Dall’autarchico al papa: 60 anni di Nanni Moretti

Nanni Moretti o dell’orgoglio del cinema italiano. Sembra ieri che il Sommo mise mano al cortometraggio “Come parli frate”, anticipando la storica battuta del “Come parla? Le parole sono importanti” e ce lo ritroviamo già 60enne.
Ora, di certo, Egli non venderà più la sua collezione di francobolli per acquistare una cinepresina in Super8 e realizzare “Io sono un autarchico”. Ben venga però il Gronchi rosa se Nanni Moretti ci ha regalato una meravigliosa sequela di film impareggiabili, sublimi, imprescindibili, assolutamente perfetti (che dite, ora basta aggettivi? Sì, vai…) nella tessitura filmica, nei dialoghi, nei tempi sembre rapidissimi che non lasciano nemmeno un attimo per riprendere il respiro, tanto sono coinvolgenti le atmosfere di “Palombella Rossa”, il nutellone di “Bianca”, la fantasia pseudofelliniana di “Eccebbombo” (così lo pronunzia il divin Moretti), e la toccante vicenda umana e vocazionale di “La messa è finita”.
Dopo la Sacher film, ci auguriamo che Nanni Moretti voglia fondare la Tiramisù Produzioni e la Saint-Honoré Distribution.
Sempre attento alla scelta dei suoi protagonisti, come ha dimostrato immancabilmente in “Caro Diario” e “Aprile”, è confluito da un moderato pessimismo personale all’esplosione dei sentimenti e della ritrovata vitalità in “La stanza del figlio”.
Di carattere schivo e modesto, Moretti interpreta lo psicoanalista del papa, dopo essere passato attraverso l’alter-ego Mariano Apicella.
Tra le sue ultime apparizioni pubbliche si ricorda quella al Teatro Ambra Jovinelli di Roma all’ultimo comizio elettorale del Partito Democratico di Pier Luigi Bersani, com’era bello, mamma mia…

N.B.: Ho scritto questo pezzo sotto la minaccia di mia moglie che se non glielo pubblicavo in toni entusiastici tirava il grilletto, sicche sapete…

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Bersani: “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

Pierluigi Bersani ha pronunciato la fatidica frase “Mica volevo far l’alleanza con Grillo, son mica matto!”

Già, perché se l’avesse fatta, poi avrebbe dovuto rinunciare al rimborso elettorale e avrebbe dovuto dimezzare le entrare dei parlamentari del suo gruppo e questo, si sa, non è bello.

Magari gli sarebbe perfino toccato di votare Rodotà col rischio di vederlo eletto Presidente della Repubblica. O di votare l’ineleggibilità di Berlusconi e non ritrovarselo come alleato di governo.

Beh, certo, non è mica matto!

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Pausa di riflessione

Una volta le pause di riflessione le prendevano le fidanzate che non volevano avere più lo spasimante di turno tra i piedi.
Le pause di riflessione non servono a niente, dunque, soprattutto quelle legate alla più becera campagna elettorale che si ricordi nella storia repubblicana. Vendola alleato del PD, Monti adorabile gaffeur che non sfonda con la Merkel, Giannino che si inventa i master, Berlusconi che abolisce l’IMU e la gente che ci crede pure. E Bersani che vincerà le elezioni ma farà governare Monti mentre Ingroia rischia seriamente di non essere rappresentato in Parlamento.
Ma la pausa di riflessione ha una sua magia. O, come dicono quelli di sinistra, un suo perché. Siamo tutti qui a “riflettere”. Ma a riflettere su cosa? Sul puro niente. E sulla inevitabile ingovernabilità che uscirà da questa tornata elettorale.
Dàtemi retta.

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Le primarie del centrosinistra: il vecchio che avanza

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Pier_Luigi_Bersani_giugno_2010.jpg

Siamo a meno di due ore dalla chiusura dei seggi delle Primarie del centrosinistra e sta indubbiamente crescendo la SUSPANZ® perché, come tutti sappiamo, si tratta di un risultato assolutamente aperto, in cui tutti i candidati hanno le stesse possibilità di vincere.

Chi sarà il candidato alla Presidenza del Consiglio NON LO SAPPIAMO e NON LO POSSIAMO SAPERE (naturalmente!), comunque vada si tratta di “un gesto di democrazia, una grande festa”, non ci resta che attendere per goderci la SORPRESA perché ogni pronostico a questo punto sarebbe prematuro e fuori luogo.

Saranno oltre 4 milioni i votanti. E 8 milioni gli euro incassati.

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Due euro per le primarie del centrosinistra

Dev’essere una bella sensazione quella che si avverte quando si paga per un proprio diritto.

Come quella di vedersi sfilare via un po’ di più di una giornata di stipendio per un diritto come lo sciopero. O quella di dover pagare due euro per poter votare Renzi, Bersani, Tabacci, Puppato o Vendola alle primarie del centro-sinistra.

A volte mi chiedo “perché?”

“Libertà è partecipazione” diceva Giorgio Gaber, ma se devo pagare per poter partecipare che razza di libertà ho? Quella di poter vedere i cinque contendenti su Sky, per la cui ricezione devo pagare anche lì?

E anche ammesso che la libertà abbia un prezzo, il diritto alla libertà di scelta di un cittadino viene svenduto a due euro? Oh, sì, per carità, è un prezzo molto conveniente, ma per scegliere tra una donna che ha delle idee (che non condivido) e una testa per esprimerle, e che quindi perderà PER FORZA (caspita, mica potrà vincere una che pensa con la propria testa e che è, per di più, donna? Si può mica…), un cattolico pasoliniano comunista, ecologista e tuttora indagato, un globetrotter che è sicuro di vincere, un moderato della stravecchia guardia e un signore che ha già fatto con le maniche di camicia tirate su che parla bolognese e che è già stato Ministro per lo Sviluppo Economico, Ministro dei Trasporti, Ministro dell’Industria e Presidente della Regione Emilia Romagna, francamente mi sembra anche troppo.

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PD: Vendola vuole “rottamare” Renzi

Screenshot da lastampa.it

Vediamo un po’:

– Vendola si candida come leader del centro-sinistra in opposizione a Renzi;

– se vincesse Vendola il PD dovrebbe fare i conti con la convivenza con l’ala liberista rappresentata da Renzi;

– se vincesse Renzi il PD non potrebbe governare con Vendola, o, almeno, una coalizione a sinistra sarebbe quanto meno imbarazzante;

– se vincesse Vendola ci sarebbe il problema del candidato premier del centro-sinistra pluriindagato (a breve si celebrerà il rito abbreviato per definire in primo grado una delle sue posizioni) e si porrebbe quanto meno una questione morale sulla sua candidabilità;

– potrebbero essere inutili le primarie per Renzi o Vendola, tanto il PD potrebbe sostenere il governo Monti-bis.

Insomma, adesso abbiamo tutti le idee più chiare.

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Severgnini, Bersani, gli insulti e il web dei “maleducati”

Screenshot da www.corriere.it

Sui “fascismi” più o meno linguistici di Bersani pensavo di essermela cavata con una citazione lasciata sul blog a monito dei posteri.

Sull’argomento della interrelazione tra insulto e navigazione del Web, però, è intervenuto di nuovo Beppe Severgnini dalle colonne del Corriere della Sera con un articolo intitolato “Insulto, dunque, navigo”.

Il titolo appare già fuorviante di per sé. Fermo restando che il web è terreno fertile per gli insulti (politici ma anche no), non è detto che chi insulta lo faccia solo in rete (vedo quotidianamente fior di persone che si scannano sul lavoro, sull’autobus, per la strada, nei negozi), ma, soprattutto, il titolo non dimostra la proprietà inversa dell’assunto: “siccome uso la rete sono abituato ad insultare”.

La prima frase dell’articolo di Severgnini parte da postulati e fa considerazioni discutibilissime e perfettamente criticabili. Ed è quello che farò.

“Pierluigi Bersani ha ragione, ma sbaglia aggettivo. Chi approfitta di Internet per insultare gli avversari non è «fascista»: è un maleducato.”
Il postulato “Pierluigi Bersani ha ragione” è chiaramente labile. Non si può basare un articolo che parla della moda dell’insulto politico per stigmatizzarlo con evidente intento didattico su una azione compiuta da un politico proprio mediante l’uso dell’insulto all’avversario. Non me ne importa nulla se “Bersani ha ragione”, perché ammesso che l’avesse (e non ce l’ha!) non si può trattare da insulto quello del “popolo del web” nei confronti del Partito Democratico e del suo segretario e non trattare da insulto (o meglio, trattare da NON-insulto) quello di Bersani nei confronti dei suoi avversari politici. O, forse, Severgnini vuole dirci che chi insulta gli avversari è un “maleducato” solo perché usa il web? E perché mai? Se insulta usando la piazza fisica anziché quella virtuale l’insulto è meno insulto, o, addirittura non lo è?

Già una volta in questo blog mi occupai di uno scritto di Severgnini che se la prendeva con l’anonimato in internet, facendo notare come non si trattasse affatto di anonimato ma di pseudonimato, che è tutta un’altra cosa.

Quindi, Bersani non ha affatto ragione quando definisce “fascisti” i linguaggi dei suoi avversari politici. E non ha ragione Severgnini quando dice che no, quelli che insultano via web non sono “fascisti”, bensì “maleducati”.

Va detto, a parziale riconoscimento degli argomenti di Bersani, che si stava riferendo a “linguaggi” e non alle persone che di quei linguaggi facevano uso (si può dire “Libro e moschetto fascista perfetto” senza essere fascisti).
Ma Bersani ha dalla sua l’aggravante di non aver fatto nomi e cognomi dei suoi avversari politici (anche se possiamo bene immaginare quali siano) ed è un po’ come dire che “Chi non beve in compagnia o è un ladro o è una spia”. Riferirsi a un’eterogeità di comportamenti o di persone non è un biglietto da visita che mi sentirei di condividere.

Quanto a Severgnini, non è che se si passa dal “fascisti” al “maleducati” l’insulto sia meno insulto. Anzi, per niente.
La sentenza n. 9799 della Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale chiarisce che il dire a qualcuno di essere un “maleducato” è una espressione di “indubbio contenuto ingiurioso”. E’ bello, una volta tanto, fare il Travaglio della situazione, e dire a Severgnini che se non è zuppa è pan bagnato.

Certo, “fascisti!”, pronunciato con accento emiliano ricorda un po’ l’inizio di un film sui personaggi di Guareschi, in cui Peppone, ormai deputato, si sveglia dal torpore del sonno nell’aula di Montecitorio e se la prende coi primi che gli càpitano a tiro, tanto, allora come ora, definire “fascista” chiunque fosse fuori da un certo coro era un’abitudine di cui in certi ambienti della sinistra ci si poteva fare vanto.

“Detto ciò, Bersani ha ragione. L’urlo di chi non sa più parlare sta diventando insopportabile. L’avversario non si contesta più: lo si demolisce.”
E te dài con la ragione di Bersani. La politica, si sa, è da sempre “demolizione” dell’avversario. Certo, ci si può (anzi, ci si deve) aspettare (anche da Bersani) che questa demolizione venga fatta sul piano delle idee e non su quello degli insulti ad personam, né tanto meno di quelli ad personas, ma è pur sempre politica, cosa ci si aspetta che facciano i politicanti dell’Italia post-berlusconiana, che rendano l’onore delle armi all’avversario? Che si facciano l’inchino prima di massacrarsi a colpi di judo o di karate? Non è la gara di torte alla frutta per i bisogni della parrocchia! La politica italiana è spartizione e conservazione di potere e di poltrone, non è perseguire il bene comune, e quando c’è qualcosa da spartire l’avversario va annientato, c’è poco da fare.

E’ condivisibile Severgnini quando dice che “Considerare l’insulto come la forma più genuina di democrazia, ed etichettare come pavido chi cerca di essere ragionevole, non è solo irritante: sta diventando rischioso. Se il capo di un movimento, il segretario di un partito e noti commentatori politici usano l’anatema come normale mezzo di discussione, molti si sentiranno autorizzati a fare altrettanto.”
A patto che valga per tutti. Anche per Bersani, che utilizzando l’aggettivo “fascista” usa una etichettatura di maniera e la logica del conformismo delle idee a tutti i costi, per cui chi non è con lui non solo è contro di lui, ma addirittura è il male dell’Italia. Ha detto la stessa cosa di Berlusconi e adesso si ritrova nella sua stessa maggioranza di governo.
La strategia dell’anatema è vecchia come il cucco. La conoscevo da bambino: “Se non tifi per la mia squadra del cuore allora non sei più mio amico”. Gli inciuci cominciavano a insegnarceli già sui banchi delle elementari.

Prosegue Severgnini: “E mentre i capi, i segretari e gli editorialisti si incrociano nelle serate estive, e si sorridono nel gioco delle parti, i loro epigoni trasportano il livore accumulato nei social network, sui blog e nei forum.”
Ma dove li ha visti Severgnini questi editorialisti che si sorridono nelle serate estive?
A “Repubblica” il direttore Mauro si trova in grave imbarazzo per la pubblicazione degli interventi del fondatore Scalfari a proposito della difesa a oltranza del Quirinale nel caso delle intercettazioni telefoniche che riguardano la delegittimazione della Procura di Palermo. Altro che sorrisi nelle sere estive!

Dulcis in fundo: “Oggi chiunque può diffondere un’opinione. Questo, naturalmente, è bene. La libertà in questione ha però dei limiti: nelle buone maniere, nel buon senso e nel codice penale. E qualcuno non lo capisce. Questo, ovviamente, è male.”
Già. Chiunque può diffondere un’opinione. Ma non “oggi”, come dice Severgnini, ma da quando la Costituzione è entrata in vigore. Lo si può fare sulla rete, ma una volta (e ancora oggi) lo si poteva fare nelle piazze, nelle case, nelle scuole, negli ambienti pubblici, nelle sezioni di partito, per corrispondenza o come uno credeva opportuno. E la libertà di critica discende proprio da quella libertà di opinione di cui i Padri Costituenti ci hanno fatto dono e che oggi personalmente uso per dire la mia su quello che ha scritto Severgnini.
La libertà di opinione non esiste da quando esiste internet, esiste da quando l’Italia si è dotata di una carta fondamentale che lo afferma.
Non mi pare che la Costituzione faccia riferimento al “buon senso” o alle “buone maniere”. L’unico limite alla libertà di espressione è il codice penale. Per il resto si può dire quello che si vuole. E qualcuno non lo capisce. E questo è, davvero, il male di cui Severgnini non parla.
Non c’è nessun Galateo, tanto meno non esiste nessuna “Netiquette” in rete (termine odioso e inutile in cui qualcuno ha voluto imbrigliare l’inimbrigliabile) o fuori. Non si può impedire a qualcuno di esprimere un’opinione solo perché, si veda il caso, la esprime in dialetto anziché in buon italiano in un salotto della società-bene. O perché “buon senso” vuole, si veda sempre il caso, che il Capo dello Stato sia persona non criticabile per funzione e definizione.

La legge penale, dunque, a tutela dell’unico limite alla libertà di espressione. La stessa che, applicata nella giurisprudenza, e nei casi concreti di ogni giorno, dice che “maleducato” è offensivo come lo è l’aggettivo “fascista”.

Ma le “buone maniere”… uh, cosa faremmo senza di loro! Magari saremmo solo un po’ più liberi? 

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I “linguaggi fascisti” del web secondo Pierluigi Bersani

screenshot da www.repubblica.it

“Vedo che sulla rete sono rivolti al nostro partito dei linguaggi del tipo ‘siete degli zombie, dei cadaveri vi seppelliremo vivi’. Sono linguaggi fascisti e a noi non ci impressionano” (…) “Vengano qui a dircelo vengano via dalla rete. Vengano qui”.

(Pierluigi Bersani, 25 agosto 2012)

[Avevo migliaia di motivi che ritenevo e ritengo validi per non votare Partito Democratico. Adesso ne ho uno in più.]

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Nichi Vendola e Sinistra e Libertà chiudono a Di Pietro e aprono all’UDC di Casini

Nichi Vendola - Archivio it.wikipedia.it

Nichi Vendola ha saltato l’ostacolo, scaricando Di Pietro e salendo sul carro del Partito Democratico e aprendo verso l’UDC di Casini.

Ora, per carità, Vendola, anche se pluriindagato e non dimissionario, come alcuni suoi colleghi Presidenti di Regione, può allearsi con chi gli pare, non l’avrei votato comunque.

Ma c’è da chiedersi, e c’è da chiederselo davvero, non per caso o per puro diletto, cosa abbiamo a che fare i valori di un movimento come “Sinistra e Libertà” con quelli dell’Unione di Centro.

Gli uni vogliono aprire alle coppie di fatto, gli altri, probabilmente no. Vogliono allargare i temi della famiglia a un contesto più ampio, come, a puro titolo di esempio, le famiglie omosessuali e gli altri no, gli uni sono laici e gli altri no, si ispirano a valori e sentimenti cattolici, gli uni non dovrebbero avere molti contatti con Comunione e Liberazione (o forse sì?) e gli altri invece probabilmente sì.

Perché se si è vendoliani bisogna essere comunisti ma anche un po’ cattolici, omosessuali pasoliniani dichiarati ma anche attenti alle tematiche del cosiddetto “dissenso”.

Spinte e controspinte che andranno al Governo ma non avranno la necessaria coesione interna per governare.

Potevano dircelo prima che volevano evitare l’effetto Grillo!

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Il Presidenzialismo alla francese e l’ultimo colpo di coda di Berlusconi

Non si sa se sian rigurgiti, colpi di coda, la quiete prima della tempesta o chissà quant’altro o cos’altro, ma ogni volta che ci illudiamo di esserci lasciati, finalmente e definitivamente, Berlusconi alle spalle, èccolo tornare lancia in resta a proporre l’ennesima delle sue trovate, il coniglio dal cilindro per “salvare il paese”.

Il problema è, tanto per cambiare, sempre lo stesso: Berlusconi torna sempre. Magari sempre più appesantito dall’incalzare dei processi nei suoi confronti, magari meno truccato di una volta, senz’altro più in penombra. Ma la penombra vuol dire che si vede poco, non che ce ne siamo completamente liberati. L’errore fondamentale ed enorme che la gente fa con Berlusconi è quello di darlo definitivamente per sconfitto.

L’ultima risorsa è quella dell’introduzione del presidenzialismo alla francese in Italia, ovvero del Presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo.

Che, di per sé, suona soltanto come una riforma costituzionale che potrebbe anche essere condivisa e/o condivisibile. Tanto che Bersani, il segretario del partito che per la prima parte della legislatura fu la stampella di Berlusconi (memorabile l’uscita dall’aula del Senato al momento dell’approvazione del decreto sulle intercettazioni), ha dichiarato che sì, è anche una soluzione possibile, solo che mancano i tempi tecnici. Cioè, non ha detto “no, non si fa perché in questa legislatura noi siamo stati eletti come opposizione e non possiamo accettare una ipotesi di riforma costituzionale che rischi di mandare alla Presidenza della Repubblica il capo del principale partito di maggioranza, al quale, appunto, noi dovevamo fare opposizione”.

Perché la Presidenza della Repubblica è l’ultima carta rimasta a Berlusconi per difendersi da un futuro ormai in larga parte definito e per tentare una rimonta tanto disperata quanto impossibile non certo dei consensi dell’elettorato (che indubbiamente avrebbe), ma del ciclone che sta travolgendo la politica, e che riguarda una modalità di pensiero e di azione che scardina la vecchia politica e la rende ridicola e inutile.

Per cui, presidenzialismo alla francese, sbarramento alla tedesca, governo d’emergenza alla greca, ingovernabilità alla belga, penne alla puttanesca, spaghetti all’amatriciana, tris di primi alla ligure, è lo stesso. Basta trovare una scusa. Poi un Alfano che confonde Berlusconi con il Presidente della Repubblica commettendo una gaffe degna di Bill Gates quando presentò Windows 98 e gli andò in crash il computer con la schermata blu, lo si trova sempre.

Stiamo attenti.

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Rita Borsellino perde di misura le elezioni primarie per la carica a sindaco di Palermo

Il Partito Democratico è riuscito persino ad autoincartarsi se è vero, come è vero, che alle elezioni primarie di Palermo, Rita Borsellino, candidato sostenuto e fortemente voluto dalla segreteria di Bersani, è stata battuta da Fabrizio Ferrandelli, ex Italia dei Valori, e ora candidato ufficiale (per forza, perché altrimenti la trasparenza va a farsi friggere) alla carica di sindaco di Palermo.

Non è, evidentemente un “corto circuito” interno, ma un vero e proprio disastro politico che, se da una parte nega a una donna di indubbio rigore morale e qualità personali come Rita Borsellino, la possibilità di diventare sindaco, dall’altra non tiene conto del fatto che la maggioranza interna (quella di Bersani, appunto) è andata in minoranza. A questo punto sarà impossibile per il Partito Democratico diventare maggioranza nel paese, a meno di non voler accettare quella “große Koalition” di cui parlava Berlusconi, che, tanto per cambiare, continuerà a fare il bello e il cattivo tempo anche sull’opposizione. Opposizione che, non dimentichiamolo, non ha mai fatto in modo che venisse approvata alcuna legge sul conflitto d’interessi durante gli anni del proprio governo.

La Borsellino non è stata eletta alle politiche del 2008. Adesso non potrà essere sindaco di Palermo.

E io credo che tutto questo una ragione ce l’abbia.

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Studenti: irruzione e lancio di uova al Senato

Dio benedica gli studenti, che sono quanto di più pulito e sincero abbiamo in Italia.

Molto più avanti intellettualmente e a livello di consapevolezza di sé e degli altri di quanto non lo siano i loro insegnanti, professori, politici e di quanto non lo siano le stesse istituzioni del paese.

Vittime consapevoli (vivaddio!) del taglio alla cultura operato sull’istruzione di qualunque ordinamento e grado, chè con la cultura non si mangia, ma senza la conoscenza (che è, appunto, cultura e non nozionismo) non si vive.

Talmente consapevoli da lanciare delle uova contro la sede di Palazzo Madama al grido di "Dimissioni, dimissioni!"

Sono loro il risveglio di un’opinione pubblica dormiente e tollerante. Sono loro il contraltare di genitori che oggi si metteranno le mani nei capelli pensando che "oddìo cosa ha fatto mio/a figlio/a, ma non poteva starsene a casa a guardare Uomini e Donne con la De Filippi come tutti gli altri?"

E invece no. I nostri figli affrontano gli scudi della polizia antisommossa con i titoli delle opere dei classici della letteratura e del pensiero di ogni tempo e di ogni paese.

Vogliono questo e lo Stato non è in grado di darglielo. Lo sanno, e sono profondamente, giustamente, unanimemente, inequivocabilmente e ineccepibilmente incazzati.

Il Ministro Gelmini ha dichiarato: "Difendono i baroni".

Ora, immagino che chiunque voglia e debba portare rispetto verso la figura istituzionale di chi si occupa della Pubblica Istruzione, ma non per questo si deve rinunciare al naturale dissenso critico nei confronti degli atti di un governo che ha portato questi giovani all’esasperazione, che avvilisce il senso della cultura e che toglie la prospettiva verso un futuro fatto di studi e di ricerche.

Non difendono affatto i baroni, no, non credo. Stanno difendendo il loro diritto all’accesso del sapere, hanno inquadrato l’istituzione del legislatore come principale responsabile della mancanza di qualità in cui versa l’istituzione pubblica, e probabilmente l’accusa di favorire il baronaggio dei luminari dell’insegnamento (attività a cui, da quello che mi risulta, il Ministro Gelmini non si è mai dedicato) da parte di chi apostrofa come "cagna" un altro ministro donna, suo pari, può anche apparire ai loro occhi come un’osservazione di scarsissimo pregio.

Fini ha parlato di "inaccettabile violenza". Quella degli studenti, certo.
Qualche uovo tirato al Senato, si sa, è di una violenza inaccettabile, è un atto gravissimo che ripugna la sensibilità dei cittadini onesti che vanno a lavorare ogni giorno e che la sera non chiedono altro che potersi rilassare guardando il "Grande Fratello" o applaudire le incursioni del Presidente del Consiglio nella TV pubblica, non ci sono dubbi.
Dobbiamo stigmatizzare profondamente questi atti vandalici, perché solo così facendo potremo stigmatizzare altrettanto fermamente chi ha ridotto scuole e università a non avere più nulla e a poter offrire agli utenti solo la fatiscenza delle strutture e l’inefficienza dei servizi.

Schifani, dal canto suo, ha detto che "Prima o poi ci scappa il morto".
Che nessuno si azzardi a torcere un capello agli studenti.
Se commettono reati si dia loro la possibilità di difendersi in un’aula di  giustizia, come la si dà a qualsiasi cittadino che non sia il Presidente del Consiglio, sono certo che loro apprezzeranno molto questa opportunità di sentirsi uguali davanti alla legge in mezzo a diseguali che possono ancora usufruire del Lodo Schifani.
Saranno loro a dare una lezione di cittadinanza democratica alle istituzioni, non il contrario.
Ma non si evochino i morti, perché lo sappiamo tutti benissimo che quando uno studente con un libro incontra un poliziotto con la pistola lo studente con il libro è un uomo morto.
Il Presidente Schifani farebbe bene, prima di evocare i morti, a dire al paese come è stato possibile che il cordone della sicurezza delle Stato sia stato così facilmente bucato da studenti armati, tutt’al più, solo della loro incazzatura.

Bersani non sapeva che fare ed è salito sul tetto a manifestare con i ricercatori universitari.
Onorevole Bersani, la smetta di mescolarsi con l’opposizione vera e sana del Paese, nel maldestro tentativo di celare l’incapacità del Suo partito di crearne una originale.
Queste persone hanno delle idee, proprie, personali, irripetibili, non omologabili. Non hanno bisogno di aderire alle idee di nessun altro. Abbia rispetto di loro, onorevole Bersani, e pietà di noi che siamo costretti a vederla mentre ci guarda da lassù e pensa anche di aver fatto qualcosa di buono, equo e solidale.

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Fini e Bersani a “Vieni via con me” con Fazio e Saviano

E dunque domani sera, a "Vieni via con me", da Fazio e Saviano andranno Gianfranco Fini e Pierluigi Bersani.

Leggeranno, come fece Vendola, un elenco di luoghi comuni e la gente, pensando si tratti di un confronto democratico tra due leali avversari politici, batterà le mani e, tanto per cambiare, non ci capirà un belino.

Dicono che li hanno chiamati per stilare (e leggere) una serie di punti che costituiscono i valori della destra e quelli della sinistra. Niente "par condicio", ha detto Fazio ieri sera, solo un elencazione dei valori fondanti dell’uno o dell’altro schieramento.

Questo presupporrebbe un dato almeno imbarazzante da sostenere: che la destra italiana sia portatrice di valori.

E questi valori della destra italiana chi li dovrebbe rivendicare? Fini?? Fini che sta creando il terzo polo con Casini e Rutelli (fino a ieri li avrebbe scannati), Fini il delfino di Almirante, quello dei saluti romani a gogò, il co-padre della Bossi-Fini sull’immigrazione (Bossi nel frattempo è diventato l’avversario di turno, chè senza alleati non si può vivere ma senza avversari si muore).

Ma l’altro dato, forse ancor più difficile da sostenere è il dare per scontato che la sinistra italiana ci sia e abbia dei contenuti originali.
E lì, invece, a portare alta la bandiera nel vuoto ideologico del centro-sinistra, finora incapace di opporre contenuti vitali all’azione di governo ci va Pierluigi Bersani, erede diretto di quel centrosinistra che quando è andato al governo tutto ha fatto meno che approvare una legge sul conflitto d’interesse che inchiodasse qualunque Berlusconi fosse andato al governo.

E questa è la televisione dell’opposizione che fa il 25% di share!
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