In morte di Ettore Borzacchini

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E sicché è morto Ettore Borzacchini, eterònimo (più che pseudonimo) di Giorgio Marchetti, poveròmo.

Ciavevo ragionato di làzzi e triccheballàcche sulla sua pagina Facebook (che adesso sarà piena di quel pietismo odioso tipico dei social network per cui quando uno muore, invece di non rompergli i coglioni, bisogna far vedere per forza che si è presenti e vivi e il suon di lei, un passerellismo inutile e inadeguato), quando Facebook ce l’avevo ancora, ma son quelle cose che si dicono. “Oh, lo sài è morto il Tizio??” “Ma se stamattina l’ho visto a comprà’ ‘r giornale!” Eh, sì, càpita anche quello.

Della morte del Borzacchini mi hanno avvisato tre o quattro amici. Grazie, ora lo so. Wikipedia, con implacabile rigore cronometrico, nemmeno ci si guadagnassero ‘r pane, ha registrato l’evento e così un evento quotidiano, ordinario e consuetudinario come la morte di un uomo è passato ad essere dato di interesse pubblico.

Il Borzacchini era noto per essere autore di paradizionari scritti con stile paralinguistico, paralessicografico e parafilologico. Il “para” è sempre d’obbligo, perché indica parodia, ovverosia solenne presa per il culo del linguaggio aulico e spesso inutile con cui scrivono i linguisti. L’usare registri fintamente cólti per trattare d’una materia rozza e volgare quale la lingua livornese ne’ suoi infiniti e variegati modi di dire, rivelandone ricchezza e duttilità espressiva.
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