Giù le mani da Radio Radicale!

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Radio Radicale rappresenta certamente un “unicum” nel panorama dell’informazione italiana. Da decenni ritrasmette in diretta le sedute del Parlamento, in modo che i cittadini possano avere una informazione diretta e trasparente su ciò che accade nel Palazzo. Senza filtri e senza complesse rielaborazioni. Radio Radicale è l’archivio vocale, sterminato, della storia della Repubblica. Le trasmissioni delle ultime tre settimane sono disponibili sul sito www.radioradicale.it in streaming e per il download con una licenza Creative Commons. Sono inoltre trasmesse tutte le udienze dei processi principali, tra cui il Processo bis per la morte di Stefano Cucchi, a Mario Bo ed altri per il depistaggio dell’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio e il processo d’appello per il disastro ambientale avvenuto nella discarica Resit di Giugliano (Napoli).
E a Radio Radicale il governicchio degli intolleranti e degli incompetenti ha tagliato del 50% il contributo pubblico.
Radio Radicale è, senza se senza ma, servizio pubblico a tutti gli effetti. Non ho altre possibilità di assistere alle sedute del Parlamento se non quella di accendere la radio. Sul satellite le dirette della Camera non ci sono più, se voglio i canali della Camera e del Senato devo pagare Sky (col cavolo!), il canale di GR Parlamento non trasmette TUTTO in versione integrale, e io mi perdo in questa offerta formativa frammentaria. Sicché mi collego al sito, clicco sulla diretta radiofonica e me la ascolto in streaming. O sull’FM nazionale, che però da me non prende neanche troppo bene.
Al servizio pubblico non si tagliano i viveri. Giù le mani da Radio Radicale!

E’ già tempo di elezioni e io ancora no

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scheda

Mancano tre giorni alle elezioni e chissà, col tempo che sta facendo, se non pioverà, come diceva Giorgio Gaber.

Fatto sta che io non sono per niente preparato all’evento e non so esattamente cosa fare. Le possibilità sono tre:

a) andare a votare e annullare la scheda;

b) non andare a votare del tutto;

c) andare a votare e in un impeto di antiqualunquismo mettere la croce sul simbolo di Liberi & Uguali, dopo essermi opportunamente turato il naso, e avere preso dosi massicce di Xamamina, farmaco antinausea contro il mal di mare e il mal d’auto (avevo visto alcune dichiarazioni della Boldrini che, a prescindere dal fatto di essere stata una Presidente della Camera più che criticabile, condividevo nella forma e nella sostanza. Mi sono stupito anch’io di me stesso e mi sono chiesto “com’è possibile? Io d’accordo con la Boldrini??” Ma poi, per fortuna, è venuto in mio soccorso un articolo di giornale letto stamattina sul “Corriere”: Grasso ha dichiarato che sarebbe favorevole a un governo di scopo per la riscrittura di una nuova legge elettorale, con Renzi e Berlusconi. Al di là di una improbabile “große Koalition”, con Berlusconi e Renzi non si governa nemmeno da impiccati, per cui Liberi & Uguali può correre da solo senza il mio voto.

Restano le opzioni a) e b). E se ne vanno i tempi in cui ci credevo davvero che il mio voto fosse importante per qualcuno. Erano quelle che il Poeta chiamava “i sogni senza tempo/le impressioni di un momento”. E io ho 54 anni, perdìo.

La brutta cosa con un bel nome

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cuore

Alla fine la brutta norma con un bel nome è passata anche alla Camera dei Deputati e si accinge (speriamo con un po’ di disgusto) a diventare legge dello Stato.

Hanno aspettato l’estate, quando in piazza poteva esserci tutt’al più un manipolo di insegnanti agguerriti e col dente avvelenato, ma poca, pochissima roba rispetto allo sciopero unitario del maggio scorso.

Al Senato, se possibile, era andata perfino peggio: avevano messo la fiducia, strumento di prevaricazione sul Parlamento, di  per far passare la figura del preside plenipotenziario e onnipotente e per cancellare dalla faccia della terra le graduatorie, che erano l’unico mezzo di garanzia di trasparenza che potesse esistere. Certo, perfettibile ma efficiente.

PAsseranno ancora molti, moltissimi anni, prima che un governo onesto si renda conto della dannosità che i suoi predecessori hanno reso legge e corra ai ripari.

Per ora, mutande di bandone e faccia di ghisa, perché non farà mai troppo male.

Vent’anni dopo

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Indubbiamente il governo sta facendo una buona cosa nell’intraprendere la desecretazione degli atti che riguardano l’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Indubbiamente il Presidente della Camera Laura Boldrini ha avuto un’ottima iniziativa personale nel sollecitare questa operazione.

Ma non pretendano, Lorsignori, di ricevere gli applausi che, in fondo, ritengono di meritare. O, peggio ancora, di essere considerati diversi da chi li ha preceduti nelle stesse funzioni.
Perché vent’anni sono vent’anni. Vent’anni erano il periodo in cui una donna partoriva un figlio e lo vedeva tornare dal servizio militare. O quello in cui un dittatore saliva al potere, partecipava a una guerra mondiale e veniva appeso per i piedi a Piazzale Loreto. Vent’anni sono quelli di Dumas dopo “I tre moschettieri”.

Hanno mai detto qualcosa i suddetti Lorsignori prima d’ora? No. C’è voluta la ricorrenza, come se la storia di facesse a suon di compleanni. E’ stata necessaria la lucidità della madre di Ilaria Alpi che in un’intervista ha declinato serenamente l’innocenza di Hashi Omar Hassan e che sugli 8000 documenti secretati ha affermato “Aspettiamo le decisioni della Camera e del Copasir. Ma il problema è capire, alla fine, cosa effettivamente ci lasceranno leggere. Troppi pezzi di questa storia sono scomparsi”.

Lo sanno anche gli alti vertici che sono scomparsi e che l’accesso a quei documenti non sarà favorevole a un approccio di trasparenza storica, ma di verità di comodo. Si aprono gli archivi per insabbiare la memoria.

Vivissimi applausi dai banchi della maggioranza.

La ghigliottina!

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La seduta, sospesa alle 18,15, è ripresa alle 19,45.

  PRESIDENTE. La Conferenza dei presidenti di gruppo si è appena riunita ed ha constatato che il numero residuo degli interventi per dichiarazione di voto finale è pari a 164. Poiché non è stato accolto il mio invito a ritirare queste restanti iscrizioni a parlare, non risulta possibile convertire il decreto-legge nei termini previsti dalla Costituzione, che scade nella giornata odierna.
Pertanto, come già preannunciato in capigruppo, la Presidenza si vede costretta a procedere direttamente al voto finale, per assicurare che la deliberazione dell’Assemblea sul decreto-legge «IMU-Bankitalia» avvenga nei termini costituzionali. Faccio presente, in ogni caso che tutte, tutte le fasi del procedimento si sono svolte e anche che i gruppi hanno potuto già esprimere le loro posizioni in dichiarazione di voto.

(Votazione finale ed approvazione – A.C. 1941)

  PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale (Vive proteste dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sul disegno di legge di conversione n. 1941, di cui si è testé concluso l’esame.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione – Deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle indossano un bavaglio – Deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia scendono verso il centro dell’emiciclo e raggiungono i banchi del Governo – Deputati del gruppo Fratelli d’Italia- lanciano monete di cioccolata – Deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle espongono cartelli recanti le scritte: «Corrotti», «#Noallatagliola»e « Giù le mani da Banca d’Italia» – Deputati del gruppo Fratelli d’Italia espongono cartelli recanti le scritte : «Venduti», «Vergogna» e «Giù le mani da BanKitalia»).

Invito i colleghi a votare (Deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle espongono un cartello recante la scritta: «Corrotti» sotto il banco della Presidenza).
Togliete quei cartelli !
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva ( Vive proteste dei deputati dei gruppi MoVimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia-Il deputato Rampelli sale sui banchi del Governo esponendo la bandiera italiana – Vedi votazioni).

   S. 1188 – «Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 30 novembre 2013, n. 133, recante disposizioni urgenti concernenti l’IMU, l’alienazione di immobili pubblici e la Banca d’Italia» (Approvato dal Senato) (1941):

(Presenti e votanti  265
Maggioranza  133
Hanno votato
 236
Hanno votato
no   29    
Sono in missione   63).    

(I deputati Argentin, Cassano, Cardinale, Rubinato, Tartaglione, Cani, Meta, Taricco, Rughetti, Stumpo, Ginoble e Brandolin hanno segnalato che non sono riusciti ad esprimere voto favorevole – Il deputato Buonanno ha segnalato che non è riuscito ad esprimere voto contrario – Il deputato Mottola ha segnalato che non è riuscito a votare).

Volo di Stato per il compagno: la Boldrini denunciata dal Codacons

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Laura Boldrini è stata oggetto di un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma da parte del Codacons.

Oggetto dell’esposto è la circostanza per cui il compagno della Presidente della Camera ha usufruito per il proprio compagno di un volo di Stato in Sud Africa (per le celebrazioni in occasione della morte di Nelson Mandela). Si tratta di vedere se ci sono elementi di danno allo Stato per causa civile o penale. E per questo c’è la magistratura.

A noi spetta solo il compito di valutare se questo atteggiamento è etico e umanamente inaccettabile, e la risposta è, no, nemmeno un pochino. A prescindere da quello che diranno i giudici, che possono anche archiviare l’esposto e non procedere. Come spesso dico, non è che bisogna aspettare che ci sia una qualche rilevanza penale in  un gesto per condannarlo.

Il volo è un volo di Stato. Quindi pagato dai cittadini. E non è che un aereo arriva in Sud Africa senza carburante.

Per cui amore mio, vado in Sud Africa, ti farebbe piacere venire con me? Così ce ne andiamo da qualche parte, vediamo un po’ di mondo, io partecipo alle cerimonie, stiamo un po’ insieme che ci vediamo così poco. Dài, vieni anche tu, amore mio, mi faresti felice. Però tu vieni e riparti con un volo di linea e non con un volo di Stato. Il biglietto te lo paghi tu, oppure, guarda un po’, visto che guadagno una pacca di denari, te lo pago io, ma su una risorsa che hanno pagato i cittadini per me mi dispiace ma non ci sali. Perché non vuol dire niente, amore mio, che ci siano dei posti liberi sull’aereo e che, quindi, non costeresti una solo lira bucata in più alla collettività, sono cose che non si fanno, semplicemente perché io ricopro una funzione statale in quel momento e non posso mescolare gli affetti e i biglietti aerei con il mio compito istituzionale.

Ci voleva tanto??

E pensare che mia moglie non ha mai usufruito nemmeno di una gita scolastica!

M5S: 5 giorni di sospensione per i deputati saliti sul tetto di Montecitorio

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da: www.ilfattoquotidiano.it

Alla fine se la sono cavata con cinque giorni di sospensione.

Chissà se ci sarà l’obbligo di frequenza per i parlamentari del Movimento 5 Stelle che si sono resi responsabili di aver dormito una notte sul tetto di Montecitorio e di aver affisso uno striscione che riportava la scritta “La Costituzione è di tutti”.

Sono cose gravi, anzi, come diceva la Preside, di “eccezionale gravità”. In effetti non si può che darle ragione. Dire che la Costituzione è di tutti è una affermazione inconcepibile e dormire è una attività altamente eversiva.

Cinque giorni, dunque, e nemmeno con la possibilità di convertire, a scelta dell’alunno, la sospensione dalle lezioni in una attività di utilità sociale per l’aula.

La grave azione influirà pesantemente sul voto di condotta finale. Gli alunni dovranno impegnarsi di più e per ottenere la sospirata promozione dovranno scrivere cento volte sulla lavagna la frase “La Costituzione non è più di nessuno“.

Le Istituzioni hanno paura di internet

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La rete, questa sconosciuta. Questo mezzo di comunicazione che produce paura, come tutto quello che non si può fermare, come tutto quello che vorremmo non ci fosse, come tutto quello che permette alla gente di sfuggire ai controlli tradizionalmente intesi. E se la rete è sconosciuta, la rete diventa, automaticamente (e non potenzialmente) dannosa.
Non esiste ancora, soprattutto ai più alti vertici dello Stato e, più in generale, nella visione del legislatore, l’immagine della rete come società, per cui le leggi che valgono nella società sono trasferibili perfettamente anche nella rete, no, la rete è diventata, nell’immaginario politico prima ancora che in quello dell’opinione pubblica, luogo privilegiato di interesse per i comportamenti del singolo. Tutto ciò che è fatto in rete assume una valenza amplificata, come se fosse più grave di ciò che succede nella vita quotidiana.

Una precisazione: io non ce l’ho affatto con la presidente della Camera Boldrini, come la frequenza di post su di lei potrebbe far credere. Molto semplicemente non condiviso una virgola di quel che dice, fa, pensa. Lei ha tanti mezzi per diffondere il suo pensiero, io ho solo il mio blog. Abbiate pazienza.

Laura Boldrini, dunque, ha scritto sulla sua pagina Facebook queste osservazioni che riporto, integralmente, evidenziandole in grassetto.

La violenza contro le donne continua a mietere vittime. In questi giorni altri due casi di femminicidio: Cristina Biagi uccisa il 28 luglio, Erika Ciurlia il giorno dopo. Una violenza che non ha confine e che passa anche attraverso la rete, non solo in Italia.

La violenza a cui si riferisce la Boldrini, probabilmente, è da cercare in alcuni interventi pubblicati prima dei delitti dai presunti assassini su Facebook. Interventi che facevano chiaramente presagire quello che sarebbe avvenuto di lì a poco e che nessuno è stato in grado di scongiurare (ci sarà ben stato qualcuno che avrà visto quei post tre ore prima dell’omicidio, no? Macché, tutti zitti, tutti facebookianamente omertosi). Ma il punto non è la rete, evidentemente, quanto, piuttosto, tutte le modalità di comunicazione possibili tra un assassino e la sua vittima designata. Quante telefonate, quanti SMS avrà ricevuto la donna prima di morire? Ma, ecco, del telefonino non parla più nessuno, quello non fa paura. Eppure è lo strumento preferito dagli stalker. Una volta si usavano le lettere anonime di minaccia. Si usano ancora, non so quante ne riceveranno i deputati della Camera, ma se ne parla pochissimo. Facebook, dunque, come quintessenza del pericolo in internet, ma non solo.

In Inghilterra, ben 60mila persone hanno firmato una petizione on line perché su Twitter venga inserito un ‘tasto’ per segnalare abusi …e violenze verbali. Dopo la mobilitazione di massa, il social network si è impegnato a provvedere. A portare avanti questa battaglia è stata Caroline Criado- Perez, una nota attivista per i diritti delle donne, vittima di pesantissime minacce sul suo profilo.

La rete fa quello che l’Italia non riesce nemmeno a recepire. Sono bastate 60.000 persone perché Twitter facesse suo uno slancio di indignazione fortissimo, e tutto questo in pochissimi giorni.
In Italia “Il fatto quotidiano” sta portando avanti una raccolta di firme contro lo sfregio della Costituzione perpetrato da parte dei partiti di Governo. Le firme raccolte ad oggi sono 160.000. Eppure non c’è stata nessuna risposta a livello istituzionale. Che cosa avrebbe da dire la presidente Boldrini su questo?


Per quale motivo non viene inserito un “tasto” legislativo che permetta di mantenere inalterato il senso della nostra carta?
Sono 160.000 persone, dicevo, e il loro numero è destinato ad aumentare. Eppure è come se non ci fossero. La rete, attraverso la quale hanno manifestato la loro adesione, è “virtuale”. E’ come se non esistessero. E il problema è Twitter??

Anche nel nostro Paese, molti, specialmente donne, subiscono minacce on line e alcuni giovani sono arrivati a togliersi la vita a causa del dileggio in rete.
La mobilitazione collettiva, in Inghilterra, ha aiutato ad ottenere risultati per aumentare la tutela sul web. In Italia questo tema viene percepito, da alcuni, come un tentativo di censura.
Cosa ne pensate dell’esperienza inglese?

Sarebbe stato confortante avere i dati che riguardano le persecuzioni di reati come l’istigazione al suicidio (che mi pare ancora perfettamente contemplato nel nostro codice penale), sapere cioè quante persone, dopo un giusto e regolare processo, sono stati riconosciuti colpevoli di crimini come quelli richiamati dalla Presidente Boldrini.
Ma questi dati non ci vengono proposti. Come mai?
E perché la cosiddetta “tutela del web” viene vista come un tentativo di censura? Perché diventerà troppo facile per chi usa Twitter segnalare qualcuno per una parola fuori posto o, ancor meno, per una opinione non gradita. Si premerà il bottoncino e quello sparirà, non avrà più la possibilità di esprimersi su quella piattaforma. Non è uno strumento di tutela, è uno strumento di delazione e di giustizia sommaria. Ecco cosa penso dell’esperienza inglese.

Abbiamo leggi per tutelarci e magistrati per applicarle. Adesso.

Caso Colletti: la Boldrini chiarisce

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Sul richiamo al deputato Colletti (M5S) che ho riportato alcuni giorni fa, registro questo intervento del Presidente della Camera Boldrini, pubblicato sulla sua pagina Facebook:

Ai tanti che in queste ore chiedono conto del mio richiamo al parlamentare che oggi, nel suo intervento, ha usato un tono sarcastico e irrispettoso nei confronti del Presidente della Repubblica, rispondo che, nella mia funzione, devo far rispettare la Costituzione. Intendo dire che l’operato del Capo dello Stato non può essere oggetto di valutazione nel dibattito parlamentare.

Questo stabilisce un principio più volte richiamato in aula (nelle sedute del 2 luglio 1998, del 9 febbraio 2000 e del 20 marzo 2007) legato ai rapporti tra gli organi costituzionali del nostro ordinamento.

L’articolo 90 della Costituzione, infatti, esclude la responsabilità del Presidente della Repubblica per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che nei casi e nelle forme espressamente stabiliti dalla Costituzione stessa.

Per questo la Presidenza della Camera ha sempre richiamato i deputati che nei loro interventi non si siano attenuti al rispetto di questo principio.

Apprendo solo adesso che la valutazione dell’operato del Capo dello Stato sia un “principio”. Nel richiamo (“Sì, però lei sa che non può chiamare in ballo il Presidente della Repubblica e anche questo fa parte del Regolamento”) si faceva cenno al Regolamento, non a una comune prassi o a un più generico principio.

Non è chiaro il richiamo all’articolo 90 della Costituzione. Certamente il Capo dello Stato non è responsabile di quello che fa nell’esercizio delle sue funzioni. Ma questo non vuol dire che non possa o debba essere anch’egli oggetto di critica non tanto mentre esercita la pubblica funzione, ma proprio per quello che in tale esercizio compie. E cosa c’entra questo con il dibattito parlamentare?

Quel “tono sarcastico e irrispettoso” del deputato Colletti, chi lo stabilisce con quella aggettivazione? La Boldrini, e va bene. Ma chissà che sia sarcastico (e fin qui nulla di male, il sarcasmo fa parte della satira, che è parte fondamentale del diritto di critica, le vignette dei giornali sono piene del personaggio di Re Giorgio, che è la stessa immagine ripresa da Colletti nel suo intervento) o irriguardoso solo per il sentire della Boldrini. Bisognerebbe vedere cosa ne penserebbe un giudice che fosse chiamato a decidere nel merito.

Il limite tra citazione, critica e satira, come si vede, è estremamente sottile. La cosa sinceramente angosciante è che nel dubbio si richiamano i deputati a un “regolamento” che è solo un principio.

Sì alla doppia poltrona. Anche SEL salva la casta

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Alla Camera, in Commissione Affari costituzionali e Bilancio, visto le la notte porta consiglio è stato approvato un emendamento che si occupa dei sindaci.

In buona sostanza, chiunque sia stato eletto parlamentare potrà continuare a tenere la doppia poltrona, nel caso sia anche sindaco di un comune italiano.

Doppia poltrona vuol dire doppio stipendio.

Si “salveranno” tutti quei sindaci che sono stati eletti fino al 2009.

L’emendamento è stato inserto con l’appoggio di PDL (Ignazio Abrignani), del PD (Enrico Stumpo) e di SEL (Martina Nardi).

Dopo l’approvazione del disgraziatissimo decreto svuota-carceri, SEL ha ancora una volta appoggiato la maggioranza in un pasticcio salva-casta di proporzioni inimmaginabili.

Chi dovevano salvare non si sa, ma certamente diranno che era un provvedimento giusto e opportuno.

La pagina Twitter di Laura Boldrini

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Incipit della pagina Twitter di Laura Boldrini

Sono andato a visitare la pagina Twitter del Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.

Viene aggiornato con cadenza irregolare, comunque non quotidianamente.

Vi si trovano comunicazioni sulle sue attività in giro per l’Italia e sugli eventi che ritiene più importanti alla Camera.

Naturalmente il fatto che i lavori della Camera siano stati sospesi non è minimamente riportato

(vedete qualcosa voi? Io no)

 

L’8 luglio scorso, però, la Boldrini utilizza ben tre tweet per parlare del Papa in occasione della sua visita a Lampedusa. Non lo fa per nessun altro evento istituzionale. Le piace il Papa, d’accordo, i fatti di fede attengono alla sfera personale e privata dell’individuo, ma la Boldrini è la terza carica dello Stato e di uno Stato Laico.
Non pretendo che la Boldrini rinunci alle sue opinioni personali (che può esprimere quando non esercita le sue funzioni), mi basta solo che quando scrive sul suo profilo ufficiale (che conta oltre 122.000 “follower”) incarni sì il ringraziamento a un Capo di Stato straniero che viene a farci visita, ma anche e soprattutto quella laicità di cui abbiamo tanto bisogno.

Verrà la morte e avrà i suoi occhi

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Come diceva Cesare Pavese? Ah, sì, ecco, “Scenderemo nel gorgo muti.”

Nel gorgo ci stiamo precipitando con scippi di democrazia, colpi di mano, sgambetti, sotterfugi, dichiarazioni eclatanti. Stanno uccidendo lo stato di diritto e noi siamo qui a riempire secchiellini di sabbia, a mangiare come maiali, a spalmarci l’olio al cocco e a sfoderare le infradito.

E’ una bella morte, in fondo. Uno non se ne accorge nemmeno. O, quanto meno, è talmente convinto di essere vivo che quando crepa di asfissia democratica non sa se dare la colpa al palombo coi piselli che gli è andato di traverso.

Il parlamento (il minuscolo non è voluto, ma ormai ce lo lascio) si ferma perché un processo a Berlusconi sta arrivando in Cassazione. E la Suprema Corte cerca di evitare il rischio che alcune accuse cadano in prescrizione.

E’ una cosa spaventosa non solo per la richiesta, di per sé abnorme, che si è trasformata in una sospensiva di 24 ore dell’attività parlamentare, ma soprattutto per l’appoggio del Partito Democratico incapace di difendere la attività parlamentare ordinaria per fare un favore (o renderlo, non si è capito bene) al gruppo dell’amico Silvio (hanno bisogno di fare un’assemblea? Non c’è problema, la fanno fuori dagli orari dei lavori di aula e di commissione!), per il comportamento inqualificabile di Pierdomenico Martino, che si è scagliato contro alcuni dei suoi colleghi, per Renato Schifani che ha annunciato che se Berlusconi viene condannato e interdetto dai pubblici uffici in via definitiva il PDL se ne va (da dove se ne vada lo sanno tutti, dove vada è un po’ più difficile da stabilire), per il potere giudiziario, separato da quello politico e da quello esecutivo, per il fatto che il “cittadino Silvio Berlusconi” deve essere esattamente quello che è, cioè un cittadino, e per il fatto che per NESSUN cittadino (neanche parlamentare) sono mai state richieste 24 ore di sospensione dell’attività parlamentare.

Continuiamo a mangiare. Ammazza quanto magnamo!

La Boldrini contro il discorso di Grillo

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Grillo scrive sul suo blog che “La scatola di tonno è vuota” e che “Il Parlamento, luogo centrale della nostra democrazia, è stato spossessato dal suo ruolo di voce dei cittadini” che “Il Parlamento è incostituzionale in quanto il Porcellum è incostituzionale e ora pretende di cambiare la Costituzione su dettatura del PDL e del PDmenoelle”. E ancora “E’ un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica”.

Cose che, voglio dire, ricondotte al linguaggio di Grillo, ed estrapolate dai suoi stilemi linguistici (Grillo ormai ci ha assuefatti col “PDL e il PDmenoelle”) sono anche vere. Peccato che con la legge del Porcellum anche il Movimento 5 Stelle abbia nominato i suoi specifici candidati in parlamento.

Ma quelle di Grillo sono opinioni. La metafora del Parlamento come sepolcro imbiancato di una politica che non trova più il dialogo con i cittadini ne è un esempio chiarissimo.

Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati ha definito il discorso di Grillo “offensivo, un attacco alla democrazia e all’immagine dell’Italia”.
Ma il vero attacco alla democrazia non è tanto il discorso di Grillo, quanto l’etichetta di “offesa”.
Se la Boldrini pensa che il Parlamento sia stato offeso, visto che è il presidente di uno dei due rami che lo compongono, può tranquillamente querelare Grillo.
Viceversa, se taccia di “offesa” il discorso di Grillo, senza che questo lo sia, genera nella persona comune in sospetto che in quel linguaggio, in quelle parole, in quegli accostamenti, in quella intenzione comunicativa, siano insiti tutti gli elementi che costituiscono un reato propriamente detto.

Il Parlamento, i suoi presidenti, lo stesso residente della Repubblica non sono esenti da critiche al loro operato.
Se quello che Grillo dice è reato, la Boldrini ce lo dica subito.
Se non lo è, che glielo si lasci dire.

La Boldrini, le molestie, la diffamazione e la rete

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da: www.lastampa.it

Dunque la Boldrini, da quando è stata eletta Presidente della Camera, avrebbe ricevuto un numero significativo di messaggi telematici di minaccia e/o a sfondo sessuale.

Ha buttato lì una considerazione sull’opportunità di nuove regole, ma non si è capito bene se queste nuove regole devono essere studiate espressamente per la rete o per il reato di stalking.
In ogni caso è un flop, perché parte dal concetto (tragicamente sbagliato) che la rete non sia regolamentata. Per la rete valgono le stesse regole già presenti nei codici della società civile. I reati di minacce e diffamazione, nonché quello di molestie (anche sessuali) si possono commettere (anche) tramite la rete.
Quindi si va dal magistrato e si presenta una querela (viceversa questi reati non possono essere perseguiti).
Se poi si ritiene che le leggi attualmente in vigore non siano adeguate per tutelarci c’è il Parlamento in cui si può discutere in maniera democratica se inasprire le pene o meno o se inserire nuove fattispecie di reato. E la Boldrini è, si veda il caso, la Presidente di uno dei due rami del Parlamento.

E chissà in quale àlveo dorato hanno vissuto i nostri parlamentari, che hanno così tanta paura della rete da voler intervenire sui reati commessi suo tramite. L’odore di censura comunque c’è. E si sa che ciò che non si conosce ci sfugge e allora bisogna pure ingabbiarlo in qualche modo, perché ciò che non si conosce ci fa paura.
E allora si può concepire tranquillamente una critica come un’ingiuria perché il solo fatto che venga diffusa con un mezzo a noi sconosciuto ce la fa ingigantire e vivere in modo abnorne.

Oggi, tra l’altro, è la giornata mondiale della libertà di stampa. Ma ce ne siamo tranquillamente dimenticati (già, come sarà???).

Per Stefano Rodotà Presidente della Repubblica

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da: it.wikipedia.org

E’ risaputo che l’elezione alla presidenza della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica di Laura Boldrini e Piero Grasso mi lascia piuttosto perplesso. Ma soprattutto insoddisfatto.

C’è da sognare, dunque. Sognare che, a questo punto, Stefano Rodotà venga eletto Presidente della Repubblica. Uomo retto, preparato, di grande cultura giuridica ed estremamente sensibile ai diritti di ciascuno. Chi meglio di lui?

Nessuno, certo. E sarà per questo che non sarà eletto. Gli verrà preferito un uomo del sistema, un vecchio notaio costituzionale brontolone e ringobbito. E’ la diciassettsima legislatura, bellezze…

Cosentino: il giorno del giudizio – Il testo (PDF) della richiesta di autorizzazione all’arresto

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Stiamo perdendo il senso delle cose.

I giornali on line aprono tutti (tranne "Il Fatto Quotidiano") con la notizia di una strage familiare avvenuta a Trapani. Tra meno di un’ora comincerà alla Camera dei Deputati il dibattito, cui seguirà il voto, sulla richiesta di autorizzazione all’arresto del deputato Nicola Cosentino.

E’ sempre così. Quando sta per succedere qualcosa di importante per le istituzioni, i giornali (soprattutto quelli che percepiscono denaro pubblico) nicchiano, temporeggiano, parlano d’altro. "La Stampa" ha perfino allestito una pagina in cui un inviato a Montecitorio aggiorna via SMS la situazione del dibattito. Per ora è riuscito solo a commentare gli "ammàppela!" di D’Alema. Un po’ pochino come introduzione a un dibattito così importante.

Il "Corriere" mette la notizia in quinta posizione, dopo il rincaro della benzina e la messa in rilievo di un video del team della Gabanelli che intervista un tassista che confessa di evadere il 40% delle tasse (ci voleva la Gabanelli, evidentemente, per renderci edotti del fatto che in Italia esistono categorie e ordini professionali in cui largheggia l’evasione fiscale…).

I soli commenti di Palazzo sono le posizioni contrapposte di Bossi e Di Pietro. Bibì e Bibò si fronteggiano dicendo l’uno che contro Cosentino le carte non dicono nulla, e l’altro ribattendogli che non le ha lette.

Nel dubbio, le carte sulla richiesta di autorizzazione all’arresto di Cosentino sono qui, scaricabili in formato PDF.

Leggiamole noi per primi, e facciamoci, a prescindere da come andrà, una opinione personale basata sulla conoscenza. Il resto lasciamolo al teatrino della politica, o a quello che ne resta.

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Flavia Perina: “La visione archeologica del PDL”

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"Pensare di applicare al web una legge sulla rettifica risalente al 1948 conferma la visione archeologica che Pdl ha della realtà e della società. Ostili ad ogni forma di aggiornamento dei diritti, nemici di ogni innovazione che modifichi l’esistente, dalla banda larga alle unioni civili, credono di poter intervenire sulla rete con modalità ideate da classi dirigenti migliori di loro, quando non esisteva neanche la tv. Credo che sarebbe ragionevole, ed eviterebbe ulteriori figuracce alla maggioranza, limitare il dovere di rettifica alle sole testate giornalistiche online registrate in Tribunale, e rinviare ogni iniziativa sul resto ad un dibattito serio che coinvolga tutti i soggetti che operano sulla rete. Abbiamo depositato oggi stesso due emendamenti a riguardo. Parteciperò alla manifestazione di oggi al Pantheon dalle 15, per ascoltare e confrontarmi su un tema che non può essere lasciato all’improvvisazione o alle tentazioni censorie della maggioranza."

(Flavia Perina)

Norma “ammazzablog”: oggi, 29 settembre…

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Ringrazio Pina M. che ogni tanto segue questo blog, che, come molti altri blog, avrà vita breve. Non so bene cosa abbia capito di quello che pubblico (perché ultimamente quello che pubblico non lo capisco nemmeno io) e che ulteriore pessima impressione si sia fatta di me, ma è bello sapere che, di tanto in tanto, qualcuno si incuriosisce ancora per questa iniziativa. Le dedico volentieri l’articolo che segue.


Allora, tanto per cambiare parliamo di norma cosiddetta “ammazzablog” sull’obbligatorietà della pubblicazione delle rettifiche in Internet.
Dovrebbe trattarsi, per essere più precisi, del comma 29 dell’articolo 3 del testo sulle intercettazioni che approda alla Camera dei Deputati proprio il 29 settembre, data del compleanno del Presidente del Consiglio e che fino a qualche anno fa era il titolo di una canzone di Mogol-Battisti, vedi giuditio human come spess’erra…

Il testo “incriminato”, come ho già scritto, recita testualmente:
“Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

E’ chiaro che con la nozione “siti informatici” si intende esattamente qualunque sito informatico. E’ una notazione generica, che viene rafforzata dal successivo “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”.
La nozione di “legge ammazzablog” è, dunque, impropria. E’ una legge ammazza internet tout-court, perché un blog è solo un modo per realizzare un “sito informatico”. In teoria (e anche in pratica) basterebbe che un articolo fosse pubblicato su un file disponibile solo con protocollo FTP.

Ma non scendiamo in tecnicismi. Quello che mi basta è chiarire che la normativa fa di tutta internet un calderone, senza distinguere tra iniziative periodiche di informazione con obbligo di registrazione in Tribunale, con tanto di direttore responsabile, e iniziative non periodiche che questo obbligo non lo prevedono.

Il che non significa affatto che il blogger non debba rispondere delle sue azioni per il solo fatto che si sta occupando di una iniziativa personale in cui, si veda il caso, oltre a fornire informazione, esprime anche delle opinioni critiche (che in genere vengono scambiate per diffamazioni creando già un clima preventivo -ma ancora controllabile- di caccia alle streghe e di dàgli all’untore), significa, semplicemente, che il blogger non ha dalla sua i fondi di ammortizzamento che in genere sono riservati alla stampa (che è finanziata, nel 99% dei casi dal denaro pubblico), e che il fargli rischiare una multa di un massimo di 12000 euro, ovvero la stessa sanzione prevista per l’informazione periodica, è oggettivamente uno squilibrio giuridico.

Dunque, se un qualsiasi soggetto riterrà ingiuste o ingiustificate alcune affermazioni o alcune opinioni espresse, e dovesse chiedere a un blogger di pubblicare una rettifica, il blogger deve ottemperare entro 48 ore (pena la multa succitata, non si sa se comminata dal giudice penale o meno).
Qualcuno dice che per far scattare il count-down delle 48 ore basta una mail. Non credo proprio. Una e-mail tradizionale non ha nessun valore legale, ci vorrebbero come minimo una mail certificata o la classica raccomandata con ricevuta di ritorno. Ma non ne sarei tanto sicuro, perché la norma parla di “48 ore dalla richiesta”.

Ma c’è di più:

  • la pubblicazione oltre a essere obbligatoria, non deve necessariamente prevedere che la rettifica sia veritiera (è sufficiente che chi chiede la rettifica contesti un comportamento che ritiene ingiusto);
  • non è possibile, per il blogger, rispondere a propria volta ai contenuti della rettifica;
  • la rettifica potrebbe contenere testi offensivi o diffamatori nei confronti di terzi: il blogger dovrà comunque pubblicarla.
Come ho già scritto, è assai probabile che, se il comma dovesse passare così com’è, io chiuda definitivamente il blog.
E non è perché mi facciano paura le richieste di rettifica (per la verità, in otto anni non ne ho mai ricevuta neanche una) o perché non abbia 12000 euro per pagare le caramelle allo stato o all’ennesimo bambino di turno che pesta i piedi perché non ha i soldini o perché mamma non gli compra lo zucchero filato, ma per il semplice fatto che il non poter rispondere a mia volta crea un corto circuito intollerabile. E perché non conta più cosa si dica, se sia vero o meno, ma il come un terzo percepisce quello che si dice.

Si va a creare uno stallo di ricatti personali a cui sento il dovere di non sottostare, con tutto il dolore che mi darebbe il cancellare il lavoro di otto anni.

Come ripeto, in otto anni di blog, nessuno mi ha mai chiesto una rettifica. Anzi, in verità, adesso che ci penso, qualcuno che mi ha chiesto di rettificare un articolo c’è stato, solo che non mi ha detto che cosa avrei dovuto rettificare, segno evidente che la gente ha le idee chiare.

Inoltre, questo blog non ha mai diffamato nessuno.

Ma non è possibile, proprio per questo, soggiacere alla logica per cui si debba pubblicare una rettifica ad ogni pie’ sospinto, solo perché c’è qualcuno che pensa di avere avuto un danno e, senza ricorrere al tribunale civile (men che meno penale, perché dovrebbe sottoporsi all’interrogatorio delle parti e questo è imbarazzante), ti scrive una mail a Ferragosto quando sei fuori casa (perché non hai una redazione)

Lettera aperta agli onorevoli Marco Beltrandi e Elisabetta Zamparutti

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Gentile Onorevole,

ho seguito in diretta i lavori della Camera dei Deputati in relazione alla mozione di sfifucia (Franceschini ed altri) nei confronti del Ministro Romano, e ho ascoltato, non senza una punta di stupore e dispiacere, la Sua dichiarazione di non voler partecipare al voto, espressa a titolo personale.

Proprio perché condivido la Sua battaglia a favore dell’apertura di una via verso un provvedimento di amnistia, via preclusa proprio in questi giorni al Senato, mi è sembrato suicida astenersi dal partecipare a un voto che avrebbe potuto dare un segnale di fiducia nello Stato di diritto, ponendo il Ministro Romano alla pari di qualunque altro cittadino, nell’affrontare un procedimento di cui non può certamente essere considerato colpevole fino a sentenza definitiva passata in giudicato, ma che non può parimenti usufruire di salvacondotti facilitati dal non voto, sia pure espresso a titolo personale e di protesta, di singoli deputati.

Certamente i numeri non sarebbero cambiati, ma la percezione dell’opinione pubblica nei confronti di una posizione trasparente e responsabile non sarebbe passata inosservata. Almeno per quello che mi riguarda.

Apprezzo la Sua posizionecirca il testo del comma "ammazzablog" del DLL in discussione alla Camera, La prego vivamente di non astenersi anche in quella occasione.

Chissà se riceverò una Sua risposta. Nel caso mi piacerebbe poterla pubblicare sul mio blog. Almeno finché potrò avere ancora un blog. Cioè pochissimo tempo.

Cordialmente

Valerio Di Stefano
Roseto degli Abruzzi
Cittadino Italiano