E’ morto lo scrittore uruguaiano Mario Benedetti

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E già che oggi mi ritrovo, tra un collegio docenti e un compito da preparare, a riflettere sul fatto che della cultura spagnola o di lingua spagnola, in Italia non si dà conto se non quando si tratta dei coglioni di Franco, vi segnalo la morte dello scrittore uruguaiano (odio quelli che dicono "uruguayo" perché va tanto di moda, peggio ancora i sostenitori della pronuncia "uruguagio" che mi fanno scendere il latte alle ginocchia, le abbiamo le parole in italiano, usiamole e vaffanculo…) Mario Benedetti.

Benedetti fu uno scrittore a tutto tondo, giornalista, poeta, saggista, autore di teatro e romanziere.

Ma soprattutto era una personcina schiva, estremamente modesta, non ha avuto il successo planetario di un García Márquez o la scrittura sanguigna di Ernesto Sábato (chi era mai costui, si chiederà il nostro valoroso e affezionato lettore Caciagli Edo -o Risaliti Brunero, vedete un po’ voi-, se lo vada a guardare, inclito utente e più non ci accasci!) ma scrisse un romanzo che si intitolava "La tregua" (già, lo stesso titolo di Primo Levi) e che ebbe un successo molto rilevante in Sud America (ma già, c’importa assai del Sud America a noi…).

Così la cultura se ne va, lasciandoci soltanto una nube di ignoranza.

Carlo Benedetti – Anna Politkovskaja, uccisa la seconda volta

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Accade in Russia e non è un caso. Il delitto – l’assassinio di Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata il 7 ottobre 2006 a Mosca, nell’ascensore del suo palazzo, accanto alla centralissima via Tverskaja – c’è stato. Ma il castigo non è arrivato. Perché le indagini dei tanto reclamizzati servizi segreti – che tutti conoscono come Fsb cioè l’ex Kgb – sono clamorosamente fallite. Tutto si è perso nel groviglio delle accuse. E, forse, la cabina di regia del delitto si trovava e si trova proprio in quel lugubre palazzo della Lubjanka – sede dell’intelligence russa – dal quale, però non filtra una parola.

E così i quattro indagati per l’assassinio della Politkovskaja – l’ex dirigente della polizia moscovita Serghei Khadzhi Kurbanov, accusato di essere l’organizzatore del delitto per conto di un mandante mai identificato; i fratelli ceceni, il presunto killer Rustan e poi Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, presunti pedinatori della giornalista – si ritrovano assolti e liberi. A mandarli a casa, con tanto di scuse, è stato il presidente della corte militare, Evghenij Zubov, il quale ha precisato che esistendo forti dubbi su tutto il caso e considerando che non vi sono prove concrete sul mandante del delitto e sul sicario il processo si chiude a favore degli imputati.

L’intera vicenda (per ora) esce dalle aule del tribunale militare. Ma il “caso” torna ad agitare la società russa e a colpire direttamente il Cremlino e le filiali della sicurezza statale. Tutto avviene perché nell’intero paese l’affermazione dei diritti umani e della giustizia è sempre un problema aperto e pesanti sono le accuse che vengono dall’opinione pubblica nei confronti di un sistema che, anche oggi, si basa sul potere indiscriminato degli organi di polizia. Il “caso Politkovskaja” è la spia di una situazione.

In primo luogo perché la giornalista colpita dalla repressione dei terroristi non era mai stata una “santa”. Si era compromessa con una parte del potere (quella degli oligarchi) e aveva scritto anche reportage che erano stati apprezzati “in alto”. Poi, a poco a poco, si era impantanata nella vicenda cecena scoprendo traffici e intrighi più grandi di lei. In particolare quelli legati al commercio delle armi e ai rapporti che andavano sempre più rafforzandosi tra la guerriglia cecena e gli organismi della sicurezza statale della Russia. Anna Politkovskaja si era così trovata ad essere coinvolta nell’avventura cecena pur se nella veste di semplice giornalista, sempre ambigua e misteriosa.

Ma le sue parole, le notizie che diffondeva, i commenti che avanzava, andavano a colpire tutte le parti interessate alla vicenda caucasica. E così lei, orgogliosa ed ambiziosa per quanto stava facendo, non era mai stata in grado di guardarsi intorno e di vedere chi l’accompagnava – o la guidava – nella sua inchiesta a tutto campo. E’ poi arrivato il giorno del conto perché era divenuta un elemento troppo scomodo. Testimone di molte avventure e di molti compromessi.

I colpi che gli sono stati sparati hanno rivelato il volto di una guerra cecena che non ha confini. Ecco perché ora (anche dopo il recente assassinio dell’avvocato Markelov, che era impegnato in una causa contro un alto militare russo) sono in molti a guardare il palazzo della Lubjanka dove ha sede il nuovo Kgb. E le domande che vengono avanti sono queste: perché i potenti servizi segreti non sono mai riusciti in tutti questi anni a risolvere un solo caso? Come mai i terroristi riescono a far saltare in aria interi palazzi e nessuno dei Servizi riesce a mettere le mani sugli organizzatori? Come mai Putin – che è figlio dei servizi segreti e che ne è stato esponente di un certo rilievo – non batte ciglio?

E ancora: perché nessuno – da Mosca – va ad indagare sull’attività di quel presidente criminale della Cecenia, Kadyrov (pupillo di Putin…) che tanto dovrebbe sapere in relazione a quel terrorismo ceceno che dilaga in Russia? E perché non si analizzano le ragioni di quel “movimento per l’indipendenza”? E perché il Cremlino punta solo a presentare i fatti ceceni come operazioni criminali e non si interroga sulla realtà di un nazionalismo caucasico che potrebbe avere anche un volto umano?

Mentre questi interrogativi circolano a Mosca il fatto più concreto resta quello relativo alla giornalista Anna Polikovskaja che è stata uccisa, per la seconda volta, dai poteri occulti di una Mosca sempre più dominata dalle oligarchie che prosperano dentro e fuori del Cremlino. E tutto questo mentre larghe porzioni della popolazione stanno cadendo in condizioni di povertà. Con coloro che sono già poveri e che vanno precipitando sotto al livello di risorse considerate necessarie per la sopravvivenza fisica.

da: www.altrenotizie.org

In Italia un Putin formato “esportazione” – di Carlo Benedetti

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Nella tradizione russo-sovietica tutto aveva un doppione che era, allo stesso tempo, un vero “contrario”. C’era lo Stalin per l’esportazione – che abbracciava i bambini – e quello, per l’interno, delle repressioni e del gulag. C’era il Krusciov del disgelo e quello del muro di Berlino. C’era il Breznev della conferenza paneuropea e quello dell’Afghanistan. E ancora. A Mosca due monumenti a Gogol: uno con lo scrittore tragicamente pensoso e preoccupato realizzato nel periodo russo ed uno fiducioso nel futuro eretto in piena era sovietica. E si potrebbe andare avanti con questa “teoria dei doppioni”… E così si arriva ai dati più recenti. A Gorbaciov che costruisce la perestrojka ma si fa dominare dagli americani; a Eltsin che distrugge l’Urss e che poi, strada facendo, si rivela un alcolizzato che guida il Cremlino. Ed ecco Putin che esce dalla caserma del Kgb e vuol dimostrare – all’occidente – di essere un “diverso”. Ma André Glucksmann, lo smaschera sostenendo che chi è "cekista un giorno, è cekista per sempre". 

E comunque sia: eguali e contrari. Tutti doppioni. Due facce appunto: una per l’interno, una per l’esterno. E Putin non sfugge a questa tradizione. Eccolo in Italia a colloquiare con Napolitano, con Prodi, con D’Alema e con il Papa tedesco. Ma a Mosca i suoi interlocutori sono ben altri. Ecco alcuni esempi. Con il suo predecessore-presidente ha siglato un patto d’acciaio relativo a privilegi e silenzi; nella compagine ministeriale ha nominato a piacere ministri e sottosegretari rivelando l’esistenza di clan e di cordate; in politica estera ha mostrato vari volti presentandosi anche come “antiamericano”, ma in realtà estimatore del capitalismo; con il criminale Kadyrov, che opprime la Cecenia, sorseggia tazze di the e lo nomina presidente di quella tormentata regione caucasica e lo fa per difendere i suoi interessi geopolitici; brinda con gli oligarchi che affamano la Russia e che ne distruggono l’immagine; cancella accuratamente dai suoi dossier per l’export temi come le violazioni dei diritti umani e di tutte le leggi internazionali quando si parla del Caucaso. Lascia negli uffici del Cremlino quei dossier dedicati a Litvinenko e Scaramella. Dimentica i verbali di polizia che parlano delle uccisioni dei giornalisti Politkovskaja e Sofronov…. E nasconde quelle relazioni che evidenziano la rinascita del nazionalismo russo in chiave xenofoba, fascista e reazionaria.

Eppure arriva in Italia con un volto decisionista forte delle munizioni “economiche” che ha in serbo e porta con se il fior fiore dei suoi consiglieri pubblici e privati insieme con una bella squadra di esponenti di una nomenklatura che di pulito ha ben poco. E manda in onda una vacanza italiana che ha una puntata vaticana e una gita fuori porta a Bari. Tutto questo, comunque, accompagnato da alcuni cartelli di protesta (in italiano) con su scritto: “Noi siamo contro a qualsiasi tipo di Zar”…
Ma è anche vero – nonostante tutto – che Putin sfugge a definizioni nette. Può essere difficilmente “incasellato” perché ogni sua nicchia contiene qualcosa di vero. Tutti sappiamo che è l’erede di una Russia ancora in disgregazione, dove gli oligarchi – appoggiati dal Cremlino di ieri e di oggi – fanno il bello e il cattivo tempo. Certo, Putin ha ristabilito alcune norme relative al funzionamento e al prestigio dello Stato e in questo ha trovato il pieno appoggio della congiuntura internazionale del gas e del petrolio. Riuscendo, di conseguenza, a gestire una crescita economica che ha moltiplicato a dismisura i miliardari e che favorisce, nello stesso tempo, anche l’inedita formazione di una classe media.

L’incognita-Putin cresce, pur se il copione originario è lo stesso. La “sua” Russia è quella che si riconosce in una potenza emergente, che vuol vedere il suo status riconosciuto dalla comu¬nità internazionale. Ma nello stesso tempo, alla reale crescita economica (seguita dalla rinnovata capacità mi¬litare e dall’egemonia regionale) man¬ca quel prestigio di un tempo che è pur sempre un ingrediente che non va sottovalutato quando si parla di relazioni internazionali.
Da qui quella combinazione di frustrazioni che porta a vedere una Russia ancora in “lista d’attesa” pur se dopo il tracollo degli an¬ni novanta il Paese si mostra in una fase di stabile ripresa economica, controllando importanti risorse energetiche. Dotato, inoltre, di una consolidata influenza diplomatica in diverse regioni chiave, come il Medio Oriente e l’Asia centrale. Ma non è tutto oro quel che luce. Perché molte diplomazie occidentali stentano a riconoscere lo status della Russia: basti pensare, per esempio (lo hanno rilevato molti osservatori) all’imbarazzo con cui è stata vissuta la presidenza mosco¬vita del G8.
Ecco, quindi, che la “duplice” natura di Mosca (potenza nazionale ma con agganci ad altre potenze come Cina e India…) complica non poco le cose.

C’è sul tavolo delle contestazioni quel deficit di democrazia che comprende l’atteggiamento nei confronti delle opposizioni e pesa fortemente anche quel dossier ceceno. E su tutto grava quel clima da seconda guerra fredda che ha, appunto, due fronti: quello antiamericano del Cremlino e quello antirusso della Casa Bianca… Tornano i vecchi e nuovi interrogativi: Putin come salvatore della patria ex sovietica? Artefice di una democratizzazione in marcia che ha preso le mosse da una tabula rasa quanto a diritti? Esponente di spicco di una dittatura appena mascherata? Oppure “nuovo Zar” che cerca di fare il pieno prima di lasciare il trono? C’è tutto questo – è la realtà – nel bagaglio dell’agente-Putin.

I RAPPORTI ITALIA-RUSSIA. Ed eccolo in Italia a bordo della sua auto “Zil” arrivata a Roma con un volo speciale direttamente dal garage del Cremlino. Eccolo abbracciato a Prodi firmando – al Castello Svevo di Bari – accordi di grande valore. Tra questi ci sono le intese tra Alenia aeronautica e “Sukhoi” per il “Superjet 100” e a quelle tra Enel e “Rosatom”; tra le banche Intesa, Sanpaolo, Mediobanca e la moscovita “Vtb Bank”. Contratti in valigia, quindi. L’ambasciatore russo in Italia Alexei Meshko si affretta a dichiarare: “Siamo pronti a offrire condizioni favorevoli per una partnership basata sulla responsabilità reciproca del produttore e del consumatore di energia, su un’equa distribuzione dei rischi, e sullo scambio di attivi azionari nel settore energetico. Perché i contratti di forniture di gas sono prolungati fino al 2035, e Gazprom ha ora la possibilità, a partire da quest’anno, di effettuare forniture dirette di gas sul mercato italiano, che arriveranno gradualmente a 3 miliardi di metri cubi”.
Ma non c’è solo gas nel futuro. Anche l’energia elettrica diventa una direttrice importante di collaborazione. Tanto è vero che l’Enel, dopo la gestione della centrale di San Pietroburgo, sta partecipando ad alcune gare per acquisire partecipazioni in alcune principali “Genco” (società generatrici) russe, a partire da “OGK5”. Anche qui vi sono buone opportunità di operare congiuntamente sui mercati di paesi terzi.

L’INCOGNITA VATICANA. Putin ha giocato molto bene la sua carta nei confronti del mondo religioso interno, quello dell’ortodossia. Si è spostato a Bari, che è città ponte con la cultura cattolica dal momento che qui si trova la basilica san Nicola di Myra che gli ortodo Continua a leggere

La Cia, la fine della Jugoslavia e i suicidati di Sofia – di Carlo Benedetti

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E’ questa una storia di spie, di delitti, di suicidi, di disinformazioni e depistaggi. Ha come teatro la Bulgaria e avviene in un clima di paurose reticenze, di cose dette e non dette. E, comunque, tutte avventure di 007 finiti male. Si comincia – con una ricostruzione ovviamente approssimativa – con quanto avvenuto a Sofia, in una fredda sera del 15 novembre scorso. A rendere note queste vicende è ora il giornalista russo Stanislav Lekarev, che sulle pagine del settimanale Argumenty fedeli descrive i retroscena dei servizi di Sofia. E, in particolare, pone l’accento sul ruolo della Cia nella distruzione della Jugoslavia.La storia comincia con Bozhidar Doicev, capo del reparto degli “Archivi e dossier segreti” della sicurezza che negli anni di Jivkov era chiamata “Darzhavna sigurnost”. Doicev, come al solito, è al lavoro nel suo ufficio.

Passano varie ore – ormai è notte – e qualcuno va a bussare alla sua porta. Silenzio assoluto e così i colleghi decidono di entrare. Doicev, 61 anni, sembra addormentato sulla scrivania dove c’è però una grossa macchia di sangue che rivela subito quanto accaduto. E la prima versione è che si sarebbe suicidato con un colpo in bocca. La sua pistola è sul tavolo ed è ancora calda.

Pagina chiusa, quindi, questa del 15 novembre? No, perchè nel clima generale di una Bulgaria entrata in Europa, si aprono gli armadi. Escono molti scheletri che la “Darzhavna sigurnost” teneva ben nascosti e, nello stesso tempo, si avanzano varie ipotesi sulla fine di Doicev. Non suicidio, quindi, ma una esecuzione?
Il personaggio era infatti nel mirino di quasi tutti i maggiori servizi di spionaggio. Era lui il custode di segreti che, se resi noti, potevano gettare nel panico intere diplomazie. E così a Sofia la sua scomparsa (avvenuta nel momento in cui il ministero dell’Interno decideva di togliere il segreto a 3000 dossier del periodo comunista) non è ritenuta come un gesto folle di una persona in crisi. Perchè Doicev era – da oltre venticinque anni – il custode numero uno di un archivio che non aveva eguali nel mondo. Superiore a quello del Kgb e della Cia proprio perchè la Bulgaria aveva sempre avuto un ruolo di intermediazione tra le grandi centrali di spionaggio. Doicev, di conseguenza, era in grado di sapere molto di più rispetto alle carte conservate. Poteva essere il custode di un archivio super-segreto, un vero e proprio secondo livello…

Intanto vengono alla luce i nomi di circa 8000 agenti e di semplici delatori del periodo comunista. In pratica si conoscono ora gli elenchi di quella nomenklatura alla quale era affidata, sino al 1990, l’informazione segreta. E si viene a sapere che solo nella capitale Sofia gli agenti erano 30.000 mentre nel resto del paese l’organico arrivava a 17.000 e si avvaleva di 45.000 “delatori spontanei”. Doicev era quindi in grado di intervenire su ognuno ottenendo informazioni di vario carattere. Non solo politico ma anche e soprattutto economico-commerciale. Di qui la tesi che viene avanti ora a Sofia e che il giornalista russo rilancia. E cioè che molti servizi segreti di varie parti del mondo erano interessati alla fine di Doicev.

E così si vanno a rileggere vari dossier. Si ricorda, in particolare, che nel marzo 2001 dalla Bulgaria vennero espulsi dei collaboratori russi del Gru (il servizio segreto dello stato maggiore di Mosca) – Lomachin, Smirnov e Vlasenko – accusati di aver tentato di corrompere una dirigente del ministero della Difesa bulgara, Leliana Guceva. Successivamente, nel 2002, sempre a Sofia, fu condannato a quattro anni di reclusione il generale bulgaro Atanas Semergiev ritenuto colpevole di aver distrutto 144.235 dossier dell’ex servizio di sicurezza. E un altro scheletro che esce ora dagli armadi della “Darzhavna sigurnost” riguarda i rapporti della Bulgaria con gli Usa. E’ però uno scheletro che l’attuale direzione bulgara teme particolarmente in quanto non riguarda il vecchio regime, ma l’attuale sistema. I dossier dei quali si parla sarebbero infatti dedicati alla Cia e al suo ruolo nella distruzione della Jugoslavia, nel 2000. Doicev era al corrente di tutto? Conosceva nomi ed indirizzi? Risposte concrete, per ora, non ci sono. Ma è certo che era il “custode” di documenti che se conosciuti potrebbero fare luce su molte azioni degli americani e della Nato contro la Jugoslavia.

Il fatto è che nell’estate di quell’anno 2000 il Direttore della Centrale, George Tenet, raggiunse un accordo con la sicurezza della Bulgaria per formare nel suo territorio un gruppo d’assalto della Cia da impegnare per operazioni segrete in Jugoslavia. Fu appunto in questo periodo che nella regione della città di Sciabla, sul Mar Nero, venne realizzato un centro segreto di ascolto radio. Aveva come obiettivo quello di ascoltare le trasmissioni che avvenivano sui canali militari della Bielorussia, dell’Ucraina, del Caucaso del nord e dell’Asia centrale. E in proposito si ricorda che in quel tempo in Bulgaria era di casa il direttore dell’Fbi Louis Fre, il quale aveva come compito quello di istruire gli agenti bulgari che dovevano infiltrarsi negli organi di sicurezza della Russia.

Storie sempre più gialle che, forse, anticipano nuove pagine di storia della guerra fredda. Pagine che, non a caso, il giornalista Stanislav Lekarev ha voluto intitolare: “Suicidi segreti a Sofia” ricordando anche quel dissidente bulgaro Georgi Markov, che operava nella Bbc e che fu ucciso a Londra con un ombrello dalla punta avvelenata. E rispolvera poi quella vicenda del 1991, quando si suicidò il dirigente dei servizi segreti bulgari, Savov, e quando – sempre nello stesso anno – scomparve il magnate dell’editoria Robert Maxwell (il cui vero nome era Jan Lodvik Hoch, sospetto agente del Mossad, il servizio segreto israeliano) che aveva ricevuto dall’ex premier bulgaro Andrej Lukanov materiale sensazionale che proveniva dagli archivi bulgari sulla partecipazione del Sis (il servizio segreto inglese, “Secret Intelligence Service”, considerato la più grande fabbrica di spionaggio del mondo) all’uccisione di Markov.

Sempre Lekarev ricorda che nel 1993, in un incidente d’auto, moriva l’agente bulgaro Kozev, al quale era stata affidata l’indagine sull’uccisione di Markov.
Brutte storie sulle quali la Bulgaria – ora “europea” – dovrebbe fare luce. In particolare sulle vicende legate a quelle attività della Cia svolte contro la Jugoslavia, nel territorio bulgaro.

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Delitti e suicidi senza castighi nella Russia di Putin – di Carlo Benedetti

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L’ultimo caso eccellente è di queste ore. C’è un giornalista del quotidiano Kommersant che è trovato morto davanti al portone di casa. La versione ufficiale è quella del suicidio: si è buttato dal quinto piano. L’uomo si chiamava Ivan Sofronov, un nome noto proprio perché scriveva quotidianamente editoriali infuocati caratterizzati da un radicale scetticismo. Nessuno crede alla versione della polizia. E Andrei Vasiliev, direttore del giornale, dichiara subito: "Conoscendolo bene posso dire che non era certo il tipo da uccidersi". Sulla vicenda grava anche un altro mistero: Sofronov abitava al terzo piano, ma si è lanciato dal quinto… Lo hanno portato lassù per gettarlo dopo averlo fatto fuori? La polizia non fornisce i risultati dell’inchiesta e si limita a poche e incoerenti spiegazioni. E di certo c’è solo il dossier del personaggio che parla ampiamente.

Ivan era stato, prima di passare al giornalismo, colonnello delle truppe missilistiche. Era un esperto di quel mondo e si era dedicato a mettere in evidenza aspetti collegati all’industria militare. Di ispirazione moderata e liberale era divenuto un personaggio noto, ma scomodo. Era stato anche sottoposto ad un’inchiesta giudiziaria a causa delle sue lunghe battaglie, ma si era difeso dalle accuse affermando che le informazioni che aveva divulgato erano di dominio pubblico. Il suo caso si aggiunge agli altri dossier che si trovano sui tavoli del Cremlino. Sofronov come la Politkovskaja? Perché anche in questo caso si è di fronte ad un personaggio che aveva puntato la sua attenzione sul mondo militare e sulla crema dell’establishment sociale, politico e finanziario. 

Nel momento in cui andò ad occupare la più alta poltrona del Cremlino furono in molti a ritenere che Putin avrebbe sviluppato una reale lotta alla criminalità. Azioni precise, quindi, nei confronti delle mafie locali, dei clan degli oligarchi e di tutto quel mondo di corrotti che era venuto a galla in seguito alla dissoluzione dell’Urss. E lui, una volta salito in cima al colle che si affaccia sulla Moscova sfoderò. a parole, tutto il suo armamentario di uomo formatosi nelle scuole della repressione organizzata. In primo luogo si scagliò contro i ceceni (intesi come terroristi…) ai quali mandò subito a dire, con un linguaggio appreso nelle caserme: “Attenti, vi verremo a prendere anche nei cessi”. Programma chiaro, quindi. Ma quel che è seguito lo è stato ancora di più.

Perché Putin – nonostante tutte le sparate sull’ordine e sulla legalità – si trova ora ad essere testimone del periodo più tragico della storia russa di questi ultimi tempi. I delitti non si contano e sono tutti di matrice mafiosa. Gli attentati (o, perlomeno, presentati come tali) sono all’ordine del giorno. La polizia è ampiamente corrotta e, sino a questo momento, nessun “caso” è stato risolto. La criminalità organizzata fa il bello e il cattivo tempo. E se un imprenditore vuole avere una vita sicura (almeno per un po’ di tempo…) si deve far circondare da squadre di poliziotti privati. Tutti ben protetti, quindi, con una Mosca dove circolano più auto blindate che auto semplici… Ecco quindi che va “sotto processo” proprio per quel settore dell’ordine pubblico che aveva promesso di garantire.

Putin, che aveva annunciato una lotta dura contro la delinquenza e il terrorismo, si trova a barcollare nel buio insieme a tutti i suoi pretoriani. Vuol dire, questo, che la situazione è fuori controllo? Gli esempi che escono dalle pagine dei “mattinali” dei commissariati sono più che numerosi. A febbraio – ricordiamolo – fu ucciso in circostanze tuttora misteriose Alexandr Jarzev, figlio dell’ex allenatore della nazionale russa di calcio Gheorghij Jarzev nonché attuale commissario tecnico della Torpedo Mosca. Si dice ora che la morte sarebbe avvenuta a seguito di un colpo alla testa inferto con un oggetto contundente… Ma nessuna parola sui motivi del delitto. Continuano le cortine di fumo…

Altro caso “misterioso” quello di un altro giornalista: Anatoly Voronin, 55 anni, trovato morto nel suo appartamento situato nel centro di Mosca. Lavorava nella redazione economica dell’agenzia di stampa russa Itar-Tass. Anche lui impegnato nel fronte di quella intellighentsija critica che caratterizza le nuove opposizioni.
L’opinione pubblica russa è, quindi, più che allarmata. Perché dal momento del crollo dell’Urss i giornalisti morti sono stati oltre 50 e 15 dopo l’arrivo al potere di Putin. Ma il conto generale è di molto più grande. Vanno ricordati i delitti “su commissione”. Come quello avvenuto nel gennaio scorso quando fu ucciso Valerij Yakovlev, ex capo del registro immobiliare del quartiere moscovita di Odintsovsky. La sua automobile esplose con un comando a distanza. E secondo il quotidiano Kommersant, l’omicidio era collegato a compravendite terriere, che non possono avvenire senza il nulla osta di chi tiene il registro, in affari che possono valere milioni di euro. E proprio ad Odintsovsky – guarda caso – abita l’élite dei super ricchi russi.

Il Cremlino di Putin assiste a queste rese dei conti e passa all’attacco con una campagna di contropropaganda che ricorda quella tipica dell’Unione Sovietica. Scende in campo il ministro degli Esteri Serghej Lavrov che si dice convinto del fatto che in Occidente i mass-media conducono una preconcetta azione antirussa che si sviluppa proprio nel momento in cui il Paese si sta rafforzando e divenendo economicamente indipendente. "Più ci rafforziamo – sostiene Lavrov – e più aumenta il desiderio di darci fastidio da parte di coloro i quali si battono per instaurare la propria influenza". Lavrov non è nuovo a tali attacchi. In precedenza aveva accusato i giornalisti occidentali di un atteggiamento non obiettivo per ciò che concerne – ad esempio – il caso Litvinenko. "In Occidente dominano valutazioni preconcette – aveva detto – e gli ultimi avvenimenti attorno alla morte di Litvinenko hanno semplicemente sbalordito per la capacità di far emergere in continuazione presunti testimoni che nessuno conosce né in Russia né in Inghilterra, riempiendo in questo modo le pagine dei principali mass-media occidentali".

Ora, quali che siano le versioni che vengono avanti, le cronache di Mosca vanno arricchendosi sempre più di nuovi particolari. Si riaprono così anche pagine che sembravano chiuse. E torna d’attualità il “caso Politkovskaja”. Vengono alla luce particolari relativi alla biografia della giornalista. Si apprende che il suo vero nome era Anna Mazela e che era nata in una famiglia di diplomatici sovietici che all’epoca lavoravano a New York. E sin qui nulla di particolare. Ma una certa parte della stampa di Mosca (la Prava, in particolare) rileva che: “Per quanto increscioso possa sembrare di primo acchitto, va detto che il ritratto postumo della giornalista uccisa disegnato a tinte dorate pare sia assai lontano dalla verità dei fatti, cosa confermata dalle misteriose circostanze che hanno permesso alla giornalista uccisa di ottenere a suo tempo la cittadinanza americana. Come è comunemente noto, secondo la legislazione americana attualmente in vigore, qualsiasi bambino venuto alla luce sul territorio degli Stati Uniti, anche se in una famiglia di immigrati illegali, ottiene automaticamente la cittadinanza americana. Ma Anna Mazela nacque in una famiglia di diplomatici sovietici: e tali diritti n Continua a leggere

Iran: gli USA all’attacco – di Carlo Benedetti

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Siamo già in guerra? Di certo c’è che la Nato ha chiesto alla Turchia di aprire sia il proprio spazio aereo che i confini di terra con l’Iran. E tutto sta a dimostrare che è iniziato il conto alla rovescia per l’attacco alla Repubblica islamica di Ahmadinejad. Teheran è in stato d’allerta e molti paesi stanno già lanciando l’allarme per quanto potrebbe accadere. Si muove, in primo luogo, la Russia. Con il Cremlino che teme che il governo di Ankara ceda alle pressioni americane. Perché in caso di assenso turco il Pentagono avrebbe la strada spianata per intraprendere un’azione militare nei confronti dell’Iran al fine di liquidarne gli obiettivi strategici, primi fra tutti quelli nucleari. Siamo sull’orlo del burrone – dice la Radio di Mosca – ricordando che a partire da questi momenti sarà sufficiente un ordine della Casa Bianca per consentire, nel giro di 24 ore, bombardamenti generali sull’Iran con l’utilizzo di portaerei, sommergibili e basi statunitensi dislocate nel Golfo Persico.

La decisione ultima spetta al presidente Bush. Sarà lui a far scattare l’operazione e ad aprire nell’intero bacino – già logorato dalla guerra contro l’Iraq – un nuovo e terribile fronte. Intanto entrano in campo le diplomazie dei paesi della Lega araba con il Segretario generale Amr Musa che annuncia che l’opposizione ai piani americani sarà immediata e dura. E in tale contesto il leader arabo smentisce quanto sostenuto da Israele e cioè che paesi come il Katar, l’Oman e la stessa Arabia Saudita avrebbero già dato il proprio assenso ai piani di Bush. E’ chiaro – ha precisato Amr Musa – che si sta cercando di fornire notizie false per destabilizzare l’intera area e confondere le diplomazie occidentali.E’ allarme generale, quindi. E dalla capitale iraniana il vice ministro degli Esteri Manuchehr Mohammadi annuncia che l’Iran è pronto "alla guerra". E poco dopo prende la parola il presidente Ahmadinejad che ricorda al paese che il programma nucleare è come "un treno senza freni e senza retromarcia". Mosca rilancia queste posizioni e lo fa nel quadro di una sua campagna che tende a mettere in evidenza la forza militare. Annuncia che nell’immediato futuro la Russia costruirà sistemi antiaerei e antimissilistici della quinta generazione da contrapporre a quelli che gli Stati Uniti intendono installare in prossimità dei confini russi. Tali posizioni sono annunciate con servizi televisivi, radiofonici e giornalistici che riprendono quanto affermato dal nuovo primo vice premier Sergej Ivanov, mentre si attende una riunione straordinaria della commissione governativa che si occupa delle questioni militari. Le preoccupazioni, comunque, sono enormi.

Mosca è al corrente degli impegni presi dagli stati maggiori delle forze armate Usa. Sa che hanno allestito, su ordine di Bush, un pool incaricato di preparare i piani di attacco concreti. Sa anche che Gran Bretagna, Polonia e Repubblica Ceca hanno già dato il loro assenso ad ospitare le basi e le stazioni radar dello scudo missilistico che gli Usa intendono costruire per intercettare i missili balistici iraniani.
Ma Mosca – oltre alle questioni militari e alle ovvie operazioni di destabilizzazione che seguiranno – segue con apprensione le vicende del rapporto tra Washington e Teheran anche in relazione alle riserve di gas. La Russia, si sa, è il Paese che può contare sulla maggiore quantità di riserve: 47.820 miliardi di metri cubi, il 27% del totale mondiale. E subito, al secondo posto della classifica, c’è l’Iran dove, al momento, sono stati scoperti 26.740 milioni di metri cubi di gas naturale, pari al 15% delle riserve mondiali. Ma i calcoli più recenti rivelano che quello scoperto sinora sia solo il 38%. Ed è di fronte a tutta questa situazione energetica che Mosca non può permettersi di uscire dal grande gioco che gli americani intendono portare avanti attaccando l’Iran. Per Putin e per gli strateghi dell’economia russa l’Iran rappresenta una grande arena di intervento per il colosso energetico del Gasprom.

Ecco, quindi, la grande importanza dell’accordo russo-iraniano che, stipulato recentemente, consente al Gasprom il controllo del primo gasdotto destinato a portare il gas iraniano in Europa occidentale. In altre parole, vista dall’angolazione europea, Gasprom si è comprata il suo potenziale concorrente che è oggi il primo e il secondo detentore mondiale di riserve di gas naturale controllando il 42% di ciò che si trova nei giacimenti di tutto il mondo.
L’ alleanza Russia-Iran nel settore strategico del gas è, quindi, cosa fatta. E le conseguenze politiche (guerra eventuale, permettendo) non si faranno attendere. Intanto nel Palazzo di Vetro la Russia è impegnata a fare da scudo all’Iran e non è difficile intuire che questa strategia è finalizzata anche a spianare la strada al Gasprom. Chiaro, quindi, l’impegno russo sull’intero scacchiere. Perché Putin sa che se non saranno accettate le proposte avanzate dagli organismi economici russi (che attenuano le “punizioni” previste per l’Iran, intenzionato a portare avanti il programma nucleare) Teheran si sentirà libero di sviluppare il proprio programma nucleare ritenendosi ufficialmente svincolato. Ecco perché il patto del gas tra Russia e Iran non fa che rendere ancora più saldo il legame tra Teheran e Mosca. Intanto Ahmadinejad sa che potrà contare quantomeno sulla tacita benevolenza di Putin ogni volta che minaccerà di cancellare Israele dalla cartina geografica. Si è, quindi, al giro di boa con un drammatico crescendo di iniziative di guerra che segnano l’implacabilità del conto alla rovescia.

da: www.altrenotizie.org

Una nuova cortina con l’Est che attacca la Russia – di Carlo Benedetti

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Tutto, a parole, era in nome dell’amicizia. Il “campo socialista” era un terreno comune per azioni coordinate nei campi più diversi. Il Patto di Varsavia era la struttura portante di una collaborazione militare che tendeva alla unificazione degli eserciti. Il Comecon era una sorta di “mercato comune socialista” che controllava e regolava, con i diktat che giungevano dalla sede di Mosca, i rapporti economici. Il Comintern aveva lasciato spazio ad una sorta di internazionale dei partiti dei paesi socialisti. E la capitale russa, in questa rete di rapporti d’amicizia, aveva assunto un ruolo guida rivelando, anche con le forme esteriori, il carattere di una forza sopranazionale. Tanto che nella metropoli sovietica tutto stava a dimostrare che si era realizzata una unità globale.

C’erano istituti di cultura per ogni paese socialista, biblioteche che allineavano i libri nelle lingue dell’area del Patto di Varsavia, strade che portavano i nomi delle capitali dell’Est, monumenti dedicati ai personaggi più significativi della storia dei paesi “amici”; alberghi e ristoranti dedicati a “Budapest”, “Bucarest”, “Varsavia”, “Sofia”, “Berlino”; slogan che inneggiavano all’unità del campo socialista e programmi televisivi dedicati alla “collaborazione tra i paesi dell’Est”. Poi, con il crollo dell’Urss, tutto si è attenuato. La ristrutturazione ha preso il sopravvento. Ed ora – dopo l’implosione dell’Unione e le conseguenti lotte e polemiche degli ex paesi dell’Urss – comincia una nuova tappa. Ed è quella dell’attacco dell’Est alla Russia. Scendono in campo quelli che erano un tempo i grandi “amici”, i “bastioni del socialismo reale”. E tutti si impegnano in una lotta contro il Cremlino post-sovietico, in chiave filo-americana.

E’ la rivolta generale dell’Est che si sviluppa con il pieno appoggio della Cia, del Pentagono, della Casa Bianca, della Nato e delle grandi multinazionali dell’occidente. Il “mondo libero” del capitalismo prende la sua rivincita e costruisce nuove barricate che vanno però a creare una nuova cortina di ferro. Torna lo spettro di quel Winston Churchill che nel discorso di Fulton annunciò al mondo che “Da Stettino nel Baltico e Trieste nell’Adriatico, una cortina di ferro è scesa sul continente”. Erano altri tempi, è vero, ma ora è l’Est che ricostruisce una sua cortina. E la Russia resta dall’altra parte. Si rievocano, così, circostanze tutt’altro che dimenticate. Ed ecco che il fronte antirusso si apre con la Polonia dei due gemelli Kaczynski – il presidente Lech e il primo ministro Jaroslaw – che avvia le polemiche contro la Russia di Putin sulle questioni dei rapporti economici. E aiuta anche i ceceni che si battono per la loro indipendenza aiutandoli ad aprire loro sedi di rappresentanza a Varsavia e in altre località polacche. E c’è dell’altro: il ministro della Difesa polacco, Aleksandr Schilgo’, licenzia dal suo esercito tutti gli ufficiali che a loro tempo avevano ottenuto un’istruzione militare in Unione Sovietica. (E qui va ricordato anche che l’antirussismo dei polacchi è cosa nota, così come quello degli ucraini delle regioni dell’ovest, Lvov, ad esempio).

E sempre all’Est si scopre che la Repubblica Ceca – diretta dal presidente Vaclav Klaus – manda a dire a Mosca (con un articolo-manifesto del quotidiano "Neviditelny") che: "Considerati gli stretti rapporti con l’Occidente, soprattutto con gli Stati Uniti, non dobbiamo temere nulla, anche se verso di noi saranno puntati tutti i missili russi possibili. L’imperialismo russo è estremamente vigliacco nonostante tutta la sua aggressività ed è allo stesso tempo prevedibile proprio grazie alla sua vigliaccheria".
Prende le distanze da Mosca anche l’Ungheria del primo ministro Ferenc Gyurcsany. La propaganda antirussa è di casa a Budapest e le sviolinate filoamericane sono il motivo conduttore della politica magiara. E c’è poi la Bulgaria del presidente Georgi Parvanov che si impegna nella svendita degli archivi della sua intelligence per sottolineare che la vecchia politica di Sofia era dominata dai sovietici del Kgb. Si allinea alla campagna antirussa anche la Romania del centrodestra diretta dal presidente Traian Baseascu. Qui le polemiche sono dure e riguardano i rapporti economici così come si erano andati formando nel periodo dell’Urss.

La questione dell’attacco a Mosca trova poi un momento di “coesione” che riguarda tutti i paesi dell’Est. Perché nelle varie capitali si registra un comune denominatore politico-diplomatico. Dominano qui le questioni militari e dell’allargamento della Nato. C’è una visione unitaria per quanto riguarda l’assenso all’installazione dei sistemi missilistici americani nell’Europa orientale. Praga e Varsavia hanno accettato che Washington, installi sui propri territori radar e missili vari. E l’Europa accetta il tutto in silenzio.
Ma la ventata antirussa raggiunge anche quei territori che un tempo erano parte integrante dell’Unione Sovietica. In prima linea, qui, si trovano l’Estonia e la Georgia. Gli estoni parlano di “occupazione sovietica” dimenticando che l’Armata Rossa liberò il Baltico dal nazifascismo. E si fanno forti – in queste loro dure polemiche – dello scudo della Nato. Intanto i media di Tallin battono sul tasto della minaccia russa e di una Russia che manifesta sempre più il suo essere potenza imperialista…

Si muove duramente anche il fronte del Caucaso. Perché la Georgia del presidente Saakasvili è decisamente contro Mosca. Minaccia le minoranze russe che abitano nel paese, rifiuta la realtà di regioni come l’Abchasia e l’Ossezia che guardano al Cremlino con estrema attenzione. L’antirussismo, quindi, è oggi una scelta politica e diplomatica che trova ospitalità in vari gruppi dirigenti dell’Est e dell’Ovest. E’ la forma moderna e concreta di una nuova costruzione geopolitica che si riallaccia a quella “cortina” annunciata a Fulton. Solo che oggi questo nuovo Muro che si sta realizzando non può essere messo nel conto di Mosca. Perché ad essere “dall’altra parte”, oggi, sono i russi… E’ un brutto vento che soffia e che annuncia, forse, una nuova guerra fredda.

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Putin in Vaticano: una visita poco ortodossa – Carlo Benedetti

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Due volte con il polacco Karol Woityla – Giovanni Paolo II – con un faccia-a-faccia tutto in lingua russa. Ora sarà la prima volta con il tedesco Joseph Ratzinger – Benedetto XVI – e anche in questo caso non ci sarà bisogno dell’interprete. Perché Vladimir Putin – presidente russo – negli anni in cui serviva il Kgb nella Rdt, si era ben organizzato parlando esclusivamente tedesco. Ed eccolo ora alla nuova prova del dialogo tra Russia e Vaticano. Perché l’annuncio della sua visita Oltretevere – pur se non ancora ufficiale – è già dominio delle diplomazie. Arriverà in Italia il 13 marzo, incontrerà il presidente Napolitano, il premier Prodi e poi si trasferirà in Vaticano per dare il via ad un dialogo con il Papa. E sarà, questo, il momento più significativo della missione che dovrà contribuire – con ragionevolezza e moderazione – a creare le condizioni per un compromesso tra la Chiesa ortodossa e il Vaticano.

Tutto questo, comunque, non sta a significare che Putin sia divenuto il messaggero della Chiesa russa. E’ troppo furbo e pragmatico per assumere un ruolo simile senza avere la benedizione del Patriarca ortodosso Aleksei II. Sa, infatti, che la chiesa di Mosca ha ancora molti conti aperti con il Vaticano. Ma nello stesso tempo vuole dimostrare all’Ovest di essere aperto e disposto all’amicizia e al confronto.
E così, oltre a stringere la mano al Papa tedesco, raggiungerà anche la città di Bari che la Russia considera – dal punto di vista religioso – una capitale dell’ortodossia poiché qui si trova la basilica di un santo – Nicola di Myra – che gli ortodossi venerano come loro protettore. E così anche Putin compirà – in nome della conciliazione nazionale – un pellegrinaggio nella città pugliese. Ma la versione ufficiale è quella di un meeting con vari ministri russi ed italiani. Una sorta di “scoperta” del nostro Sud.

In generale, comunque, sia a Roma che a Bari si parlerà di energia, di rapporti Europa-Russia e di multilateralismo. Ma è ovvio che gli obiettivi degli osservatori di tutto il mondo saranno puntati sulla visita in Vaticano. Un “paese” che Putin già conosce per esserci stato nel 2000 e nel 2003 quando fu ricevuto da Giovanni Paolo II. In entrambe le occasioni, a differenza dei suoi predecessori Gorbaciov ed Eltsin, Putin non rivolse al Papa l’invito a recarsi a Mosca. Complesse le vicende del rapporto tra le due Chiese. Ecco perché sarà importante vedere che tipo di comportamento terrà ora con Benedetto XVI. Intanto si parla anche della possibile presenza nella delegazione russa di un esponente del Patriarcato. Se questo avverrà vorrà dire che qualcosa si sta muovendo. Pesano intanto i precedenti. Perché il capo della Chiesa russa ortodossa aveva detto di non escludere un incontro con Benedetto XVI e di ritenerlo come una “nuova pagina” nelle relazioni tra le due Chiese: c’era stata una sorta di apertura epocale per superare una frizione millenaria. E poi, sull’onda della visita di Ratzinger in Turchia, a Mosca, si era parlato di un possibile arrivo del Papa tedesco nella capitale. Ma tutto, ancora una volta, era saltato. Perché a riportare alla luce polemiche e “niet” nei confronti del Vaticano era stato proprio Aleksei II con un ampio discorso alla presenza delle massime gerarchie della chiesa ortodossa segnando un nuovo raffreddamento di posizioni tra la Chiesa russa e l’Oltretevere, proprio quando si erano registrati timidi segnali di distensione.

Il capo ortodosso, in particolare, era tornato ad accusare la Chiesa cattolico-romana di muoversi sulla strada della propaganda religiosa anche attraverso una precisa azione di proselitismo di massa. I religiosi russi, quindi, hanno mostrato di sentirsi direttamente attaccati ed hanno serrato le loro fila. Tutto questo mentre un giornale di Mosca – “Argumenty nedeli” – ha riaperto la polemica con il Vaticano scrivendo che le parole che il Papa pronunciò a suo tempo nei confronti dell’Islam non erano “casuali” dal momento che Benedetto XVI: “E’ stato sempre il leader dell’ala più conservatrice del Vaticano” e che ha sempre caratterizzato le sue azioni “all’insegna del proselitismo”.

Ma nonostante attacchi e polemiche le porte del dialogo restano socchiuse. “Perché – come afferma l’arcivescovo Tadeush Kondrusevich capo della chiesa cattolica in Russia – per far fronte alle sfide da parte del secolarismo, cristiani-cattolici ed ortodossi sono tenuti ad essere uniti. Soprattutto nel momento in cui nel mondo si registrano le offensive del secolarismo aggressivo, del relativismo morale e del liberalismo”. Chiaro, in questo contesto, il senso delle dichiarazioni del rappresentante del Vaticano che si trova, appunto, nella prima linea del “dialogo” tra l’ortodossia e la chiesa romana. Posizione difficile, però, tenendo conto che c’è nei vertici dell’ortodossia russa una vera forma di orgoglio unito ad un bisogno inespresso di appartenenza ad un mondo dell’Est che non si riconosce nell’Occidente. Ma al Patriarcato di Mosca si sa anche che il Vaticano non è più minacciato dal comunismo, ma dal laicismo, dall’economicismo, dal secolarismo, dal liberismo e dal permissivismo che caratterizzano, appunto, la globalizzazione, la quale è anche americanizzazione del mondo. Eppure sono ancora molti i religiosi russi che guardano al Vaticano come ad una “potenza imperialista”.

Gli ortodossi, inoltre, sanno di rappresentare nello stesso tempo una forza enorme: vero e proprio bastione. Il più importante in termini di popolazione: sono, infatti, circa 123 milioni i russi di origine ortodossa, dei quali almeno 107 milioni conservano un riferimento alla religione o alla situazione culturale ortodossa. Se a questi ultimi si sommano gli ortodossi di Ucraina, Bielorussia, Moldavia e le componenti ortodosse dei paesi baltici l’insieme degli ortodossi di questi paesi rappresentano il 74.5% degli ortodossi dell’Europa e il 72% del totale degli ortodossi nel mondo (includendo in questa percentuale anche gli ortodossi delle Repubbliche dell’Asia centrale). E ancora: se si eccettua una piccola comunità di estoni (Chiesa apostolica ortodossa di Estonia) sotto la giurisdizione del patriarcato di Costantinopoli e una parte degli ortodossi di Bessarabia (provincia della Moldavia) sotto la giurisdizione del patriarcato di Romania, tutti gli ortodossi di questa area sono parte della Chiesa ortodossa russa, ovvero del Patriarcato di Mosca. II territorio canonico del Patriarcato, cioè la giurisdizione territoriale della Chiesa ortodossa russa, comprende, infatti, tutti gli Stati che erano parte prima dell’Impero russo, poi – più recentemente – dell’Unione Sovietica, con la sola eccezione della Georgia, sede di un proprio Patriarcato ortodosso.

Intanto in tutta la Russia – nonostante questa massiccia presenza ortodossa – crescono le sette. E si affollano nuove problematiche pastorali come quelle relative ai processi di secolarizzazione connessi alla modernizzazione consumista e, soprattutto, alla propaganda aggressiva delle sette pentecostali di matrice nordamericana che si sono infiltrate massicciamente dal Baltico al Pacifico. E c’è chi a Mosca teme che questa “primavera delle sette” potrebbe portare all’inverno della Chiesa ortodossa. Perchè dietro alle sette, nate dalla convergenza tra «nuova destra» e «neo-conservatorismo» (ma anche in nome dell’anti-comunismo), si Continua a leggere