Beppe del Papi o dell’arte della bestemmia

Beppe del Papi stava di casa accanto al mi’ zio Piero, che stava di casa accanto a me, ma non si poteva dire, come in matematica, che il Papi sava vicino a me, perché sì, era vicino, ma bisognava comunque andare “in cima di strada” per vederlo trastullarsi col suo orto, il cappello sempre ben calcato e la bestemmia pronta.

Perché per le bestemmie, c’era da dirlo, il Papi non lo batteva nessuno. E’ stato il primo ad aver sperimentato le bestemmie-sandwich, quelle che si infilano tra due parole o tra due parti del dicorso, per prendere fiato o per sottolineare il valore dell’enunciato. E siccome il Papi parlava (e bestemmiava!) per conto suo, da solo, anche quando andava in bicicletta e biascicava fra sé e sé la minestra di stelline che gli faceva la su’ moglie, la Giulia, che aveva sempre caldo e ci vedeva poco, sì, ma dov’ero rimasto, ah, ecco, il Papi se lo volevi sentire bestemmiare bastava tu t’affacciassi alla finestra.

E il mi’ zio Piero non s’affacciò alla finestra, ma dal terrazzo. Aveva uno dei primi registratori a nastro con quattro o cinque bobine, sempre quelle (e lui le chiamava “i rotolini”) e mentre il Papi era nella stanzina (bella sfida, ci stava fisso!) gli calò il microfono della Philips e lo immortalò.
E il suo soliloquio era pressappoco così: “Ciavevo certe pere maremmanatadancane eran dólci come lo zucchero natedancane, ma accidenti a quella puttanaladraimpestatamaiala me l’hanno mangiate i bài“. I “bài” erano i vermi.
Oppure “Voglio andà’ maremmatremotatasulciuco a piglià un po’ d’erba budelloladro per coce’ ne’ ‘ampi!

Il Papi d’estate quando il sole picchiava dall’alto del mezzogiorno aveva una curiosa abitudine, “rinfrescava”. Per lui “rinfrescare” voleva dire spargere un po’ di acqua sul marciapiede a bollore in modo che si rinfrescasse, appunto, solo che dopo cinque minuti “E c’è più cardo che diànzi, accidentiaquellamaialadellalevatrice che aiutò la mi’ povera mamma a partorimmi!!” (perché, naturalmente, la levatrice era maiala e la su’ mamma no.)

E siccome il destino d’ogni partorito è quello di andarsene per i piedi, prima o poi, dopo qualche anno anche lui prese la via dietro alla Chiesa. Avrà bestemmiato anche dentro la cassa da morto.

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Il mi’ nonno l’ombrello lo portava qui

Diego Maradona at 2012 GCC Champions League final - Dieses Foto wurde von Benutzer Neogeolegend erstellt - Questo file è sotto la licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generico

Il mi’ nonno Armando, in pace sia, quando voleva dimostrare a qualcuno particolarmente insistente, il suo totale e spregioso disaccordo, faceva partire la mano destra e il gomito sinistro e li faceva incontrare con uno schiocco sordo e diceva “Il mi’ nonno l’ombrello lo portava qui!”

Ora, chi fosse il nonno del mi’ nonno Armando non l’ho mai saputo, mi sono sempre fermato al su’ babbo, che poi sarebbe il mi’ bisnonno Napoleone, famoso perché faceva tre chilometri e mezzo con un litro di vino, o te agguantalo!

Però quel gesto mi faceva ridere. Sì, ridevo, mi divertivo. Certo, non applaudivo, va beh, il mi’ nonno Armando con Maradona aveva in comune solo il secondo nome. E quando gli arrivava la cartella delle tasse, o lo chiamava il suo commercialista per andare a pagare qualche “foglio” che aveva il valore di sentenza passata in giudicato andava e pagava. Certo, magari quando usciva di casa cominciava a rosariare “La majala della schifa ‘nfame di quella sudiciona…”

Poi si metteva la giacca di velluto marrone, il cappello, i pantaloni stirati ammodino e andava a pagare come se dovesse recarsi alla messa della domenica delle palme.

Perché il mi’ nonno Armando le tasse le pagava.

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