazione è più diffamazione di un’altra solo perché compiuta sul web? Anche questo è contemplato, non c’è bisogno di ulteriori regolamentazioni.

Ancora una volta un episodio deprecabile ha dato seguito a reazioni deprecapili. Speriamo solo che il 49% dei lettori del Corriere che si è dichiarato “divertito” dalla lettura di questa notizia si diverta ancora di più a sostenere davanti a un giudice che “tanto è su internet”!

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Gli insulti alla Carfagna

Mara Carfagna (da www.wikipedia.org)

Marca Carfagna ha riferito ai carabinieri di essere stata duramente e pesantemente insultata mentre stava facendo la spesa in un supermercato.

Sentirsi insultare è sempre spiacevole. Anche se ad insultarti sono, come riferisce ancora la Carfagna, persone ben vestite e di modi apparentemente tranquilli e niente affatto rispondenti all’immagine di una logica di attacco verbale premeditato e precostituito.

Quello che non si sa è quali pesanti insulti siano stati profferiti all’indirizzo della di lei persona. Cioè, questi scortesi che l’hanno insultata, quali parole le hanno indirizzato?
Non è un gioco perfido che tende a cercare con curiosità morbosa i dettagli di una storia di per sé squallida e che non meriterebbe certo le colonne dei giornali sui quali è stata pubblicata, ma sapere che cosa sia stato detto ESATTAMENTE alla Carfagna potrebbe darci l’idea se quegli epiteti sono offensivi o no, in quale contesto sono stati pronunziati e qual è la loro portata (potrebbero essere parole che non ce la fanno ad assumere la possibilità di ledere la dignità altrui, che potrebbero essere state avvertite e ingigantite dalla sensibilità della persona a cui erano destinate etc…).
Manca, naturalmente, anche l’identità degli insultatori. E’ questo è comprensibile: se vado al supermercato e mi sento dire di tutto che ne so io chi è stato?
Ma resta il fatto che la Carfagna è stata insultata e non si sa da chi e che cosa le sia stato detto.

E allora tutta questa pantomima che vorrebbe scoraggiare la tecnica dell’insulto come approccio alla dialettica politica cade miseramente. C’è solo rabbia. Rabbia per non poter individuare chi è stato. Rabbia per non poter procedere a una querela ad personam (a proposito, la Carfagna ha pensato di inoltrare una querela contro ignoti?) e rabbia per non poter avere diritto a un risarcimento, magari da devolvere in beneficenza.

Ma la rabbia maggiore, quella non detta, è, probabilmente, l’eterna associazione dell’immaginario collettivo tra la Carfagna e i suoi calendari di svariati anni fa. Cioè quello che un risarcimento e una querela per diffamazione non possono cancellare.

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Sabina Guzzanti condannata per diffamazione al risarcimento di 40.000 euro nei confronti di Mara Carfagna

Screenshot da "Corriere del Mezzogiorno"

Andare a fare una ricerca su Google, specie di una notizia scritta e pubblicata da poco su varie fonti, spesso si rivela una operazione frustrante.

Ho saputo che Sabina Guzzanti è stata “condannata” a risarcire 40.000 euro a Mara Carfagna, quattro anni dopo il “No-Cav-Day”.

Non si sa se sia stata condannata in sede civile o penale, perché le notizie non lo dicono. Ed è questa la fregatura delle ricerche fresche su Google: un comunicato stampa copiato e incollato su una miriade di siti, tutti in prima pagina, alla faccia della leggenda che vuole che Google penalizzi i siti-fotocopia e alla faccia della “Riproduzione riservata”.

La Guzzanti è stata condannata al risarcimento del danno morale per aver insinuato, in un intervento satirico, la sua presunta relazione con il Presidente del Consiglio.

Fatto che non sarebbe provato. Per cui il diritto di critica e di satira vanno a farsi benedire.

Non ho mai provato particolare simpatia per la comincità di Sabina Guzzanti. Ma c’è comunque qualcosa che non va in queste sentenze che riguardano il limite discrezionale del giudice tra satira (che non ha bisogno, di per sé della veridicità di un evento) e diffamazione.

Personalmente non ho trovato nulla di particolarmente dissacratorio nell’intervento della Guzzanti. La Carfagna e i giudici non la pensano come me e quindi bene così. Vorrei solo che la comicità della Guzzanti mi facesse anche ridere, magari solo qualche volta.

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La Carfagna lascia il Governo (ma le sue dimissioni sono state “calendarizzate”)

La Carfagna, dunque, sembra proprio essere disposta a lasciare il PDL e il Governo.

Pare che Berlusconi sia stato al telefono con lei per circa un’ora per cercare di convincerla a recedere dall’insano gesto, e il Ministro delle Pari Opportunità, già riprodotta e affissa sui calendari di mezza Italia, ha detto che se lascerà il Governo e il suo partito, lascerà anche la Camera dei Deputati, perché, dice, lei è coerente (non si è capito bene con che cosa, però…) ed è una persona diversa da tutti gli altri (non mi sembra proprio, dato che è stata al Governo insieme a tutti gli altri da cui non si dichiara diversa fino ad ora).

Ha litigato con Alessandra Mussolini che l’ha ripresa con il cellulare mentre conversava con Bocchino, ed è stata la stessa Mussolini che ha dichiarato con sommo dispregio del pericolo, del politically correct e dei congiuntivi "se lei ha problemi, e ce l’ha, allora s’interrogasse."

Se ne andrà, dunque, la Carfagna.

Ma non lo farà subito, aspetterà il day after del 14 dicembre, quando si voterà la fiducia al governo di cui fa parte, e quando la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla legittimità o meno del Lodo Alfano.

Sta facendo come i topi che lasciano la nave che va a picco. In realtà andranno tutti in fondo al mare, solo che lei avrà l’illusione di essersi salvata uno psicosecondo prima.

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E’ uscito “Un anno di governo”, l’attesissimo libro di Mara Carfagna

E sì, la signorina Ministra Mara Carfagna ha scritto un libro, e ora voglio proprio vedere chi è che si alza a dirle qualcosa.

Un parto letterario di notevolissime dimensioni, dal momento che si tratta di un fascicolo composto da ben 65 pagine (eh, son tante, mica come quel Tolstoj lì che ha scritto quell’opuscoletto intitolato "Guerra e pace"! Che ci fai con la "Recherche" di Proust??) contenente soprattutto immagini (giusto, così come nel caso del calendario che pubblicò a suo tempo -altro best seller!- chi non sa leggere guarda le figure) che la ritraggono nelle occasioni più importanti di "Un anno di governo" (tale è il titolo originale dell’opera, sulla falsa riga di titoli  di altri innegabili vanity book, come "Un anno sull’altipiano", "Un anno a Pietralata", "valeriodistefano.com: un anno di blog 2007" etc…).

Da sola nel suo studio mentre legge, con capi di stato e di governo, e perfino col Papa, occasione per la quale non ha esitato a indossare il velo nero.
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Mara Carfagna scrive una lettera al Corriere e difende Berlusconi. Cioe’ se stessa.

Il "Corriere della Sera" arriva a scuola ogni giorno.

Ce ne mandano tonnellate di copie con la stampigliatura "Copia scuola" perché nelle scuole superiori italiane c’è sempre qualche collega (donna!) che ti calpesta i testicoli con i tacchetti a spillo all’inizio di ogni benedetto anno scolastico e ti dice "Vuoi partecipare all’iniziativa ‘Il quotidiano in classe’"?.

Ecco, detta così sembrerebbe anche una cosa interessante, ma il punto è che gli unici giornali che arrivano solo "Il Sole 24 Ore", lasciato intonso perché chi se ne frega dell’economia, e il "Corriere della Sera", sfogliato svogliatamente dai ragazzi solo nelle pagine dello sport e solo quando gioca il Milan.

Questi quotidiani non ci fanno un regalo a inviarci tutte quelle copie. Sono già pagati coi finanziamenti pubblici (tutti dindini che scuciamo noi!) che lo stato elargisce a palate alle testate giornalistiche. E quando è suonata l’ultima ora vanno a finire direttamente nella raccolta della carta.

Ogni tanto capita che qualche classe vada in gita, oppure che smetta di venire a scuola perché gli esami di stato si avvicinano e non c’è trippa per gatti.

Allora lo sfogli il giornale. Lo apri e ti ritrovi la Carfagna che ha preso carta, penna e calamaio per scrivere nentemeno che al direttore.

Una lettera-delirio di cui vale riportare e commentare ampi stralci che fanno rimanere basiti sia per l’italiano con cui sono scritti, sia per la faccia tosta e la miopia intellettuale, morale e istituzionale che li permea.

La Carfagna ci prende bellamente per i fondelli, e sono convinto che da qualche parte d’Italia, qualche collega (sempre donna!) abbia letto in classe con gli alunni questo testo che trasuda opportunismo e pretende anche di essere preso sul serio.

"Gentile Direttore, trascorso un anno da un attacco mediatico di inaudita volgarità a cui sono stata sottoposta, sono qui a fare alcune considerazioni su vicende che in questi giorni ci sono state date in pasto con una morbosità e un’ossessività che ricordano molto quelle che hanno riguardato la sottoscritta."

La Carfagna parte subito, lancia in resta, a dire che lei è stata vittima di un attacco di "inaudita volgarità", quando sappiamo benissmo che la prima ad aver fatto uso della volgarità nella sua vita pubblica, anzi, esposta al pubblico, è stata proprio lei, icona del velinismo strisciarolo, ex bonazza da balletti col Gabibbo e oggetto dell’immaginario erotico del becerismo italiano per sua stessa volontà. Non vuole difendere il Premier (che tanto si sa che è lì che va a parare!), vuole, attraverso la giustificazione dei comportamenti del Premier, giustificare se stessa e togliersi di dosso un marchio che solo lei ha contribuito ad avere addosso. Usa parole come "volgarità", "morbosità" e alla fine parla di se stessa come se stesse scrivendo un atto pubblico: "la sottoscritta". Ma cosa sottoscrive? Non si sa, andiamo avanti…

"Sono qui a dire la mia, se mi è consentito."

Ha paura la Carfagna, e usa indirettamente il "mi consenta" che il suo datore di poltrona le ha insegnato, con una captatio benevolentiae stucchevole, come l’alunna che sta sempre zitta e poi, dal fondo, alza il dito per chedere il permesso di parlare, e finisce quasi sempre per dire cazzate.

"Qualcuno è ancora convinto che io, giovane donna che dalla tv è passata alla politica con Berlusconi, non abbia il diritto di parlare, non abbia nulla di sensato ed intelligente da dire."

E qui, non c’è che dire, ci ha preso in pieno.

"Ed invece vorrei osare così tanto. Mi sia consentito."

Lo ripete. Vuole osare. Vuole far vedere che anche in lei alberga la possibilità di realizzare un pensiero, senza abbandonarsi a quelle espressioni di stupore a cui ci ha abituati.

"Lo faccio perché ho testa. E cuore."

E tette e culo, certo.

"Certo, mi riconosco una buona dose di coraggio se sono qui…"

La Carfagna ricorda tanto la scena della dettatura della lettera in "Totò, Peppino e la Malafemmina" in cui Peppino De Filippo, che trascrive la dettatura di Totò, si deterge il sudore quasi stesse facendo una fatica erculea, peggio che andare a zappare i campi. Certo, anche qui dobbiamo dare ragione alla Carfagna, scrivere è certamente un atto di coraggio, per lei.

"Suvvia, siamo realisti. Il Parlamento vede tra i suoi banchi alcuni uomini dalle assai dubbie capacità politiche. Ma nessuno si sorprende."

No, certo, se in Parlamento siede lei, che di capacità politiche ne ha da vendere, perché stupirsene??

"Ma nessuno mai si è indignato. Onorevoli che candidamente hanno ammesso di prostituirsi prima di approdare alla Camera, altri che, durante il loro incarico, sono stati sorpresi a contrattare per strada prestazioni con transessuali."

E anche Onorevoli che si sono fatti appiccicare negli abitacoli dei camion per sollevare il morale ai poveri camionisti costretti a viaggiare per giorni con ogni condizione atmosferica.

"Ed è sorprendente che le dichiarazioni e la persona dell’ex fidanzato di Noemi Letizia, condannato per rapina, secondo qualcuno meritino più rispetto dell’impegno e della persona di una donna che ha l’unica colpa di aver lavorato in tv. Cosa è più grave, mi domando, aver lavorato in tv o essere stato un rapinatore?"

Poi, con la calma e la cautela del caso, qualcuno dovrebbe spiegare alla Carfagna che c’è chi ha lavorato e lavora in TV come la Gabanelli, oltretutto da precaria, e che non si è mai spogliata per nessun servizio fotografico. O forse si vuol far credere che il soubrettismo e il giornalismo d’inchiesta sono sullo stesso piano? No, ce lo spieghi la Carfagna, visto che parlando di Berlusconi, che è stato dichiarato corrotto da Mills in una sentenza di primo grado, lo ha definito:

"Un leader mai prepotente o arrogante, consapevole di una innata capacità seduttiva che ha usato a fini di ricerca del consenso e non per scopi morbosi. Un uomo leale, perbene e rispettoso. Una persona di garbo e gentilezza, doti che qualcuno vorrebbe declassare a mera finzione e che invece sono autentiche."

E ci dica, alla fine di questa estenuante ma necessaria disamina, cosa ci sarebbe di innatamente seduttivo nello sputare sui giudici che hanno avuto il solo demerito di appurare una verità che, se confermata da una sentenza definitiva passata in giudicato, a cui Berlusconi non arriverà mai, lo porterebbe dritto in galera. Anche in quegli ambienti qualche foto della Carfagna sarà stata appesa, giusto per ingannare un po’ il tempo.

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Alfano assolve la Guzzanti per il reato di vilipendio al Papa

La notizia è un po’ passata in sordina tra la gente di destra, con la consueta risatina di sufficienza e lo sbuffetto tipico di chi non ha mai visto passare davanti e nella mente l’ombra del benché minimo pensiero.

Il ministro della giustizia Alfano ha salvato Guzzanti negando l’autorizzazione a procedere per i presunti reati di offesa al Papa (che è stato offeso in quanto Papa, non in quanto capo di uno stato estero).

Nel compiere il gesto di immensa misericordia, Alfano si è comportato con la postura gigionesca che spesso lo contraddistingue: ha dichiarato che siccome il Papa è buono e perdona tutti, allora lo può fare anche lui che è il ministro della Giustizia.

E così niente processo per la Guzzanti, almeno non per il suo borbottare contro il papa, che, più che altro è stato un borbotare contro questo e contro quello, senza minimamente avere un minimo di senso di che cosa sia questo e di che cosa sia quell’altro (difficile, trattandosi della Guzzanti).

Comunque hanno fatto un favore a Guzzanti papà, il quale è riuscito a salvare una figlia un po’ sclerata che pensa perfino di essere una comica e che ha fatto del suo blog (al momento in cui scrivo, tanto per cambiare, non è in linea, che glielo abbiano di nuovo bucato gli hacker??) un autoincensatoio senza limiti di sorta ("Massimo, parla delle coppie di fatto e esprime solidarietà a Sabina per l’accusa di vilipendio", e quando si parla in terza persona di un "lui" o di una "lei" che, poi, corrispondono alla stessa persona che scrive, si usa lo stesso linguaggio di Berlusconi).

L’hanno salvata, dunque. Forse anche per abbuiare il dossier Carfagna.

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Gli hacker rendono irraggiungibile il blog di Sabina Guzzanti

Oggi il blog di Sabina Guzzanti è stato oscurato dagli hacker (la notizia è stata confermata dai responsabili del dominio www.sabinaguzzanti.it).

E’ veramente ridicolo che il sito della più penosa comica che la sinistra possa ancora vantarsi di avere dalla sua sia stato hackerato, magari, chissà, in nome della difesa della più penosa delle ministre che la destra abbia inserito in un qualsiasi governo (beh, c’era anche la Moratti, a voler ben vedere…)

Ma forse qualcuno si è accorto davvero che ora la guerra dell’informazione si combatte in rete

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