Ancora su Cesare Battisti, sui lettori pignolini del blog e sul video del ministro della giustizia Bonafede

Ho sempre sostenuto di avere dei lettori pignolini, ma le lettrici, se Dio vuole, sono anche peggio.

Una signora, che evidentemente legge in maniera approfondita quello che scrivo, mi fa notare che negli anni 09-10, a proposito del caso Battisti e sulle problematiche della sua estradizione, non ero così duro e perentorio come oggi, ma più “possibilista” (utilizza proprio questa parola, “possibilista”) sulla eventualità di uno stato di libertà per il terrorista. Ma io non sono né per Battisti né per la Francia o il Brasile. Io sono, e sono sempre stato, per lo stato di diritto. Cesare Battisti è un terrorista omicida riconosciuto colpevole da sentenze definitive passate in giudicato. Come tale deve scontare la sua pena. Senza se e senza ma. Per fortuna o abilità è riuscito a eludere la sorveglianza italiana e a farsi dare l’asilo politico in Francia prima e in Brasile poi. Che sono paesi con una democrazia consolidata e che si fondano, a loro volta, sullo stato di diritto. E che hanno avuto le loro ragioni a negare l’estradizione di Battisti in Italia. Queste ragioni possono essere discutibili e discusse, ma sono altrettanto legittime delle richieste dello Stato italiano. Battisti è rimasto latitante per 38 anni. Non credo che in questo periodo chiunque volesse fare un bliz e arrestarlo in casa sua non abbia avuto la possibilità di farlo. Ma ci sono delle vittime, perbacco, di cui Battisti è responsabile. Ci sono delle parti lese, gente rimasta sulla sedia a rotelle o che ha perso un caro familiare. Stare dalla parte di Cesare Battisti sempre e comunque è una presa di posizione destinata a fallire. Per questo ho pubblicato l’elenco dei primi 1500 firmatari dell’appello di Carmilla on Line del 2004, perché bisogna sapere e ricordare da che parte si è schierata certa “intellighenzia” (italianizzato) e come si siano mossi certi guru di una sedicente sinistra che ormai, in quel caso, non aveva più nulla da dire a nessuno. Prendiamo Vauro, per esempio. Giorni fa ha dichiarato al Fatto Quotidiano:

“Mi assumo tutta la responsabilità politica e morale della mia firma sotto l’appello per Cesare Battisti del 2004”
“in realtà fu una persona, della quale non farò il nome, ad apporla per me, dando per scontata una mia adesione. Avrei dovuto ritirarla al tempo e non lo feci per colpevole superficialità e malinteso senso di amicizia. Non l’ho fatto nemmeno successivamente, quando scoppiarono le polemiche, perché un ritiro tardivo mi appariva e mi appare come un atto ipocrita volto a scaricare le responsabilità personali di cui sopra”.

Quando lo hanno messo di fronte a Torregiani a “Quarta Repubblica”, davanti a Nicola Porro ha dichiarato:


“Non ho detto che è stata una grande superficialità ma una colpevole superficialità. Mi ritengo responsabilmente colpevole di quella responsabilità che ha portato a far sì che la mia firma fosse sotto quell’appello”
E, rivolgendosi a Torregiani : “Visto che c’è Torregiani in studio, se la cosa non lo offende, vorrei anche scusarmi se quella mia firma può aver turbato una sensibilità già messa a dura prova”.

E allora, di che cosa stiamo parlando? Sempre di qualcuno che sul web firma al nostro posto (ricordate che anche Roberto Saviano confessò candidamente di non sapere per quali oscure strade del web fosse arrivato a mettere quella firma poi provvidenzialmente -per lui- ritirata?) e a nostra insaputa. Sempre di un “Avrei dovuto”, ma mai di un “devo”. E’ sempre un arrivarci per contrarietà, come direbbe il poeta, non si sceglie mai in tempo.

E visto che sono a favore di uno stato di diritto, bisogna che vomiti tutto il mio disgusto per il video di Bonafede circolato sul web negli ultimi giorni, in cui si mostra l’arresto di Battisti, ormai ridotto a una larva innocua, come se fosse uno spettacolino da baraccone. Come se oltre alla privazione della libertà un detenuto debba pagare anche con il prezzo della pubblica gogna le sue azioni, come se una realtà non esistesse se non viene immediatamente condivisa sui social network, da un ministro della giustizia e uno dell’interno con le divise di un corpo dello stato, quando avrebbero dovuto essere lì almeno in giacca e cravatta, anzi, non avrebbero nemmeno dovuto essere lì a mettere a repentaglio l’identificazione di un poliziotto addetto alla sicurezza di Battisti. E’ questo esercizio morboso della curiosità, questa continua sollecitazione del prurito dell’opinione pubblica a mettere il naso negli anfratti più nascosti e patologici di un vissuto che non rende giustizia a uno stato di diritto. Perché devo vedere un detenuto in manette mentre gli prendono le impronte digitali? Non potrebbe essere allontanato dal pubblico ludibrio, una volta messo nelle condizioni di non nuocere?? Queste azioni gratuite sono figlie di una ignoranza dilagante e diffusa, che nulla ha a che vedere con le certezze di uno stato di diritto. E’ una azione cinica e grottesca e bene farà la Camera Penale di Roma a presentare un esposto nei confronti del ministro Bonafede. Vogliamo la vita del diritto, non l’autopromozione gratuita a tutti i costi. Ecco come la penso.

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Cherchez le wi-fi

Certo che deve volercene di stomaco per sentirsi un tutt’uno con i ministri della repubblica che sono andati all’aeroporto di Ciampino a ricevere l’arrivo di un terrorista e pluriergastolano, senza tuttavia avere nessun merito sia nelle operazioni di cattura sia in quelle che ne hanno permesso una estradizione lampo.

Ma c’era chi festeggiava il rientro di quella che ormai è solo la salma di un latitante ultratrentennale che entra in galera oggi per uscirne, probabilmente, quando sarà morto, che si è fatto beccare grazie a un wi-fi. Festeggiava perché “NOI” siamo riusciti a catturarlo, “noi” e non altri, non i governi di destra né quelli di sinistra, ma il governo gialloverde, con il ministro dell’interno in prima linea a brindare, “noi” che siamo i migliori, i più bravi, “noi” che abbiamo dimostrato che il celodurismo alla lunga (ma molto alla lunga) paga, “noi” che abbiamo realizzato un patto scellerato, “noi”, inutilmente convinti che gli ignoranti e i fascisti siano sempre e comunque gli altri.

Gli altri che Battisti lo hanno perfino difeso. Intellettuali del calibro di Gabriel Garcia Marquez (eh, sì, c’è cascato anche lui!), Bernard Henry-Lévy, e l’onnipresente Daniel Pennac, quello che dice che se gli studenti non leggono la colpa è degli insegnanti. E poi gli italiani che firmarono l’appello di Carmilla on Line per la revisione del processo a Battisti, come se non abbia avuto tutto il diritto a difendersi, pur se contumace. Tra di loro Vauro, Loredana Lipperini (quella che presenta, con vocina suadente e ammiccante “Fahrenheit” su Radio Tre), Tiziano Scarpa, MAssimo Carlotto (si sa, tra condannati…), Valerio Evangelisti, il collettivo Wu Ming, Pino Cacucci e Carla Benedetti. Tra i firmatari, ricordo anche un giovanissimo e semisconosciuto Roberto Saviano, che a seguito di quel gesto scrisse: «Mi segnalano la mia firma in un appello per Battisti, finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Qualcuno mi mostra quel testo, lo leggo, vedo la mia firma e dico: non so abbastanza di questa vicenda. Chiedo quindi a Carmilla di togliere il mio nome, per rispetto a tutte le vittime»
Evidentemente, dunque, qualcuno deve aver firmato quell’appello a sua insaputa, ma Saviano è riuscito appena in tempo a sfangarla in parte (a Livorno si direbbe “col rumore l’hai rimediata, ma col puzzo no!”).

Restano comunque “loro”, a vegliare su di noi. E noi dovremmo anche essergliene grati, mentre tanti mafiosi latitano indisturbati senza che nessuno metta loro le mani addosso e mentre l’intelligenza del paese firma per la revisione del processo a un terrorista, pluriergastolano, criminale, riconosciuto colpevole da sentenze definitive passate in giudicato e che si è sottratto per 30 anni all’esecuzione della pena (complici i governi compiacenti di Francia e Brasile). Il paese è questo, muto ormai per la sofferenza della gente veramente intelligente e onesta che non si vuole far rappresentare da questi personaggi politici o della cultura.

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“Pennivendoli” & “puttane”

titoliraggi

Ci sono dei dati di fatto incostestabili:

-la Raggi è stata assolta dalle accuse che le erano state formulate perché il fatto (ancorché sussistente) non costiutuisce reato;

– la Raggi è stata oggetto, nel periodo in cui è stata indagata, di una sorta di accanimento mediatico senza precedenti che ha riguardato anche la sua sfera personale e privata.

Questi sono i fatti. E non sono minimamente in discussione.

Quello che è in discussione è come certi giornalisti, anche di un certo spessore, abbiano reagito (male!) a quella criutica partita da una parte della politica, che definiva la stampa come gestita da dei “pennivendoli” e da delle “puttane”. Intendendo per “puttane”, naturalmente, non già le donne dedite al meretricio, quanto un’eterogeneità di comportamenti e persone (dunque anche maschi) al servizio dei potenti e degli interessi principali della politica e non di quelli dell’informazione. Il che è vero.

Questi “penivendoli” e queste “puttane” esistono davvero. Titoli come “La vita agrodolce della Raggi, Patata bollente”, o “L’oca del Campidoglio starnazza ancora”, “La bambolina, il vertice farsa e il cazzeggio stampa”, “La Raggi e Roma imbruttite insieme” testimoniano indelebilmente come nel caso Raggi non ci si sia voluti limitare a dare un’informazione sull’andamento del processo, ma si sia voluto sollevare il carico da undici per distruggere l’onorabilità e la funzione istituzionale dell’imputata. Che quello era e quello restava, imputata, nient’altro.

E’ così che il cittadino, con una campagna di stampa a dir poco disgustosa portata avanti a tambur battente, si ritrova diffamato senza avere la possibilità di reagire. O, se reagisce, ha scarsissime possibilità di riuscita dal punto di vista giudiziario.

Cosa c’entra la “patata bollente” della Raggi con le vicende che l’hanno portata davanti al giudice? Saranno cose che si gestirà lei, per suo conto. Questa non è informazione. E’ saltare a pie’ pari le notizie per passare subito e direttamente alle opinioni che, invece, dovrebbero esserne chiaramente separate. E’ ovvio che, come spesso succede in questi casi, nell’impossibilità di esprimere un’opinione sui fatti, si esprimono giudizi sulle persone, e questo è inaccettabile.

Eppure c’è stato subito chi si è indignato. Una giornalista come Lucia Annunziata non ha esitato a togliersi il sassolino dalla scarpa chiedendo al ministro Bonafede se secondo lui era più “pennivendola” o “puttana”. Ma ci teneva proprio tanto? Non avrebbe potuto fare un’intervista al Ministro della Giustizia E BASTA?? Che necessità c’era di rintuzzare il fuoco della polemica e chiedere all’ospite a che categoria appartiene, considerato che le due denominazioni sono state partorite in piena area grillina, ma non sono opera diretta di Bonafede, ma di Di Battista? Nulla da fare, la Annunziata ha fatto di tutta l’erba un fascio, magari pensando che, essendo Bonafede dello stesso partito di Di Battista, ne condividesse anche modi e toni, quando è evidente a chiunque che chiunque (appunto) risponde delle proprie affermazioni.

Tiziana Ferrario, invece ha scritto: Di Battista, “giornalisti puttane” te lo rispedisco al mittente e fanne buon uso tra le persone a te più care” e continua: “ti sei fatto pagare da il Fatto Quotidiano per i tuoi ridicoli reportage tra gli indios del Guatemala e per fare le tue lunghe vacanze in America Latina come fossi un giovane studente in gap year (anno di viaggio alla scoperta del mondo che si fa di solito a 18 anni) Cresci! e impara un vero lavoro.” L’unica risposta che si potrebbe dare a una affermazione di questo genere è che Tiziana Ferrario è una giornalista del TG1, e questo taglia definitivamente la testa al toro. E, al di là di questo, trovo che Di Battista sia molto più valido come reporter tra gli indios del Guatemala che come politico, ma questa è una opinione personale.

Sono, questi due, esempi di cattiva condotta giornalistica, che assieme alle miriadi di titoli gridati sulla Raggi, pongono in cattiva luce tutto un sistema.

E non se ne capisce il perché.

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Il Ministro del Rancore e lo spazzacorrotti

salviniatto

C’era una canzone di Renzo Arbore che si intitolava “Je faccio ‘o show”. Non se la ricorda nessuno, ma pazienza. In compenso ieri Salvini lo show lo ha fatto sul serio, aprendo in diretta Facebook, e seguito da 30.000 fans (neanche tantissimi, a dire il vero), il plico proveniente dalla Procura della Repubblica di Palermo e contenente l’informazione di indagine per il reato previsto dall’articolo 605 del codice penale, firmato dal Procuratore in persona Lo Voi e esteso sotto forma di lettera gentile, breve, concisa ma chiara e netta.

Lo show è continuato con il solito attacco alla magistratura, rea soltanto di non essere stata “eletta dal popolo” come lui. Che non è stato nemmeno eletto, ma nominato, come diceva Beppe Grillo quando era ancora vivo. Poi se l’è presa con i suoi tradizionali avversari:  Roberto Saviano, Gad Lerner, Matteo Renzi, Fiorella Mannoia. No, dico, se la è presa con Fiorella Mannoia, quella di pesca forza tira pescatore e dimmi dimmi mio signore. La cantante. Che male può fargli una canzonetta? Non si sa. Ma l'”eletto dal popolo” che spettacoleggia su Facebook ci ricorda da vicino il Berlusconi che, pure, se la prendeva con i magistrati gridando al colpo di stato e all’uso politico della giustizia. Solo che lui non aveva bisogno di Facebook, aveva i giornali e le televisioni per condizionare l’opinione pubblica italiana.

Intanto che Salvini fa ‘o show, il ministro della giustizia Bonafede è orgoglioso del decreto “spazzacorrotti” che sta per essere discusso in Parlamento. Quello che prevede l’istituzione della laida figura del pentito. Perché sarà introdotta una norma che prevederà la non punibilità del corrotto che, dopo essere stato folgorato sulla via di Damasco e una volta pentitosi, si autodenuncia entro sei mesi dal fatto, sempre che non sia stato indagato prima, restituendo il maltolto e dando ampie indicazioni alla magistratura su dove trovare il denaro da restituire. Non si sa che fine faccia il corruttore, ma queste sono cose secondarie. Ora, se un corrotto può farla franca fingendo un provvidenziale ravvedimento che lo salvi dal gabbio, vi immaginate un ladro di autoradio (ma si rubano ancora le autoradio??) che non può andare dal giudice a dire “Restituisco la refurtiva, ma non processatemi”?? Siamo all’assurdo che per un furtarello si va in galera e non ci sono santi, e per aver preso mazzette ce la si può cavare facendosi spuntare l’aureola dei bravi cittadini redenti, quando il reato di corruzione desta un allarme sociale notevole. Per uscire indenni da una accusa di diffamazione bisogna mettere mano al portafoglio e risarcire il danno prima che cominci il dibattimento (sempre se il giudice lo accetta), per una corruzione basta un “mea culpa”. E che cazzo!

E’ uno spettro da seconda repubblica che non spaventa ormai più nessuno. Però inquieta non poco.

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