Arturo il Gabbrielli per tacer della Ines

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Arturo il Gabbrielli stava di casa di fronte a me.

Era un uomo che levava il fumo alle schiacciate, robusto, austero, sobrio nei gusti. La su’ moglie, la Ines, (o, meglio, la “Ìnese”, per dirla alla vadese, che a noi le parole con la consonante in fondo ci son sempre state òstiche, per cui la “Ìnese“, il “thèrmose“, il “filme“, ma anche il “cèllofa“, il “Bùscopa“, il “Moplè“, “Grandotè” – ci devo pubblicare uno studio prima o poi-) lo veniva a chiamare verso mezzogiorno e dieci per dirgli che era pronta la minestra e lui non si lamentava mai.

Altro che quando se la prendeva coi gatti, cioè la maggior parte del tempo che trascorreva nell’orto. Aveva annoia i gatti peggio della peste bubbònica e se poteva farne secco qualcuno un ave’ paura che il felino di lì a due minuti te lo ritrovavi con le gambe stirate ai piedi del pesco che il Gabbrielli Arturo, bonànima, curava con tanto amore. Amore sì, ma nel regalarmi i frutti succosi di quella magnificenza era assai stitico.

Inventava parole ed espressioni di conio pregevole. “Accidenti al gattopuzzo!” era il suo intercalare migliore. Che uno in fondo dice “O cos’è il gattopuzzo?”, nulla, è una parola composta da un sostantivo e da un aggettivo, come “pane secco”, ma se lo scrivo tutto attaccato (“panesecco“) assume un valore icastico tutto particolare. Una cosa a Vada è “pover’uomo” altra cosa è “poveròmo“. La sua proverbiale pipa era diventata “la fumma” e se gli cascava in terra era capace di tirare le litanie dei santi.
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