A Livorno qualcuno era comunista

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A Livorno “Il Partito” era “il Partito” e “il Partito” non poteva che essere il Partito Comunista Italiano, che non solo ci era nato, ma ci aveva messo radici solidissime.

Finché ci bazzicavo io, a Livorno “Il Partito” non aveva mai perso un’elezione comunale. E guai a chiamare “il Partito”, che so, la Democrazia Cristiana. Esisteva, certo, svolgeva una onesta, caparbia, onorevole ma inutile opposizione.

Quelli che erano del “Partito” spesso amavano adornarsi il petto (non so se anche il crine) di catene a maglia assai doppia, in oro massiccio, che ciondolavano una falce e martello sulla canottiera riempita di patacche di unto e maleodorante di sudore. Qualcuno di supporto aveva anche l’immagine dorata della Beata Vergine di Montenero, anticipando un certo cerchiobottismo di maniera.

I comunisti a Livorno andavano alle feste de l’Unità (quando era ancora l’organo del PCI, ma, soprattutto, quando era ancora il giornale fondato da Antonio Gramsci, non questo quotidiano medioborghese che di gramsciano ha solo un vago sentore e un ricordo sempre più sbiadito), bevevano vino rosso nei fiaschi, o se lo mettevano nei bicchieri erano bicchieri con la falce e il martello anche quelli, parlavano di Togliatti, di Berlinguer, di “Terradioboiacini” e quando morivano si facevano portare al Cimitero dei Lupi, una bella falce e martello sulla lapide tanto per mettere subito le cose in chiaro.
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