Il pensiero di Federica Angeli sulle querele bavaglio

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Stefano Aterno – Chi la rete ferisce di rete perisce

Roma – Il DDL intercettazioni, al centro di un dibattito politico con pochi precedenti nella storia recente del nostro Paese, contiene, come è ormai noto, anche una disposizione – l’attuale comma 29 dell’art. 1 – che minaccia di produrre gravi conseguenze sull’ecosistema della blogosfera. La disposizione, infatti, prevede che la disciplina in materia di obbligo di rettifica prevista nella vecchia legge sulla stampa del 1948 si applichi anche ai "i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica".

Blogger e gestori di piattaforme di user generated content, quindi, all’indomani dell’entrata in vigore della nuova legge anti-intercettazioni, dovranno provvedere a dar corso ad ogni richiesta di rettifica ricevuta, entro 48 ore, a pena, in caso contrario, di vedersi irrogare una sanzione fino a 12 mila e cinquecento euro. Abbastanza direi – che questo sia l’obiettivo perseguito dal legislatore o solo un effetto collaterale dell’ignoranza con la quale il Palazzo continua ad affrontare le cose della Rete – da far passare ai più la voglia di occuparsi, online, di informazione in ambiti o materie suscettibili di urtare la sensibilità di qualcuno ed indurlo a domandare – a torto o a ragione – la rettifica.
Cucina, ricamo, motori e moda, si avviano, quindi, a divenire i temi più gettonati nella blogosfera italiana.

È un duro colpo alla libertà di informazione online perché si appesantisce e "burocratizza", senza alcuna necessità, un’attività che ha, sin qui, avuto il suo punto di forza proprio nella semplicità con la quale chiunque poteva aprire e gestire un blog senza altre preoccupazioni che non quella, sacrosanta, di non violare gli altrui diritti e, eventualmente, rispondere delle violazioni.

All’indomani dell’annuncio della presentazione del DDL Alfano, la scorsa estate, a chi si preoccupava delle conseguenze di questa norma sulla libertà di informazione nella blogosfera, in molti, nel Palazzo, avevano promesso interventi puntuali ed efficaci per scongiurare che il rischio paventato diventasse realtà ed invitato la Rete ad abbassare i toni della protesta.
Nessuno, tuttavia, nel lunghissimo iter parlamentare attraverso il quale si è messo a punto il testo dell’attuale disegno di legge, si è ricordato di quelle promesse né ha mosso un dito per evitare che la Rete corresse il rischio di ritrovarsi "chiusa per rettifica". Parafrasando il vecchio adagio, tuttavia, potrebbe dirsi che "chi la Rete ferisce, di Rete perisce" (né in senso biologico né in senso violento, naturalmente!).

All’indomani dell’entrata in vigore della nuova legge, infatti, sarà sufficiente pubblicare – e non sarà difficile elaborare uno script che vi provveda in automatico – in calce ad ogni post un link che inviti, chiunque abbia interesse alla rettifica, a comporre autonomamente un commento di un numero di caratteri corrispondente all’informazione da rettificare e pubblicarlo, sempre autonomamente, sul blog stesso, giusto di seguito, rispetto al post incriminato. Fatta la legge, trovato l’inganno, potrebbe dire qualcuno ma, in realtà, si tratta più semplicemente di volgere, a favore dei più, quelle peculiarità dell’informazione in Rete che sono, forse, sfuggite ai frequentatori del Palazzo. Ad una legge semplicemente stupida non può che reagirsi con una soluzione altrettanto stupida, ovvero, automatizzando un processo che già oggi – senza bisogno di alcuna legge – è alla portata di tutti.
Ma c’è di più o, meglio, la Rete può fare di più per reagire alle offese infertele.

Proprio la Rete, infatti, sembra destinata a vanificare gli sforzi sin qui compiuti – non è questa la sede per dire se a torto o a ragione – dai promotori dell’iniziativa legislativa per mettere un "bavaglio" sulla bocca dei media, limitando la pubblicazione delle intercettazioni.
Le tante penne che, sin qui, hanno scritto, riscritto e corretto il testo del disegno di legge, evidentemente, ignorano davvero – come in molte occasioni hanno dato adito a pensare – le dinamiche della circolazione delle informazioni nell’era dell’accesso e nel contesto mediatico, ormai globalizzato, al quale il nostro piccolo Paese è saldamente connesso. Non si spiegano diversamente gli sforzi sin qui compiuti – sino ad incrinare lo stesso fronte della maggioranza ed a produrre pericolosi attriti istituzionali – per imporre un divieto di pubblicazione destinato a rimanere del tutto frustrato dall’intervento di soggetti – che siano editori, blogger o semplici associazioni di cittadini – stranieri che dai loro Paesi, ricevuti – poco importa come – i testi o l’audio delle intercettazioni – provvedano alla loro pubblicazione su server collocati all’estero.

Difficile credere che gli estensori del testo ritengano che un divieto di pubblicazione contenuto in una piccola legge di un piccolo Paese – almeno rispetto al contesto globale dell’informazione – possa considerarsi applicabile anche ad un editore o ad un blogger straniero. Quale che sia il convincimento dei promotori dell’iniziativa legislativa, in ogni caso, esso si scontra con i limiti di applicabilità della legge italiana che, specie in materia di informazione, non può certo ritenersi applicabile ad un soggetto straniero, operante nel proprio Paese, attraverso, per di più, un’infrastruttura tecnologica anch’essa collocata all’estero.

Nelle dinamiche dell’informazione online, a differenza di quanto accade nel mondo dei media tradizionali nei quali le tv irradiano segnali ed i giornali vengono distribuiti, i contenuti pubblicati online sono, semplicemente, resi disponibili su macchine fisicamente collocate in luoghi geografici ben definiti e sta all’utente andarli a cercare, accedervi e fruirne. Difficile, in tale contesto, ritenere che qualsivoglia elemento dell’eventuale violazione del divieto di pubblicazione possa considerarsi consumato sul territorio italiano come esige l’art. 6 del codice penale ai fini della sua applicabilità.
Neppure le disposizioni contenute nel codice penale in materia di reati compiuti all’estero da cittadini stranieri, appaiono, d’altro canto, consentire – in un’ipotesi quale quella appena delineata – di ritenere applicabile la disciplina italiana complice la natura ed entità delle sanzioni con le quali è punita la violazione del divieto di pubblicazione.

Se, tuttavia, è legittima, come appare, la pubblicazione all’estero di quelle intercettazioni che la nuova legge vorrebbe rimanessero appannaggio di pochi, allora, per editori, giornalisti e blogger italiani, domani, sarà sufficiente dare sulle proprie pagine la notizia dell’avvenuta pubblicazione da parte di colleghi di oltralpe o oltre-oceano ed inserire un link – così come è naturale nelle dinamiche dell’informazione online – all’articolo o al post straniero.
Sarà tutto, inesorabilmente, lecito. Linkare ad un contenuto da altri pubblicato non equivale, infatti, a pubblicarlo e, d’altro canto, sarebbe difficile sostenere che la pubblicazione di un articolo o di un post attraverso il quale si dia la notizia dell’avvenuta pubblicazione, all’estero e da parte di un soggetto estero, di un’intercettazione il cui contenuto è rilevante per l’opinione pubblica italiana, possa considerarsi vietata. L’eventuale divieto, infatti, si porrebbe in insanabile contrasto con la libertà di informazione di cui all’art. 21 della costituzione, libertà che non può essere compressa sino a privare un blogger o un giornalista del diritto-dovere di raccontare un fatto – il che è diverso dal pubblicare uno specifico contenuto quale l’intercettazione – di rilevante interesse pubblico.

L’augurio è che nel Palazzo ness
uno pensi di poter risolvere il problema ordinando ai provider italiani – come si fa per i contenuti pedopornografici o il gioco d’azzardo online e, da qualche tempo, con espediente di dubbia legittimità, per l’antipirateria – di rendere inaccessibili interi siti stranieri. Si tratterebbe di un attentato senza precedenti alla libertà di informazione e si aprirebbe così uno scontro tra culture dal quale, nella società dell’informazione, il nostro Paese non potrebbe che uscire sconfitto ed isolato, accostato, nell’immaginario collettivo, a regimi totalitari che oggi proclamano e tentano di attuare un’anacronistica dottrina dell’isolamento telematico.

Non si tratta di "disobbedienza civile" ma, più semplicemente, di utilizzare le peculiarità e la straordinaria potenza della Rete e di sfruttare – per una volta a vantaggio della Rete stessa – l’ignoranza e la scarsa attenzione che il Palazzo da anni riserva al fenomeno dell’informazione online, per garantire ai cittadini l’accesso a contenuti che in Italia si è deciso di rendere non pubblicabili ma che nessuno può – nel secolo della Rete – rendere non fruibili, attraverso pochi click ed un viaggio virtuale dall’altra parte delle Alpi o, piuttosto, dell’oceano.

La Rete ferita reagisce senza violare nessuna norma di legge, ma semplicemente ricordando al Palazzo che l’informazione è ormai divenuta un fenomeno globale che non si può pretendere di governare attraverso regole nazionali, poco condivise nel Paese che le emana e niente affatto condivise nelle centinaia di altri Paesi che, oggi, compongono la comunità sovranazionale con la quale siamo chiamati a confrontarci e convivere.
Saranno i Mondiali che, come sempre, risvegliano l’orgoglio nazionale, sarà un pizzico di amor di patria o, più semplicemente, sarà la stanchezza di continuare a sentirci "diversi" rispetto al resto del mondo quando si parla di Internet ed informazione, ma non si può negare che, se saremo costretti a leggere le intercettazioni su malefatte consumatesi nel nostro Paese su siti battenti bandiere di altri colori, sarà difficile non sentirci sconfitti, sebbene contenti del fatto che, nel secolo della Rete, siamo finalmente in condizione di sentirci liberi, almeno, di informarci – se non anche di informare – quale che sia la volontà del Palazzo.

da: www.punto-informatico.it
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Federico Mello – Cala il sipario sul web – Il fatto Quotidiano

Avete un blog sul quale seguite l’attività politica della vostra città? Vi interessate di politiche ambientali e aggiornate il vostro sito con le novità che riguardano risparmio energetico e gestione dei rifiuti? Siete iscritti ad una mailing list di ricercatori precari nella quale vi confrontate sui tagli all’università? E ancora, siete tra quelli che, telecamera in spalla, vanno dai politici a chiedere conto delle loro scelte?

Se siete tra questi, o se comunque avete un vostro sito Internet, preparatevi: molto presto dovrete fare molta attenzione. Nella legge bavaglio che verrà approvata a breve in via definitiva, è contenuto un articolo che vi riguarda. E’ il comma 29 che recita: “ Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

Vuol dire che ogni sito web (blog, forum, pagina Facebook, canale YouTube, wiki, ecc), dovrà sottostare all’obbligo di rettifica previsto per le testate giornalistiche. Se a qualcuno non va bene qualcosa che avete scritto, se ritiene falsa o tendenziosa una vostra frase o pensa che una vostra opinione ecceda il diritto di critica, potrà contattarvi ingiungendovi di pubblicare la sua versione dei fatti. Nel momento in cui nella vostra casella di posta arriverà una simile comunicazione, partirà un conto alla rovescia: avrete 48 ore per pubblicare la rettifica. Scaduto questo termine, non avendo rispettato la legge, rischiate una multa fino a 12mila euro.

Per la maggioranza di governo e persino per alcuni esponenti della blogosfera, il comma 29, è sacrosanto: “Sul web non si può scrivere ciò che si vuole” dicono. Per molta parte degli utenti della rete, per il Partito Democratico e Italia dei Valori, invece, il comma non tiene conto nella natura amatoriale di molti siti web e risulta perciò censorio. Da più parti viene anche sottolineato che il comma presta il fianco ad abusi: un sito web spesso non ha risorse, competenze e personale per analizzare nel merito ogni richiesta di rettifica. Juan Carlos De Martin, professore associato presso la Facoltà di Ingegneria dell’Informazione del Politecnico di Torino, contattato dal Fatto, parla a riguardo di “Chilling effect”, una definizione utilizzata negli Usa per definire leggi che sopprimono opinioni o condotte attraverso la minaccia di ritorsioni; è di certo vittima del Chilling effect un cittadino che si autocensura per timore di una penalizzazione (nel nostro caso di una multa salata).

Su Internet è in corso una campagna contro il comma 29. L’associazione Valigia Blu – la stessa che si era fatta promotrice di una raccolta di firme per chiedere al Tg1 una rettifica sull’avvocato Mills prescritto e non assolto  – ha scritto una lettera aperta a Gianfranco Fini e Giulia Buongiorno: “Occorre reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame alla Camera” dicono esponenti della blogosfera, della cultura, della politica. “L’informazione in Rete – aggiungono – ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino: ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione”.

I tempi ormai stringono: in settimana la Camera darà il via libera alla legge sulle intercettazioni. Quindi la maggioranza di governo, su esplicito diktat di Berlusconi, intende chiudere la pratica bavaglio al Senato entro le ferie estive.

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Guido Scorza – Vogliono imbavagliare (anche) la rete – Il fatto Quotidiano

Il nostro Premier non ama la Rete e questo non è né un mistero né una notizia.

Perché mai, d’altra parte, il Signore dell’oligopolio dell’informazione italiana ed il Re del TELE-COMANDO dovrebbe guardare anche solo con interesse ad uno strumento come la Rete che consente a chiunque di dire la sua a pochi click di distanza dal sito internet di RAI UNO che pubblica i video promo del prode Minzolini?

In un mondo che guarda al web – eccezion fatta per qualche regime totalitario – come ad una straordinaria risorsa democratica ed ad un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino, la radicale assenza, da parte di questo Governo, di qualsivoglia politica dell’innovazione è di per sé un fatto preoccupante.

Difficile sentirsi sereni e cittadini di un Paese moderno quando il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta – mentre il resto d’Europa investe milioni di euro per promuovere la diffusione della banda larga per uscire dalla crisi – ti dice che noi investiremo in banda larga solo dopo che – non è dato sapere come – saremo usciti dalla crisi o, piuttosto, quando il Ministro dell’Innovazione nel promuovere un progetto vecchio di cinque anni e anti-innovativo come la PEC, destinata a far la gioia solo di Poste Italiane aggiudicataria – non certo a sorpresa – di una concessione da 50 milioni di euro l’anno, lo battezza “la più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese” nonché “la migliore riforma italiana dal dopoguerra ad oggi” .

Negli ultimi mesi, tuttavia, sta accadendo qualcosa di più.

C’è un disegno nel Palazzo che ha per obiettivo quello di imbavagliare anche l’informazione libera online e consegnare la Rete nelle mani dei Signori dell’informazione di un tempo perché la utilizzino come una grande TV.

Nessuna teoria complottista ma solo l’analisi dei fatti.

L’ormai celebre – nel senso dello strangolatore di Boston e non certo di un premio nobel per la pace – DDL intercettazioni, tra le tante disposizioni liberticida, contiene un art. 29 che estende a tutti i gestori di siti informatici – e dunque all’intera blogosfera italiana – l’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla Stampa datata 1948 e scritta dai padri costituenti quando Internet non esisteva neppure nell’immaginario degli scrittori di fantascienza.

All’indomani dell’approvazione del DDL, se un blogger ricevuta una richiesta di rettifica non provvederà entro 48 ore sarà passibile di una sanzione pecuniaria fino a 12 mila e 500 euro: una pena accettabile per un editore tradizionale ma di gran lunga superiore agli utili di un lustro di uno dei tanti blog che popolano la blogosfera italiana, garantendo quell’informazione libera che solo pochi giornali e poche TV hanno potuto e saputo sin qui assicurare.

Il malcelato obiettivo perseguito dal Palazzo con questa disposizione, ancora una volta, non ha niente a che vedere con la tutela della privacy dei cittadini e risponde, piuttosto, alla finalità di disincentivare i non professionisti dell’informazione ad occuparsi di informazione in modo tale che, anche nell’era di internet, l’informazione, in Italia, possa essere controllata esercitando pressioni politiche ed economiche su un numero quanto più limitato possibile di persone.

Nei giorni scorsi due emendamenti al comma 29 dell’art. 1 del DDL intercettazioni presentati, in Commissione Giustizia alla Camera, al fine di “ammorbidire” l’impatto della disposizione sull’ecosistema Internet, sono stati, addirittura, dichiarati – del tutto inspiegabilmente – inammissibili dal Presidente, Giulia Bongiorno .

La Rete ha reagito con una lettera aperta indirizzata al Presidente Fini ed a tutti i deputati italiani, ma, naturalmente, le chance che il testo del comma 29 venga modificato nella discussione in aula appaiono prossime allo zero.

Frattanto – ed è proprio questa coincidenza e sovrapposizione di eventi a non consentire più di giustificare quanto sta accadendo sulla base del fatto che il Palazzo sia abitato da dinosauri che non conoscono la Rete – l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato, nell’ambito di una consultazione pubblica, gli schemi di due Regolamenti volti a disciplinare la diffusione di contenuti audiovisivi a mezzo internet in ossequio all’ormai famoso Decreto Romani.

Tutte le web tv ed i video blogger italiani, in forza degli emanandi regolamenti, dovranno chiedere all’Agcom un’autorizzazione – o almeno indirizzarle una dichiarazione di inizio attività -, versare 3000 euro per il rimborso delle spese di istruttoria (quali?) e, soprattutto, finiranno assoggettati, tra gli altri al solito obbligo di rettifica, sempre entro 48 ore e sempre sotto la minaccia di una sanzione fino a 12 mila e 500 euro .

L’obiettivo dell’ultimo scellerato progetto di Palazzo sembra evidente: ora che il Cavaliere si accinge a sbarcare in Rete avendone forse, almeno, subodorato le enormi potenzialità, la vuole tutta per lui, per i suoi amici e per i soli suoi nemici che ha, comunque, la garanzia di poter controllare almeno in termini economici.

Guido Scorza
da: www.ilfattoquotidiamo.it
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Massimo Mantellini – Contrappunti/Vota Internet

Roma – Non ci sono troppe ragioni per stupirsi riguardo alle vicende dei giorni scorsi in Commissione Giustizia, dove gli emendamenti di alcuni parlamentari di entrambi gli schieramenti che chiedevano fosse rivisto l’obbligo di rettifica per i blogger, tema già molte molte dibattuto sia in Rete che fuori e che Punto Informatico segue con attenzione da sempre. Ignoro le ragioni per cui Giulia Bongiorno, presidente della Commissione, abbia deciso di ritenere inammissibili le richieste, apparentemente di assoluto buonsenso, di Roberto Cassinelli (PDL) e di Roberto Zaccaria (PD): quello che però mi pare abbastanza evidente è che i toni di commento della vicenda siano piuttosto fuori dalla righe.

Detesto fare l’avvocato del diavolo, ma a margine di un articolo di legge scemo e un po’ intimidatorio, per altro scemo e intimidatorio meno di altri che abbiamo dovuto registrare in questi anni, Michele Meta (capogruppo in Commissione Telecomunicazioni per il PD) ha dichiarato che tale articolo "rischia di determinare un freno insopportabile alla libertà di espressione e alla creatività di migliaia di blogger. Vista l’immediata e gratuita fruibilità di internet, i blog fanno del web una piazza virtuale aperta, di confronto e arricchimento collettivo, sfidando spesso i grandi media pieni di risorse, sulla qualità e obiettività dell’informazione".

Una dichiarazione un po’ sopra le righe, specie se a proporcela è il rappresentante di un partito che in questi anni è stato lui, per primo, "freno insopportabile" allo sviluppo delle reti in Italia in numerose note occasioni. Fu per esempio una legge del centro-sinistra nel 2001 a generare la prima dolosa confusione fra pagine web e siti editoriali, piccola bomba semantica capace, come si vede, di creare concreti disastri anche a distanza di un decennio.

Ad occhio e croce il 90 per cento della discesa in campo di questi giorni da parte della politica contro l’obbligo di rettifica per i blog è del tipo ben interpretato dalla dichiarazione del PD: propaganda antigovernativa con il vestitino della festa su un tema di cui, tranne in rari casi, non interessa niente a nessuno. Del resto raccontare se stessi come gli indomiti cavalieri della libertà è sempre uno sport discretamente apprezzato a tutte le latitudini.

Anche il punto di vista di Antonio di Pietro in quanto a toni non scherza: "La Rete è uno degli ultimi rifugi delle voci libere e della libera informazione. Consapevoli dell’importanza rappresentata dal web continueremo la nostra battaglia contro il ddl bavaglio e, in particolare, contro l’obbligo per i blogger a pubblicare la rettifica entro 48 ore. È una battaglia in difesa della democrazia e della giustizia che porteremo avanti senza se e senza ma". La differenza concreta fra questi due differenti sprechi di aggettivi e frasi fatte è che il leader dell’IDV, blogger egli stesso, ha almeno avuto in questi anni comportamenti conseguenti su simili temi, pur partendo lui stesso da posizioni semplificate e populiste, figlie di quella interpretazione ideologica della rete che va da Beppe Grillo a Casaleggio (o viceversa).

Fra il disinteresse dei più e la strumentalizzazione di qualcuno,la terza via per incidere sulla solita tendenza italiana a legiferare "contro" Internet è ancora una volta quella della mobilitazione dal basso. Guido Scorza ha preparato una lettera aperta a Giulia Bongiorno, che molti utenti della Rete stanno sottoscrivendo in queste ore. Sono quindici anni che firmiamo petizioni in Rete, spesso su temi molto importanti: l’unica sensibile differenza fra le petizioni di oggi e quelle di qualche anno fa è che oggi i primi firmatari sono talvolta persone che hanno più facile accesso ai mezzi di informazione di massa. Così le stesse campagne che un decennio fa generavano migliaia di firme in Rete e un silenzio assoluto fuori, oggi hanno la capacità di uscire occasionalmente da Internet per raggiungere le pagine dei quotidiani e magari provocare qualche flebile reazione politica o una innocua interrogazione parlamentare.

La grande debolezza di simili strumenti di opposizione, come è noto, è che si tratta di presidi a costo zero, il cui valore in termini di "mobilitazione politica" è estremamente basso. I numeri stessi sono poi facilmente adulterabili, e la somma di queste due caratteristiche trasforma la Rete in una sorta di suk della politica dove chiunque può teoricamente costruire facile consenso su qualsiasi tema.

E allora come se ne esce? La risposta è contemporaneamente semplice e complicatissima: le grandi masse di utenti della Rete, offese dall’orribile legiferare contro la Rete, dovrebbero semplicemente mandare in Parlamento propri rappresentanti che conoscano ed apprezzino Internet. Ce ne sono moltissimi in ogni schieramento e potrei perfino iniziare qui di seguito un folto elenco nome per nome. Solo mandando a casa Giulia Bongiorno e la schiera di illetterati digitali che abitano il nostro Parlamento si incide su una questione che in Italia è ormai da anni declinata nell’unica sterile contrapposizione fra una politica che ignora Internet ed una massa sempre più ampia di utenti di Internet che si indignano a colpi di click.

Massimo Mantellini
da: www.punto-informatico.it
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Il blog di valeriodistefano.com sta per chiudere

Questo blog chiuderà, con ogni probabilità, a settembre.

O forse a ottobre. Quando, cioè, il caldo infernale avrà allentato la morsa, e il mondo apparirà perfino bello, nelle sue manifestazioni naturali. Quando la gente sarà tornata alla normalità, e quando i lidi sul lungomare avranno smesso di diffondere musica a tutto volume, abbassando le serrande e chiudendo gli ultimi ombrelloni, facendo la manuntenzione al frigorifero dei gelati perché “l’inverno è lungo, resta tutto chiuso e non si sa mai come ci si ritrova alla riapertura”.

Questo blog chiuderà, salvo improbabili imprevisti dell’ultim’ora, quando si assaggerà il vino nuovo. O quando lo si vendemmierà.

Non chiuderà, sia chiaro, per cazzate pretestuose o chissà quali altri clamori.

Chiuderà perché sarà stata approvata la cosiddetta “legge Bavaglio”, nel testo che sta per essere discusso e approvato definitivamente alla Camera dei Deputati, che ha ridato alla casta dei giornalisti ampia facoltà di pubblicazione delle intercettazioni, sia pure per riassunto, ma ha lasciato inalterato per i blogger e, più in generale, per i gestori di qualsivoglia sito web, l’obbligo di rettifica entro 48 ore dalla comunicazione della richiesta da parte di chi ne abbia interesse.

Il blog sarà, dunque, inaccessibile nella pressoché totalità dei suoi contenuti a partire da alcune ore prima dell’entrata in vigore della legge.

Il gioco al massacro che si sta consumando in questi giorni nella Commissione, presieduta da Giulia Bongiorno, che “permette di pubblicare le intercettazioni rilevanti ai fini delle indagini, passata anche con i voti del Pd e dell’Udc” (Repubblica), e che si consumerà dopo l’estate nelle aule di Palazzo Madama e di Montecitorio salva la stampa di regime e sacrifica i blogger. Salvaguarda, dunque, i grandi gruppi editoriali, finanziati con un enorme gettito pubblico (unico caso in Europa, in cui i giornali, se vogliono sopravvivere devono vendere copie) e strangola l’informazione dal basso e la libertà dei cittadini di esprimere le loro opinioni anche e soprattutto in senso critico.

Basterà scrivere di chiunque per vedersi recapitare una richiesta di rettifica (intanto l’interessato ci prova, poi si vedrà…), magari durante le vacanze, o un ponte lungo, o un fine settimana. Dal venerdì pomeriggio alla domenica sera sono giusto più di 48 ore. Se la rettifica non comparirà, si spalancheranno le sanzioni pecuniarie per i blogger: fino a 12500 euro.

Non sono i soldi da scucire a spaventare, quelli, tutt’al più, fanno girare i coglioni.

Quello che preoccupa, e seriamente, è che chiunque, in qualunque momento, può mettere in ginocchio un blogger, una associazione, un sito web, si chiami pure laRepubblica.it o PincoPalloBlog.com.

Se uno scrive una frase tipo “Lo scrittore XY è uscito dall’anonimato con un romanzo intitolato etc… etc…”, lo scrittore XY può chiedere una rettifica che chiarisca che lui non era nell’anonimato, ma che era conosciuto per aver pubblicato altri romanzi, sia pure da una cerchia di pochi lettori, dunque non era affatto “anonimo”. Una rettifica “innocua”, come si vede. Ma che se non pubblicata entro 48 ore potrebbe portare il blogger a pagare una cifra elevata. Che potrebbe essere una bazzecola per il sito del quotidiano nazionale, ma creare problemi a una famiglia con il mutuo da pagare in cui uno dei membri (marito, moglie o figlio a carico) tenga un blog di informazione, divertimento o perché, si veda il caso, ha deciso di raccontare un po’ di cazzi suoi all’universo mondo.

Da qui al ricatto il passo è brevissimo, è chiaro che se voglio fare del male a qualcuno, se ho un blogger che vedo come “nemico” o che mi vede come tale, se decido di mettermici di santa pazienza con due o tre colpi del genere una persona la mando in rovina. Magari mandandogli la richiesta di rettifica la notte di Natale, o a San Silvestro, o a Ferragosto.

E non è che io non sia disposto, si badi bene, ad andare in rovina per la mia libertà di espressione. Non sono, più semplicemente, disposto a scrivere sapendo che dall’altra parte mi viene puntato un potenziale coltello contro: “o pubblichi questa rettifica [sostanzialmente “O scrivi quello che voglio io] o affondo la lama…”

Se, dunque, per valeriodistefano.com le cose si mettono male, non c’è da illudersi, gli altri stanno molto, ma molto, ma molto peggio.

E non c’è nemmeno da sperare nell’intervento dei Finiani e del Presidente della Repubblica. Loro non ci aiuteranno mai. E nessuno andrà a tapparsi la bocca coi postit per un blog. O mille.


Questo articolo è stato pubblicato in prima stesura nel pomeriggio del 23 luglio 2010. Sarà pubblicato sulla Home Page del blog in prima posizione fino alla pubblicazione della cosiddetta “Legge Bavaglio” sulla Gazzetta Ufficiale e alla sua successiva entrata in vigore. Fino a quella data, tutti i post successivi saranno “logisticamente” posti in secondo piano. Dopo tale data, invece… beh, non ci sarà più bisogno di questo post, né di questo blog.

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