Bye Bye, George!

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Vedere la cerimonia di giuramento di Obama via satellite? 59 euro di ricevitore (tanto Rai News 24 è gratis!) con la mia VISA-Altroconsumo.

Il collegamento internet con cui ho scaricato questa foto? Una trentina di euro al mese con la mia VISA-Altroconsumo.

Il bonus autoricarica della telefonata di mia moglie che mi chiede come sta andando la cerimonia? 0,10 euro, anche senza usare la mia VISA-Altroconsumo.

Vedere George W. Bush che si toglie dai piedi non ha prezzo!

Ossezione

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I russi sparano su Tbilisi mentre Putin si gode la cerimonia inaugurale delle Olimpidi di Pechino e Bush si dichiara "imbarazzato" (oh!).

Medvedev ha testualmente dichiarato: "Costringeremo i georgiani a fare la pace".

Chissà cosa accadrebbe se li costringessero a fare la guerra!

Emanuela Falcetti: “forse ce la meritamo”

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Per lo svolgimento del G8 a Tokio, la Casa Bianca ha distribuito ai giornalisti accreditati a bordo dell’Air Force One un “press kit“, una cartellina in cui era contenuto uno stampato con le biografie dei capi di stato e di governo partecipanti.

Quella che riguardava Berlusconi recitava:

“Il premier italiano è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per corruzione governativa e vizio. Principalmente un uomo d’affari con massicce proprietà e grande influenza nei media internazionali. Berlusconi era considerato da molti un dilettante in politica che ha conquistato la sua importante carica solo grazie alla sua notevole influenza sui media nazionali finché non ha perso il posto nel 2006 (…)
Odiato da molti ma rispettato da tutti almeno per la sua ‘bella figura’ (in italiano nel testo) e la pura forza della sua volontà

Hanno rubato l’orologio a Bush

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(screenshot da www.corriere.it)

Ecco il momento fatidico. Durante la sua visita in Albania,  Bush II si è visto sparire l’orologio dal polso in questa indimenticabile istantanea per la quale non cesseremo mai di dichiarare eterna gratitudine al Corriere della Sera. Il Presidente ha voluto fare il bagno di folla per festeggiare così la sua apparizione  da salvatore delle democrazie occidentali precedentemente oppresse dal comunismo. Ed eccolo che si ritrova senza orologio.

Bush arriva a Roma con la diarrea

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(foto AP)

Il Presidente degli Stati Uniti incontrerà tra poche ore Papa Ratzinger ma, come i mass media hanno evidenziato, l’Illustre  Americano, alla fine del G8 in Germania ha sofferto di una indisposizione intestinale che potrebbe compromettere il buon esito dell’incontro. Una preghierina per la sua salute a San Imodium Martire!

Bush in America Latina: il viaggio fuori tempo massimo – di Fabrizio Casari

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Chiamarlo “colpo d’ala” è senza dubbio eccessivo. Ma chi credeva che alla caduta del governo sarebbe corrisposta anche la fine della strategia indicata da Padoa Schioppa per raggiungere, nei tempi previsti, la cessione di Alitalia, è rimasto senza dubbio sorpreso. Ma non del tutto sollevato. Proprio nei momenti di maggiore fibrillazione della crisi di governo, sui tavoli delle cinque compagnie aspiranti acquirenti del vettore italiano è piovuto un documento di 22 pagine nelle quali sono elencate le condizioni poste dall’attuale azionista di maggioranza per l’avvio della trattativa. Un punto su tutti sembra essere imprescindibile: Alitalia dovrà restare italiana per almeno altri otto anni. Logo, marchio e sede non si toccano. Nessuna indicazione, invece, sul mantenimento dei livelli occupazionali, fatto che ha già messo in allarme il fronte sindacale.

I leader di Cgil, Cisl e Uil, infatti, invece di applaudire alla promessa mantenuta restano in attesa di conoscere il vero piano industriale che dovrà rilanciare la compagnia di bandiera. E’ sensazione diffusa che il governo, con questo documento, abbia voluto lasciare le maglie della trattativa più larghe possibile per non scoraggiare i candidati all’acquisto, ma solo nel momento in cui il piano industriale verrà presentato si conosceranno davvero le reali intenzioni del governo in merito al riassetto della compagnia; a parlare sugli esuberi, a quel punto, resteranno i numeri e ci sarà ben poco da trattare. Continua la lettura di “Bush in America Latina: il viaggio fuori tempo massimo – di Fabrizio Casari”

Daniele John Angrisani – Iraq: Bush senza maggioranza

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La prima settimana di passione del Congresso americano sulla questione irachena è finita, come ci si attendeva, con l’approvazione da parte della Camera dei Rappresentanti – 246 voti a favore e 182 contrari alla fine di una discussione molto animata – della risoluzione che boccia la richiesta di aumento delle truppe in Iraq. Un atto non vincolante, ma allo stesso tempo di forte valenza politica. Il Senato non è invece riuscito ad approvare la medesima risoluzione, per una questione procedurale che ha consentito ai repubblicani di bloccare la mozione, nonostante ieri 56 senatori abbiano votato a favore e 34 contro. Questo perché il regolamento del Senato USA, per proteggere i diritti della minoranza, da spesso facoltà all’opposizione di bloccare la discussione ed il voto su una risoluzione, a meno che non vi sia il voto qualificato di almeno 60 senatori su 100, a favore dello sblocco e del passaggio della risoluzione stessa per il voto definitivo nell’aula del Senato, cosa che in questo caso non è avvenuta.

I sette senatori repubblicani che hanno votato a favore della richiesta sono invece Norm Coleman del Minnesota, Susan Collins del Maine, Chuck Hagel del Nebraska, Gordon Smith dell’Oregon, Olympia Snowe del Maine, Arlen Specter della Pennsylvania e John Warner della Virginia. Tutti questi, tranne Snowe e Specter, hanno il mandato in scadenza nel 2008 e quindi si trovano dinanzi ad una difficile campagna elettorale per la rielezione, dove qualsiasi passo falso può essere fatale. Da notare comunque il fatto che il senatore Joseph Lieberman del Connecticut, ex senatore democratico, sconfitto alle primarie del partito per via delle sue posizioni troppo filo-repubblicane ma poi rieletto senatore come indipendente alle elezioni di mid-termdello scorso novembre, ancora una volta si è schierato con i repubblicani al momento del voto.

Alla Camera le defezioni nel partito repubblicano sono invece state ancora più marcate, con ben 17 deputati del partito dell’elefante che si sono schierati assieme ai democratici al momento del voto, mentre solo 2 deputati democratici hanno fatto il contrario.

Nonostante la sconfitta procedurale, i democratici hanno lo stesso cantato vittoria. "La maggioranza del Senato degli Stati Uniti è contraria all’aumento delle truppe in Iraq", ha affermato il leader della maggioranza democratica al Senato, Harry Reid del Nevada. "Per quanto riguarda i repubblicani che hanno scelto ancora una volta di bloccare il dibattito e proteggere il presidente Bush da questa ulteriore bocciatura, lasciamo che sia il popolo americano a trarne un giudizio". In ogni caso, ha aggiunto Reid, "Il Senato continuerà a combattere per forzare il presidente Bush a cambiare politica". Nove senatori repubblicani hanno deciso di non partecipare alla sessione del Senato, confidando sul fatto che, essendo tutti favorevoli a Bush, il loro voto non avrebbe potuto in alcun modo cambiare il risultato finale. Tra questi, il più importante è di sicuro il senatore John McCain dell’Arizona, uno dei più quotati possibili candidati repubblicani alla presidenza nel prossimo anno, che è rimasto in Iowa a fare campagna elettorale.

Anche se la risoluzione non è vincolante, il segnale politico non poteva essere più chiaro e palese. E’ infatti la prima volta dal 2002 che il Congresso americano si è schierato così apertamente contro la Casa Bianca, in un momento nel quale i sondaggi di opinione mostrano sempre più il malcontento del Paese nei confronti della politica irachena della presidenza Bush. Dalla prossima settimana la vera battaglia si sposta sul progetto di legge presentato dalla Casa Bianca per il finanziamento delle truppe aggiuntive.

La questione è molto delicata in quanto se i democratici votassero contro "tout court", sarebbero sottoposti al fuoco di fila repubblicano che li accuserebbe di non essere "patriottici" e di inviare i soldati a morire per la mancanza dei fondi e quindi del necessario armamento per proteggerli. Ma è proprio sulla questione dell’armamento che i democratici sembrano pronti a dare battaglia: il deputato John Murtha, con l’appoggio della speaker della Camera Nancy Pelosi, ha pronto una serie di emendamenti che, se da una parte garantirebbero alle truppe il necessario addestramento per far fronte alla battaglia, dall’altra appesantirebbe talmente tanto il bilancio militare che, secondo le intenzioni dei promotori, costringerebbero la Casa Bianca a tornare sui propri passi.

Come concordano quasi tutti gli analisti politici americani, la vera battaglia è quindi ancora da venire. Al momento è impossibile prevedere quale possa esserne il risultato. In un momento nel quale la campagna presidenziale americana sembra essere iniziata con quasi due anni di anticipo rispetto alla data del voto, qualsiasi passo falso può essere sfruttato dai due diversi schieramenti politici per tirare acqua al proprio mulino; si può, perciò, essere sicuri che non vi sarà alcun risparmio di colpi sia da una parte che dall’altra. Che poi tutto questo seguirsi di parole e voti, possa servire effettivamente a fermare l’escalation in atto ed anzi avviare un inizio di ritiro delle truppe dall’Iraq, rimane tutto da vedersi.

Come dimostrato sin troppe volte in questi anni, una cosa sono le parole, una ben diversa i fatti, che, purtroppo, languono. L’unica magra consolazione che ci rimane è pensare che, come dimostrato ora anche dai voti del Congresso, il vento stia cambiando e che prima o poi anche la peggiore Casa Bianca della storia americana sarà costretta a rendersene conto.

da: www.altrenotizie.org

Agnese Licata – Bush e il suo “bilancio armato”

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La netta sconfitta elettorale dello scorso novembre non sembra aver insegnato molto a George W. Bush. Nonostante la contrarietà dell’elettorato americano alla sua politica estera, Bush continua ad andare avanti per la sua strada. Non solo non rinuncia all’idea di risolvere la drammatica situazione irachena attraverso l’aumento delle truppe, ma presenta un bilancio federale che anche per il 2008 continua a dirottare le risorse dal sistema sociale all’esercito; dall’assistenza sanitaria pubblica al Pentagono. Queste le cifre che Bush ha proposto al Congresso lunedì. Su un bilancio totale pari a 2.900 miliardi di dollari, il Presidente degli Stati Uniti vorrebbe dedicare ben 716,5 miliardi a spese militari varie. Di questi, 235 miliardi andrebbero alle missioni all’estero in Iraq e Afghanistan, tra i quali anche i 6 miliardi necessari per spedire 21.500 soldati stelle e strisce nell’ex regno di Saddam Hussein.

Il resto, pari a 481 miliardi di dollari, sarebbe destinato a spese militari “ordinarie”. Sempre se può definirsi “ordinario” aumentare il numero degli arruolamenti in presunto tempo di pace. L’idea è infatti quella di aggiungere al corpo dei Marines 202mila soldati (+15%) e all’esercito 547mila uomini (+13%).

Il risultato è che, a fronte di un bilancio totale che rispetto all’anno precedente varrebbe un +4,2%, le risorse destinate alla Sicurezza interna e alla Difesa salirebbero vertiginosamente, con un 11% in più. C’è quindi, nei conti di George W. Bush, un 6,8% di spese militari da coprire tagliando da altri settori. Il tutto, senza toccare le riduzioni sui redditi alti, tanto care al Presidente e al suo elettorato. La soluzione proposta, allora, prende di mira, quasi inevitabilmente, pensionati e poveri. Loro, del resto, non vantano lobby al Congresso. I tagli riguardano infatti i due programmi statali per l’assistenza sanitaria: Medicare (dedicato a chi ha più di 65 anni) e Medicaid (per i poveri). Rispettivamente, nei prossimi 5 anni, dovranno fare a meno di 66 e 12 miliardi di dollari.

Insomma, il presidente Bush sembra puntare ad aumentare, invece che ridurre, la distanza tra le classi privilegiate e le fasce più svantaggiate della popolazione americana. “Il mio budget riflette le priorità del Paese: proteggere la patria, lottare contro il terrorismo”, ha affermato limpidamente Bush. E tra queste priorità non sembra esserci neanche l’ambiente. Nonostante non passi giorno senza che un rapporto internazionale o qualche ricerca scientifica non denunci la necessità d’interventi decisi e globali a favore della salvaguardia ambientale, il presidente degli Stati Uniti propone di ridurre lo stanziamento di fondi pubblici per l’”Environmental protection agency” e, contemporaneamente, di spendere 170 milioni in più per aumentare le riserve strategiche di petrolio, riportandole a 727 milioni di barili.

La critica più dura alla proposta di Bush è arrivata dal democratico Kent Conrad, presidente della commissione Bilancio al Senato. “Il budget del Presidente – ha dichiarato senza mezze parole – è pieno di debiti e inganni, ignora la realtà e spinge l’America nella direzione sbagliata”. Gli inganni a cui il senatore Conrad si riferisce riguardano l’obiettivo sventolato da Bush di ridurre i bilanci dello Stato fino ad arrivare al 2012 con un surplus di 61 miliardi. Gli anni repubblicani, infatti, hanno fatto registrare, bilancio dopo bilancio, deficit da record, con un picco di 413 miliardi nel 2004. “Voglio porre le basi per il risanamento di chi mi succederà”, ha spiegato in modo poco convincete il presidente degli Stati Uniti.

Questo è quello che Bush ha proposto. Adesso la decisione passa nelle mani del Congresso. È infatti il Congresso a dover dare l’ultimo voto sul bilancio federale, senza necessariamente accettare i conti messi sul tavolo dalla Casa Bianca. Il Parlamento americano dispone di un organo specifico – il Congressional budget office (Cbo) – preposto proprio a fare previsioni di spesa e proiezioni di crescita. A determinare quanto dei progetti dell’Esecutivo confluirà nel bilancio finale, è soprattutto la maggioranza cui il partito del Presidente può godere al Congresso. E questa, dopo le elezioni di metà mandato, non sembra essere la migliore carta da giocare per Bush.

da: www.altrenotizie.org