Tutto su sua madre

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(questo post è dedicato all’anima nobile di Baluganti Ampelio, che si chiederà come io osi vieppiù parlare di Nanni Moretti. O allora?? E io di vì, e io di và…)

Andare a vedere un film di Nanni Moretti è un po’ come andare da McDonald’s: rassicura perché ci troverai sempre gli stessi attori (gli stessi panini) con gli stessi stilemi (gli stessi sapori) e le stesse ambientazioni (le stesse salse).

“Mia madre” non fa eccezione. E’ un film che porta ciascuno degli spettatori a porsi degli interrogativi etici sul senso della vita e della morte, e arriva perfino a proporre come spunto di riflessione a che cosa serva praticamente il latino nella vita, e di questo bisognerebbe solo ringraziare Moretti, che nella pellicola interpreta il fratello della protagonista, Margherita Buy, che nel film, guarda caso, si chiama proprio Margherita e allora il cerchio si chiude.

La storia è lineare: la madre di Giovanni (anche questo è un nome che rivela una certa originalità) e Margherita sta per morire. E alla fine muore davvero, come da copione (non cinematografico ma vitale). Il resto si svolge intorno al lavoro di lei, che fa la regista. E’ un personaggio a tratti odioso (viene chiamata sul set del film che sta girando, le viene detto che la madre è alla fine e lei preferisce terminare di girare le scene anziché abbandonare tutto e andare al capezzale della genitrice), a tratti incomprensibile: ha un ex (il padre di sua figlia, quella dura pinata in latino, appunto), e poi un altro ex (con cui si rivede ogni tanto quando pare a lei ma non quando pare a lui -e lui ci sta male, ça va sans dire-), ha a che fare (nel film che gira nella finzione) con un attore buzzurro pieno di egocentrismo e sostanzialmente è una donna che non riesce ad accettare la gravità e l’imminenza dell’evento definitivo per la madre (una brava ma fondamentalmente tenuta in sfondo Giulia Lazzarini), tanto che in una scena la rimprovera strillando per non riuscire a farcela a percorrere due metri dal letto di ospedale al bagno.

Ora che ve l’ho raccontato praticamente tutto (non è che ci sia molto di più, in effetti) vi dico anche che chi cerca il panino di McDonald’s, cioè il Nanni Moretti tradizionale, quello serioso, magari antipatico e comunque autobiografico, in “Mia Madre” ce lo trova sicuramente. Con tanto di tormentoncello, che in “Habemus Papam” era il “deficit da accudimento” e che qui si affaccia timido sotto forma di “dativo di possesso”. E’ il Moretti intimista che racconta se stesso e le proprie esperienze, magari girando il cucchiaino nella tazza del cappuccino per mescolare bene gli ingredienti, ma parla pur sempre di se stesso, come fece con l’esperienza della sua malattia in “Caro Diario”.

Perché se c’è qualcosa in cui Nanni Moretti è sempre stato bravo è proprio il ricordarci quello che diceva Borges, ovvero che tutto quello che uno fa, dice, scrive, compone o rappresenta nella vita è autobiografico. Solo che si può dire “Nacqui nel giorno tale, nel luogo tale” oppure “C’era una volta un re che aveva tre figli”, sempre di autobiografia si tratta.

Voto 7 (e ci sta larghino).

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“La nostra vita” vince Cannes, ma si puo’ anche non guardare

"La nostra vita" è un film che rappresenta un collage di interpretazioni che vanno dall’apprezzabile al pregevole, fino ad arrivare al premio ex aequo come miglior attore a Elio Germano al Festival di Cannes.

Bravi tutti davvero, sì, bravi, ma il film, come contenuti e come intreccio non convince.

La presunta rappresentazione del solito e stereotipato "spaccato della società italiana" (espressione con cui tutti si sciacquano la bocca) è, in realtà, un guazzabuglio di bozzetti, personaggi e comportamenti discutibili, dal pusher in carrozzella interpretato da Luca Zingaretti che spaccia in casa e dovrebbe instaurare relazioni di affettività con i suoi clienti (sì, ma quando mai) alla reazione della moglie del protagonista, quando il marito scopre il cadavere di un irregolare romeno nella tromba dell’ascensore, che non si oppone al silenzio pur di non far fermare il cantiere.

Film incerottato, con la colonna sonora sguaiata di Vasco Rossi cantata a squarciagola come se fosse specchio di una disperazione che deriva solo dall’essere burini.
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Elio Germano e la classe dirigente degli italiani



Elio Germano è senz’altro un attore migliore dei film che gli fanno interpretare.

Ha vinto il premio come miglior attore a Cannes, ex aequo con Javier Bardem, che ha dedicato il premio alla sua amica, compagna, al suo amore Penélope Cruz, a cui ha detto di dovere molto, e a cui ha dichiarato i suoi sentimenti dalla “almohada roja” (il tappeto rosso -si’, lo so che “almohada” non significa “tappeto” ma “cuscino”, sono frasi fatte, cercate di non fare i pignolini) del Festival, come lo si potrebbe biasimare.

Germano, invece, ha dichiarato pubblicamente che ci sono italiani che lottano per essere o perché sono migliori della loro classe dirigente.

E’ pietoso dover aver bisogno di simili invitanti palcoscenici per dire l’ovvio. Germano è un bravo ragazzo, ma le sue parole il TG1 non le ha trasmesse. O forse non le hanno fatte sentite.
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