Beppe Grillo firma assieme a Matteo Renzi, Enrico Mentana e Mina Welby il manifesto per la scienza di Roberto Burioni contro la pseudomedicina

“Oggi è successa una cosa molto importante: Beppe Grillo e Matteo Renzi hanno sottoscritto (insieme a molti altri), un patto a difesa della scienza(Roberto Burioni)

“Ho ricevuto il presente appello dal Professor Guido Silvestri.  Non conosco il Professor Roberto Burioni.(Beppe Grillo)

“Ci si può dividere su tutto, ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base”
“Perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani”
“Ha detto Albert Einstein che la ‘scienza, al confronto con la realtà, è primitiva e infantile. Eppure è la cosa più preziosa che abbiamo’” (Roberto Burioni)

Beppe Grillo e Mina Welby. Paladini l’uno del dubbio, l’altra della libera scelta e dell’autodeterminazione dell’uomo sulla scienza hanno firmato, alla stessa stregua di un Matteo Renzi qualsiasi, il documento del Dottor Burioni per la scienza e contro la pseudoscienza. Non li tratto da “traditori”, come hanno fatto in molti, firmino ciò che vogliono, ma non si meraviglino se poi la gente si allontana da loro. Non sono mai stato un antivaccinista, ma sentire un paladino dei vaccini come Burioni liquidare un caso doloroso di malasanità correlata alla somministrazione di un vaccino con le parole “La sicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali”, rafforza il mio scetticismo e voglio essere lasciato libero di dubitare di lorsignori e di scegliere se vaccinarmi o meno. Beppe Grillo, in particolare, afferma con gentile e puerile candore di non conoscere il Dottor Burioni e di avere firmato un appello per interposta persona. Ma come si può? Ma non poteva farsi almeno una ricerca su Google?? Non c’è uno straccio di voce su Burioni su Wikipedia? Poteva almeno cominciare da quella. Dio mio che desolazione. Grillo e la Welby come Mentana e Matteo Renzi. E’ semplicemente scioccante. Più che un patto trasversale sembra un inciucio informe e pericoloso. E’ da questo che la scienza deve essere difesa. Burioni l’ha aperta alla firma di tutti e i soliti rapaci ci hanno messo lo zampino. Se ne renderà conto, un giorno. Ma noi non ci saremo.

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Raggi & paRaggi

Virginia_Raggi_-_Festival_Economia_2016

Sì, anch’io sono sempre più convinto che Virginia Raggi debba spiegare o andarsene.

E non certo perché le polizze vita a lei intestate da Romeo (oh, Romeo, Romeo, perché sei tu, Romeo?) ne facciano una Giulietta inconsapevole o costituiscano le prove di un reato (anzi, pare proprio che la Raggi non ne sapesse nulla), ma perché cominciano ad essere troppe le circostanze in mano agli inquirenti su cui la Raggi è (stata) chiamata a rispondere.

Tecnicamente, dunque, non c’è nulla da rimproverarle oltre quell’abusino d’ufficio e quel falso che costituiscono, a tutt’oggi, ancora delle ipotesi e non delle sicurezze tali da giustificare delle misure precauzionali: Virginia Raggi è libera di farsi intestare polizze vita da chi le pare, soprattutto se a sua insaputa.

Nessun reato, dunque. Lo ripeto e lo ribadisco. Ma appare fin troppo chiaro che non è solo l’illecito penale a costituire motivo di evangelico “scandalo” nell’opinione pubblica, di cui (dovrebbe essere chiaro) fa parte anche chi ha votato per la Raggi, non importa se del M5S o no. In breve, non importa (o non dovrebbe importare) se la Raggi abbia commesso qualche infrazione al Codice, basta che abbia “commesso”, ovvero che nelle sue azioni esista un minimo di dolo o di consapevolezza per offuscarne l’immagine.

Allora decida lei dove parlare e con chi. Sulla carta stampata, in televisione, sul suo profilo Facebook o sul blog di Beppe Grillo. Ma decida in fretta e ci faccia sentire con la sua voce e la sua faccia che quelle polizze erano il frutto di un infelice amore non corrisposto. Qualcuno le crederà, altri no. Ma almeno cesserà il balletto del “c’è un indagine in corso” (e lo sappiamo, sticazzi) e del “sono serena”.

Poi, vivaddio, ci occuperemo di altro.

 

(foto: Niccolò Caranto)

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SEL voleva vietare la pubblicità su siti e blog politici, ma mantiene AdSense sui suoi

“Sinistra, Ecologia e Libertà” è un partito politico che ha il termine “Libertà” nel nome.

Alcuni suoi componenti hanno presentato un emendamento al Senato. Si tratta dei Senatori De Petris, Barozzino, Cervellini, De Cristofaro, Petraglia, Stefano e Uras (emendamento respinto)che vieterebbe la presenza di spazi pubblicitari su siti e blog pertinenti a partiti politici (o “movimenti”, scrive prudenzialmente il testo dell’emendamento, e l’obiettivo è fin troppo chiaro), a persone che ricoprano funzioni istituzionali, pena il pagamento di 5000 euro per ogni giorno di permanenza della pubblicità successivamente alla data limite contestata dalla Commissione di vigilanza.

Oggi si sta parlando di un qualche appoggio di SEL al non ancora neonato governo Renzi, per cui, nell’album delle figurine del successore di Letta ci potrebbe essere posto anche per un esponente del loro gruppo. O, forse, una esponente.

Di certo mi risulta che Beppe Grillo sia un privato cittadino, e che sul suo blog possa ospitare tutta la pubblicità che vuole. Magari chi verrà colpita sarà la sede locale di partito che mette qualche paginetta in Internet per far conoscere le proprie iniziative e che vuole ripagarsi l’hosting (chè, tanto, non è che riprendi poi tanto di più).

Andatelo a chiedere a quelli di www.sinistraelibertaugento.it che nella pagina dello statuto mettono la pubblicità di AdSense! (E ora come la sbrogliano?)

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Beppe Grillo indagato. Ora ognuno si schieri col proprio pregiudicato preferito

Nei confronti di Beppe Grillo il pubblico ministero della Procura della Repubblica di Torino ha chiesto 9 mesi di reclusione per violazione dei sigilli della Baita Clarea in Val Susa.

A Genova è stato aperto un fascicolo su di lui per il reato di istigazione a disobbedire alle leggi.
Il 10 dicembre scorso aveva scritto “Vi chiedo di non proteggere più questa classe politica che ha portato l’Italia allo sfacelo, di non scortarli con le loro macchine blu o al supermercato, di non schierarsi davanti ai palazzi del potere infangati dalla corruzione e dal malaffare. Le forze dell’ordine non meritano un ruolo così degradante. Gli italiani sono dalla vostra parte, unitevi a loro. Nelle prossime manifestazioni ordinate ai vostri ragazzi di togliersi il casco e di fraternizzare con i cittadini. Sarà un segnale rivoluzionario, pacifico, estremo e l’Italia cambierà. In alto i cuori”.

Capite bene anche voi che sono reati di una gravità estrema. E capite anche che dopo la sua condanna, Grillo diventerà il vomitiere di una classe politica ormai lavorata ai fianchi dalla magistratura.

Ma è un privato cittadino e può permettersi anche di essere condannato. Chi siede in Parlamento un po’ meno.

E a quel punto, ognuno si schieri dalla parte del proprio pregiudicato preferito.

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Il Grillo disse un giorno alla formica

Beppe Grillo ha sbagliato. Punto. Il post potrebbe finire anche qui.

L’abolizione del reato di clandestinità in Commissione Giustizia è un primo passo verso un paese più tollerante e con una parvenza di civiltà. Lo hanno fatto i senatori del Movimento 5 Stelle, bravi.

Grillo dice che quell’azione e quel tema non erano nel programma. Sembra di sentire una insegnante d’italiano rincartapecorita che non spiega, che so, Bonvesin de la Riva, perché “non è nel programma”. Cazzo è un “programma”? Un programma è quello che mi riprometto di fare. Se, poi, nel corso della legislatura (o dell’anno scolastico) posso fare di meglio o posso fare qualcosa di più di quello che volevo, meglio così.

Ma il Movimento 5 Stelle non era quella forza parlamentare che non accettava nulla che non fosse suo, e che se qualcosa veniva proposto dagli altri si riservava di valutarlo nel merito? Ecco, è stata approvata una sua proposta. E’ bastato un giorno per cancellare l’inizio di uno scempio. Ci vorrà molto di più per recuperare l’elettorato indignato.

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Giulia Sarti: come ti creo il “mostro” senza virgolette

L'articolo dell'Huffington Post

“Pensavo che il problema fondamentale, se si cita “Io sono colui che è”, fosse decidere dove va il segno d’interpunzione, se fuori o dentro le virgolette.
Per questo la mia scelta politica fu la filologia.”

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

Ho già difeso Giulia Sarti, deputata del Movimento 5 Stelle su questo blog.
Non mi piace ricordare i particolari di quella triste occasione, anche perché si tratta di valori che io considero inviolabili e imprescindibili per ciascuno.

La difendo di nuovo perché ciò che le sta succedendo ha ancora dell’incredibile.

L’Huffington Post ha pubblicato un articolo dal titolo “Movimento 5 stelle, Giulia Sarti cita l’imprenditore che evade il fisco: ‘Dovremmo tutti fare come lui'”

L'”imprenditore che evade il fisco”, per la cronaca, è il signor Roberto Corsi, che ha deciso di protestare contro l’oppressione fiscale non emettendo più scontrini e praticando al cliente uno sconto del 21%.

Ma la frase attribuita a Giulia Sarti, semplicemente, non è di Giulia Sarti.

L’Huffington Post conclude l’articolo: “Un appello del genere, lanciato sulla bacheca Facebook di un Parlamentare, suona come un invito ad evadere il fisco.”

Bene, mi sono detto, allora andiamo a vedere che cosa ha scritto sulla sua bacheca Facebook questa parlamentare:

Il post comincia con:
“Dovremmo diventare tutti Roberto Corsi: “Oggi sono 43 giorni che ho deciso di buttare fuori lo Stato dal mio negozio”. Roberto Corsi, piccolo commerciante di Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza. (…)”

E finisce con “Anib, roma”

Quello che si trova tra virgolette è una citazione. La frase che comincia con “Oggi sono 43 giorni che ho deciso” è del signor Corsi, mentre quella che inizia l’articolo, e che costituisce la presunta prova per l’incriminazione di Giulia Sarti davanti la pubblica gogna, essendo una citazione non può che essere di un’altra persona.

Lo stesso Beppe Grillo ha riportato quel testo, pari pari (e ora non ho voglia di vedere se è Giulia Sarti ad aver copiato da Beppe Grillo o viceversa, non è questo che voglio dimostrare, anche se sarebbe indubbiamente interessante).

Adesso non ci resta che porci un dubbio, non è che l’estensore di quel testo esprimeva una SUA opinione che non necessariamente doveva essere condivisa da chi lo riportava (Grillo o Sarti che fosse)?

Eh, sì, perché Quando uno usa le virgolette o vuole usare una espressione in senso improprio oppure vuole dirci: “Guarda quello che viene dopo non l’ho scritto io” (appunto!)

E allora di chi è l’intervento? Potrebbe essere dell’utente “Anib, roma”, per esempio.
Eccolo qui:

E poi sarebbe bastato andare a vedere quante volte quell’articoletto è stato riportato sul web per potersi permettere il dubbio di ritenerlo come un discorso riportato da altre fonti e non necessariamente come il prodotto del pensiero originale della Sarti.

Il gioco al massacro del web ha creato una vittima per non aver visto un paio di virgolette.  

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Laura Boldrini: Guten Hashtag!

Non ci sono più parole per raccontare le reazioni verbali e non di Laura Boldrini di fronte alle presunte offese che le giungono.

Infatti, se da una parte le espressioni rivoltele possono far legittimamente pensare a un’intenzione diffamatoria, dall’altra i suoi pasticci telematici prestano il fianco a una interpretazione quanto meno pretestuosa dell’indignazione dimostrata davanti a quelle espressioni suppostamente denigratorie.

Beppe Grillo ebbe, giorni fa, a definire la Boldrini “un oggetto di arredamento del potere, non è stata eletta ma nominata da Vendola”.
Ora, indubbiamente sentirsi definire “oggetto di arredamento” sa molto di soprammobile e può ferire e urtare la sensibilità personale. La Boldrini avrebbe avuto tutto il diritto di rivolgersi alla magistratura per vedere se quelle parole sono o non sono un’offesa o se sono frutto (come io sono convinto) del diritto di critica di Beppe Grillo.

Ma la Boldrini ha contrattaccato, e l’ha fatto sul web, attraverso il suo account Twitter: “Grazie alle parlamentari di diversi partiti per la solidarietà contro un’offesa a tutte le donne. Grazie a chi sta twittando #siamoconlaura”.

Facile la contromossa: “Le critiche sono rivolte a lei, non alle donne italiane. Si vergogni di usarle come scudo per la sua incosistenza.”

Al che, inspiegabilmente, la Boldrini cancella il suo intervento su Twitter. Che viene comunque ripreso da svariate testate giornalistiche, il TG1 in testa. Viene anche ripreso dallo stesso blog di Grillo, ma col passare delle ore viene a mancare sempre di più la fonte diretta. Nessuno, in breve, che si sia preso la briga di “fotografare” il post prima della sua cancellazione. E le notizie riportate di seconda mano sono sempre un po’ antipatiche.

Sono riuscito a ritrovarne tracce sicure, perché il post originale è, purtroppo, stato cancellato anche dalla cache di Google.

Ma andando a cercare proprio su Google la stringa “solidarietà contro un’offesa a tutte le donne” (l’ultima parte dello scritto della Boldrini) si trova che l’intervento, ancorché cancellato, è stato regolarmente indicizzato:

(clicca sull'immagine per ingrandirla)

Qui potete vederlo in versione più ingrandita:

I riferimenti sono chiari, c’è l’indirizzo web dell’account della Boldrini e c’è anche il numero di riferimento del post. Il testo è proprio quello, così com’è stato riportato.

Su Twitter i toni si sono un po’ smorzati (Grazie ai gruppi della #Camera per il sostegno in aula non tanto alla mia persona, ma all’Istituzione che rappresento – Grazie a chi ha firmato una nota di solidarietà nei miei confronti e ai tanti che stanno retwittando)

ma su Facebook la Boldrini rilancia: “Così tanti attestati di vicinanza e solidarietà oltre a farmi piacere sono la prova che chi voleva offendere me ha in realtà offeso tutte le donne. Fuori e dentro la Camera.” In breve, si arroga il diritto di rappresentare tutte le donne (“fuori e dentro la Camera”, ci tiene a precisare, come se ci fosse differenza), anche quelle che possono essere d’accordo con Grillo e, quindi, non sentirsi minimamente offese.

Non esiste la diffamazione di genere e la Boldrini non ne è l’emblema. Abbia almeno la compiacenza di non parlare anche in nome di chi non si sente rappresentata da lei.

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Wikipedia e la diffamazione di Beppe Grillo contro Rita Levi Montalcini

Wikipedia è, probabilmente, uno dei contenitori più grandi di dati giudiziari riguardanti i VIP di qualunque tipo, provenienza e settore di appartenenza (pubblico, politico, dello spettacolo, della politica).

Si tratta sostanzialmente di cose di poco o pochissimo conto. Patteggiamenti, soprattutto, o condanne a pene particolarmente miti. Naturalmente ci sono anche le condanne a pene superiori. Del resto, cosa sarebbe la voce di Wikipedia dedicata a Wanna Marchi senza la maggior parte delle riche dedicate alla sua vicenda processuale?

Ci sono anche le assoluzioni. Così, se una persona vuole mettere da parte le imputazioni per le quali è stata portata davanti a un giudice da innocente, se le ritrova sulla enciclopedia più incomprensibile del web a beneficio dell’eternità. Basta pensare ai processi in cui il defunto Franco Califano è stato coinvolto, e di cui no potrà liberare l’immaginario della gente nemmeno adesso che non c’è più.

C’è una insistenza particolare, a volte, nelle voci di Wikipedia. Una volontà di sottolineare, anzi, di rimarcare in maniera sovrabbondante e ridondante che una persona non è esattamente pulita, che qualche sporcizia ce l’ha.

Riguardo al pregiudicato Beppe Grillo, sulla pagina di Wikipedia che lo riguarda apprendiamo che ha patteggiato una pena (quindi non si tratta di una condanna in senso stretto) per aver diffamato Rita Levi Montalcini. Wikipedia ce lo dice nella sezione “Cause e condanna per diffamazione”


e nella sezione “Altri fatti controversi”

Non si tratta di due fatti diversi. Si tratta dello stesso evento. Non ce ne sono “altri” (come per dire “ulteriori”, o anche “di diverso tipo”, oppure “dello stesso tipo ma con differenti dinamiche”).

Non se ne accorgono, non gliene importa. Ripetere un fatto non è renderlo più grave o più evidente, ma riempe ugualmente i vuoti redazionali.

Beppe-Grillo

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La figlia di Beppe Grillo segnalata alla Prefettura per uso personale di sostanze stupefacenti

La figlia di Beppe Grillo, Luna, è stata fermata e pare abbia consegnato spontaneamente alle forze dell’ordine un quantitativo di cocaina per uso personale.

Per questo motivo, come d’obbligo, è stata segnalata in Prefettura come “consumatrice di sostanze stupefacenti”.

E’ una delle tante procedure da medioevo che abbiamo in Italia, e che non fa altro che dare pane ai denti dei giornalisti, quegli stessi giornalisti che rivendicano una stampa libera e indipendente (con i contributi pubblici!) e si indignano perché la Lega Nord ha fatto loro lo sgambetto sul decreto di riforma del reato di diffamazione.

E’ ovvio che l’attenzione è sviata. Si colpisce, mettendola sui giornali, la figlia di Beppe Grillo per insinuare qualcosa sul padre, come se padre e figlia fossero la stessa persona.

Ma quello che non si dice è che abbiamo un sistema giuridico e giudiziario al collasso per cui se detieni un certo quantitativo per uso personale di cocaina vieni segnalato alla Prefettura, fermo restando che non si tratta di un reato, mentre se fai un uso smodato di alcol, anche se ti fermano non vieni segnalato alla Prefettura come consumatore abituale di una sostanza stupefacente (non ci sono dubbi che l’alcol lo sia, viene segnalato sulla tabella ufficiale delle droghe dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) e si aspetta che accada il danno irreparabile per poter prendere dei provvedimenti. Che so, che uno vada a schiantarsi contro qualcun altro e lo ammazzi.

Ma l’alcolismo non fa notizia come la figlia di Beppe Grillo. Perche’ se la figlia di Grillo tira di coca piu’ o meno abitualmente magari hai la possibilita’ di mettere in cattiva luce il padre, mentre se qualcuno beve non si ha la possibilita’ di sputtanare nessuno.

E’ l’informazione, bellezza.

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L’ultima puntata di “Vieni via con me”

Hanno ragione Cetto La Qualunque e Beppe Grillo.

Cetto la Qualunque ha ragione quando dice che una evento televisivo-culturale è bellissimo alla prima puntata, interessante alla seconda, sopportabile e passabile alla terza, ma alla quarta puntata ti fa spaccare i cogghiùna.

Beppe Grillo ha ragione da vendere quando dice che il format della trasmissione "Vieni via con me" con Fazio e Savio è di proprietà di Endemol, che Endemol è di proprietà di Mediaset e che il banco vince sempre, e l’illusione di avere una TV alternativa a quella di regime è, appunto, un’illusione, perché "Vieni via con me" è una trasmissione di regime, in cui il tornaconto è sempre e comunque quello del Presidente del Consiglio.

Come ogni copia di "Gomorra" venduta, del resto. Almeno finché Saviano continuerà a pubblicare per la Mondadori.

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Scrivono senza vergogna, ripubblico senza commento – Marco Travaglio

"Penso che sia abbastanza imbarazzante e umiliante dover ribadire e ripetere che non si fanno gli attentati, che non si picchia la gente, che non si distrugge la faccia di nessuno, neanche del tuo peggiore nemico, che la violenza ripugna chiunque abbia la testa sul collo, che non è in quel modo lì che si combatte la battaglia politica: queste sono cose talmente banali che, ovviamente, devono accomunare tutte le persone che non abbiano perso completamente il bene dell’intelletto, ma è bene ripeterlo che quello che è successo ieri deve essere, ovviamente, censurato e riprovato, riprovato nel senso della riprovazione ovviamente, non nel senso del riprovare. "

(da: "Passaparola" del 14 dicembre 2009)

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Ecco chi ha “clonato” il blog di Beppe Grillo

Beppe Grillo è infuriato, dice che gli hanno clonato il blog.

In effetti qualcuno si è preso la briga di registrare il dominio beppegrillo.tv in cui ha raccolto scritti e video del comico genovese, costellandolo di pubblicità, popup, triccheballache e stratagemmini vari.

Il sito che fa capo al dominio www.beppegrillo.tv è stato successivamente hackerato

e attualmente è nell’occhio del ciclone per la denuncia che Grillo ha sporto contro ignoti, con la richiesta di oscuramento del sito.

Penso che non ne caverà un ragno dal buco. Ecco i dati dell’utente (sicuramente un nome fittizio) che ha registrato beppegrillo.tv. Basta una ricerca su un qualsiasi Whois americano per risalire a questi dati, per cui querela contro ignoti un paio di balle.

Dubito anche che la magistratura italiana possa fare qualcosa per un reato commesso negli Stati Uniti, sempre ammesso che di reato si tratti.

Più dura ancora mi pare la procedura civile avviata per l’acquisizione del dominio in questione che, tra parentesi, non si sa quando scada.

 
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Beppe Grillo – Il calendario dei Santi Laici 2010

È necessario portare il nostro cuore in miniera. Una miniera profonda,
piena di testimonianze, di diamanti che brillano. Per scendere nelle sue viscere bisogna avere il cuore appresso, come una lanterna. Nei suoi lunghi cunicoli, per tutta la sua estensione, ci sono i Santi Laici. Santi più per caso che per propria volontà. Talvolta un diamante, un Santo Laico, torna in superficie, ma la sua luce offende i nostri occhi. Non sono più abituati a Giorgio Ambrosoli, Giuseppe Impastato, Rosario Livatino, don Peppe Diana. I Santi Laici sono il nostro specchio oscuro. Centinaia e centinaia di vittime. Ognuno a modo suo, spesso inconsapevole, sempre temerario, ha perso la vita per una idea di Stato che forse esisteva solo nella sua coscienza. Ascoltare le loro voci, leggere le loro storie e continuare a vivere nell’indifferenza di un Paese consegnato ai suoi peggiori istinti è difficile, per molti impossibile. Meglio cancellare le loro esistenze, le loro testimonianze civili dietro la facile definizione di “eroi”. Un eroe è un individuo eccezionale. Tutti noi, cittadini comuni, la regola che viene confermata dall’eccezione. Nella miniera c’è però una luce sempre più forte. Quella di Paolo Borsellino. Un diamante seppellito insieme ai motivi del suo assassinio. Vicino a lui, un’agenda rossa che forse farà luce nel buio senza stelle di questa Italia.

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Ripristinato l’account YouTube di Beppe Grillo



Dunque con Beppe Grillo YouTube ha fatto marcia indietro e ha riattivato la visibilità del canale "staffgrillo".

Alleluja!

Secondo quanto riferito dal comico sarebbero stati in 14.000 ad aver inviato una mail di protesta a David Letterman, che si è visto "investire" in poche ore da una serie di invii che riportavano, più o meno, questo testo:

Dear David Letterman,
CBS has asked YouTube to remove a video published by Beppe Grillo related to your interview to the president Obama because of infringment of copyright.
The result is that all the 419 video published and linked on the first Italian blog (www.beppegrillo.it) have been removed.
The video had been subtitled into Italian to underline the freedom of the information in the USA.
I ask your intervention on Cbs to eliminate its request.
Italy is 73rd on the rank for freedom of the information. Help us not to worsen.

Il tutto, per fortuna, è rientrato. Anche se non consiglierei mai a Beppe Grillo di fidarsi ulteriormente di YouTube.

Ma il punto è un altro. Cosa sarebbe accaduto se a essere "segato" fosse stato l’account di un Pinco Pallino qualsiasi, che magari si è fatto un mazzo tanto per mettere in linea video di maggiore o minore interesse e che si è visto arrivare una sentenza definitiva passata in giudicato. Non certo da un tribunale della Repubblica, perché lì esiste ancora il diritto alla difesa, ma dal Tribunale degli algoritmi sofisticatissimi di YouTube (Google) che quando ti trancia qualcosa lo fa senza alcuna possibilità di appello?

In altre parole, che cosa sarebbe accaduto se non ci fosse andato di mezzo uno che si chiama Beppe Grillo e che non ha un cazzo di nessuno, tutt’al più un paio di amici, che scrivono al giornalista della CBS di turno?

Ogni tanto penso che i poteri fiorti non stiano solo a Palazzo Grazioli.
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