La stampa e le inchieste

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Dio solo sa se ho rispetto, ammirazione e addirittura venerazione per la figura del Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, così come di qualsiasi altro servitore dello stato che sia impegnato nella lotta alla criminalità organizzata e rischi la vita per il suo impegno e per la sua dedizione quotidiani.

Ma non può che suonarmi strana la sua lamentela circa la presunta scarsa attenzione da parte dei media (e in particolare della carta stampata) nei confronti della sua inchiesta culminata poi con 334 arresti e 416 indagati in tutta la Calabria. Un po’ perché mi sembra che questo non sia vero (la notizia è stata sulle prime pagine di tutti i giornali, è stata rilanciata con sufficiente evidenza da radio e TV ed è ancora pienamente reperibile sul web), un po’ perché ritengo che dopo l’operazione che ha riguardato a vario titolo più di 700 persone sia necessario porre l’attenzione su alcuni dati assolutamente imprescindibili:

– la custodia cautelare in carcere non è una pena;
– la custodia cautelare in carcere non equivale alla penale responsabilità;
– la custodia cautelare in carcere non equivale a una dichiarazione di colpevolezza.

Dopo la doverosa attenzione all’operazione epocale che ha visto coinvolte la Procura di Catanzaro e le Forze dell’ordine ora c’è bisogno del silenzio che accompagna i processi. Cioè la definizione della posizione individuale di uno per uno i 700 indagati. Perché io non vorrei, no, proprio non vorrei mai che tra tutte queste persone attenzionate dalla Procura di Gratteri ce ne sia anche solo una che dovesse uscire estranea ai fatti o assolta nel merito delle accuse. Perché in tal caso lo Stato dovrebbe accollarsi le spese per l’ingiusta detenzione e qualche innocente (non importa se pregiudicato o no) sarebbe stato recluso.

La Procura ha fatto il suo impeccabile lavoro, i giornali hanno informato. Adesso la parola passa ai giudici di merito e/o di legittimità. Parlino i processi e la stampa faccia il suo sacrosanto lavoro di informare l’opinione pubblica.

Un paese unito dal razzismo

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“Lo scrittore calabrese Antonello Mangano ha dato un’ottima descrizione delle condizioni di vita dei braccianti stranieri nel libro Gli africani salveranno Rosarno. E probabilmente l’Italia”, afferma il quotidiano britannico The Guardian. “Mangano l’ha scritto dopo la rivolta degli immigrati del dicembre del 2008, che protestavano contro le ennesime violenze subite dagli uomini della ’ndrangheta. Due ivoriani erano rimasti feriti gravemente e i loro amici africani avevano denunciato l’attacco alle autorità. Cos’è successo da allora a questi uomini coraggiosi? Ancora abusi e ancora attacchi da parte dei clan e dei cittadini. Finché il 10 gennaio molti di loro non sono stati allontanati da Rosarno”.

Anche El País parla della deportazione degli stranieri dalla cittadina calabrese in seguito alle aggressioni dello scorso week end. “Non si vedono più africani a Rosarno. Le scavatrici hanno demolito ieri una fabbrica abbandonata dove vivevano gli stagionali africani impegnati nella raccolta di mandarini. A Rosarno è tornata la calma dopo tre giorni di rivolte e spari, in cui sono rimaste ferite un centinaio di persone. Altre 1.500 circa hanno dovuto abbandonare la zona. E ora l’Italia deve digerire l’accaduto”.

da: www.internazionale.it

Le violenze, gli immigrati di Rosarno, con le chiose di Maroni e Bertone

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Il ministro dell’interno Maroni, quello che è stato condannato in via definitiva per aver dato un morso a una caviglia di un poliziotto, ha detto che se ci sono stati disordini a Rosarno è stato perché nei confronti degli immigrati c’è stata troppa tolleranza.

E’ vero, li abbiamo tollerati troppo questi negri a Rosarno, abbiamo perfino permesso loro di avere un lavoro alle dipendenze della malavita organizzata, li abbiamo alloggiati in comodissimi lager fatiscenti, pagati una miseria, che per lo è anche troppo, e i contributi e la messa in regola per il permesso di soggiorno e di lavoro, si sa, sono cose troppo onerose per una azienda che paga in nero (toh, lo tolleriamo anche facendolo lavorare secondo il colore della pelle!), perché il lavoro non c’è per noi, figuriamoci per loro!

Troppa tolleranza, dunque, bisognerebbe tollerarli di meno, anziché fare quello che le leggi ci impongono di fare, e cioè perseguire i reati indipendentemente dalla condizione di chi li ha commessi.

Gli ha fatto da contraltare Sua Eminenza il Cardinal Bertone, che, con una punta non indifferente di lungimiranza ha dichiarato: "C’è troppo sfruttamento!" Chissà chi glieli scrive i testi e quante lauree ha!

Cerchiamo di avere un po’ di tolleranza anche per lui.