Egidio, 82 anni, morto di carcere e di cancro

Si chiamava Egidio e aveva 82 anni. Era stato condanmnato a passare nove mesi dietro le sbarre per ver portato un migrante irregolare in Italia. Viene anche detto “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare” (che è un modo gentile per non definirla “clandestina”). Non aveva preso un soldo, Egidio, non c’era stato alcun scambio di favori. Tutto è stato gratis et pro amore dei. Fatto sta che Egidio dalla galera c’è uscito da morto. Non l’ha ammazzato la vecchiaia, ma un tumore. C’è solo da chiedersi se Egidio, con il suo fardello di sofferenze caricato da una sentenza assurda proporzionata da una giustizia assurda, dovesse veramente andare in carcere a scontare la sua pena. Se n’era accorto il magistrato di sorveglianza, che il 6 settembre scorso ha firmato l’autorizzazione alla detenzione domiciliare in ospedale. Tanticchia in ritardo, come si suol dire, perché Egidio è morto proprio il giorno dopo. Non era un delinquente abituale, Egidio, lo dimostra il fatto che non ha mai presentato denuncia di cambio di domicilio alla magistratura inquirente, che avrebbe potuto patteggiare una pena che sì, gli avrebbe consentito di ottenere dei benefici che non comportassero il carcere (anche se il regato di favoreggiamento all’immigrazione è un reato ostativo, e non consente alternative alla galera). Questi sono maneggi che sono noti a dei professionisti del crimine a dei “mestieranti dell’illegalità, non certo a un povero vecchio”, come scrive ilo quotidiano “Avvenire”. E così, se sei malato, se sei in carcere, se sei vecchio, se sei un brav’uomo, muori come uno stronzo, sempre in virtù di quella malagiustizia che certamente riequilibra gli assi delle esigenze del contenzioso tra stato e cittadino, ma non restituisce la dignità di una morte che dovrebbe essere legittimamente serena. Anche e soprattutto di carcere si muore.

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Ferragosto in carcere – Partito Radicale

Dall’ultima newsletter del Partito Radicale ricevo e ripubblico volentieri:

FERRAGOSTO IN CARCERE. Iniziativa promossa dal Partito Radicale con l’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali

70 luoghi di detenzione visitati da 278 tra dirigenti e militanti del Partito Radicale, Avvocati dell’Unione Camere Penali, Parlamentari, Garanti delle persone private delle libertà personali: questi i numeri dell’iniziativa “ferragosto in carcere” promossa dal Partito Radicale e dall’Unione Camere Penali.

Clicca qui per leggere il comunicato stampa

e la guida per le visite in carcere.

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Formigoni è in carcere

Bene, Formigoni è in carcere. Si è concluso uno dei processi a suo carico (quello sul caso Maugeri) e la Cassazione lo ha condannato a oltre cinque anni di reclusione. La legge salva-corrotti (che comunque non era operativa al momento della commissione dei reati di cui Formigoni è colpevole) non consente la concessione di misure alternative al carcere per chi è condannato per i reati per cui Formigoni è stato condannato definitivamente. Quindi Formigoni va in carcere. Spetterà ancora ai suoi legali far valere le sue ragioni nelle sedi di merito più opportune, io questo non lo critico minimamente.

Quello che invece sì, critico, è il generale buonismo, quasi l’imbarazzo che ha permeato la notizia. Era quasi come se Formigoni non potesse mai andare in carcere, come se non dovesse essere mai condannato, come se fosse invincibile. Quando gli arrivò l’avviso di garanzia ruggiva come un leone alla conferenza stampa. “Vincerò anche questa, sarò assolto”. E
“Se sarò rinviato a giudizio 
vincerò a 12 a zero: sarà la dodicesima assoluzione nei miei confronti”. E all’attacco dei giornalisti:Gazzettieri della Procura, esecutori di ordini, portatori di documenti” . Adesso di quel leone resta solo un ruggito spento e il sipario è calato sulle sue imprese di Governatore della Lombardia, quando poteva permettersi di attaccare giornali e giornalisti, gazzette e gazzettieri, Procure e procuratori. E ci sono stati alcuni di questi giornalisti che hanno sottolineato come da parte di chi gioisse per la condanna al carcere del Celeste ci sia stata una sorta di accanimento terapeutico. Come se fosse una reazione ingiustificata dalla ritrovata debolezza del soggetto detenibile e presto detenuto. Un po’ come se si volesse dire che sì, va beh, Formigoni va in carcere, però adesso non è il caso di infierire troppo, su, via, è solo un povero diavolo che non ha di che difendersi e che è completamente nudo davanti al pubblico ludibrio dell’opinione pubblica. Gad Lerner, su Twitter, ha detto che bisognerebbe provare a trascorrere una sola notte in carcere per poter giudicare. Lui che nelle sue trasmissioni ha sempre smontato, come un castello costruito coi Lego, le tesi difensive dello stesso Formigoni. In breve, Formigoni è sì, condannato, ma è comunque un povero Cristo. Ma perché? Perché ci si deve scandalizzare e gridare all’untore ad ogni sventolare di  avvisi di garanzia, quando un indagato ha diritto a tutte le prerogative della difesa e i fatti contestati non sono minimamente dimostrati in un processo di merito, e non si può dire, una volta che è intervenuta direttamente la Cassazione, e dopo che anche per la Costituzione un imputato si può definire “colpevole”, che quel soggetto è sicuramente almeno almeno un bricconcello? Perché il carcere è come la morte, che concella tutto e lascia nuda soltanto la parte umana di tutti noi? Perché l’oblio? Perché non essere soddisfatti che sia stata fatta giustizia?? Non c’è risposta. Resta il commento di Berlusconi che ha esternato:
 “Per Formigoni dico solo che umanamente mi dispiace: non so cosa abbia fatto, non so nulla di cui è stato accusato, ma Dico solo che ha governato molto bene la Lombardia ed ed e stato il miglior governatore in assoluto…”. Sipario.

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Morire di diabete in carcere

Non si può morire di diabete in carcere nel 21^ secolo. Eppure è quello che è successo nella Casa Circondariale di Lucca, dove un povero Cristo con gravi scompensi glicemici e con una situazione generalmente compromessa, dopo essersi visto respingere per due volte la richiesta degli arresti domiciliari, è morto in cella. Doveva scontare un anno e nove mesi residui per reati contro il patrimonio. Gli rimanevano nove mesi di detenzione, un residuo che, probabilmente, avrebbe potuto scontare ai domiciliari. Nel mese di gennaio, infatti, si sarebbe dovuta discutere la terza udienza per la concessione della misura alternativa di detenzione. Ma lui non c’è arrivato. Eppure era stato dato più di un allarme, regolarmente ignorato. Non si sa cosa debba fare un poveraccio che sta male per dimostrare l’incompatibilità tra le proprie condizioni di salute e il regime carcerario, morire? Infatti quel detenuto è morto. Ma non l’ha ammazzato il diabete, è vittima di malagiustizia, quella che pensa che la privazione della libertà non sia sufficiente a far scontare una pena, no, ci vogliono condizioni afflittive maggiori, bisogna toccare per forza il diritto alla salute e la dignità personale. Perché o questo poveraccio aveva il diritto di essere adeguatamente curato in carcere o doveva essere detenuto in un regime che gli permettesse di stare meglio. Perché un cittadino affidato allo Stato non può e non deve essere temere per la sua sicurezza personale. E che si viva in un regime di giustizia giusta e non di giustizialismo sommario è un desiderio che oggi un detenuto del carcere di Lucca non può più permettersi.

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Venga a prendere il caffè da noi…

Napolitano, nella sua ultima visita a Poggioreale ha promesso un messaggio alle Camere sui  temi dell’indulto e dell’amnistia. Si è bevuto un bel caffè (pure ‘n carcere ‘o sanno fa’!)  coi detenuti e poi se n’è scappato perché l’attendeva la crisi del Governo Letta, che non è  mai stata crisi davvero.

Non ho mai negato la mia posizione favorevole all’indulto in primo luogo (che non cancella i  reati) e all’amnistia, anche in combinato. Per le condizioni disumane in cui versano le  nostre carceri (“chiste so’ fatisciente, pe’ ‘cchist’e fetiente se tengono l’immunità!“) e  perché il sistema penale italiano è un monolite che non ha mai cambiato faccia mentre la società muta e non vede più certi comportamenti come reati.

Quindi indulto sì, amnistia probabilmente, ma anche e soprattutto depenalizzazione,  sfoltimento dei processi, nuova visione del crimine da parte delle leggi e dei codici.

Non è possibile che si rischi la galera per diffamazione, non è possibile andare in carcere perché si è craccato un software e lo si è dato a un amico, o si è cancellato il timbro del biglietto dell’autobus e lo si è obliterato un’altra volta.

Riscrivere le regole prima di ogni altra cosa, quindi. E fare in modo che tutto questo non  appaia come in grande salvacondotto a favore di Berlusconi.

A questo proposito Napolitano ha detto che «Quelli che, come i grillini, mi accusano di  volere un’amnistia pro-Berlusconi sono persone che fanno pensare a una sola cosa, hanno un pensiero fisso e se ne fregano dei problemi della gente e del Paese».

Che crema d’Arabia ch’è chistu caffè!

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Santanchè: Avere le palle per sbattere Berlusconi in galera

da: www.corriere.it

Cos’è la polemica sterile e fine a se stessa? Non è il non essere d’accordo, come pensano in tanti (troppi!), ma il costringere l’interlocutore (volente o nolente) a non poter rispondere per il semplice fatto che quell’argomento con esiste.

Prendiamo, per esempio, Daniela Santanché su La7 a “Omnibus” che dice: “Pensate che la sentenza sia giusta e non politica? Abbiate le palle di mettere Berlusconi in galera!”

Lei lo ha detto così. Nel titolo (ma solo nel titolo) il Corriere lo ha sostituito con “coraggio” (chissà perché, visto che si tratta di una citazione riportata da un personaggio pubblico che l’ha pronunciata in televisione), mentre “il Mondo” lo ha più cortesemente messo tra virgolette. Petite politesse solennelle.

Tutti sanno che non si tratta di avere le palle o meno, ma di ordinamento.

Berlusconi è alla sua prima condanna. Tre anni sono stati indultati grazie alla bellissima idea dell’amico Mastella di concedere un indulto che non serviva a niente e a nessuno. Per scontare questa pena residua può (se lo vuole) chiedere gli arresti domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali. Se non vuole né gli uni né gli altri va in carcere. E non perché ce lo mandi qualcuno, con le palle o senza, ma perché lo sceglie lui.

E quante palle ci vogliono a stare nella stessa formazione politica di un pregiudicato?

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Diffamazione: approvato a scrutinio segreto un emendamento della Lega Nord che reintroduce il carcere

Screenshot tratto da www.ilfattoquotidiano.it

Per diffamazione si continuerà ad andare in galera.

Ma non più per un massimo di tre anni, con l’attribuzione di un fatto determinato, no, “solo” fino a un anno.

A sorpresa, e con voto segreto, in Senato è stato approvato un emendamento della Lega Nord che reintroduce la detenzione nella riforma del reato di diffamazione, almeno per i casi piu’ gravi.

Il PD pensa subito di ritirare il testo. Cosi’ restera’ in vigore il testo attuale che di anni di reclusione ne prevede ben tre.

Sallusti dice che in carcere si sentirà senz’altro meno solo. Indubbiamente. E manca poco tempo alla sua detenzione, ormai.
Anche tenendo conto del fatto che l’emendamento è stato proposto dagli ex alleati del governo presieduto dal proprietario della testata di cui è direttore, e che e’ stato approvato segretamente da una maggioranza trasversale che vuole dare un segnale forte a giornalisti, blogger e informazione, possibilmente libera.

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Francesco Rutelli sul DDL-Diffamazione

“Occorre evitare che la ‘legge salva-Sallusti’ diventi un via libera alla diffamazione facile; come si fa a confondere la pretesa di diffamare con il diritto di informare? In tutte le democrazie europee è previsto il carcere per le diffamazioni gravi, oppure sanzioni pecuniarie severe. Togliamo il carcere, salviamo Sallusti. Ma non passiamo a sanzioni ridicole: saremmo l’unico Paese che lo fa.”

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Lettera a un (ex) alunno in galera per rapina a mano armata

Carissimo,

ci siamo visti martedì scorso a scuola e ci siamo salutati sorridendoci, abbracciandoci, parlando di femmine e col piacere di ritrovarci anche se tu a scuola non venivi più dallo scorso anno.

Che eri stato un pirla a mollare te lo avevo detto, hai una mente elastica, vivace, curiosa, capace di generare domande reali, e, proprio per questo, inquietanti per l’animo sensibile di una scuola attaccata più ai modismi che alla sostanza dell’educazione.

Qualche volta ti dicevo anche che non è bello mandare a fare in culo i bidelli, ma sono convinto che avranno saputo comprendere e perdonarti, ormai.

Poi, giovedì scorso, ti ho visto sul giornale. Con tanto di fotografia e nome e cognome. Rapina a mano armata, c’era scritto.
I giornalisti della cronaca locale non hanno pietà perché non hanno cultura. E’ gente che ha preso a malapena quel diploma a cui tu hai momentaneamente rinunciato, e questo ti insegnerà che il diplomificio Italia sforna ignoranti che, una volta presa una penna in mano, la usano per sbattere il mostro in prima pagina.
Io non ti vedo né mostro né con una pistola in mano.
Ci hai provato a spiegare che non era che un giocattolo, ma la gente non ha paura delle armi vere, ha paura della paura.

E ci sarebbe anche da ricordare a questa gente che scrive sulla pelle degli altri che un mostro non si fa prendere appena cinque minuti dopo aver arraffato il gruzzolo e aver tentato una fuga rocambolesca.

E in carcere non ti ci so vedere. Speravo almeno in un processo per direttissima, che ti scontasse un terzo della pena. Così avresti potuto usufruire di quelle sanzioni alternative alla detenzione che chiamano "affidamento in prova ai servizi sociali". Avresti dovuto, questo sì, sorbirti una di quelle rompicoglioni da competizione che sono preposte a reinserire nella società il reo, il colpevole, il delinquente e magari non sanno nemmeno gestire loro stesse.
Mi dicesti la stessa cosa, l’anno scorso, a proposito delle psicologhe che venivano in classe e in quell’occasione non seppi darti torto.
Ma almeno saresti fuori da un mondo che ti appartiene certamente per diritto e sanzione, ma non per indole.

E adesso, tu che hai capito tutto questo, sei dietro le sbarre a cucinarti un rancore a fuoco lento che prima o poi ti farà esplodere.

Al processo di cassazione non ci arriverai mai, non sei la Franzoni, rassegnati.
Con un po’ di pietà ti troveranno un avvocato disposto a patteggiare e a inventarsi una arringa strampalata che si rimetta alla clemenza della corte.

E per te, a diciotto anni appena compiuti, nessun giornale comunista, proprio perché comunista, sarà mai disposto a chiedere la grazia.

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