Non Focaccia; non questi che m’ingombra

C’è qualcosa che ancora non torna nell’intricata vicenda Cancellieri, e che mi spinge a tornarci sopra (del resto sono sul MIO blog e parlo un po’ di quello che mi pare, va bene??).

La Procura di Torino ha deciso di non contestare al Ministro della Giustizia alcun reato. Bene.
Gli atti saranno trasmessi, per un approfondimento, alla Procura di Roma. Bene.

Letta difende la Guardasigilli fino a che non ci saranno novità e la Guardasigilli non si dimette perché non ha commesso nessun reato. Male. Male assai.

Perché in Italia abbiamo l’assurda pretesa di far dimettere un politico -o un tecnico prestato alla politica, come nel caso della Cancellieri- SOLO se ha commesso un reato. E a volte nemmeno in quel caso.

Il fatto che il “penalmente rilevante” faccia la differenza è, di per sé, aberrante. Perché anche se non costituisce reato, il fatto che un ministro della giustizia abbia detto alla famiglia di una detenuta, sua conoscente ed amica, di disporre pure di lei per qualunque cosa, è e rimane un fatto grave che dovrebbe giustificare le dimissioni.

Il Ministro della Giustizia svolge le sue funzioni nei confronti di chiunque, non solo di quelli che gli chiedono di svolgerle in un certo modo.

Il Ministro della Giustizia è uguale per tutti. Se non sa garantire questa uguaglianza alla popolazione detenuta se ne deve andare. Non importa se abbia commesso un reato o meno.

Ci sono tante cose che non costituiscono reato ma che possono essere riprovevoli per chi le compie. Per esempio, se un insegnante va a scuola a fare lezione in abiti sporchi e trasandati, se non si lava da giorni, se puzza di sudore e di alcool, se ha il fiato come una fogna di Calcutta, se rutta in classe e all’intervallo si accende un mozzicone ciucciato di sigaro toscano genitori e dirigenti sarebbero preoccupati sulla sua effettiva capacità di portare avanti la sua funzione.

Eppure non è un reato non lavarsi, avere l’alito pesante e indossare abiti sporchi. Non lo è nemmeno fumare il toscano.

Nel caso Cancellieri è il senso dell’etica che è andato perduto. Quello stesso senso che fece dimettere la Idem per molto meno e che ora tutti hanno miracolosamente smarrito.

 

PS: Spiegazione del titolo: “Farina” è Vanni de’ Cancellieri. Il verso è il 63 del XXXII dell’Inferno.

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Cancellierato

Sull’ineffabile “Huffington Post” è apparso ieri un articolo di Luigi Manconi dal titolo “Difendo la Cancellieri dalla cultura del sospetto”.

Nobile intento. Peccato, però, che il sospetto sia una sensazione personale non suffragata da dati di fatti certi. Se un genitore ha il sospetto che suo figlio fumi deve quanto meno sgamargli sigarette e accendino. O sentirgli l’alito che sa di Monopòli di Stato. Non basta una sensazione.

E infatti quella che sta permeando l’aura del Ministro Cancellieri in queste ultime ore, rispetto al suo interessamento diretto per la salute di Giulia Ligresti, non è la cultura del sospetto. Esiste la registrazione di una telefonata la cui trascrizione è stata messa agli atti di un procedimento perché la destinataria era intercettata. Quindi non si sospetta proprio niente. Quello che è stato detto in quella occasione, dal “ti voglio bene” al “povero figlio” è certificato.

Lo scritto di Manconi, quindi, fa acqua fin dal titolo.

E tanto più quando afferma che “Di fronte a una detenuta che rifiuta di nutrirsi è buona prassi e indice di una elevata sensibilità istituzionale (e umana, il che non guasta) attivarsi per capirne le ragioni e verificare che non stia maturando una incompatibilità con lo stato di detenzione.” Ma senz’altro. Ma dovrebbe dirci Manconi quante volte, in tutti i casi (e non sono pochi) in cui un detenuto rifiuta di nutrirsi questa “buona prassi” e questa “sensibilità” vengono messe in atto dal Ministro della Giustizia in persona che chiama i familiari perché li conosce. La Cancellieri desidera esprimere la sua vicinanza alla famiglia Ligresti in un momento così difficile? Benissimo, prende il SUO telefono, in un momento in cui NON svolge il suo ruolo istituzionale e DA PRIVATO CITTADINO, se non commette reato, e non lo commette, chiama chi le pare. Ammetterà Manconi che l’interessamento del Guardasigilli in persona esula alquanto da quel concetto di “buona prassi” ch’egli invoca. Di un detenuto in stato di denutrizione si occuperanno i direttori delle carceri, i volontari, le guardie carcerarie, i magistrati di sorveglianza. Questa è la “prassi”, almeno quella ordinaria. Se poi quella del Ministro è anche “buona” non lo so.

“(…) la decisione di scarcerare Giulia Ligresti non è stata certo presa dal Ministro o dai suoi uffici, ma – come è giusto che sia, in nome della separazione dei poteri e della indipendenza della magistratura – da un giudice che ha ritenuto di poter attenuare le misure cautelari a suo carico.” Ma certamente. E mi viene anche da osservare che ci mancherebbe altro. Giulia Ligresti è stata scarcerata (anche se mi risulta si trovi ancora in stato di detenzione domiciliare, perché le è stata applicata una pena di 2 anni e 8 mesi, superiore dunque alla soglia per beneficiare della sospensione condizionale della pena) a seguito dell’applicazione della sua richiesta di patteggiamento e da un giudice terzo. Ma questo non è il punto. Il punto è se un Ministro possa permettersi DA MINISTRO di telefonare al congiunto di un detenuto e dire “qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me, non lo so cosa possa fare, però guarda son veramente dispiaciuta”“proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda. Non è giusto, guarda, non è giusto”. Sono dichiarazioni che fanno tremare i polsi. E che in un altro Paese porterebbero alle immediate e dirette dimissioni del Ministro senza neanche passare dal via. Perché allora sì che sorgerebbe quella cultura del sospetto per cui se un Ministro della Giustizia telefona personalmente ai familiari di un detenuto mettendosi a disposizione per tutto quello che possa fare, allora magari non sta svolgendo il suo compito con le necessarie serenità ed imparzialità.

Non è un giustizialismo populista e forcaiolo quello che vuole le dimissioni della Cancellieri, è un pensiero che si basa su dati oggettivi e incontrovertibili, che esulano da ogni eventuale (e per fortuna non intervenuta) pressione sui magistrati.

In fondo, se non è la cultura del sospetto a trionfare, resta pur sempre in piedi l’italianissimo e granitico “A Fra’, che ‘tte serve?”

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Il ministro Cancellieri e gli scontri delle manifestazioni di Roma

Screenshot da: corriere.it

Il Ministro Cancellieri ha fatto delle esternazioni che non sono sicuro di avere ben compreso.

Riguardano il materiale video e fotografico inerente gli scontri tra polizia e manifestanti a Roma e in altre citta’ italiane dove, c’e’ da dirlo, finalmente qualcuno scende in piazza perche’ non ne puo’ piu’. Certo, siamo sempre troppo pochi e sempre perennemente in ritardo rispetto agli altri paesi europei, Spagna in testa, in cui se una legge non va la gente riempe le piazze e le strade. Pero’… “algo es algo”, dicono gli spagnoli.

Svariati quotidiani hanno pubblicato delle foto in cui si vedono risultati di atteggiamenti e azioni non esattamente sempre condivisibili da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti.

La Cancellieri ha ribattuto: “Una foto è spesso l’effetto finale di qualcosa che magari si è svolto prima. Io porterei anche le foto del poliziotto cui hanno spaccato il casco in testa: foto per foto, parliamone.”

Va bene, dico io, parliamone.

Sì, una foto è l’effetto finale di un qualcosa che si è svolto prima. E quel qualcosa puo’ essere qualunque cosa. Puo’ essere il manifestante violento che spacca il casco a un poliziotto, certo. Nessuno dice che i manifestanti siano per forza tutti pacifici, o che tutti recitino il Santo Rosario dalla mattina alla sera e poi passino ai Vespri e alla Compieta.
Ci sono quelli che vogliono manifestare pacificamente (ma, aggiungerei, anche in modo particolarmente incazzato, perché la pace e l’atteggiamento pacifico e non ostile non escludono l’indignazione) e quelli che vanno li’ per spaccare tutto.
Per cui se qualcuno fotografa o filma qualcuno che prende a sprangate sulla testa un poliziotto e gli rompe il casco di sicurezza non vedo perche’ quella foto non debba essere usata come documentazione di un fatto censurabile.

Ma allo stesso modo, se vedo la foto di un ragazzo preso a calci in faccia dalla polizia ANCHE quella foto dimostra che prima c’è stato un qualcosa. Di sicuro che la faccia quel manifestante non se l’è insanguinata cadendo su una roccia durante una gita in montagna. Guardiamole tutte le foto, certo. Ma non è che se un evento non è documentato nelle foto della polizia ma lo è in quelle dei dimostranti quell’evento non è accaduto. E viceversa. Il fatto che esistano foto della polizia che mostrano poliziotti intenti a fare con difficoltà il proprio dovere e a fare in modo che nessuno si faccia male non vuol dire che NESSUNO si sia fatto del male.

Con un’aggravante speciale, però. Che chi ha sfondato il casco del poliziotto ha commesso un atto contro un pubblico ufficiale e ne risponderà allo Stato (come signor XY e non come “i manifestanti”), e al poliziotto come parte offesa, ma chi ha dato un calcio in faccia a un dimostrante rappresenta quello Stato stesso a cui il cittadino deve rispetto. E a cui il cittadino manifestante, anche e soprattutto quando viene arrestato o fermato, viene affidato. E’ in QUEL momento in cui al cittadino, anche se colto in flagranza di reato NON DEVE SUCCEDERE NIENTE. Non gli deve essere torto un capello, altro che calci in faccia!

La Cancellieri aggiunge: «tutto si può fare meglio, non lo metto in dubbio, ma vorrei che le cose venissero viste con serietà per quello che sono e che chi fa manifestazioni le faccia in maniera libera, ma secondo le disposizioni che vengono date: libertà di manifestare nel rispetto della libertà di tutti di vivere una vita serena»

Non ho capito. Le manifestazioni debbono essere fatte secondo delle “disposizioni”? E quali sarebbero? Ah, sì, quelle del rispetto della libertà di tutti di vivere una vita serena. Giusto. Mi viene da dire che forse è proprio perché c’è gente che non vive una vita serena che si va a manifestare. E che è lo Stato che deve individuare chi commette azioni illecite. Poliziotto o manifestante che sia.

Isoliamo i violenti. Isoliamoli TUTTI. 

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Caso Aldrovandi: le sanzioni disciplinari vengono dal web

La comunicazione ufficiale della Cancellieri sul caso Aldrovandi

Torno sulla dolorosissima vicenda dello stràscico del caso Aldrovandi, della condanna definitiva passata in giudicato con sentenza della Cassazione dei quattro poliziotti individuati come responsabili e della penosa e inutile sequela di insulti alla madre apparse su account Facebook facenti capo agli stessi condannati ai danni della madre di Federico.

Il Ministro dell’Interno Cancellieri ieri ha annunciato che sarà avviata una azione disciplinare “per sanzionare l’autore del gravissimo gesto”. E parla di Paolo Forlani. Il cui account Facebook, nel frattempo, è sparito.
Il comunicato, inoltre definisce “vergognose e gravemente offensive” le frasi messe in linea da due dei poliziotti condannati, all’indomani del giudizio di Cassazione. E il “gesto” non sono le percosse a seguito delle quali un ragazzo, affidato allo Stato perché fermato da una pattuglia, ma le frasi scritte in rete. Continua la lettura di “Caso Aldrovandi: le sanzioni disciplinari vengono dal web”

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