Benigni diffida Report. Anzi, no, lo querela

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Pare che Roberto Benigni abbia diffidato Report dal trasmettere una certa inchiesta con “notizie false e gravemente diffamatorie” (secondo quanto riferito dall’avvocato dello stesso Benigni). Nonostante la diffida il programma è andato in onda lo stesso, quindi Benigni e la moglie hanno dato mandato al loro legale (Michele Gentiloni Silveri, cugino dell’attuale Primo Ministro) di depositare una querela nei confronti di Giorgio Mottola e di Sigfrido Ranucci.

Questi i fatti. Quali siano questi contenuti così sommamente diffamatòri non lo sappiamo né, devo dire, ci interessa particolarmente.

Quello che (invece) sì, ci interessa, è la dinamica dell’azione legale così come si è sviluppata.

Premetto che considero l’istituto della diffamazione, così per come è strutturato e concepito oggi, uno strumento di esercizio di potere nelle mani del più forte nei confronti del più debole. Poi, che sia Benigni che Report deboli non lo siano affatto, è un’altra verità che va tenuta in debita considerazione. Ma anche tra loro c’è un certo grado di soccombenza reciproca, laddove Report è trasmissione giornalistica (non di regime) realizzata con contenuti autonomi e svincolati dalle direttive della RAI, e Benigni, invece, è l’artista che, anche se suppostamente danneggiato, esercita un’azione di forza sul tema della libertà di espressione, di cronaca e di critica.

Benigni non querela subito, come sarebbe suo diritto. In fondo di esercitare un diritto gli importa poco. E’ disposto a rinunciarvi con l’atto di diffida, che è un qualcosa per dire “Guarda, non mettere in onda quei contenuti, astieniti dal parlare e non ti accadrà niente”. Solo successivamente, quando l’avvertimento è stato bellamente ignorato, il diffidante agisce (“Non hai voluto fare quello che ti ho detto, questa è la conseguenza del tuo rifiuto”, quando non addirittura una cosa del tipo “Io non volevo, sei tu che mi hai costretto”).

Se lo scopo di Benigni era quello di esercitare il suo sacrisanto diritto a non sentirsi diffamato, avrebbe potuto presentare direttamente una querela alla magistratura. Ha mezzi e possibilità per farlo (come tutti, ritengo), e come tutti è uguale davanti alla legge, non ci piove. Senza pretendere di censurare nulla in anticipo, ma semplicemente prendendo atto di una situazione e agendo di conseguenza. Il danneggiato fa così. Anche perché sa che, in astratto, una causa potrebbe anche perderla.

E invece in questo modo il danneggiato è Report, perché anche dal suo punto di vista quel contenuto è vero o, comunque, legittimo. E non era diritto di Benigni inibirne la messa in onda. E allora chi è che decide se una cosa è diffamazione oppure no? Semplice, il Giudice. Neanche il Pubblico Ministero (che, tutt’al più, può decidere se una querela è meritevole di essere accolta o meno).

Viviamo, purtroppo, in un clima in cui l’informazione corretta e coraggiosa è tale solo quando riguarda gli altri, ma quando riguarda noi siamo pronti ad adirarci, a sbraitare, a ricorrere ai magistrati, a diffidare, a pretendere correzioni, e a urlare alla notizia falsa, che va tanto di moda.

Del resto, fu proprio Benigni (assieme alla moglie Nicoletta Braschi), nel 2011, a firmare un appello quando Report era incalzato costantemente dal governo di centrodestra. Senza contare la totale mancanza di (auto)ironia con cui Benigni, una volta che Report ha ficcato il naso negli affari propri, ha trattato la questione. Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, non sarebbe certamente arrivato a tanto.

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Undicesimo: non guardare!

No, non l’ho visto Benigni, sono ancora abbastanza preconcezionista da potermelo permettere.

C’è un sacco di gente sui social network che è andata sproloquiando sul fatto che Benigni, se non ti piace, lo puoi tranquillamente ignorare guardando qualcos’altro. Io tra un po’ non ho nemmeno una televisione decente, figuriamoci.
Ma chi lo dice è chiaramente in mala fede. Perché il messaggio non è “Non ti piace Benigni, cambia canale!” ma “Se non ti piace Benigni è una posizione legittima perché purtroppo viviamo in una democrazia, mi basta che tu non venga a turbare le mie opinioni che, invece, sono entusiastiche”. Ovvero “A me piace Benigni e lo dico, e te a cui non piace Benigni stai zitto”.

Non l’ho guardato, ve l’ho detto. Ciò non ha impedito a Benigni di combinare un sacco di danni lo stesso.
Il primo è che grazie a lui si sono svegliati tutti biblisti. Gente che non sapeva distinguere il Deuteronomio da un salame aquilano da stamattina pontifica sui sacri testi che, voglio dire, dovrebbero solo abbassare la cresta.
Il secondo danno è quello che risiede nell’illusione che ha il pubblico di aver udito dei ragionamenti originali. A me i dieci comandamenti me li faceva imparare Don Vellutini al catechismo, ed eran nocchini nel capo se poi non li sapevo. Voglio dire, tanto per fare un esempio, “Onora il padre e la madre” lo conosciamo tutti, ma, guarda caso, Benigni non ha parlato dei padri e delle madri che non onorano i propri figli al punto di ammazzarli. “Onora il tuo assassino” potrebbe essere un comandamento Benigni-compliant? Che poi la gente che l’ha applaudito è la stessa che vorrebbe vedere alla forca la mamma del piccolo Loris e allora di che cosa stiamo parlando?
Il terzo danno mi ripugna un po’ farlo presente, ma lo faccio lo stesso: nella scuola pubblica ci sono insegnanti di religione (di ruolo e/o precari) che lavorano un’ora alla settimana per classe. Generalmente vengono anche presi per il culo, ma hanno appena il tempo di entrare, sedersi, raccontare due cose, andare nella classe a fianco e ricominciare. Guadagnano dai 1200 ai 1600 euro al mese. Sono anche nominati dalla Curia Vescovile, quindi sono doppiamente controllati (dal Vescovo e dal Dirigente Scolastico): combina qualcosa che non sia “in linea” e ti scordi di lavorare nella scuola pubblica.
Quanto meno per una questione di mero rispetto per chi lavora in questo settore (e potete immaginare quanto sia lontano dal mio modo di pensare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole) il servizio pubblico che paga centinaia di migliaia di euro un comico per fare una lezioncina di religione questa se la poteva risparmiare.

La Divina Commedia, la Costituzione, i Dieci Comandamenti, son tutte cose che Benigni non ha scritto e quindi la smetta di sguazzarci dentro come se fossero sue. O, quanto meno, quando ci recita il conte Ugolino alla televisione, abbia la bontà di far scrivere sul titoli di testa: “Testi originali di Dante Alighieri”. Perché, in fondo, che ha fatto? Ha solo espresso una lettura (tra le migliaia possibili) di questi testi. Un punto di vista. Nel 1983 sparava battute (quelle sì, esilaranti) come «Perché si chiama Democrazia Cristiana? Perché vogliono fare i furbi. Democrazia va bene, ma Cristiana? Perché? Come se io, per prendere i voti degli elettricisti, mi chiamassi Democrazia Elettrica.» Ed ha finito per fare uno show altamente democristiano, con le storielline, la morale e l’insegnamento. Per l’amor del cielo, va bene, ma andava ancora meglio ai tempi del Sacchetti e del Novellino; questo “miscere utile dulci” sa di Medioevo, quando i predicanti raccontavan le novelle al popolino per farlo star buono o per rafforzare in lui l’idea della fede (magari anche pregonizzando qualche sorta di castigo divino che male non faceva). E poi pigliavano anche qualche offerta, in natura o in denaro.

Sicché jersera ho pensato che quel tempo in cui Benigni stava lì salterellando e ripetendo parole iperbòliche come “Bellissimo” “Meraviglioso”, “Fantastico” e via divineggiando, potesse essere impiegato meglio leggendo un libro. Così ho fatto e così spero di voi.

(Per la redazione di questo post mi sono servito di alcune idee di Dalia Collevecchio e Roberto Scaglione)

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Woody Allen – To Rome with Love

…e per carità, è Woody Allen, non dico mica di no, è Woody Allen e gli si può perdonare tutto, anche aver fatto un film non esattamente superlativo o, quanto meno, poco credibile. Per carità, battute al fulmicotone come solo lui sa fare (“Sei ancora in contatto con il Dr. Freud? Allora fatti ridare i miei soldi!”), ma il tutto non sta in piedi e si presenta come la classica cartolina patinata dell’Italia, con una Roma sempre e perennemente bella, al tramonto, permeata di giallino, con una americana ricca che incontra un romano, figlio di un improvvisato cantante di lirica a tempo perso e a tempo pieno agente di pompe funebri, se ne innamora e lo sposa. Poi c’è una ragazza americana fuori di testa (anche lei ricca, mamma mia quanto sono ricchi gli americani che vivono o che vengono a Roma, ma voi ne avete mai visto qualcuno??) che vuol fare l’attrice ma si è lasciata con il suo coso e allora va a trovare una amica (guarda caso americana anche lei) che vive a Roma (e ti pareva?) e finisce con l’andare a letto (o, meglio, in macchina) con il ragazzo di costei che sta per perdere la testa e mollare la legittima ma viene salvato in corner da una telefonata che offre all’amante una parte in un film. Poi c’è una coppia-modello, lei insegnante lui proprio non-si-sa (spesso non si sa cosa facciano esattamente i personaggi di Woody Allen, a parte viaggiare per il mondo ed essere ossessionati da nevrosi!). Lei si perde per Roma e finisce tra le braccia di un attore (Antonio Albanese) ma poi finisce per andare a letto con un altro (un ladro interpretato da Scamarcio), lui invece si godrà una commedia degli equivoci in cui finirà a far l’amore (e te dài!!) con una prostituta interpretata da una brava Penélope Cruz. Il tutto fra colori pastellati e atmosfere idilliache che sembra di avere a che fare con i prodotti alimentari italiani che vendono nei duty-free degli aeroporti e che li trovi solo lì e in nessun altro negozio. Ah, dimenticavo, i ragazzi italiani si chiamano Leonardo o Michelangelo. Ovviamente.
Nel frattempo un certo Leonardo Pisanello, anonimo impiegato e scarso conoscitor di femmine, arriva agli onori della notorietà per quel tanto che basta per montarsi la testa e non sapersi più adattare al affto che nella vita non ti guarda nessuno. Il personaggio è interpretato da un Roberto Benigni ormai ricalcato sui soliti stilemi. Saltella e sorride. Se fa diavoletto saltella e sorride, se fa il mostro saltella e sorride, se fa il papà ebreo saltella e sorride, se va in televisione a parlare della Lega saltella e sorride. Comunque sia mai un americano che faccia la coda sul grande raccordo anulare intasato all’ora di punta, dopo aver aspettato due ore la restituzione dei bagagli all’aeroporto di Fiumicino. E alla fine c’è un romano con la canottiera che si affaccia da un balcone che dà su Piazza di Spagna. Voglio dire, non su un cortile condominiale del Testaccio o su un raccordo della Nomentana.
E’ Woody Allen, eh??

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Roberto Benigni e il popolo della Lega

E’ tornato Benigni in televisione.

Fazio lo ha introdotto come uno “a cui vogliamo tanto, tanto, tanto bene”. E giù lodi, citazioni di Federico Fellini, solita sigla da fanfara, applausi, “grazie tante, che gioia, che gioia…”, “che bella presentazione!”, “è tutta una meraviglia… una gioia”, “come passa il tempo!”. E va beh…

Benigni ha usato il suo solito linguaggio, ormai stilizzato, cristallizzato, quanto meno déjà vu (“quanto mi è piaciuto questo centocinquantenario”, “il risorgimento… ma la grandezza di quel periodo…”, “io un applauso glielo rifarei a questa unità…”, “…gente che ha dato la vita…”, “siamo abituati a risorgere”, “ci si voleva bene”, “la fraternità che è questa parola spettacolare”, “è una cosa bellissima”, “quanto ti voglio bene tu non lo sai…”)

Ha usato, il Benigni, anche parole per la crisi della Lega. Doveva essere satira e, probabilmente, lo è anche stata. Una satira non esattamente pungente, come si richiederebbe a un comico che rivolge i suoi effetti ridanciani nei confronti del potere, ma comunque una forma di satira.
Ora, quando il comico prende di mira il potere (cioè sempre!) solitamente non chiede scusa. O non trova giustificazioni e scuse nei confronti di chi il potente l’ha eletto.

E invece:

“…mando un saluto alla base leghista, sono grandi lavoratori, operai, imprenditori eccetera… e quindi sapranno riprendersi, COLTIVARE l’idea del federalismo, che è una bella idea politica, abbandonare quell’altra cosa che è terribile e crea solo disgrazie e le violenze, le secessioni, quelle cose… E’ un popolo straordinario e sapranno riprendersi. Adesso… c’è stato un momento… dico proprio la base, il popolo leghista che sono dei grandi lavoratori, hai capito, questo volevo dirlo proprio perché… perché è importante, ecco, che siamo un grande popolo… un grande popolo… e la fratellanza…”

La cosa più temibile, dunque, sarebbe la secessione. Perché l’antimeridionalismo, l’inserimento del reato di clandestinità degli immigrati, le folle plaudenti ai comizi di Borghezio, l’intolleranza, i commenti sopra le righe a Radio Padania Libera, l’alleanza con Berlusconi, quelle no, non sono cose temibili.

La tendenza a dire e smentire, lanciare satira e addolcirla, fare il comico e affermare che non sono cose serie perché, si sa “si fa per scherzare…”, a tirare il sasso e rimpiattare la mano, oppure porgerla con il sorriso del monelletto alla bacchettata della Signora Maestra di turno (già, ma chi sarebbe la Maestra e quale sarebbe la bacchetta??) è tipica negli italiani, ma non dovrebbe esserlo nei comici. Siamo a una captatio benevolentiae che non trova nessun aggancio con un’espressione plausibile della realtà.

Non ne abbiamo bisogno. Non ne possiamo più.

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“Dipende da noi”. Le firme di Saviano e Benigni, ma dipende soprattutto da qualcun altro.

Io, quando mi càpita di leggere che Benigni e Saviano, tanto per fare un esempio, hanno firmato una mozione, un manifesto, una petizione, una protesta, così, sempre tanto per fare un esempio, mi viene una sorta di subitaneo sussulto e m’invade un prudente distacco.

Non perché Benigni e Saviano non siano, beninteso, padroni di firmare quel che a loro maggiormente aggrada, ma perché sento sempre come un qualcosa che mi fa scappare via anni luce dal punto (anche solo ideologico) in cui mi trovo in quel momento.

E vorrei veramente scappare lontano dalla logica del “Dipende da noi”, da queste modalità con cui “Repubblica” è solita presentare le sue raccolte di firme, dal sensazionalismo con cui qualcuno ti dice o ti fa credere che questa è veramente l’ultima occasione per essere in gara, l’ultimo treno disponibile, come se uno che lo perde o non ci sale, sia automaticamente catapultato nella landa degli esclusi a vita (esclusi da che cosa, poi, non si sa).

L’ennesimo manifesto (stavolta il primo firmatario è Gustavo Zagrebelski) sottoscritto dall’attore che entrò a cavallo a Sanremo per filologizzare l’inno di Mameli e dell’autore antiberlusconiano che ha pubblicato svariati titoli per la Mondadori si chiama, appunto “Dipende da noi”. Sulla home page di “Repubblica” qualche giorno fa leggevo: “Non possiamo fermarci a Monti, rinunciare alla politica è un pericolo.”

Ah, e questo dipenderebbe da noi. Interessante, sì. La politica dipenderebbe da noi. Sarebbe tanto bello se fosse VERAMENTE così, ma, ahimé, non è vero.

La politica, quella che si fa in parlamento, dipende dai partiti che attualmente si guardano bene dal mettere in atto una riforma della legge elettorale, i quali NOMINANO chi vogliono loro. Fine.

E poi non si capisce bene perché tutta questa fretta di tornare alla fase partitica della politica (perché di questo si tratta) e sguazzare nel prefigurare quel ritorno alle cose come stavano prima, quando ai ministeri mica ci andavano i tecnici, sapete, no, ci andava gente che non aveva, con ogni probabilità, mai sentito parlare dei problemi di quel settore. La politica non esiste, esiste la gente che va alle elezioni e poi fanno tutto gli altri. E il bello è che “Dipende da noi”. Non dicono, nossignori, no, che dipende da loro. Non dicono che l’ultimo treno, l’ultima opportunità per cambiare il paese, nel bene o nel male che sia, è già partito, e che poi ripiomberemo nella viabilità zero.

Tutti a dire “sbrigàtevi che si parte!!”, ma si parte per dove? Per il ritorno alle origini? Benigni e Saviano hanno firmato per questo?? Loro diritto, per carità, ma propriop per questo non lo sento un mio dovere. O forse dovrei sentirlo come tale e non me ne sono accorto. E allora me lo spieghino. Non importa che abbiano già firmato in 25000 o in 30000 o in 100000. Firmino pure. Ma ci dicano anche perché dovremmo riportare, a titolo di esempio, Fassino, piuttosto che Castelli, Alfano piuttosto che Mastella, Diliberto piuttosto che Palma al Ministero della Giustizia invece di Paola Severino. Ci spieghino perché la politica deve sempre e comunque avere un primato. Così magari firmo anch’io. Ma anche no.

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Benigni a Sanremo 2011: per stupire mezz’ora basta un libro di storia

Era prevedibile, Roberto Benigni, da bravo e valente trascinatore di folle qual e’, e’ tornato in TV
Ed era altrettanto prevedibile che gli italiani, una volta che un loro connazionale li trascina, lo seguano a ruota in un applauso acritico qualunque cosa dica o faccia, sia che si tratti di qualcuno che riceve il cavalierato dalla Presidenza della Repubblica, sia che si tratti di un comico che entra con un cavallo bianco alla kermesse sanremese, ricordando la pubblicità del Bagnoschiuma Vidal.

Un intervento come doveva essere, rigorosamente avulso dalla realtà e dai problemi del paese, in modo che la gente che segue il Festival non venisse distratta dalla verità e la vivesse come un elemento di contorno, poi che Benigni trascini pure le folle sull’esegesi dell’Inno di Mameli, basta che non faccia un’esegesi della sentenza di rivio a giudizio con rito immediato per Berlusconi.

Del resto Benigni ha già lavorato gratis in “Vieni via con me”,  programma gestito da Endemol, di proprietà di Mediaset, assieme a Roberto Saviano che, da parte sua, pubblica per Mondadori e il cerchio si chiuderebbe lì.
Certamente non avrà ripetuto il suo gesto di magnanimità, non si sa nulla sul compenso ricevuto e sugli accordi presi per questa conferenza televisiva di storia, di metrica elementare su un testo debole, ampolloso, denso di retorica e diventato con l’uso Inno d’Italia perché sino ad allora si è pensato ad altro.
Ma certamente un operaio ci mette un bel po’ di tempo per prendere quei soldi.

Perché diciamocelo, l’Inno d’Italia è bruttino sia nel testo che nella musica, con tutto il rispetto verso Mameli e Novaro tant’è che i Padri Costituenti, nello stendere il testo della Costituzione, non hanno previsto di inserire un articolo in cui fosse dichiarato esplicitamente che quella composizione dovesse essere l’Inno di una Nazione.

Non dico che non contenga valori ed ideali propri del Risorgimento, momento storico in cui affondano le radici della nostra storia patria, dico semplicemente che oggi c’è di meglio.

E allora Benigni che fa l’esegesi (no, dico, l’esegesi) di un testo simile, anziché evidenziarne gli indubbi limiti formali, il linguaggio ridondante e pomposo, arriva a cavallo di un caval (ricordate “arrivano i nostri con in testa il General?”) e comincia a grondare retorica anche lui, ci mette, insomma il carico da undici.
Il suo monologo è pieno zeppo di aggettivi come “immenso”, “eroico”, “epico”, “solenne”, “memorabile” ma soprattutto “impressionante”.
Sembra il linguaggio del De Amicis, più che di un comico.
E viene da dire che se Benigni usa tutta questa iperbole lessicale per gonfiare quello che, necessariamente, non ha e non può avere una consistenza, il Governo italiano che definisce le proprie riforme come “epocali” diventa un po’ come uno studentello delle elementari che comincia a prendere confidenza con il concetto degli aggettivi.

E via di esaltazione del popolo italiano: “noi siamo un popolo solenne, memorabile” (abbiamo tenuto vent’anni un dittatore al potere, immaginiamoci la solennità!) ” “Garibaldi era un mito” (e va beh!) e “il razzismo è la follia” (ah sì? pensavo fosse indice di intelligenza pura, meno male che Benigni ce lo ha detto, se no non avremmo saputo dove andare a prendere l’informazione).

Fino a dirne veramente di imbarazzanti:
“Nessun altro luogo nel mondo ha avuto un’avventura impressionante, scandalosamente bella come la città di Roma… non c’è un’avventura così straordinaria…”
E’ la cecità del patriottismo, perché imperi come quello egizio, come quelli delle grandi civiltà precolombiane Benigni li piglia di tacco, se non ci fossero stati gli arabi a portare i numeri, l’algebra, il calcolo e lo zero a quest’ora eravamo ancora a fare i conti col pallottoliere di pietra. I greci non ci hanno insegnato un accidente, Ulisse era un dilettante, si sa…
E perfino:
“Allegro, una parola che non è traducibile in nessuna lingua del mondo” e qui c’è da chiedersi se Benigni fosse veramente convinto di quello che diceva, perché, guarda caso, i tedeschi hanno l’aggettivo “froh” per “allegro, felice”, da cui deriva la parola “Freude”, ovvero “gioia”, quella che compare nell’Inno alla Gioia di Schiller musicato da Beethoven, diventato Inno (a sua volta, sì) dell’Unità Europea.
E allora cos’è che non è traducibile? E’ talmente traducibile che la sostituiamo tranquillamente con il corrispondente inglese “Happy” (in espressioni come “Happy Hour” etc…), perché siamo un popolo talmente “solenne” che facciamo a pezzi anche la nostra lingua.

Qualcuno mi ha fatto notare che Benigni non volesse riferirsi all’aggettivo “allegro”, ma al fatto che le notazioni delle partiture musicali, per convenzione sono in italiano, per cui l'”intraducibile” sarebbe proprio la modalità di esecuzione di un brano, secondo le indicazioni del musicista.
E’ vero solo in parte. Quello musicale è un linguaggio chiaramente settoriale e neanche pedissequamente seguito da musicisti di lingua tedesca.
Lo stesso Bach fa le annotazioni in tedesco e in italiano, spesso in modo strettamente dipendente dalle esigenze pratiche della Corte in cui si trovava ad operare.
Spesso era una questione di coerenza (se un melodramma, ad esempio, era in italiano, lo erano anche le notazioni, se era in tedesco ci si adeguava di conseguenza, come accade con Mozart), ma musicisti come Bruckner usano sia l’italiano che il tedesco, e traducono “Allegro” con “feierlich” (ad esempio). Tra gli altri musicisti che usano il tedesco al posto dell’italiano ci sono Beethoven e Mahler.
Che non erano esattamente dei fantasiosi saltimbanchi.

E a proposito dell’italiano, dice più tardi: “meglio che ci levino tutto il mondo ma la lingua no!” A parte il fatto che ce la togliamo dai piedi noi stessi e che nessuno l’italiano ce lo tocca perché a nessuno interessa, ma è un concetto vecchio di decenni. C’era arrivato molto prima il poeta dialettale siciliano Ignazio Buttitta quando scrive Un popolu diventa poveru e servu quanno ci arrubbanu a lingua” solo che Ignazio Buttitta non lo conosce nessuno e c’è da occuparsi del povero Mameli.

Già, il povero Mameli, quello che Benigni definisce “il vostro fratello più piccino, Mameli morto per un’infezione a 20 anni e sei mesi circa”.
E no, questa non gliela passo. Anzi, mi ci arrabbio persino, perché il fratello di mio nonno (quello “più piccino” come dice Benigni) si è beccato una delle prime palle degli austriaci durante la Prima Guerra Mondiale, aveva appena 18 anni ed è morto andando a marciare con quell’inno.
Anzi, a distanza di 100 anni risulta ancora ufficialmente disperso.
E Benigni viene a pontificare sul fratello più piccino? Dal palco di Sanremo?? Un po’ di rispetto, e che diamine, perché gli eroi son tutti giovani e belli, sì ma di molti di loro ci si dimentica volentieri.

“Non mi fate infervorare troppo se no divento ridicolo”. Ecco, per fortuna esiste ancora il beneficio del dubbio.

Il tutto mentre Al Bano interpretava a modo suo il “Va’ Pensiero” dal Nabucco di Verdi (cioè un capolavoro di un risorgimentale vero), mentre Anna Oxa faceva coriandoli dello spartito di “‘O sole mio” e qualcun altro ridicolizzava “Here’s to you” (che è un motivo di Ennio Morricone, quindi italianissimo) rendendolo ballabile. Vi rendete conto? Si ballava sulle note dedicate a due italiani del valore di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
Ecco, si dovrebbe fare l’esegesi degli scritti di Vanzetti che, condannato a morte da innocente scriveva:
“Dov’è il progresso spirituale che avremmo raggiunto in seguito alla guerra? Dov’è la sicurezza di vita, la sicurezza delle cose che possediamo per le nostre necessità? Dov’è il rispetto per la vita umana? Dove sono il rispetto e l’ammirazione per la dignità e la bontà della natura umana? Mai come oggi, prima della guerra, si sono avuti tanti delitti, tanta corruzione, tanta degenerazione.”

E c’era di che spegnere immediatamente la televisione, e invece no, applausi, ovazioni, commozione collettiva per questa lezione di storia.
Ma perché non ci si commuove per il fatto che la storia nella scuola pubblica si insegna per sole due ore la settimana?

Come diceva Fabrizio De André: “per stupire mezz’ora basta un libro di storia”. Benigni lo sa benissimo.

Ed è riuscito a stupire solo chi è stato disposto a farsi stupire, scambiando una serata televisiva che mi pare tutto sommato discutibile per un esempio di altissimo valore patriottico.

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Via con loro e cosi’ sia

Dio mio la trasmissione di Saviano, Fazio & C…

Per carità, non che io sia stato del tutto preconcezionista nei confronti di un programma che avrebbe dovuto essere di denuncia, dare un po’ di respiro a una televisione ripetitiva, in cui la cosa più guardabile resta “Ballarò” perché molte trasmissioni si sono degradate, fino a fermarsi poco più in alto di certi rotocalchi da uno o due euro, poco più in basso del più economico dei principi attivi delle benzodiazepine e dei tranquillanti.

Ci si aspettava molto, dunque, e a ragione.

E il successo è arrivato, puntuale, non perché sia stato molto quello che ci hanno dato, ma perché in confronto a quello a cui siamo abituati anche una trasmissione mediocre è da dieci e lode.

Dice “Ma c’era Benigni”. Sì, e allora? Non si ha certo bisogno dei comici per sapere che Berlusconi ha tutto. Lo sappiamo da soli, però non reagiamo. Perché? Perché siamo dei vigliacchi, ecco perché, perché abbiamo bisogno di qualcuno che le cose le dica per noi, perché noi non abbiamo le parole, perché c’è andato gratis, perché paghiamo il canone, perché la vita è bella e lui ha citato “Era de maggio”, perché ha fatto la rima stanze/depandànze, perché Saviano era imbarazzato e triste, perché noi stavamo nella comodità dei nostri divani morbidi, con i piedi stanchi e puzzolenti dentro le ciabatte di casa dopo aver lavorato un giorno intero o dopo non aver fatto un cazzo perché licenziati o in cassa integrazione, e allora chi ce lo fa fare di metterci a pensare se c’è un comico che lo fa per noi??

Che poi, diciamocela tutta: era roba vecchia di 12 anni fa quella di Benigni, gli ha dato una rispolveratina e via, come nuova, ad acchiappare il pubblico sbadato e smemorato della televisione.

Ecco il testo di allora (1998):

Io sono il boss della coalizione:
Casini, Fini e ultimamente Buttiglione.
Io sono il Leader, il Salvatore,
la Provvidenza, sono l’Unto dal Signore.

La Standa è mia, il Milan è mio
e la Marini, la Cuccarini le cucco io;
Mentana, Fede, Paolo Liguori,
la Fininvest, Publitalia, Mondadori,
Vittorio Feltri, i due Vianelli
e – se obbediva – forse Indro Montanelli.

Ci ho Panorama, Assicurazioni,
Milano Due, Milano Tre, Sorrisi&Canzoni,
ville in Sardegna, palazzi a Milano,
un conto a Hong Kong, due a Singapore e tre a Lugano,
arei, navi, banche, libretti,
sei elicotteri, duecento doppiopetti.

Ci ho Tatarella e Fisichella,
Marco Pannella e Franco Zeffirella,
Clemente Mastellla, la su’ sorella,
Gianfranco Funari e la su’ mortadella.

Carlo Rossella del Tiggì Un
è mio, è mio il tigi due di Mimun.
Gianfranco Fini, oh yes, Paolo Maldini
Letta, Lentini, Alessandra Mussolini,
Pierferdinando Casini, Fiorello e fiorellini,
la Mondaini e Roberto Formighini.

Ci ho Via dell’Umiltà, c’ho la Segreteria
a via Dell’Anima de li mortacci mia.
Mi manca la Fiat, ma me la piglio,
come ho già preso a Miglio e Scognamiglio;
sarà ancora mia la Presidenza del Consiglio.

Checchè si dica, è mio anche mio figlio
il Padre Nostro… è solo mio
e cosa nostra non è vostra, è cosa mia.
Di aziende e banche ho fatto il pieno
basta così, domani compro il mar Tirreno.
Ma io compro tutto, dall’a alla zeta…
ma quanto costa questo cazzo di pianeta?!
Lo compro io, lo voglio adesso
poi compro Dio: sarebbe a dire compro me stesso.


Ecco, e ora? Come ci siete rimasti?

Ma, si sa, it’s uònderful, duddudududù…

Lo stesso Saviano aveva cominciato bene, con la fabbrica di fango. Quello che la gente può farti se parli di lei, se la critichi, se ne scopri le magagne è un tema nobile, che richiederebbe tutta la serata.

Ne ha parlato sì e no cinque minuti. Poi è passato a Falcone e fin lì va bene, ma quando ha recitato l’elenco delle azioni sintomo della condizione omosessuale (tipo pulirsi le orecchie col cotton fioc anziché con lo stuzzicadenti che fa più “uomo”) per fare da contraltare a Nichi Vendola (che, da parte sua, ci ha deliziato con la lettura dell’elenco dei sinonimi della parola “omosessuale”, solo che si è dimenticato il livornese “frustone” e il pantoscano “pigliànculo”) ho pensato che ormai avevo completamente espiato la mia pena media giornaliera.

Claudio Abbado che è un monumento è stato fatto parlare pochissimo. La cultura sta andando in malora, ma nessuno ha detto niente. Lo sappiamo benissimo che in Venezuela ci sono progetti meravigliosi che tolgono bambini e bambini dalle strade per educarli alla musica e al senso dell’orchestra, ma proprio per questo bisognerebbe incazzarsi ancora di più: loro tolgono la possibile prostituzione dalle strade e noi la facciamo entrare nei palazzi del potere.

Tremonti dice “Fatevi un panino con la Divina Commedia”, bravo, bravo, oh no, sei bravo tu, ma io guarda che ho visto il tuo concerto e mi sono commosso, no, mi sono commosso di più io a leggere il tuo libro, Pompei crolla, è una metàfora della vita…

Pompei non crolla perché è una metafora della vita, ma perché è la realtà della nostra incuria e dello stallo dell’ignoranza al potere.

Cibùm cibùm-bùm…

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Roberto Benigni e Papa Benedetto XVI leggeranno la Bibbia in TV (e vedrai che tanto male non ci staranno, vai…)

E ci mancava solo "Il Tirreno", quotidiano livornese, scandalistico ma purtuttavia disinformativo, a ricordarci che Roberto Benigni, tra meno di un "amen", sarà il mattatore, in prima serata, assieme a Sua Papità il Sommo Facitore di Ponti Giovanni Razzo 16, in una maratona di lettura della Bibbia che porterà tanti, ma tanti vaìni (money, schei, $oldi, svànziche) alle casse della Conferenza Episcopale Italiana (che detiene i diritti d’autore della traduzione ad uso liturgico della Bibbia in italiano, fissata nel 1971), della RAI (che si occupa della trasmissione in diretta via satellite dell’evento) e del Vaticano, che probabilmente tanto tanto male non ci sta. Tanto che è stata realizzata Rai Vaticano, dopo Rai Sport, Rai Sat, Rai Educational e Rai Regione.

Lo scopo è quello di creare una lettura continuata e continuativa della Bibbia e trasmettere il tutto in diretta mondovisione.

Roberto Benigni è stato uno storico mangiapreti, l’autore della battuta del "wojtylaccio" a Sanremo, è rincoglionito con "La vita è bella" e ci ha calpestato l’apparato testicolare con quelle letture di Dante, facendo finta che la Divina Commedia sia un’opera da offrire a piazze gremite di gente che si commuove a sentire il Canto del Conte Ugolino (o anche l’ultimo del Paradiso, per l’amor del cielo…) poi torna a casa e vota Berlusconi perché è pur vero che c’è gente che mangia il cranio dei propri figli, ma far ricongiungere le famiglie degli extracomunitari in Italia proprio non se ne parla, che se ne stiano a casa loro e vaffanculo.

Benigni si ritrova a baciare le mani e anche gli anelli, leccapiedi com’è di una religiosità buonista e di maniera che offende chi crede davvero e che pensa che la Bibbia sia un’opera di portata universale, che deve essere disponibile per tutti, e non un’occasione di inciucio per farsi vedere commossi dalle telecamere di mezzo mondo, e salameleccati dalle banche.

Speriamo solo che Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, storico personaggio degli esordi teatrali di Benigni non se la prenda troppo a male per lo sputo in faccia che il suo autore gli sta facendo.

(screenshot da: www.iltirreno.it)

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Ed ecco arrivato Benigni in Tivvù (-ù, -ù, -ù…)

Ed è arrivato anche il gran giorno di Roberto Benigni in TV.Che, a quanto pare, udite udite, parlerà del quinto canto dell’Inferno.
Cioè di quello che fa da anni senza minimamente pensare di essere venuto a noia e con il suo approccio un po’ pinocchiesco e caciarone delle fanfare all’inizio dello spettacolo. Anzi, no, pare che condirà il tutto con qualche altra citazione colta, tra cui niente meno che la Genesi, come ha dichiarato nello screenshot di www.repubblica.it, di cui citerà il primo libro.Ora, forse bisognerebbe andare a spiegare a Benigni che il primo libro della Genesi non esiste, non c’è, caso mai il primo capitolo, visto che è la Genesi stessa ad essere il primo libro di un coso che si chiama Bibbia.

E non è uno svarione del giornale, perché Benigni ha proprio detto così, il virgolettato parla chiaro.

Del resto è uno a cui le lauree honoris causa non mancano.

Benigni ha presto capito che monologhi come “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia” e film come “Berlinguer ti voglio bene”, o esperienze televisive come “TeleVacca” tutt’al più fanno ridere, ma se dici come è bello amarsi, che tutto il mondo si deve volere bene, che l’amore è quello che mòve il sole e le altre stelle, poi la gente ti segue.

Il vuoto è materiale molto importante. E a questo punto attendiamo con ansia che Benigni reciti Susanna Tamaro, Paulo Coelho e Alessandro Baricco. Applausi preventivi! (su musiche di Nicola Piovani)

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