Laura o della morte laica

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laura
Ritratto presunto di Laura, la donna amata dal Petrarca.

 

Laura è il nome convenzionale con cui chiameremo una ragazza belga di 24 anni.

Le piacciono il caffé, il teatro e la fotografia, ma soffre di una grave forma di depressione da sempre e morirà l’estate prossima. Ha deciso, e la giustizia del suo paese le ha dato ragione, di volerla fare finita con la sua intollerata e intollerabile sofferenza psichica.

Non che Laura non abbia provato a curarsi, si è perfino internata in un centro di cure psichiatriche, ma senza esito. Sono svariati i suoi tentativi di porre fine da sola alla propria vita, a quella che considera “una guerra quotidiana dal giorno in cui venni al mondo”. Adesso ha potuto accedere alle procedure per l’eutanasia (regolamentata in Belgio dal 2002) attraverso il parere unanime di tre medici che hanno certificato la sussistenza di una «sofferenza fisica e/o psichica costante, insopportabile e implacabile».

Al di là di questo, è Laura che ha e deve avere il diritto di porre fine alla sua esistenza se questa non è più degna di essere vissuta. E se sia degna o no, lo stabilisce lei per prima. Poi i medici e l’apparato giudiziario.

La morte, quella di Laura come quella di ciascuno di noi, è un qualcosa che non ha nulla a che vedere con qualunque senso di colpa o di religiosità. La morte è laica per definizione, così come laico deve esere lo stato che regolamenta l’accesso all’eutanasia, in modo che chi vuole andarsene lo faccia nel modo più dolce e indolore possibile.
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408 grammi di diritti costituzionali

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L’articolo 15 della Costituzione recita:
“La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.

La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.”
Quella della corrispondenza, dunque, è una libertà fondamentale, riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico.

Siamo liberi di comunicare. E in ossequio a questa libertà oggi mi sono recato alla filiale locale delle Poste per far affrancare (ossia, “rendere franco da vincoli economici”) un invio per il Belgio del peso di 408 grammi. Cosa ci fosse dentro sono inviolabilmente cazzi miei.

Ho fatto la mia brava fila (una sola persona davanti, tempo di attesa 20 minuti) durante la quale alemno quattro persone sono entrate nello stanzino delle informazioni finanziarie a chiedere lumi su investimenti in denaro, sul rendimento dei “Bòtti” (i BOT), e su quello dei “Buoni” (s’intende fruttiferi).

Altri, sempre in quei 20 minuti, si sono accodati alle casse per pagare i bollettini: 3 casse aperte per pagamenti e prelievi (i primi si pagano!) e un solo sportello per raccomandate, francobolli e affrancature. In breve, per un esercitare un diritto costituzionale il rapporto è di 3 a 1.

Certo, esiste il catalogo di PosteShop dal quale è possibile ordinare ottimi libri per la nostra edificazione personale, come un certo “Belle anime porche” di Francesca Ferrando oppure oggetti imprescindibili per il vivere quotidiano come un regolabarba con lama in lega d’acciaio.
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L’Italia dei Valori (ennesima non opposizione) e il disastro di www.italiadeivalori.be

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Va bene, ho votato "Italia dei Valori" alle ultime elezioni europee e questo non è un mistero per nessuno.

La prossima volta annullerò la scheda. O, semplicemente non andrò a votare.

Perché non posso credere che questa "unica opposizione" sia talmente credulona da pensare che il problema della pubblicazione delle intercettazioni si possa risolvere semplicemente con l’acquisto di domini e spazi web all’estero, come se l’azione del pubblicare dall’Italia e, quindi, di "spedire" dei contenuti oltre frontiera non fosse già di per sé l’illecito che la legge vuol far passare nel nostro sistema giuridico.

Non ci posso credere invece devo arrendermi.

Devo arrendermi all’evidenza che questa gente tutta internet e informazione cada miserevolmente su un concetto così semplice come quello che prevede che se risiedi all’estero e sei all’estero mentre pubblichi una intercettazione sul tuo sito estero, la cosa è legale, mentre se produci un contenuto in Italia e sei il responsabile italiano di un dominio detenuto all’estero (sì, carcerato) rispondi alla legge italiana lo stesso. Come glielo andiamo a spiegare che se si compra un dominio, ad esempio, .cn (Cina) poi non è detto che quel server sia residente per forza in Cina, anzi, magari si trova negli Stati Uniti e che se immetti in rete dei contenuti dall’Italia che vìolino le leggi statunitensi poi ti fanno un culo così?

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