Ladri di biciclette

LadriDiBicicletteStaiola1948

A Rimini un parrucchiere egiziano è stato derubato della propria bicicletta. Era un mezzo che gli serviva per andare a lavorare ed aveva anche un certo valore commerciale. Disdetta. Gli si presenta davanti un tunisino che precisa di non essere il ladro di bicicletta che viene ricercato dal proprietario e dalle forze dell’ordine, ma che può fargli riavere il velocipede dietro versamento di 70 euro (dia, dia, dia qui…). Per tutta risposta il parrucchiere, esasperato, lo chiude nei suoi locali commerciali, chiama i carabinieri e aspetta il loro arrivo. I carabinieri effettivamente arrivano, e altrettanto effettivamente arrestano il tunisino profittatore. Solo che al parrucchiere egiziano dopo tre giorni arriva un avviso di garanzia in cui si ipotizza a suo carico il reato di sequestro di persona.

Nel Lodigiano -è cronaca recente- il gestore di un’osteria (che fa anche da ristorante, bar e tabaccheria) viene derubato, di notte, da degli individui (poi si accerterà che sono di nazionalità romena) che mirano a portarsi via delle cose di poco valore. Sigarette, per lo più. Il gestore è armato di un fucile da caccia (e che quindi dovrebbe poter utilizzare solo per l’attività venatoria). Non si sa come siano andate le cose, fatto sta che dal fucile da caccia del gestore parte un colpo che raggiunge uno dei malviventi alla schiena e lo ammazza quasi sul colpo. Una disgrazia, si dice. “Non volevo ucciderlo”, si difende il ristoratore. Ma per lui è subito pronto un avviso di indagine per omicidio volontario. La Regione Lombardia gli permetterà di accedere ai fondi del Pirellone per pagare la difesa.

In entrambi i casi la reazione della gente è esagerata. Tutti regolarmente a favore del parrucchiere egiziano e del ristoratore lodigiano. “Ma come, non si è più neanche liberi di difendere la propria proprietà che subito ti sbattono in galera con le accuse più infamanti?”

Ecco, io della gente che la pensa così ho una paura fottuta. Perché non solo mi sembra normale che delle persone che abbiano commesso un reato, sia pure per difendersi da un altro reato, vengano indagate, ma mi sembra perfino giusto e doveroso. Questo sì che corrisponde a quella definizione di “atto dovuto” con cui molti magistrati amano infarcire le giustificazioni dei loro atti, soprattutto quando questi ultimi risultano incomprensibili. E che c’entra pagare le spese legali a una persona che, per carità, sarà anche la più onesta del mondo, anzi, senz’altro sarà più onesta di me, ma che in conseguenza a una sua imperizia (il fucile era carico? E perché) ha fatto sì che morisse una persona? Forse che il privato cittadino che viene indagato per qualunque causa può rivolgersi alla sua regione per farsi pagare le spese legali? No, se le paga lui e basta. Dice “ma quelli volevano rubare”. Ho capito, ma un cartone di sigarette vale una vita umana?? E di che cavolo di “legittima difesa” si viene a parlare? Se c’è legittima difesa vuol dire che dall’altra parte c’è stata una “illegittima offesa”, ma le due azioni non sono proporzionate. Non è possibile che uno che per una azione rischia da 6 mesi a 3 anni di carcere più la multa e se la può cavare con un patteggiamento e una sospensione condizionale della pena debba essere ucciso da un privato citadino che pretendeva di farsi giustizia da solo. E tutti ad applaudire (tranne per il caso del parrucchiere egiziano che, si sa, era egiziano, per di più derubato da un tunisino, quindi quasi un connazionale, per il nostro modo di vedere le cose) tutti a dire “Siamo con te”, tutti a sottolineare che si vive in uno Stato ingiusto in cui ormai, signora mia, cosa vuole, non si è più nemmeno liberi di sparare un paio di schioppettate e ammazzare chi ci pare.

Così, ogni giorno, rinchiudiamo a chiave nei nostri locali o pigliamo a fucilate il nostro Stato di diritto, quello che scrive sugli articoli del Codice Penale “Chiunque…” che vuol proprio dire “qualunque persona”, non “Qualunque persona eccetto i ristoratori derubati o i parrucchieri derubati della bicicletta”. “Ma io non sapevo… io non volevo….” e certo. DOPO non sa e non vuole mai nessuno. Ma il Poeta ci insegna che “bisogna saper scegliere in tempo/non arrivarci per contrarietà”. Vite distrutte.

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Beppe del Papi o dell’arte della bestemmia

Beppe del Papi stava di casa accanto al mi’ zio Piero, che stava di casa accanto a me, ma non si poteva dire, come in matematica, che il Papi sava vicino a me, perché sì, era vicino, ma bisognava comunque andare “in cima di strada” per vederlo trastullarsi col suo orto, il cappello sempre ben calcato e la bestemmia pronta.

Perché per le bestemmie, c’era da dirlo, il Papi non lo batteva nessuno. E’ stato il primo ad aver sperimentato le bestemmie-sandwich, quelle che si infilano tra due parole o tra due parti del dicorso, per prendere fiato o per sottolineare il valore dell’enunciato. E siccome il Papi parlava (e bestemmiava!) per conto suo, da solo, anche quando andava in bicicletta e biascicava fra sé e sé la minestra di stelline che gli faceva la su’ moglie, la Giulia, che aveva sempre caldo e ci vedeva poco, sì, ma dov’ero rimasto, ah, ecco, il Papi se lo volevi sentire bestemmiare bastava tu t’affacciassi alla finestra.

E il mi’ zio Piero non s’affacciò alla finestra, ma dal terrazzo. Aveva uno dei primi registratori a nastro con quattro o cinque bobine, sempre quelle (e lui le chiamava “i rotolini”) e mentre il Papi era nella stanzina (bella sfida, ci stava fisso!) gli calò il microfono della Philips e lo immortalò.
E il suo soliloquio era pressappoco così: “Ciavevo certe pere maremmanatadancane eran dólci come lo zucchero natedancane, ma accidenti a quella puttanaladraimpestatamaiala me l’hanno mangiate i bài“. I “bài” erano i vermi.
Oppure “Voglio andà’ maremmatremotatasulciuco a piglià un po’ d’erba budelloladro per coce’ ne’ ‘ampi!

Il Papi d’estate quando il sole picchiava dall’alto del mezzogiorno aveva una curiosa abitudine, “rinfrescava”. Per lui “rinfrescare” voleva dire spargere un po’ di acqua sul marciapiede a bollore in modo che si rinfrescasse, appunto, solo che dopo cinque minuti “E c’è più cardo che diànzi, accidentiaquellamaialadellalevatrice che aiutò la mi’ povera mamma a partorimmi!!” (perché, naturalmente, la levatrice era maiala e la su’ mamma no.)

E siccome il destino d’ogni partorito è quello di andarsene per i piedi, prima o poi, dopo qualche anno anche lui prese la via dietro alla Chiesa. Avrà bestemmiato anche dentro la cassa da morto.

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Bicicletta da sinistra con lo stop!

Giorni fa stavo percorrendo una strada. In macchina.

Siccome era una strada cittadina piuttosto frequentata dai pedoni (nei pressi ci sono un asilo e un ufficio postale), procedevo l-e-n-t-a-m-e-n-t-e. Sì e no 30 Km.orari. Che, voglio dire, se prendi in pieno un bambino a 30 Km. orari son guai, ma anche se vai a finire contro un muro non ti fai certo del bene.

A un certo punto mi sbuca una persona, dalla sinistra, dove c’è uno STOP grande come una casa, in bicicletta.

Mezzo centimetro ed era sotto. Ci ho rimesso tre mesi di vita di spavento. Pazienza, di qualcosa bisogna pur morire.

Ma c’è questo maledettissimo vizio di voler considerare che tanto per le biciclette le regole del codice della strada non valgono. Quindi agli STOP, notoriamente, NON ci si ferma, se c’è un SENSO UNICO lo si prende tranquillamente contromano (“eh, ma io andavo in bicicletta”) e si sale sui marciapiedi perché per strada, si sa, c’è traffico. O perché si fa molto prima. O perché ci se la può prendere con i pedoni scampanellando perché non si scànsano.

Piccole quotidiane prepotenze che ci ostiniamo a chiamare “diritti”.

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Roberto Laghi – Elogio della Bicicletta

Avete mai pensato che ci possa essere una velocità critica per una società, limite da non valicare se non si vuol aumentare a dismisura il livello di diseguaglianza tra gli individui? Sì, detto così suona forse un po’ strano, ma è quel lo che, con argomentazioni stringenti, Ivan Illich ci spiega nel suo Elogio della bicicletta (pubblicato in Italia nel 2006 da Bollati Boringhieri: http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2297&isbn=8833917126). Spunto originariamente sviluppato per una prima pagina di Le Monde Diplomatique nel 1973, il testo è stato arricchito con nuove considerazioni e, nell’edizione italiana, con una postfazione dell’antropologo Franco La Cecla.
Quanto tempo passiamo imbottigliati nel traffico? Quanto stress accumuliamo? E quanto ci costa, in termini di ore, spostarci da casa al lavo ro e dall’ufficio ancora a casa in una settimana? E in un mese?

“[Il passeggero abituale] drogato dal trasporto, non ha più coscienza dei poteri fisici, psichici e sociali che i piedi di un uomo posseggono.”

Succubi della velocità, dimentichi della lentezza, continuiamo a esigere trasporti più efficienti, più veloci e ci troviamo a passare sempre più tempo in movimento su un qualche mezzo di trasporto.

La riflessione che sta al cuore del pensiero del filosofo francese è che per permettere a pochi di andare più veloci, si preclude la libertà di movimento a una maggioranza sempre più grande e che questa disparità è destinata ad aumentare con l’inarrestabile aumento della velocità dei trasporti.
Spesso dimentichiamo, infatti, che il traffico, gli ingorghi non sono un effetto secondario del sistema: ne sono l’essenza.

“Oltre una velocità critica, nessuno può risparmiare tempo senza costringere altri a perderlo . […] Una élite accumula distanze incalcolabili in una vita di viaggi circondati da premure, mentre la maggioranza spende una fetta sempre maggiore della propria esistenza in spostamenti non voluti.”
Però continuiamo a trovare urbanisti ed esperti di viabilità e mobilità che si ostinano a credere possibile un ulteriore aumento della velocità, sostenendo un’instancabile necessità di mantenere il trasporto privato motorizzato, al massimo di regolarlo , incanalarlo in qualche modo. Ma, nonostante tutto, pensare di eliminarlo pare un’idea degna di un folle. E dire che dai primi anni ’70 – quando le considerazioni di Illich prendono forma – la situazione è peggiorata, e parecchio.

Guardata in questa ottica, l’ossessione per l’alta velocità ferroviaria – nutrita prevalentemente ma non esclusivamente da voraci interessi economici – ubbidisce a una logica suicida, destinata a tramutarsi in una disfatta ambientale, sociale e umana.
L’elogio della bicicletta, in contrapposizione, non è altro che la lucida visione di un trasporto che vada a ritmi umani e non arrechi più danni di quanti vantaggi pro duca. Muoversi in bicicletta è intelligente. Muoversi in macchina, magari per trovarsi a passeggiare in un’area pedonale, non lo è.

“La bicicletta è il perfetto traduttore per accordare l’energia metabolica dell’uomo all’impedenza della lo comozione.”

Ed è anche una questione di spazio utilizzato e spazio libe ro , tra bici e automobili non c’è certo competizione: date uno spazio e rendete lo disponibile ai mezzi a motore: verrà subito riempito.
Ecco perché anche le nostre città, che di certo non sono state costruite per essere riempite di auto, si stanno de-umanizzando, diventando tossiche da respirare e impossibili da vivere, in particolare per bambini e anziani, che si muovono su ritmi diversi da quelli imposti dalla produttività e dal trasporto sempre più ve lo ce.
Movimenti come Critical Mass, sono una risposta, una reazione, che cerca di riportare per le strade delle città un’idea concreta di democrazia: semplicemente percorrendo le vie in bicicletta, riprendendo così gli spazi rubati dalle automobili, dal lo smog, dal traffico. Riportandole a una dimensione e a una ve lo cità umana, fruibile, sociale.

Traffico che si fa sempre più nervoso, caotico e violento: “non è un caso che le auto oggi assomiglino sempre di più ad auto di diplomatici o a veicoli da guerra. Presuppongono un paesaggio di paesi bombardati da attraversare con vetri fumè. L’auto è oggi il disprezzo del mondo là fuori, il poterne chiaramente fare a meno.” (F. La Cecla)

Abbiamo ancora la capacità di ripensare radicalmente il nostro modo di spostarci prima che le città collassino, lasciandoci soli in scatole di lamiera, immobili sull’asfalto?

da: www.informationguerrilla.org

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