Sweet Lou

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Ora che Lou Reed non c’è più, devo riconoscere che ha ragione Edoardo Camurri quando su Facebook scrive che non bisogna cadere nell’errore che fu al momento della morte di Fabrizio De André, almeno noi italiani. Camurri scrive che ” Lou Reed era tutto ciò che un uomo sano di mente può desiderare di essere”, ed è vero.

E’ stato un artista a tutto tondo, Lou Reed. Io l’ho sempre inquadrato in due dei suoi dischi che amo di più, “Rock’n’roll animal” e “Berlin”.

Il primo, l’ho sempre detto, andrebbe incorniciato ed esposto accanto alle opere di Andy Warhol in un Museo di Arte Moderna e Contemporanea. E magari pompato a sangue fino a far svenire i visitatori. O, forse, fino a farli caricare di adrenalina. Bastano le prime cinque note della “Intro” per chitarra distorta strafatta marcia per rendersi conto che non è rock, è musica classica. Andrebbe trascritto su una partitura, bisognerebbe realizzarne l’Urtext e metterlo accanto al purtuttavia noiosetto Bach. O, se si vuole paragonarlo a un’altra opera pressoché coeva di ascesi indotta, il “Concerto di Colonia” di Keith Jarrett. Sono stati di grazia, se siano indotti dall’arte o dall’eroina importa ben poco, anzi, credo che non ci sia nessuna differenza.

Di “Berlin” c’è da non far cascare nemmeno una nota, opera situazionale rock, in 40 minuti riusciva a diffondere sfumature da vertigine. Non si può non essere affezionati alle due “Caroline says”, ma non si può nemmeno dividere l’unico blocco di cui è costituito il disco. Un monolite che dava tregua solo quando giravi il long playing.

Lou Reed è stato soprattutto dolcezza. “A Perfect Day” è stato indubbiamente quanto di più commerciale abbia interpretato, ma rientra perfettamente nelle sue corde di artista (dall’altro polo svetta l’inascoltabile “Metal Machine Music”), e stupisce come un intellettuale del calibro di Monsignor Giovanni Ravasi ne abbia citato il ritornello sul suo account Twitter. E’ il primo sfruttamento di musica, pensieri e morte “ad usum Delphini”. Ratto come la folgore, come a dire che Lou Reed è anche un po’ “nostro”, anche se non si sa “nostro” di chi.

Lou Reed, invece, non era, felicemente, di nessuno, e il testo di “Heroin” ce lo ricorderà a scanso di maldestri ulteriori tentativi manipolatòri:

“When I’m closing in on death
And you can’t help me, not you guys
Or all you sweet girls with all your sweet talk
You can all go take a walk
And I guess I just don’t know
And I guess that I just don’t know.”

Vi ci manda RAITRE!

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Ora, ditemi voi se un conduttore televisivo come Edoardo Camurri che è uno che ogni volta che conduce Pagina Tre alla radio sull’ormai mitico terzo canale (l’unico che si può ancora ascoltare) lo senti allegro e pimpante annunciare "Buongiorno, buongiorno…" che ha un bel faccione simpatico, tondo, che si è laureato in filosofia teoretica che non so cos’è ma mi fido, che scherza con il conduttore del programma successivo, che ha il solo difetto di aver scritto qualche articoluccio per "il Foglio" (e va beh, nessuno è perfetto, perdoniamolo, orsù…), insomma, ditemi voi se una persona così, che conduce il suo programma in modo pacato, tranquillo, senza esagerazioni, cercando di fare in modo che ciascuno dica la sua, rifuggendo il maledetto vizio che hanno gli ospiti in studio di parlarsi addosso si merita di vedersi sospesa la messa in onda di Mi manda RAITRE perché non fa share, non fa audience. Non abbastanza almeno.

Cazzo è lo share?  Siamo alla follia che un servizio pubblico sospende una trasmissione di pubblico servizio solo perché il pubblico non lo serve (riverendolo) abbastanza.

Una trasmissione come Mi manda RAI TRE dovrebbe andare in onda anche se non la guarda nessuno. E Edoardo Camurri dovrebbe solo essere ringraziato per quello che fa e per come lo fa, ovvero aver trovato un linguaggio normale e non cacione in un oceano di TV spazzatura.

Insomma, il servizio pubblico muore, e arriva un Santoro qualsiasi a prenderne il nome.