Benigni diffida Report. Anzi, no, lo querela

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Pare che Roberto Benigni abbia diffidato Report dal trasmettere una certa inchiesta con “notizie false e gravemente diffamatorie” (secondo quanto riferito dall’avvocato dello stesso Benigni). Nonostante la diffida il programma è andato in onda lo stesso, quindi Benigni e la moglie hanno dato mandato al loro legale (Michele Gentiloni Silveri, cugino dell’attuale Primo Ministro) di depositare una querela nei confronti di Giorgio Mottola e di Sigfrido Ranucci.

Questi i fatti. Quali siano questi contenuti così sommamente diffamatòri non lo sappiamo né, devo dire, ci interessa particolarmente.

Quello che (invece) sì, ci interessa, è la dinamica dell’azione legale così come si è sviluppata.

Premetto che considero l’istituto della diffamazione, così per come è strutturato e concepito oggi, uno strumento di esercizio di potere nelle mani del più forte nei confronti del più debole. Poi, che sia Benigni che Report deboli non lo siano affatto, è un’altra verità che va tenuta in debita considerazione. Ma anche tra loro c’è un certo grado di soccombenza reciproca, laddove Report è trasmissione giornalistica (non di regime) realizzata con contenuti autonomi e svincolati dalle direttive della RAI, e Benigni, invece, è l’artista che, anche se suppostamente danneggiato, esercita un’azione di forza sul tema della libertà di espressione, di cronaca e di critica.
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Undicesimo: non guardare!

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No, non l’ho visto Benigni, sono ancora abbastanza preconcezionista da potermelo permettere.

C’è un sacco di gente sui social network che è andata sproloquiando sul fatto che Benigni, se non ti piace, lo puoi tranquillamente ignorare guardando qualcos’altro. Io tra un po’ non ho nemmeno una televisione decente, figuriamoci.
Ma chi lo dice è chiaramente in mala fede. Perché il messaggio non è “Non ti piace Benigni, cambia canale!” ma “Se non ti piace Benigni è una posizione legittima perché purtroppo viviamo in una democrazia, mi basta che tu non venga a turbare le mie opinioni che, invece, sono entusiastiche”. Ovvero “A me piace Benigni e lo dico, e te a cui non piace Benigni stai zitto”.

Non l’ho guardato, ve l’ho detto. Ciò non ha impedito a Benigni di combinare un sacco di danni lo stesso.
Il primo è che grazie a lui si sono svegliati tutti biblisti. Gente che non sapeva distinguere il Deuteronomio da un salame aquilano da stamattina pontifica sui sacri testi che, voglio dire, dovrebbero solo abbassare la cresta.
Il secondo danno è quello che risiede nell’illusione che ha il pubblico di aver udito dei ragionamenti originali. A me i dieci comandamenti me li faceva imparare Don Vellutini al catechismo, ed eran nocchini nel capo se poi non li sapevo. Voglio dire, tanto per fare un esempio, “Onora il padre e la madre” lo conosciamo tutti, ma, guarda caso, Benigni non ha parlato dei padri e delle madri che non onorano i propri figli al punto di ammazzarli. “Onora il tuo assassino” potrebbe essere un comandamento Benigni-compliant? Che poi la gente che l’ha applaudito è la stessa che vorrebbe vedere alla forca la mamma del piccolo Loris e allora di che cosa stiamo parlando?
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Woody Allen – To Rome with Love

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…e per carità, è Woody Allen, non dico mica di no, è Woody Allen e gli si può perdonare tutto, anche aver fatto un film non esattamente superlativo o, quanto meno, poco credibile. Per carità, battute al fulmicotone come solo lui sa fare (“Sei ancora in contatto con il Dr. Freud? Allora fatti ridare i miei soldi!”), ma il tutto non sta in piedi e si presenta come la classica cartolina patinata dell’Italia, con una Roma sempre e perennemente bella, al tramonto, permeata di giallino, con una americana ricca che incontra un romano, figlio di un improvvisato cantante di lirica a tempo perso e a tempo pieno agente di pompe funebri, se ne innamora e lo sposa. Poi c’è una ragazza americana fuori di testa (anche lei ricca, mamma mia quanto sono ricchi gli americani che vivono o che vengono a Roma, ma voi ne avete mai visto qualcuno??) che vuol fare l’attrice ma si è lasciata con il suo coso e allora va a trovare una amica (guarda caso americana anche lei) che vive a Roma (e ti pareva?) e finisce con l’andare a letto (o, meglio, in macchina) con il ragazzo di costei che sta per perdere la testa e mollare la legittima ma viene salvato in corner da una telefonata che offre all’amante una parte in un film. Poi c’è una coppia-modello, lei insegnante lui proprio non-si-sa (spesso non si sa cosa facciano esattamente i personaggi di Woody Allen, a parte viaggiare per il mondo ed essere ossessionati da nevrosi!). Lei si perde per Roma e finisce tra le braccia di un attore (Antonio Albanese) ma poi finisce per andare a letto con un altro (un ladro interpretato da Scamarcio), lui invece si godrà una commedia degli equivoci in cui finirà a far l’amore (e te dài!!) con una prostituta interpretata da una brava Penélope Cruz. Il tutto fra colori pastellati e atmosfere idilliache che sembra di avere a che fare con i prodotti alimentari italiani che vendono nei duty-free degli aeroporti e che li trovi solo lì e in nessun altro negozio. Ah, dimenticavo, i ragazzi italiani si chiamano Leonardo o Michelangelo. Ovviamente.
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Roberto Benigni e il popolo della Lega

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E’ tornato Benigni in televisione.

Fazio lo ha introdotto come uno “a cui vogliamo tanto, tanto, tanto bene”. E giù lodi, citazioni di Federico Fellini, solita sigla da fanfara, applausi, “grazie tante, che gioia, che gioia…”, “che bella presentazione!”, “è tutta una meraviglia… una gioia”, “come passa il tempo!”. E va beh…

Benigni ha usato il suo solito linguaggio, ormai stilizzato, cristallizzato, quanto meno déjà vu (“quanto mi è piaciuto questo centocinquantenario”, “il risorgimento… ma la grandezza di quel periodo…”, “io un applauso glielo rifarei a questa unità…”, “…gente che ha dato la vita…”, “siamo abituati a risorgere”, “ci si voleva bene”, “la fraternità che è questa parola spettacolare”, “è una cosa bellissima”, “quanto ti voglio bene tu non lo sai…”)

Ha usato, il Benigni, anche parole per la crisi della Lega. Doveva essere satira e, probabilmente, lo è anche stata. Una satira non esattamente pungente, come si richiederebbe a un comico che rivolge i suoi effetti ridanciani nei confronti del potere, ma comunque una forma di satira.
Ora, quando il comico prende di mira il potere (cioè sempre!) solitamente non chiede scusa. O non trova giustificazioni e scuse nei confronti di chi il potente l’ha eletto.

E invece:

“…mando un saluto alla base leghista, sono grandi lavoratori, operai, imprenditori eccetera… e quindi sapranno riprendersi, COLTIVARE l’idea del federalismo, che è una bella idea politica, abbandonare quell’altra cosa che è terribile e crea solo disgrazie e le violenze, le secessioni, quelle cose… E’ un popolo straordinario e sapranno riprendersi. Adesso… c’è stato un momento… dico proprio la base, il popolo leghista che sono dei grandi lavoratori, hai capito, questo volevo dirlo proprio perché… perché è importante, ecco, che siamo un grande popolo… un grande popolo… e la fratellanza…”
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“Dipende da noi”. Le firme di Saviano e Benigni, ma dipende soprattutto da qualcun altro.

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Io, quando mi càpita di leggere che Benigni e Saviano, tanto per fare un esempio, hanno firmato una mozione, un manifesto, una petizione, una protesta, così, sempre tanto per fare un esempio, mi viene una sorta di subitaneo sussulto e m’invade un prudente distacco.

Non perché Benigni e Saviano non siano, beninteso, padroni di firmare quel che a loro maggiormente aggrada, ma perché sento sempre come un qualcosa che mi fa scappare via anni luce dal punto (anche solo ideologico) in cui mi trovo in quel momento.

E vorrei veramente scappare lontano dalla logica del “Dipende da noi”, da queste modalità con cui “Repubblica” è solita presentare le sue raccolte di firme, dal sensazionalismo con cui qualcuno ti dice o ti fa credere che questa è veramente l’ultima occasione per essere in gara, l’ultimo treno disponibile, come se uno che lo perde o non ci sale, sia automaticamente catapultato nella landa degli esclusi a vita (esclusi da che cosa, poi, non si sa).

L’ennesimo manifesto (stavolta il primo firmatario è Gustavo Zagrebelski) sottoscritto dall’attore che entrò a cavallo a Sanremo per filologizzare l’inno di Mameli e dell’autore antiberlusconiano che ha pubblicato svariati titoli per la Mondadori si chiama, appunto “Dipende da noi”. Sulla home page di “Repubblica” qualche giorno fa leggevo: “Non possiamo fermarci a Monti, rinunciare alla politica è un pericolo.”
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Benigni a Sanremo 2011: per stupire mezz’ora basta un libro di storia

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Era prevedibile, Roberto Benigni, da bravo e valente trascinatore di folle qual e’, e’ tornato in TV
Ed era altrettanto prevedibile che gli italiani, una volta che un loro connazionale li trascina, lo seguano a ruota in un applauso acritico qualunque cosa dica o faccia, sia che si tratti di qualcuno che riceve il cavalierato dalla Presidenza della Repubblica, sia che si tratti di un comico che entra con un cavallo bianco alla kermesse sanremese, ricordando la pubblicità del Bagnoschiuma Vidal.

Un intervento come doveva essere, rigorosamente avulso dalla realtà e dai problemi del paese, in modo che la gente che segue il Festival non venisse distratta dalla verità e la vivesse come un elemento di contorno, poi che Benigni trascini pure le folle sull’esegesi dell’Inno di Mameli, basta che non faccia un’esegesi della sentenza di rivio a giudizio con rito immediato per Berlusconi.

Del resto Benigni ha già lavorato gratis in “Vieni via con me”,  programma gestito da Endemol, di proprietà di Mediaset, assieme a Roberto Saviano che, da parte sua, pubblica per Mondadori e il cerchio si chiuderebbe lì.
Certamente non avrà ripetuto il suo gesto di magnanimità, non si sa nulla sul compenso ricevuto e sugli accordi presi per questa conferenza televisiva di storia, di metrica elementare su un testo debole, ampolloso, denso di retorica e diventato con l’uso Inno d’Italia perché sino ad allora si è pensato ad altro.
Ma certamente un operaio ci mette un bel po’ di tempo per prendere quei soldi lì.

Perché diciamocelo, l’Inno d’Italia è bruttino sia nel testo che nella musica, con tutto il rispetto verso Mameli e Novaro tant’è che i Padri Costituenti, nello stendere il testo della Costituzione, non hanno previsto di inserire un articolo in cui fosse dichiarato esplicitamente che quella composizione dovesse essere l’Inno di una Nazione.

Non dico che non contenga valori ed ideali propri del Risorgimento, momento storico in cui affondano le radici della nostra storia patria, dico semplicemente che oggi c’è di meglio.

E allora Benigni che fa l’esegesi (no, dico, l’esegesi) di un testo simile, anziché evidenziarne gli indubbi limiti formali, il linguaggio ridondante e pomposo, arriva a cavallo di un caval (ricordate “arrivano i nostri con in testa il General?”) e comincia a grondare retorica anche lui, ci mette, insomma il carico da undici.
Il suo monologo è pieno zeppo di aggettivi come “immenso”, “eroico”, “epico”, “solenne”, “memorabile” ma soprattutto “impressionante”.
Sembra il linguaggio del De Amicis, più che di un comico.
E viene da dire che se Benigni usa tutta questa iperbole lessicale per gonfiare quello che, necessariamente, non ha e non può avere una consistenza, il Governo italiano che definisce le proprie riforme come “epocali” diventa un po’ come uno studentello delle elementari che comincia a prendere confidenza con il concetto degli aggettivi.

E via di esaltazione del popolo italiano: “noi siamo un popolo solenne, memorabile” (abbiamo tenuto vent’anni un dittatore al potere, immaginiamoci la solennità!) ” “Garibaldi era un mito” (e va beh!) e “il razzismo è la follia” (ah sì? pensavo fosse indice di intelligenza pura, meno male che Benigni ce lo ha detto, se no non avremmo saputo dove andare a prendere l’informazione).

Fino a dirne veramente di imbarazzanti:
“Nessun altro luogo nel mondo ha avuto un’avventura impressionante, scandalosamente bella come la città di Roma… non c’è un’avventura così straordinaria…”
E’ la cecità del patriottismo, perché imperi come quello egizio, come quelli delle grandi civiltà precolombiane Benigni li piglia di tacco, se non ci fossero stati gli arabi a portare i numeri, l’algebra, il calcolo e lo zero a quest’ora eravamo ancora a fare i conti col pallottoliere di pietra. I greci non ci hanno insegnato un accidente, Ulisse era un dilettante, si sa…
E perfino:
“Allegro, una parola che non è traducibile in nessuna lingua del mondo” e qui c’è da chiedersi se Benigni fosse veramente convinto di quello che diceva, perché, guarda caso, i tedeschi hanno l’aggettivo “froh” per “allegro, felice”, da cui deriva la parola “Freude”, ovvero “gioia”, quella che compare nell’Inno alla Gioia di Schiller musicato da Beethoven, diventato Inno (a sua volta, sì) dell’Unità Europea.
E allora cos’è che non è traducibile? E’ talmente traducibile che la sostituiamo tranquillamente con il corrispondente inglese “Happy” (in espressioni come “Happy Hour” etc…), perché siamo un popolo talmente “solenne” che facciamo a pezzi anche la nostra lingua.
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Via con loro e cosi’ sia

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Dio mio la trasmissione di Saviano, Fazio & C…

Per carità, non che io sia stato del tutto preconcezionista nei confronti di un programma che avrebbe dovuto essere di denuncia, dare un po’ di respiro a una televisione ripetitiva, in cui la cosa più guardabile resta “Ballarò” perché molte trasmissioni si sono degradate, fino a fermarsi poco più in alto di certi rotocalchi da uno o due euro, poco più in basso del più economico dei principi attivi delle benzodiazepine e dei tranquillanti.

Ci si aspettava molto, dunque, e a ragione.

E il successo è arrivato, puntuale, non perché sia stato molto quello che ci hanno dato, ma perché in confronto a quello a cui siamo abituati anche una trasmissione mediocre è da dieci e lode.

Dice “Ma c’era Benigni”. Sì, e allora? Non si ha certo bisogno dei comici per sapere che Berlusconi ha tutto. Lo sappiamo da soli, però non reagiamo. Perché? Perché siamo dei vigliacchi, ecco perché, perché abbiamo bisogno di qualcuno che le cose le dica per noi, perché noi non abbiamo le parole, perché c’è andato gratis, perché paghiamo il canone, perché la vita è bella e lui ha citato “Era de maggio”, perché ha fatto la rima stanze/depandànze, perché Saviano era imbarazzato e triste, perché noi stavamo nella comodità dei nostri divani morbidi, con i piedi stanchi e puzzolenti dentro le ciabatte di casa dopo aver lavorato un giorno intero o dopo non aver fatto un cazzo perché licenziati o in cassa integrazione, e allora chi ce lo fa fare di metterci a pensare se c’è un comico che lo fa per noi??

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Il Benigni di un giorno

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E abbiamo sempre necessità di affidare la nostra rabbia a un comico, che per parlar male di Berlusconi ha bisogno di citare Dante e Oscar Wilde. E di cui, il giorno dopo, messi da parte applausi e ovazioni, non si ricorda nessuno.

Roberto Benigni e Papa Benedetto XVI leggeranno la Bibbia in TV (e vedrai che tanto male non ci staranno, vai…)

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E ci mancava solo "Il Tirreno", quotidiano livornese, scandalistico ma purtuttavia disinformativo, a ricordarci che Roberto Benigni, tra meno di un "amen", sarà il mattatore, in prima serata, assieme a Sua Papità il Sommo Facitore di Ponti Giovanni Razzo 16, in una maratona di lettura della Bibbia che porterà tanti, ma tanti vaìni (money, schei, $oldi, svànziche) alle casse della Conferenza Episcopale Italiana (che detiene i diritti d’autore della traduzione ad uso liturgico della Bibbia in italiano, fissata nel 1971), della RAI (che si occupa della trasmissione in diretta via satellite dell’evento) e del Vaticano, che probabilmente tanto tanto male non ci sta. Tanto che è stata realizzata Rai Vaticano, dopo Rai Sport, Rai Sat, Rai Educational e Rai Regione.

Lo scopo è quello di creare una lettura continuata e continuativa della Bibbia e trasmettere il tutto in diretta mondovisione.

Roberto Benigni è stato uno storico mangiapreti, l’autore della battuta del "wojtylaccio" a Sanremo, è rincoglionito con "La vita è bella" e ci ha calpestato l’apparato testicolare con quelle letture di Dante, facendo finta che la Divina Commedia sia un’opera da offrire a piazze gremite di gente che si commuove a sentire il Canto del Conte Ugolino (o anche l’ultimo del Paradiso, per l’amor del cielo…) poi torna a casa e vota Berlusconi perché è pur vero che c’è gente che mangia il cranio dei propri figli, ma far ricongiungere le famiglie degli extracomunitari in Italia proprio non se ne parla, che se ne stiano a casa loro e vaffanculo.

Benigni si ritrova a baciare le mani e anche gli anelli, leccapiedi com’è di una religiosità buonista e di maniera che offende chi crede davvero e che pensa che la Bibbia sia un’opera di portata universale, che deve essere disponibile per tutti, e non un’occasione di inciucio per farsi vedere commossi dalle telecamere di mezzo mondo, e salameleccati dalle banche.

Speriamo solo che Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, storico personaggio degli esordi teatrali di Benigni non se la prenda troppo a male per lo sputo in faccia che il suo autore gli sta facendo.

(screenshot da: www.iltirreno.it)

Ed ecco arrivato Benigni in Tivvù (-ù, -ù, -ù…)

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Ed è arrivato anche il gran giorno di Roberto Benigni in TV.Che, a quanto pare, udite udite, parlerà del quinto canto dell’Inferno.
Cioè di quello che fa da anni senza minimamente pensare di essere venuto a noia e con il suo approccio un po’ pinocchiesco e caciarone delle fanfare all’inizio dello spettacolo. Anzi, no, pare che condirà il tutto con qualche altra citazione colta, tra cui niente meno che la Genesi, come ha dichiarato nello screenshot di www.repubblica.it, di cui citerà il primo libro.Ora, forse bisognerebbe andare a spiegare a Benigni che il primo libro della Genesi non esiste, non c’è, caso mai il primo capitolo, visto che è la Genesi stessa ad essere il primo libro di un coso che si chiama Bibbia.

E non è uno svarione del giornale, perché Benigni ha proprio detto così, il virgolettato parla chiaro.

Del resto è uno a cui le lauree honoris causa non mancano.

Benigni ha presto capito che monologhi come “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia” e film come “Berlinguer ti voglio bene”, o esperienze televisive come “TeleVacca” tutt’al più fanno ridere, ma se dici come è bello amarsi, che tutto il mondo si deve volere bene, che l’amore è quello che mòve il sole e le altre stelle, poi la gente ti segue.
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