Bonafede: “Gli innocenti non finiscono in carcere”

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Annalisa Cuzzocrea: «Mi chiedo se lei ogni tanto non pensa agli innocenti che finiscono in carcere»

Alfonso Bonafede: «Cosa c’entrano gli innocenti che finiscono in carcere? Gli innocenti non finiscono in carcere»

Annalisa Cuzzocrea: «Dal 1992 al 2018 27mila persone sono state risarcite dallo Stato perché sono finite in carcere da innocenti, quindi gli innocenti finiscono in carcere»


Aggiornamento delle ore 10:40.

Successivamente a questo scambio di battute il Ministro Bonafede ha pubblicato su Facebook un intervento in cui chiarisce il senso di quanto riportato nell’intervista:

Ci tengo a chiarire perché non voglio che ci siano strumentalizzazioni su un punto così delicato.

Nell’intervista di ieri sera, mentre si stava parlando di assoluzioni e condanne, ho specificato che gli “innocenti non vanno in carcere” riferendomi evidentemente e ovviamente, in quel contesto, a coloro che vengono assolti (la cui innocenza è, per l’appunto, ‘confermata’ dallo Stato).

Ad ogni modo, la frase non poteva comunque destare equivoci perché subito dopo ho specificato a chiare lettere che sulle ipotesi (gravissime) di ingiusta detenzione, “… sono il ministro che più di tutti ha attivato gli ispettori del ministero per andare a verificare i casi di ingiusta detenzione …” (come da video di questa specifica parte dell’intervista).

Aggiungo, infatti, che per la prima volta ho introdotto presso l’Ispettorato in maniera strutturata il monitoraggio e la verifica dei casi di riparazione per ingiusta detenzione, anche in occasione delle ispezioni ordinarie.

E’ solo da far appena appena notare che se da una parte l’innocenza degli assolti viene “confermata” dallo Stato, quella di TUTTI gli indagati in attesa di giudizio definitivo passato in giudicato viene SANCITA dalla Costituzione.

Xé pegio el tacón del buso!

 

La riforma Bonafede

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Della cosiddetta “riforma Bonafede” della giustizia si parla poco, anzi, pochissimo. Non è, in effetti, una riforma che apporti quegli auspicati cambiamenti epocali nel sistema penale italiano.

Ci sono aspetti che non rivelano una particolare originalità o efficacia, come la decisione di notificare via PEC al difensore, oltre la prima notifica cartacea all’interessato, tutti gli atti del processo. In breve, hanno scoperto che esiste la PEC, che ha lo stesso valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, e che può risolvere il problema della perdita del documento cartaceo o del ritardo della notifica da parte del servizio postale. Insomma, la PEC esiste ed esiste da almeno un decennio. Si tratta/si trattava soltanto di usarla e superare le farragginoserie del sistema. Le cose erano semplici, più che semplici. Eppure è stato interesse dell’amministrazione della giustizia mantenerle complicate, finché non è arrivata una normativa in proposito (e va detto fra parentesi, ma dovrebbe essere ovvio, che la riforma Bonafede è ancora in fase di discussione e non è ancora operativa).

Altro punto di discussione sono le riduzioni dei tempi delle indagini preliminari e, conseguentemente, quelle dei processi. Il PM che non stia nel termini temporali indicati avrà delle sanzioni di carattere disciplinare. Ma finché il legislatore parlerà in termini ordinativi e non prescrittivi nei confronti dei magistrati che la tirano per le lunghe (cosa significa che i termini indicati sono “perentori”?) non si caverà un ragno dal buco e ci sarà sempre chi preferirà rischiare un procedimento disciplinare interno (che potrebbe anche risolversi in un nulla di fatto).

C’è poi la riforma del processo di appello per i reati puniti con la pena edittale fino a 10 anni, che saranno giudicati ancora in composizione monocratica, e non da tre giudici come finora è accaduto. Ora, qual è il senso di ricorrere in appello, a parte quello di farsi ridurre l’entità di una condanna e di guadagnare tempo sulla prescrizione? Senz’altro quello di essere giudicato da più persone, rispetto alla composizione del tribunale monocratico, per una ragione molto semplice: tre teste ragionano meglio di una. Se si riesce ad insinuare nella corte il “ragionevole dubbio” è molto più probabile che questo vada a vantaggio dell’imputato che potrebbe uscirne assolto. E poi perché porre uno sbarramento per i reati puniti con 10 anni di reclusione? Cosa deve aver commesso un cittadino per essere giudicato da una triade di giudici, un omicidio stradale? E se ha commesso un reato cosiddetto “minore”? E’ vero che ci sono reati e reati, ma non è vero che esistono cittadini e cittadini.

Nello scarso ed annoiato dibattito sulla riforma del ministro Bonafede, infine, si è inserita di recente la proposta del Partito Democratico di prevedere tempi di prescrizione più lunghi per i condannati in primo grado e più brevi per chi sia stato assolto. Non si vede il perché si debbano distinguere cittadini in base alla sentenza di primo grado, che se è assolutoria, può essere ribaltata in appello, se è di condanna, idem con patate. Un colpevole assolto in primo grado (per esempio per mancanza di prove) avrà più possibilità di un colpevole condannato di sfangarla e di arrivare indenne alla prescrizione del reato. Lo stesso Davigo, che ebbe a dichiarare

“Bisognerebbe abolire la prescrizione” (1)

pone seri dubbi di costituzionalità sulla proposta del PD. Insomma, la riforma Bonafede non parte sotto i migliori auspici e si prospetta come un pastiche inestricabile dal quale sarà difficile riuscire a disimpantanarsi.

(1) Confronta ADN-Kronos dell’11/12/2019

” Sia l’imputato a cavare d’impaccio lo Stato” (Marco Taradash)

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“…deve garantirsi che l’imputato che voglia davvero il processo abbia in tempi ragionevoli un verdetto finale per esigenza minima di civiltà giuridica. E allora una piccola ma essenziale modifica da introdurre senza indugio alla riforma Bonafede, magari per mano dello stesso ministro è quella di prevedere che almeno all’imputato che richieda il processo immediato con le relative rinunce processuali, lo Stato garantisca la relativa celebrazione in tempi ragionevoli, in difetto operando la prescrizione che a quel punto non sarà più odioso salvacondotto da un processo che l’imputato che invece lo stesso imputato ha chiesto e costruttivamente sollecitato.”

Gianluigi Pellegrino, costituzionalista e esperto di diritto amministrativo su Repubblica

Prescrizione – Dichiarazione dell’Avv. Deborah Cianfanelli, Membro del Consiglio Generale del Partito Radicale

Reading Time: 2 minutes“Voglio ringraziare il Presidente dell’Unione Camere Penali, Avv. Giandomenico Caiazza, per aver fortemente voluto incardinare la lotta degli avvocati penalisti contro la riforma della prescrizione, e ancor di più per aver voluto dare a questa lotta la forma della maratona oratoria dando così presenza nella forma e nella sostanza agli insegnamenti di Marco Pannella, e tutti gli avvocati penalisti che vi hanno preso parte per spiegare le importanti ragioni del fermo no al blocco della prescrizione dopo la pronuncia della sentenza di primo grado.

La riforma Bonafede è una riforma criminale in quanto attenta ai diritti fondamentali di difesa dei cittadini ponendoli, a tempo indeterminato, in balìa dei tempi irragionevoli della giustizia penale italiana, sommando così allo scandalo del “fine pena mai” quello del “fine processo mai”.

Questa riforma rappresenta un grave attacco alle garanzie del cittadino riportando il nostro sistema penale a sistema inquisitorio.

L’interruzione del decorso dei termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sommata all’incapacità del nostro Stato di garantire giustizia nei tempi ragionevoli imposti dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, porterà ad un ulteriore aggravarsi del comportamento del nostro Stato, che già Marco Pannella definiva “criminale” e che, ancora una volta, invece che tutelare i diritti fondamentali del cittadino e risolvere i problemi che causano la durata dei processi nelle nostre aule giudiziarie,  con questa riforma della prescrizione andrà ad aggravare tali già intollerabili tempi processuali, con tutto ciò che questo comporta sulla vita delle persone coinvolte nei processi.

Il Ministro Bonafede dimentica il monito che il Presidente Napolitano espresse nel suo formale messaggio alle Camere già nel 2014:

l’Italia viene, soprattutto, a porsi in una condizione che ho già definito umiliante sul piano internazionale per le tantissime violazioni di quel divieto di trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti che la Convenzione europea colloca accanto allo stesso diritto alla vita. E tale violazione dei diritti umani va ad aggiungersi, nella sua estrema gravità, a quelle, anche esse numerose, concernenti la durata non ragionevole dei processi”.

Auspico che il Parlamento possa mutare immediatamente questa pericolosa riforma che, riguardo alla durata dei processi, si pone come un rimedio peggiore del male, non volendo curare il male alla radice e lasciandosi trascinare alla deriva da un populismo che vuole tramutare la giustizia in vendetta.”

Ancora su Cesare Battisti, sui lettori pignolini del blog e sul video del ministro della giustizia Bonafede

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Ho sempre sostenuto di avere dei lettori pignolini, ma le lettrici, se Dio vuole, sono anche peggio.

Una signora, che evidentemente legge in maniera approfondita quello che scrivo, mi fa notare che negli anni 09-10, a proposito del caso Battisti e sulle problematiche della sua estradizione, non ero così duro e perentorio come oggi, ma più “possibilista” (utilizza proprio questa parola, “possibilista”) sulla eventualità di uno stato di libertà per il terrorista. Ma io non sono né per Battisti né per la Francia o il Brasile. Io sono, e sono sempre stato, per lo stato di diritto. Cesare Battisti è un terrorista omicida riconosciuto colpevole da sentenze definitive passate in giudicato. Come tale deve scontare la sua pena. Senza se e senza ma. Per fortuna o abilità è riuscito a eludere la sorveglianza italiana e a farsi dare l’asilo politico in Francia prima e in Brasile poi. Che sono paesi con una democrazia consolidata e che si fondano, a loro volta, sullo stato di diritto. E che hanno avuto le loro ragioni a negare l’estradizione di Battisti in Italia. Queste ragioni possono essere discutibili e discusse, ma sono altrettanto legittime delle richieste dello Stato italiano. Battisti è rimasto latitante per 38 anni. Non credo che in questo periodo chiunque volesse fare un bliz e arrestarlo in casa sua non abbia avuto la possibilità di farlo. Ma ci sono delle vittime, perbacco, di cui Battisti è responsabile. Ci sono delle parti lese, gente rimasta sulla sedia a rotelle o che ha perso un caro familiare. Stare dalla parte di Cesare Battisti sempre e comunque è una presa di posizione destinata a fallire. Per questo ho pubblicato l’elenco dei primi 1500 firmatari dell’appello di Carmilla on Line del 2004, perché bisogna sapere e ricordare da che parte si è schierata certa “intellighenzia” (italianizzato) e come si siano mossi certi guru di una sedicente sinistra che ormai, in quel caso, non aveva più nulla da dire a nessuno. Prendiamo Vauro, per esempio. Giorni fa ha dichiarato al Fatto Quotidiano:

“Mi assumo tutta la responsabilità politica e morale della mia firma sotto l’appello per Cesare Battisti del 2004”
“in realtà fu una persona, della quale non farò il nome, ad apporla per me, dando per scontata una mia adesione. Avrei dovuto ritirarla al tempo e non lo feci per colpevole superficialità e malinteso senso di amicizia. Non l’ho fatto nemmeno successivamente, quando scoppiarono le polemiche, perché un ritiro tardivo mi appariva e mi appare come un atto ipocrita volto a scaricare le responsabilità personali di cui sopra”.

Quando lo hanno messo di fronte a Torregiani a “Quarta Repubblica”, davanti a Nicola Porro ha dichiarato:


“Non ho detto che è stata una grande superficialità ma una colpevole superficialità. Mi ritengo responsabilmente colpevole di quella responsabilità che ha portato a far sì che la mia firma fosse sotto quell’appello”
E, rivolgendosi a Torregiani : “Visto che c’è Torregiani in studio, se la cosa non lo offende, vorrei anche scusarmi se quella mia firma può aver turbato una sensibilità già messa a dura prova”.

E allora, di che cosa stiamo parlando? Sempre di qualcuno che sul web firma al nostro posto (ricordate che anche Roberto Saviano confessò candidamente di non sapere per quali oscure strade del web fosse arrivato a mettere quella firma poi provvidenzialmente -per lui- ritirata?) e a nostra insaputa. Sempre di un “Avrei dovuto”, ma mai di un “devo”. E’ sempre un arrivarci per contrarietà, come direbbe il poeta, non si sceglie mai in tempo.

E visto che sono a favore di uno stato di diritto, bisogna che vomiti tutto il mio disgusto per il video di Bonafede circolato sul web negli ultimi giorni, in cui si mostra l’arresto di Battisti, ormai ridotto a una larva innocua, come se fosse uno spettacolino da baraccone. Come se oltre alla privazione della libertà un detenuto debba pagare anche con il prezzo della pubblica gogna le sue azioni, come se una realtà non esistesse se non viene immediatamente condivisa sui social network, da un ministro della giustizia e uno dell’interno con le divise di un corpo dello stato, quando avrebbero dovuto essere lì almeno in giacca e cravatta, anzi, non avrebbero nemmeno dovuto essere lì a mettere a repentaglio l’identificazione di un poliziotto addetto alla sicurezza di Battisti. E’ questo esercizio morboso della curiosità, questa continua sollecitazione del prurito dell’opinione pubblica a mettere il naso negli anfratti più nascosti e patologici di un vissuto che non rende giustizia a uno stato di diritto. Perché devo vedere un detenuto in manette mentre gli prendono le impronte digitali? Non potrebbe essere allontanato dal pubblico ludibrio, una volta messo nelle condizioni di non nuocere?? Queste azioni gratuite sono figlie di una ignoranza dilagante e diffusa, che nulla ha a che vedere con le certezze di uno stato di diritto. E’ una azione cinica e grottesca e bene farà la Camera Penale di Roma a presentare un esposto nei confronti del ministro Bonafede. Vogliamo la vita del diritto, non l’autopromozione gratuita a tutti i costi. Ecco come la penso.

Cherchez le wi-fi

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Certo che deve volercene di stomaco per sentirsi un tutt’uno con i ministri della repubblica che sono andati all’aeroporto di Ciampino a ricevere l’arrivo di un terrorista e pluriergastolano, senza tuttavia avere nessun merito sia nelle operazioni di cattura sia in quelle che ne hanno permesso una estradizione lampo.

Ma c’era chi festeggiava il rientro di quella che ormai è solo la salma di un latitante ultratrentennale che entra in galera oggi per uscirne, probabilmente, quando sarà morto, che si è fatto beccare grazie a un wi-fi. Festeggiava perché “NOI” siamo riusciti a catturarlo, “noi” e non altri, non i governi di destra né quelli di sinistra, ma il governo gialloverde, con il ministro dell’interno in prima linea a brindare, “noi” che siamo i migliori, i più bravi, “noi” che abbiamo dimostrato che il celodurismo alla lunga (ma molto alla lunga) paga, “noi” che abbiamo realizzato un patto scellerato, “noi”, inutilmente convinti che gli ignoranti e i fascisti siano sempre e comunque gli altri.

Gli altri che Battisti lo hanno perfino difeso. Intellettuali del calibro di Gabriel Garcia Marquez (eh, sì, c’è cascato anche lui!), Bernard Henry-Lévy, e l’onnipresente Daniel Pennac, quello che dice che se gli studenti non leggono la colpa è degli insegnanti. E poi gli italiani che firmarono l’appello di Carmilla on Line per la revisione del processo a Battisti, come se non abbia avuto tutto il diritto a difendersi, pur se contumace. Tra di loro Vauro, Loredana Lipperini (quella che presenta, con vocina suadente e ammiccante “Fahrenheit” su Radio Tre), Tiziano Scarpa, MAssimo Carlotto (si sa, tra condannati…), Valerio Evangelisti, il collettivo Wu Ming, Pino Cacucci e Carla Benedetti. Tra i firmatari, ricordo anche un giovanissimo e semisconosciuto Roberto Saviano, che a seguito di quel gesto scrisse: «Mi segnalano la mia firma in un appello per Battisti, finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Qualcuno mi mostra quel testo, lo leggo, vedo la mia firma e dico: non so abbastanza di questa vicenda. Chiedo quindi a Carmilla di togliere il mio nome, per rispetto a tutte le vittime»
Evidentemente, dunque, qualcuno deve aver firmato quell’appello a sua insaputa, ma Saviano è riuscito appena in tempo a sfangarla in parte (a Livorno si direbbe “col rumore l’hai rimediata, ma col puzzo no!”).

Restano comunque “loro”, a vegliare su di noi. E noi dovremmo anche essergliene grati, mentre tanti mafiosi latitano indisturbati senza che nessuno metta loro le mani addosso e mentre l’intelligenza del paese firma per la revisione del processo a un terrorista, pluriergastolano, criminale, riconosciuto colpevole da sentenze definitive passate in giudicato e che si è sottratto per 30 anni all’esecuzione della pena (complici i governi compiacenti di Francia e Brasile). Il paese è questo, muto ormai per la sofferenza della gente veramente intelligente e onesta che non si vuole far rappresentare da questi personaggi politici o della cultura.

“Pennivendoli” & “puttane”

Reading Time: 3 minutestitoliraggi

Ci sono dei dati di fatto incostestabili:

-la Raggi è stata assolta dalle accuse che le erano state formulate perché il fatto (ancorché sussistente) non costiutuisce reato;

– la Raggi è stata oggetto, nel periodo in cui è stata indagata, di una sorta di accanimento mediatico senza precedenti che ha riguardato anche la sua sfera personale e privata.

Questi sono i fatti. E non sono minimamente in discussione.

Quello che è in discussione è come certi giornalisti, anche di un certo spessore, abbiano reagito (male!) a quella criutica partita da una parte della politica, che definiva la stampa come gestita da dei “pennivendoli” e da delle “puttane”. Intendendo per “puttane”, naturalmente, non già le donne dedite al meretricio, quanto un’eterogeneità di comportamenti e persone (dunque anche maschi) al servizio dei potenti e degli interessi principali della politica e non di quelli dell’informazione. Il che è vero.

Questi “penivendoli” e queste “puttane” esistono davvero. Titoli come “La vita agrodolce della Raggi, Patata bollente”, o “L’oca del Campidoglio starnazza ancora”, “La bambolina, il vertice farsa e il cazzeggio stampa”, “La Raggi e Roma imbruttite insieme” testimoniano indelebilmente come nel caso Raggi non ci si sia voluti limitare a dare un’informazione sull’andamento del processo, ma si sia voluto sollevare il carico da undici per distruggere l’onorabilità e la funzione istituzionale dell’imputata. Che quello era e quello restava, imputata, nient’altro.

E’ così che il cittadino, con una campagna di stampa a dir poco disgustosa portata avanti a tambur battente, si ritrova diffamato senza avere la possibilità di reagire. O, se reagisce, ha scarsissime possibilità di riuscita dal punto di vista giudiziario.

Cosa c’entra la “patata bollente” della Raggi con le vicende che l’hanno portata davanti al giudice? Saranno cose che si gestirà lei, per suo conto. Questa non è informazione. E’ saltare a pie’ pari le notizie per passare subito e direttamente alle opinioni che, invece, dovrebbero esserne chiaramente separate. E’ ovvio che, come spesso succede in questi casi, nell’impossibilità di esprimere un’opinione sui fatti, si esprimono giudizi sulle persone, e questo è inaccettabile.

Eppure c’è stato subito chi si è indignato. Una giornalista come Lucia Annunziata non ha esitato a togliersi il sassolino dalla scarpa chiedendo al ministro Bonafede se secondo lui era più “pennivendola” o “puttana”. Ma ci teneva proprio tanto? Non avrebbe potuto fare un’intervista al Ministro della Giustizia E BASTA?? Che necessità c’era di rintuzzare il fuoco della polemica e chiedere all’ospite a che categoria appartiene, considerato che le due denominazioni sono state partorite in piena area grillina, ma non sono opera diretta di Bonafede, ma di Di Battista? Nulla da fare, la Annunziata ha fatto di tutta l’erba un fascio, magari pensando che, essendo Bonafede dello stesso partito di Di Battista, ne condividesse anche modi e toni, quando è evidente a chiunque che chiunque (appunto) risponde delle proprie affermazioni.

Tiziana Ferrario, invece ha scritto: “Di Battista, “giornalisti puttane” te lo rispedisco al mittente e fanne buon uso tra le persone a te più care” e continua: “ti sei fatto pagare da il Fatto Quotidiano per i tuoi ridicoli reportage tra gli indios del Guatemala e per fare le tue lunghe vacanze in America Latina come fossi un giovane studente in gap year (anno di viaggio alla scoperta del mondo che si fa di solito a 18 anni) Cresci! e impara un vero lavoro.” L’unica risposta che si potrebbe dare a una affermazione di questo genere è che Tiziana Ferrario è una giornalista del TG1, e questo taglia definitivamente la testa al toro. E, al di là di questo, trovo che Di Battista sia molto più valido come reporter tra gli indios del Guatemala che come politico, ma questa è una opinione personale.

Sono, questi due, esempi di cattiva condotta giornalistica, che assieme alle miriadi di titoli gridati sulla Raggi, pongono in cattiva luce tutto un sistema.

E non se ne capisce il perché.

Il Ministro del Rancore e lo spazzacorrotti

Reading Time: 2 minutessalviniatto

C’era una canzone di Renzo Arbore che si intitolava “Je faccio ‘o show”. Non se la ricorda nessuno, ma pazienza. In compenso ieri Salvini lo show lo ha fatto sul serio, aprendo in diretta Facebook, e seguito da 30.000 fans (neanche tantissimi, a dire il vero), il plico proveniente dalla Procura della Repubblica di Palermo e contenente l’informazione di indagine per il reato previsto dall’articolo 605 del codice penale, firmato dal Procuratore in persona Lo Voi e esteso sotto forma di lettera gentile, breve, concisa ma chiara e netta.

Lo show è continuato con il solito attacco alla magistratura, rea soltanto di non essere stata “eletta dal popolo” come lui. Che non è stato nemmeno eletto, ma nominato, come diceva Beppe Grillo quando era ancora vivo. Poi se l’è presa con i suoi tradizionali avversari:  Roberto Saviano, Gad Lerner, Matteo Renzi, Fiorella Mannoia. No, dico, se la è presa con Fiorella Mannoia, quella di pesca forza tira pescatore e dimmi dimmi mio signore. La cantante. Che male può fargli una canzonetta? Non si sa. Ma l'”eletto dal popolo” che spettacoleggia su Facebook ci ricorda da vicino il Berlusconi che, pure, se la prendeva con i magistrati gridando al colpo di stato e all’uso politico della giustizia. Solo che lui non aveva bisogno di Facebook, aveva i giornali e le televisioni per condizionare l’opinione pubblica italiana.

Intanto che Salvini fa ‘o show, il ministro della giustizia Bonafede è orgoglioso del decreto “spazzacorrotti” che sta per essere discusso in Parlamento. Quello che prevede l’istituzione della laida figura del pentito. Perché sarà introdotta una norma che prevederà la non punibilità del corrotto che, dopo essere stato folgorato sulla via di Damasco e una volta pentitosi, si autodenuncia entro sei mesi dal fatto, sempre che non sia stato indagato prima, restituendo il maltolto e dando ampie indicazioni alla magistratura su dove trovare il denaro da restituire. Non si sa che fine faccia il corruttore, ma queste sono cose secondarie. Ora, se un corrotto può farla franca fingendo un provvidenziale ravvedimento che lo salvi dal gabbio, vi immaginate un ladro di autoradio (ma si rubano ancora le autoradio??) che non può andare dal giudice a dire “Restituisco la refurtiva, ma non processatemi”?? Siamo all’assurdo che per un furtarello si va in galera e non ci sono santi, e per aver preso mazzette ce la si può cavare facendosi spuntare l’aureola dei bravi cittadini redenti, quando il reato di corruzione desta un allarme sociale notevole. Per uscire indenni da una accusa di diffamazione bisogna mettere mano al portafoglio e risarcire il danno prima che cominci il dibattimento (sempre se il giudice lo accetta), per una corruzione basta un “mea culpa”. E che cazzo!

E’ uno spettro da seconda repubblica che non spaventa ormai più nessuno. Però inquieta non poco.