Quartetto Cetra – Nella vecchia fattoria – le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Vi prego di rivolgere un pensiero affettuoso a Antonio Virgilio Savona, componente del Quartetto Cetra, che se n’è andato, ingiustamente sottovalutato, due giorni fa.

Virgilio Savona era uno dei conoscitori più esperti della cosiddetta "canzone" italiana, di più, è stato musicista, arrangiatore, compositore, ha introdotto lo swing in Italia, ha lavorato a un disco con Giorgio Gaber e ha curato la collana de "I dischi dello Zodiaco", che pubblicò i lavori di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli e molti altri.

Savona, come tutte le persone dabbene, preferì considerare la sua sterminata cultura musicale come un fatto personale e dedicarsi al divertimento assieme ai Cetra, per i quali aveva rivisto non solo un repertorio originale, ma tutta una serie di tradizioni, fino a mettere le mani sulle canzoni per l’infanzia, riarrangiando "Nella vecchia fattoria" che fu considerata come una loro bandiera.

Il Quartetto Cetra ha inciso ininterrottamente dal 78 giri ai Compact Disc, sono molto più portatori di cultura italiana loro di Alessandro Baricco, su questo non ci sono dubbi.

Resta Lucia Mannucci. E resta l’immenso archivio di Vittorio Savona, che ci ha regalato momenti di parodia, divertimento e simpatia, -ia, -ia -oh…

Julio Iglesias – Se tornassi – Le più belle canzoni della nostra vita

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Alla mi’ nonna Angelina piaceva tanto Julio Iglesias, e chiamala scema!

Julio sapeva come sorridere, come sfoderare la sua protesi dentaria, come inserire una mano nel panciotto della giacca a livello del cuore e trasportare pubblico, popolarità, ma soprattutto soldi, dalla sua parte.

Con l’accento tipicamente spagnolo di chi mastica l’italiano giusto quel tanto che basta per pigliarci un po’ per il culo, Julio Iglesias ha fatto venire fremiti a zie, nonne, madri, cugine e sorelle, era il pirata ed il signore “profesionista nel’ammmmoreee” che aveva appeso le scarpette al chiodo dalla carriera di portiere del Real Madrid e si era messo a cantare di puttanieri, di valigie sul letto (quelle di un lungo viaggio) ma anche di separazioni dolorose e tormentate.

“Se tornassi”, probabilmente, non se la ricorda quasi nessuno, ma parlava di incomprensioni, di litigi, di lui che pensa se tornare o meno, con esito melodrammatico scontato ma efficace.

Rondò Veneziano – Rondò Veneziano – Le più belle canzoni della nostra vita

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La gente non ci crede, ma Berlusconi non ce l’ha sempre buttato nel culo senza olio di vaselina, no, quando non era ancora sceso in campo, quando non giurava sulla testa dei suoi figli, mi consenta, io mi sono fatto da me, sono l’unto del Signore, quando cominciò ad affacciarsi alle nostre vite piene, tutt’al più, di televisioni locali lo fece in un modo molto più subdolo.

Ogni volta che iniziavano le trasmissioni di Canale 5 arrivava una musichetta in stile simil-vivaldi, ma arrangiata con basso elettrico e batteria, suonata da un gruppo che si vestiva con i costumi del ‘600 e del ‘700. Non si chiam,avano “I preti rossi”, in omaggio allo stesso Vivaldi, o, che so, “I clavicembali ben temperati”, no, si chiamavano Rondò Veneziano. Bello, cazzo, sembrava una cosa seria, gentile, aggraziata, per nulla invasiva.

Li ascoltavi e ti mettevi subito di buon umore, perché sapevi che di lì a poco sarebbe cominciato “Il pranzo è servito” con Corrado, oppure il teletormentone “Love Boat” che piaceva tanto a tua nonna. Tutto doveva cominciare. Soprattutto la seconda repubblica. Questa non era una sigla, era una marcia funebre.

Nuova Compagnia di Canto Popolare – Tammuriata nera

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Ho avuto un periodo, come tutti, credo, in cui sono stato un amante totale delle tradizioni popolari e della musica cosiddetta “folk”.

Con la musica ho sempre avuto relazioni piuttosto totalizzanti, come con la letteratura, almeno fino a un’età più o meno adulta. Se mi piaceva un(‘)interprete compravo tutti i suoi dischi. Poi, generalmente, quelli che mi piacevano erano sempre i soliti due o tre.

Anche nel caso del folk non sempre mi è andata bene, ma credo che la Nuova Compagnia di Canto Popolare sia stato il gruppo per il quale, ai tempi del vinile, non ho rimpianto nemmeno una lira. Hanno sempre realizzato dischi granitici, con gusto, professionalità e senso dell’umorismo.

La loro interpretazione della “Tammuriata nera” è un must, quasi un’edizione critica, un’opera scientifica di riferimento a cui si deve guardare con rispetto e tanto di cappello per un Peppe Barra in splendida forma e una Fausta Vetere che addirittura ti fa sognare per come vola sul pentagramma vocale.

E’ una personificazione, non è “Canta Napoli”, è Napoli con lo sberleffo, non quella di Pulcinella, ma quella di Troisi e di De Filippo, condita da Roberto De Simone, che era ancora vivo e si sentiva. La Napoli che non esiste più, se mai è esistita, quella che

“Ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono
Ca tu ‘o chiamme Peppe o ‘Nciro
chello ‘o fatto è niro niro
niro niro cumm’a ‘cche…”

Stefano Rosso – Una storia disonesta – Le più belle canzoni della nostra vita

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Era la canzone dello "spinello" e basta.

Credo che Stefano Rosso sia diventato famoso soprattutto per questo motivetto che è diventato una sorta di gioco canzonatorio della vita della fine degli anni ’70.

"Che bello, due amici una chitarra e uno spinello
e una ragazza giusta che ci sta…"

Io cominciavo a frequentare, brufoloso e armato di una giacca di velluto beige a coste larghe, il Liceo Linguistico (beh, il biennio), lo spinello era il simbolo di un’erba che, come dice il poeta "(…) ci cresceva tutta attorno/per noi crescevan solo i nostri guai" e le ragazze, quelle sì che ci stavano, ma, giustamente, con quelli che gli spinelli li fumavano. Sempre il Poeta chiarisce che "E noi non l’avevamo mai fatto/e noi che non l’avremmo fatto mai", e come una volta si diceva che "Chi Vespa mangia le mele", allora mangiava le mele chi si cannava di brutto. Anche se a me è sempre sembrato che non sapesse di cosa farsene, delle mele.

Restavo a guardare quell’umanità con gli occhi di chi veniva dalla provincia che se pioveva lo portava davvero l’ombrello, il verdone del mi’ nonno Armando, che "vài, vài, questo ti para…" e la Carlina che la dava a tutti me che a me, ma questa è un’altra canzone (è "Compagno di scuola" di Venditti)…

Anche questa che vi ho raccontato è una storia disonesta. E chissà quanta politica ci si può trovare…

Heintje – Mama – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Il 1968 fu l’anno in cui lasciai definitivamente la natìa Germania per venire in esilio in Berlusconia.

Mantenni i contatti, inutile dirlo, con la Tante Dickmeis (chi sia la Tante Dickmeis, vi chiederete, va beh, un giorno ve lo spiegherò…) che prese a spedirmi, con sorprendente regolarità, i 45 giri (ma per Natale mi arrivò anche il Long Playing, beninteso) di Heintje. "Heintje" è il diminutivo di Heins Simons.

Heintje era un bambino bruttarello con i dentoni, ma dotato di una straordinaria estensione e potenza vocale. Doti che avrebbe perso molto presto, con la crescita e l’età adulta, in cui, per la verità, ha acquistato una voce per nulla musicale.

Dunque, questo piccolo fenomeno del do di petto teutonico, fu ampiamente spremuto dalla sua casa discografica (la "Ariola") che lo impegnò in incisioni nazional-tedesco-popolari, in cui si lodavano le figure delle nonne, delle mamme, i sentimenti dell’amicizia, il cielo, le stelle, la gioia di vivere in un mondo tedesco perfetto, tanto l’altra Germania era ancora "di là".

L’ultima volta che sono tornato a Colonia, ho visto alla TV un servizio su Heins Simons come è ora. Si occupa di cavalli, beve birra, ogni tanto incide qualche piccola stronzatina (come, per esempio, una riedizione di "Guten Abend, gute Nacht", su un arrangiamento della "Ninna nanna" di Brahms che farebbe impallidire perfino James Last, in cui duetta, da adulto, con se stesso bambino), insomma sta benone.

Uno dei suoi successi più eclatanti fu la versione tedesca e quella olandese (di cui vi propongo un letale frammento) di "Mamma".

Vi assicuro che ascoltanto Heintje e i suoi gorgheggi, vi sarà impossibile trattenere una lagrima. Non deamicisiana ma rigorosamente tedesca.

Caterina Caselli – Insieme a te non ci sto piu’

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Ho sempre pensato che questa sia una delle più belle canzoni italiane.

Caterina Caselli, che la interpretò per prima (ma ne esistono altre versioni, di Franco Battiato, degli Avion Travel, di Ornella Vanoni e perfino di Alessandro Haber), riferì in un’intervista che quando Paolo Conte (che è Paolo Conte!) gliela propose, ne fu come ipnotizzata e la canticchiò ininterrottamente per sei giorni.

E’ un po’ il brano che “stacca” la Caselli dal suo personaggio un po’ stereotipato del “caschetto d’oro” (nella copertina del disco è addirittura scura di capelli) e la proietta verso una ricerca musicale un po’ meno superficiale.

Il brano, comunque, è perfetto così com’è, con quel testo che comincia con una banalissima rima baciata (“Insieme a te non ci sto più/guardo le nuvole lassù”) e contiene una verità poetica innegabile (“si muore un po’ per poter vivere”).

E Paolo Conte era lì. Zarrrazaz-zàz!!

Enrico Musiani – Lauretta – Le più belle canzoni della nostra vita

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“Lauretta” motivo men che nazional-popolare, è la quintessenza del Kitsch, l’esatta espressione dell’orrido, la rappresentazione musicale del pessimo gusto.

E’ una sorta di sceneggiata romanesca, condensata in un rigidissimo tempo di valzer e accompagnata da una fisarmonica ruffiana e leccaculo, che narra la storia di un padre che l’indomani deve accompagnare la figlia all’altare. Siccome non sa come altrimenti rompere i coglioni, decide di scrivere, di suo pugno, una serenata da cantare alla figlia.

Da qui i versi immortali, secondi solo a quelli del Divin Poeta:

“Lauretta mia
Bimba adorata
la serenata
te la canta papa’
la voce trema
dall’emozione
io ‘sta canzone
l’ho fatta pe ‘tte…”

Per rendere al meglio tutto il potere magico della suggestione di questa canzone (di cui non sono riuscito a identificare gli autori che, se ancora viventi, sarebbero stati presi a sacrosante nerbate dai miei lettori) ho scelto l’interpretazione di Enrico Musiani.

Perdonate me e lui, ma “Lauretta” non poteva mancare tra le più belle canzoni della nostra vita.

I Jefferson – Movin’ on Up – Sigla TV – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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I Jefferson, che mito!

George, che aveva fatto fortuna con una catena di lavanderie, la moglie Wizzy (Louise) e il figlio Lionel (un po’ antipatico, a dirla tutta, tanto che il ruolo fu interpretato da due attori diversi), l’anziana madre di George, Olive, che beveva il Bloody Mary, il vicino di casa in perfetto stile britannico Bentley, la coppia mista (la "zebra") di Tom ed Helen Willis, ma soprattutto la domestica Florence.

Isabel Sanfort (Wizzy) è morta a 86 anni. Fece la parte della domestica in "Indovina chi viene a cena?" ("Signore, questa casa è invasa dai negri!!").

253 episodi in 10 anni, un must granitico.

“Movin’ On Up”, di Jeff Barry e Janet Dubois era la sigla del telefilm. Mi veniva da ridere appena la sentivo.

I Domodossola – Come Quando Fuori Piove – Le più belle canzoni della nostra vita

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Jersera, nel mentre gustavamo gàrruli una merendina da niente preparataci dalla Cummara (Cous-Cous freddo di gamberi e pomodori pachini, carpaccio di polipo, salsiccia di tonno alla rucola e capperi, insalatina di mare con carciofini e punte di asparagi, brodetto caldo di pesci vari da inzupparci il pane per una vita, sangría, grappa tagliatella) il mio amico nonché Cumpare Bernardeschi Ivo (o Morganti Luana, ora non rammento bene), nel mandarmi cordialmente a fare in culo per la latitanza della preziosa rubrica "Le più belle canzoni della nostra vita", gesto nobile e di cortese affetto di cui ancor oggi lo ringrazio, mi ricordava una trasmissione televisiva degli anni ’70 che si intitolava "Come quando fuori piove".

Al carissimo e stimatissimo cumpare Morganti Luana debbo però far notare che egli, sia pure nell’impegno profuso generosamente, è ancora insufficiente nel rendimento, giacché jersera medesima, mi diede come conduttore della trasmissione medesima il buon Febo Conti. Invece no, caro Luana, "Come Quando Fuori Piove" (majuscolo, perché le lettere iniziali hanno a che fare con "Cuori, Quadri, Fiori e Picche") era condotto da Vanna Brosio e Raffaele Pisu.

Ma ecco qui la sigla iniziale, cantata da quei formidabili ragazzetti che prendevano il nome collettivo de "I Domodossola".

L’Orchestra era diretta dal Maestro Dario Baldan Bembo. Vai, Luana, vai a posto.

Milva compie 70 anni. E la Rossa è lì a cantar…

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E allora salutiamo anche i 70 anni di Milva, interprete grintosa, dal repertorio variegato come un pirottino all’amarena, che passa da Brecht e Kurt Weil a Astor Piazzolla, dal mare nel cassetto al "Soldato Nencini" di Enzo Iannacci, passando per l’Alexanderplatz.

Il disco di vinile che ho in camera (l’unico, prima del trasferimento definitivo in Abruzzo della mia discoteca vinilica livornese) è "La rossa", del 1981. Mischia teatro, ironia e doti canore, come se fosse poco.

E che la Rossa (quella vera! -nota per i Lys-) ci regali ancora l’allegria. Del disco di dieci anni fa.

Le piu’ belle canzoni della nostra vita – Riccardo Del Turco – Luglio

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Il primo post del mese non poteva che essere dedicato alla storica canzone di Riccardo del Turco, artista dal cognome roboante, da Governatore dell’Abruzzo.

Un po’ perché stamattina si sono fatte sentire le prime cicale, segno che il caldo pesante si fa sentire, ed è curioso perché fino a ieri sembrava di essere ancora in una stagione di mezzo, di quelle che non ci sono più.

“Luglio”, dunque, era la classica canzone estiva di successo degli anni ’60. Perfetta, perché a differenza di quelle nostalgiche alla Peppino Gagliardi, in cui l’oggetto dell’amore, solitamente lei, se ne va e non torna più, qui lei, a luglio, si fa rivedere e la storia d’amore va a fine bene.

Quando ero piccino, alle elementari, andava molto di moda un delizioso refrain parodistico che diceva:

Luglio
ho cagato in un cespuglio
e mi son bucato il cul
(ahi ahi ahi ahi…)

ma erano altri tempi, e la creazione di questi sirventesi riempiva le giornate di noi poveri infanti dèditi alle faccende del poetare in trobar leu (che sapete un accidente voi cos’è!)

Resta una canzonetta fresca come un tuffo nell’acqua di mare non ancora presa d’assalto da pinne, fucile ed occhiali.

Le più belle canzoni della nostra vita – Alice e Franco Battiato – I treni di Tozeur

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Una delle canzoni più belle della mia vita è certamente "I treni di Tozeur", che partecipò, se non mi ricordo male (e non me lo ricordo male!) all’Eurofestival del 1984.

Gli interpreti erano Franco Battiato, quand’era un bel po’ più giovane e aveva in testa idee musicali migliori, e Alice. Il pezzo fu inciso, questo è certo, mi ricordo perfettamente il 45 giri,

ma non mi risulta che la versione di Battiato e Alice insieme sia stata inserita in qualche disco successivo. Battiato ha reinciso, storpiandola, la canzone in "Mondio lontanissimi", ma quella versione è solo un surrogato della perfezione formale a cui era arrivato il duo canoro dell’Eurofestival.

Lei, Alice, bella da levare il fiato, e brava come poche.

Battiato in stato di grazia, con immagini potiche di rara efficacia ("Tua madre mi vede/si ricorda di me/delle mie abitudini…" "…distese di sale/e un ricordo di me/come un incantesimo.." "…e per un istante ritorna/la voglia di vivere/a un’altra velocità…")

Chissà se a Tozeur passano ancora lentamente i treni…


"Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera."
(art. 70, comma 1, L. 633/41 e successive modifiche)

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Le piu’ belle canzoni della nostra vita – Little Tony – Bada Bambina

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Little Tony ovvero dell’arte del ciuffetto, dell’arte tipicamente italiana dell’arrangiarsi, anche quando si tratta di farsi un vero e proprio Elvis Presley de noàntri.

Poche canzoni. “Cuore matto” è un must, una di quelle canzoni che uno pensa a come fanno gli interpreti che le cantano a lasciarsele attaccate addosso per tutta la vita, poi c’è “Riderà”, la storia di uno mollato perché lei ha scelto un altro (e va beh, càpita…), “La spada nel cuore”, cantata a Sanremo con una Patty Pravo eterea, e poi c’è questa “Bada bambina”, che è la più canzonettara di tutte.

Il ritornello sfida addirittura Giovanni Pascoli nell’uso poetico delle onomatopee:

“Tic Tac
il tempo va
e tu ti sveglierai
Tic Tac
un giorno t’innamorerai.

Toc Toc
e busserai
a questo cuore mio
e allora
chi lo sa se vorrò io.”

Che tradotto in soldoni significa, “Ehilà, bellezza in fiore, sbrigati a darmela subito perché poi non lo se mi ci ritrovi.”

E’ una sorta di ius primae noctis canoro che fa di questa canzone l’inno nazionale dei puzzoni di fine anni sessanta.



“Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.”
(art. 70, comma 1, L. 633/41 e successive modifiche)

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Le più belle canzoni della nostra vita – Fausto Papetti – Emmanuelle

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E Fausto Papetti? Che ce ne vogliamo dimenticare??

Fausto Papetti era famoso per le sue "raccolte". Faceva delle cose molto semplici, prendeva le "hit" più in voga in Italia e all’estero in un anno, le reinterpretava con il suo sax (niente parole, solo musica) e ci faceva un disco, una collezione di dodici brani (rigorosamente, un po’ perché sul vinile non ce n’entravano di più, un po’ perché il "12" è sempre stato il numero magico dei Long Playing).

Poi le numerava (i suoi album non avevano titolo, solo aggettivi numerali ordinali, "XIII raccolta, XIV raccolta", e così via) e sceglieva una donna nuda per ogni copertina. O comunque una immagine vagamente erotica. Roba da educande al tempo di oggi, ma c’era ci ne faceva la collezione. Ovviamente il massimo era avere il disco, perché la copertina era di 30 x 30 cm. e si vedeva meglio il tett&culàme.

Però la cassetta era utile in macchina con la sguència di turno.

Papetti era il sottofondo ideale di chi frequentava i night club e sorseggiava bicchieri di Ballantine’s. I più sfigati bevevano Stravecchio Branca.

Il brano principe di Fausto Papetti fu senz’altro "Emmanuelle". La colonna sonora del film scando che narrava la storia della donna che tutte le donne avrebbero voluto essere per dare un po’ di scandalo.

La versione originale del pezzo non era di Fausto Papetti, ma era logico che lui ci potesse campare di rendita per una vita coi diritti di interpretazione, perché, si veda il caso, anche l’originale era eseguito con il sax e un orecchio poco attento non ne riconosceva l’interpretazione, e poi favaini, l’importante è trombà’, come diceva il povero Antonio, uno che stava di casa vicino a me e che andava in giro con il Caballero (una moto che andava di moda allora) e che morì qualche anno fa, bonànima.


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Le piu’ belle canzoni della nostra vita – Barry Manilow – Mandy

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Dio come mi piaceva questa canzone!

Sono un tipo estremamente ripetitivo e figuriamoci se non mi piacevano i tre accordi in croce di questo evergreen di Barry Manilow, cantante di cui sono stati pubblicati un paio di "Greatest Hits", ma di cui conosco si e no due canzoni  (una è questa).

Mandy, curiosamente, nella versione da cui deriva, incisa nel 1971 dal cantante Scott English, si intitolava "Brandy".
 
Roba da ubriaconi, che poi è diventata una canzone romantica di successo mondiale.

E’ il destino degli "evergreen": anche "Yesterday" dei beatles era, all’inizio, un inno alle uova fritte dell’English Breakfast per eccellenza.

Basta, ciucciàtevene il ricordo, ve l’ho detto, mi è sempre piaciuta tanto.


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Le piu’ belle canzoni della nostra vita – Gianni Bella – Non si può morire dentro

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E di "Non si può morire dentro" di Gianni Bella ne vogliamo parlare?

Successo nazionale, del resto Gianni Bella è stato ed è un bravo musicista. Solo che quando era giovane aveva anche delle discrete doti vocali, in particolare il falsetto, che ha sfruttato egregiamente in questo successo del 1974 o 1975, ora non me lo ricordo più e mi fa fatica anche andarlo a cercare, abbiate pazienza, ho appena sbrinato il frigorifero ed è venuto giù un pezzo di ghiaccio in un’unica soluzione sembrava l’iceberg del Titanic.

La canzone è tipicamente machista, la figura della donna è di quelle sottomesse all’uomo. Il protagonista maschile della canzone la lascia, bastardo, salvo poi rimpiangerla e raccontarle un paio di frasi fatte, di quelle da dopocena ("il mondo, tu lo sai, è degli innamorati", ma vaffaculo!)

Lei, pur sedotta e abbandonata, trova il modo per chiudere quell’amore con le ultime parole famose (e questa volta famose davvero!) "Non si può morire dentro!". Che, se vogliamo, è una di quelle frasi alla Rossella O’Hara ("Domani è un altro giorno!", e infatti è stata fatta una bella canzone anche da quella).

E’ inutile, le donne delle canzoni trovano sempre il modo di concludere una storia d’amore con dignità e classe.

Niente frasi fatte, dunque, tipo "Ho bisogno di qualche giorno per riflettere" o, peggio, "Sono la persona sbagliata nel momento sbagliato" (non è vero un cavolo, la persona sbagliata nel momento sbagliato sei tu per lei!)

E nemmeno piagnistei del tipo "Ecco… se tu vai al lavoro vuol dire che ami più il tuo lavoro di quanto ami me… lo sapevo io… una volta eri diverso, una volta mi amavi, ecco….®"

No, una bella sentenza definitiva passata in giudicato, non si può morire dentro, mi puoi anche lasciare ma almeno questo imperativo negativo prenditelo e ficcatelo dove lo senti meglio.

Tutti i juke-box di tutte le riviere erano tempestate da questo motivo che era tutt’altro che una canzonetta estiva. Mah, altri tempi…


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Le piu’ belle canzoni della nostra vita – Toni Santagata – Lu Maritiello

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“Lu maritiello” di Toni Santagata è senz’altro una delle canzoni più brutte, volgari e nazional-popolari che si conoscano.

Risale al 1974, quando vinse “Canzonissima” (quella che aveva la sigla di Cochi e Renato “E la vita, la vita…”) nella sezione delle proposte folk.

Accadde una specie di quarantotto, perché Maria Carta (donna di una bellezza e di una bravura assolutamente fuori dal comune), che gareggiava in finale con Santagata, aveva interpretato una Ave Maria sarda del XIII secolo, un gioiellino musicale scoperto e rielaborato da lei stessa.

Siccome l'”Ave Maria” di Maria Carta era bellissima e rappresentava davvero la cultura e il folklore della Sardegna, le fu preferita la canzone di Santagata che era un trionfo di luoghi comuni.

Il primo è quello del “villano” del Sud, un po’ cretino e sempre sbronzo, che litiga con la moglie che, alla fine, lo corca con la scopa e lo tempresta di imperiture e sempiterne legnate.

L’armonia musicale era una una schifezza prevedibile, un giro di do puro e semplice e nemmeno completo.

Ottenne, manco a dirlo, un successo planetario. Visto che allora non c’era ancora la possibilità di duplicare i 45 giri, venivano realizzate delle versioni “imitate” dell’originale. I dischi, così incisi, venivano venduti sottobanco alle fiere paesane (credo che il brano che vi propongo sia tratto proprio da una di queste versioni).

Degna di essere ricordata solo per essere successivamente dimenticata, la canzone “Lu maritiello” (“Vino, vino, eccolo qua/vino, vino e tira a campà'”) rappresenta il peggio del peggio dell’Italia degli anni ’70.


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Le più belle canzoni della nostra vita – Gianni Morandi – Il mondo di frutta candita

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"Il mondo di frutta" candita, cantata da Gianni Morandi, fu una canzone assolutamente meravigliosa, praticamente perfetta.

D’accordo, non era di Morandi, era di Oscar Prudente, ma non si può avere tutto dalla vita, figuriamoci da una canzone, e poi Morandi ne fece una interpretazione assolutamente mirabile.

Era la prima volta, forse (a parte la parentesi del ragazzo che come lui amava i Beatles e i Rolling Stones) in cui Morandi si confrontava con scelte "alternative", di persone "alternative", che vestivano abiti "alternativi" e conducevano uno stile di vita "alternativo". Poco ci manca all’"un sacco ‘bbello" di Verdone.

Il testo cominciava con un attacco un po’ roco e con due endecasillabi quasi perfetti: "Quante fisarmoniche ho suonato io/sopra i marciapiedi di una strada".

E giù di mondi di frutta candita, di disegni colorati a matita.

Curiosamente questa canzone non è stata più riproposta da anni nei tanti tour che Morandi ha portato in giro per l’Italia.


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Le più belle canzoni della nostra vita – Demis Roussos – We Shall Dance

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Demis Roussos, dopo la parentesi con il gruppo degli Aphrodites’s Child, con cui cantò una memorabile "Rain and Tears" (praticamente musica classica resa commerciale e commerciabile, ma con buon gusto), tentò la carriera da solo.

Si fece crescere barba e capelli e andava vestito con una tunica lunga fino ai piedi, pareva un incrocio tra Omar Sharif, Joe Cocker e Kabir Bedi prima che interpretasse Sandokan.

"We shall dance" fu il suo primo successo da solista e fu letteralmente planetario. Con quel pezzo Demis Roussos entrò a far parte di quel novero di artisti "intercambiabili", che avevano successo ovunque e cominciavano ad apparire nelle televisioni di tutta Europa, nessuna nazione esclusa.

Dopo di lui, nel 1974, arrivarono gli Abba. ma questa è un’altra storia.


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Le più belle canzoni della nostra vita – Orietta Berti – Quando l’amore diventa poesia

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Orietta Berti non è stata solo quella di “Tipitipitì”, di “Finché la barca va”, delle bambole vestte come lei che vendevano in Via dei Ciclamini al centoventitré, dell’uva fogarina e delle lasagne alla bolognese.

Nel 1969 tentò di cambiare genere, partecipando a Sanremo con un brano decisamente adatto a lei e all’estensione delle sue doti vocali. Il brano si chiamava “Quando l’amore diventa poesia“.

Era cantato in coppia con un gruppo straniero (andava di moda!) che ne trasse una versione allucinogena. Erano gli Aphrodite’s Child e il leader era Demis Roussos.

Insomma, il pezzo, ancorché romantico e in pieno regime di canzone italiana melodica (ne fecero una versione anche Claudio Villa e Massimo Ranieri) era piuttosto bello e ben eseguito, è chiaro che fu un fiasco totale.


“Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.”
(art. 70, comma 1, L. 633/41 e successive modifiche)

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Le più belle canzoni della nostra vita – Peppino Gagliardi – Come le viole

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Peppino Gagliardi, e chi se lo ricordava più…

E’ stato certamente il primo napoletano che è ruscito a liberarsi della canzone napoletana tradizionale senza liberarsi della napoletanità.

Appariva in trasmissioni tipo “Canzonissima” e “Senza Rete”, oltre che al “Festivalbar”, con la giacca aderente con il fazzoletto nel taschino.

Le sue canzoni più famose erano quelle tipiche del night club, del bicchiere di Biancosarti stretto tra le mani inanellate del playboy di turno, delle Muratti Ambassador accese e della camicia con il colletto a triangolo che si apriva su un petto villoso, su cui regnava una pataccona dorata che ritraeva una Madonna di chissà dove.

Cantava le stagioni, Peppino Gagliardi, parlava di settembre, che poi verrà, ma non ti troverà e piangeranno solo gli occhi miei. Ecco, settembre portava via tutto.

Ma lei tornava sempre portando con sé la primavera, come le viole!

Ed erano colpi di charleston e un basso ruffiano a far da cornice al ballo della mattonella tra lui e lei. Poi lui l’avrebbe portata a bordo della sua 850 Special, e lì l’avrebbe fatta sua.

Intanto però uno di questi cantantucoli da quattro soldi ha fatto un remake di “Come le viole” sulla cui qualità rispetto all’originale stenderei volentieri un sudario funebre. Motivo in più per omaggiare il simpatico Peppino Gagliardi con questa foto recente:


“Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.”
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Le più belle canzoni della nostra vita – Michele Pecora – Era Lei

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Michele Pecora era un cantautore della fine degli anni settanta che se ne andò con la meteora con cui era arrivato.

La canzone si chiamava "Era lei" ed era piuttosto libertaria per quel tempo.

Diceva, tra l’altro "ti voglio bene ma non conviene innamorarsi e perdere la libertà". Se molte coppie nate nel 1979, data di pubblicazione della canzone, gli avessero dato retta, oggi ci sarebbero molti infelici in meno.

Ma Michele Pecora è famoso per una delle imitazioni più clamorose della storia della canzone italiana. Zucchero ha inciso un pezzo (natalizio, come molti dei suoi) in cui dice (quasi) letteralmente:

"Sere d’estate
dimenticate
c’è un dondolo
che dondola…"

(un dondolo che dondola è il massimo dell’autoreferenzialità).

Ebbene, quelle "sere d’estate/dimenticate" fanno pendant con Michele Pecora che cantava "poesie d’estate/dimenticate".

E’ ovvio che ora, di Michele Pecora non ne parla più nessuno.


"Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera."
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Le canzoni più belle della nostra vita – Ornella Vanoni – Una ragione di più

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Ci sono canzoni che mi fanno incazzare, e senza mezzi termini.

Soprattutto quando scopro chi ne è l’autore. Ad esempio “La lontananza” di Domenico Modugno, nonché la successiva “Amara terra mia” (che bisognerebbe riascoltare spesso, soprattutto qui in Abruzzo), sapete da chi è stata scritta, oltre che dal Mimmo nazionale?? Da Enrica Bonaccorti.

“Se telefonando” di Mina è la creazione musicale del genio di Ennio Morricone e del barlume di visione mistica di Maurizio Costanzo.

“Testarda io” di Iva Zanicchi (ve la ricordate? “Non so mai perché ti dico sempre sì…”) è stata scritta da Cristiano Malgioglio, quello che anni dopo avrebbe mostrato il ciuffettone ossigenato in ogni tipo di trash show, isole dei famosi comprese, a cantare “Sbucciami” (di cui esisteva una versione spagnola intitolata “

Le canzoni più belle della nostra vita – Mia Martini – Agapimù

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Agapimù” è stata una delle canzoni meno ricordate di Mia Martini.

In effetti non era un gran che, ma a me, allora, giovincello e tempestato di brufoli, sembrava bellissima.

La caratteristica di molte canzoni degli anni 70, a parte quella di avere degli attacchi e degli intermezzi di batteria da extrasistole musicale era quella di essere incredibilmente ripetitive.

“Agapimù” di Mia Martini non sfuggiva a questa regola, in effetti, a parte il fatto che si trattava di una pezzo cantato in greco, “Agapimù” era l’unica cosa che si capiva. O, meglio, che si ripeteva, canticchiando sulla spiaggia e battendo le mani, con le ragazze dai capelli lunghi e biondi stile Gloria Guida fermati da una fascia sulla fronte, che regolarmente si infrattavano con buzzurri improbabili che andavano in giro con il Caballero e se le portavano via (erano messaggi poco subliminali, c’è poco da fare!) dalla vista di chi contunuava a gridare a squarciagola alla luna “Agapimù agapimùùùùù“.


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Le più belle canzoni della nostra vita – Andrea e Nicole – La prima volta

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Andrea e Nicole non erano nemmeno dei cantanti.

Sussurravano (e basta!) una canzone, nel 1976, che si intitolava “La prima volta”.

Il titolo era tutto un programma. L’intenzione, probabilmente era quella di replicare, all’italiana maniera, il successo di “Je t’aime, moi non plus” di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, sussurri amplessuosi e mugolii a rotta di collo.

Ne venne fuori una cosa inascoltabile, ma per le pruderies dei giovani italiani di allora era anche troppo, e il pezzo scalò le classifiche di vendita, ma fu censurato in RAI, tanto che la “Hit Parade” di Lelio Luttazzi non la faceva nemmeno ascoltare, limitandosi a segnalarne la posizione settimanale.

Oggi l’amplesso finale fa ridere. Lei, a un certo punto, gli dice “Basta, basta!” (evidentemente si è rotta le scatole) e lui, come da programma, le chiede perono per aver rubato quello che prima era intatto.

Da evitare assolutamente.


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Le più belle canzoni della nostra vita – Domenico Modugno – Il maestro di violino

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Rieccolo, dunque, Domenico Modugno, un anno dopo le lacrime di “Piange il telefono”, cercare di rastrellare una bella ammucchiata di quattrini con un’altra canzone sentimentalistica e teatrale, sfornata nel 1975.

“Il maestro di violino” è una storia molto più semplice di quella che l’ha degnamente preceduta.

Un insegnante di violino si innamora della sua allieva, di trent’anni più giovane di lui.

La canzone è un continuo arrovellarsi il cervello e l’anima sulla moralità di questo sentimento. Non se ne vede il motivo, visto che non si sa, per tutta la canzone, se il maestro e l’allieva siano liberi o meno.

L’uomo si sente finito, distrutto da un amore che giudica impossibile prima ancora di averci provato, quando, all’improvviso, nella tensione drammatica più elevata del brano, l’apprendista manipolatrice di archetti gli confessa di essere a sua volta innamorata di lui.

Strimpellata di pianoforte finale e accompagnamento di orchestra d’archi. Struggimento garantito.


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Le più belle canzoni della nostra vita – Domenico Modugno e Francesca Guadagno – Piange il telefono

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Con questo post inizia la rubrica "Le più belle canzoni della nostra vita". Preparatevi al peggio perché ho intenzione di spaccarvi i coglioni con un (bel) po’ di ricordi e controricordi di canzoni cadute ingiustamente nell’oblio.

Sarò monotematico ma chi se ne frega, è il mio blog e ci faccio quello che mi pare. E voi, lettori, zitti a subire, perché, si sa, sono una persona particolarmente mugugnosa e brusca, oltre che odiosa da fare schifo.

Fatta questa premessa, la prima canzone che ho scelto per la rubrica non poteva non essere "Piange il telefono" di Domenico Modugno, incisa nel 1974, con la piccola Francesca Guadagno, adesso doppiatrice.

La storia è quella di un evidente bastardo che, sei anni dopo aver messo incinta una donna, e averla abbandonata, sfuggendo alle sue responsabilità di màsculo, si pente e tempesta di telefonate la figlia (o, quantomeno -mi suggerisce mia moglie- quella che lui crede essere sua figlia, perché nel frattempo lei avrebbe potuto avere un’altra storia con un altro stronzo della sua risma, ma tanto non cambia nulla) anticipando di almeno cinque lustri il reato di stalking.

L’uomo colleziona una serie di stercofigure da fare impallidire Berlusconi. La prima è quella di pensare che la figlia abbia sei anni. La bambina, invece, gli fa notare che ne ha solo cinque perché il padre non ha tenuto presente che ci vogliono almeno nove mesi di gestazione, pirla.

Lui non ha provveduto nemmeno a un minimo di mantenimento, dunque la mamma lavora e la vicina di casa accompagna a scuola la piccola.

Modugno compose questo brano in un momento di evidente calo motivazionale e di ispirazione.

L’autore di "Dio come ti amo", di "Vecchio Frac", di "Nel blu dipinto di blu", quello che aveva una sveglietta cà quando cammina fa ticchettàc, si è ricostruito la carriera e il gruzzoletto con un brano teatral-lacrimevole, che diede vita anche a un film e a un paio di canzoni emulatrici fino ad arrivare alla storia del vecchietto dove lo metto. Nulla a che vedere con "Amara terra mia", ma in compenso la faccia è salva.


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Gli Alunni del Sole – Liu’ si stendeva su di noi (e ci dava un po’ di se’, beninteso…)

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Liù che si stendeva su di noi e ci dava un po’ di sé (senza chiederci perché) è una delle immagini sessualmente più liberanti della canzone italiana degli anni 70.

Gli Alunni del Sole sono stati certamente uno dei gruppi più interessanti degli anni 70, anche se "Liù", essendo il loro pezzo più famoso, automaticamente non è il migliore.

La canzone, però, se la ricordano tutti, e magari una Liù che ce la dava a tempo perso e senza fare neanche troppe domande la sognavamo un po’ tutti. Certe canzoni erano anche smaccatamente maschiliste, ma le ragazze di allora non ci facevano troppo caso.

Era un mito, "Liù", un modello di amore libero che si sarebbe infranto, come la notorietà del gruppo, con la musica decisamente più elettrica ma meno sincera ed appassionata, degli anni ’80.

Ancora poco tempo, e avremmo dimenticato la generosità di "Liù" per andare "a la playa" (oh, oh, oh, oh, ooooh…). Pirla che eravamo!