…e continuavano a chiamarlo femminicidio

Marilia Rodrigues Silva Martins, 29 anni, brasiliana, in stato di gravidanza, è stata uccisa nell’ufficio in cui lavorava. Presunto colpevole il suo amante nonché datore di lavoro.

A Bari, Paola Labriola, 53 anni, psichiatra, è massacrata a coltellate. Presunto autore del gesto un suo paziente.

Ad Avellino Clotilde Sensale, 76 anni, commerciante titolare di un negozio di abbigliamento sportivo nel centro storico è stata presa a coltellate per cinque euro. Il suo presunto assassino è un pregiudicato di 41 anni.

Il primo è un femminicidio, gli altri due no.

Il perché è facilmente intuibile.

Perché la donna brasiliana uccisa era incinta, e per giunta dell’uomo con cui aveva una relazione. Era bella, almeno così l’hanno fatta apparire. Una donna giovane, bella, sola in Italia, lontana dal proprio paese e, soprattutto, madre.
Basta questo per inquadrare il fatto nella categoria del “femminicidio”. Perché la vittima, prima ancora che donna è “femmina”, proprio per i motivi di cui sopra. Non è solo un essere umano, è qualcosa di più. E’ una categoria a sé, e proprio per questo fa notizia.

Una donna che curava le persone con disturbi mentali invece no. Non era giovane, o almeno non più giovanissima, anche lei è stata uccisa sul luogo del suo lavoro, non era affatto incinta, no, probabilmente aveva dei figli già grandi, ma questo desta poco interesse per la pubblica opinione dèdita a scandalizzarsi ad ogni “femminicidio” sospinto.
Così come una donna di 76 (“capirài, non pubblicano nemmeno la foto sul giornale, tutt’al più sulla lapide o sugli annunci funebri”), che “sì, povera donna, tutto quel che si vuole, era anche dinamica per la sua età, brutta cosa essere ammazzati per cinque euro, non si discute” (perché la gente pensa questo!) ma queste, appunto, sono donne, non femmine. Cadaveri, non vittime.

E’ come se parlare di “femminicidio” avvicinasse le assassinate agli altari e sacrificasse tutte le altre. Come se l’omicidio per motivi passionali avesse più dignità di essere condannato e aborrito di quello per mano di un povero malato o perpetrato per motivi così futili come una banconota da cinque euro.

Siamo irrimediabilmente stupidi da dividere i morti in serie A e serie B.

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Nichi Vendola assolto dall’accusa di abuso d’ufficio. Ma non è un comune cittadino.

Immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Nichi_Vendola

Dunque Nichi Vendola è stato assolto dall’accusa di abuso di ufficio perché il fatto non sussiste.

La formula assolutoria più ampia per il Governatore della Puglia, dunque. Ne sono sinceramente felice per lui, pur non essendo Vendola esattamente nei miei santi.

Negli ultimi giorni Vendola aveva dichiarato che se fosse intervenuta una sentenza di condanna si sarebbe ritirato a vita privata per difendersi dalle accuse a suo carico come un normale cittadino. L’intenzione gli fa onore, indubbiamente.

Ma ci sono diverse cose da osservare.

La prima è che la sentenza di assoluzione di questa mattina è stata emessa in un giudizio svoltosi con il rito abbreviato (diritto imprescindibile di Nichi Vendola), in cui tutti gli atti, dalla formulazione dell’accusa, alle argomentazioni della difesa, alla sentenza di assoluzione, si sono svolti mentre Vendola era e non ha mai smesso di essere Presidente della Regione. Si è difeso in primo grado, dunque, questo sì. Nei modi previsti dalla legge e con tutte le garanzie previste.
Ma non da normale cittadino.

La seconda è che Nichi Vendola risulta avere pendente un altro procedimento giudiziario per i reati di abuso d’ufficio, peculato e falso, per una presunta transazione da 45 milioni di euro tra la Regione Puglia e l’ospedale ecclesiastico Miulli di Acquaviva delle Fonti.
E non mi risulta che, almento in questa fase delle indagini, fino a sentenza del GUP, Vendola si stia difendendo da comune cittadino (un comune cittadino non dà appuntamento ai giornalisti per una conferenza stampa).

E non si può certo dire che un cittadino italiano, davanti alla legge, sia tale solo dopo una sentenza di colpevolezza di primo grado.

Dalle urla di Vendola colpevole!” al “Viva Vendola!” il passo è stato troppo breve. E’ d’uopo non aderire né al giustizialismo forcaiolo degli uni, né al trionfalismo ingiustificato degli altri.  

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Antonio Laudati: “Non ho mai pensato di lasciare la guida della procura di Bari”

"Sono molto tranquillo e molto soddisfatto. Non ho mai pensato di lasciare la guida della Procura di Bari, della quale sono onorato di essere il capo e che auspico di continuare a servire. Se emergessero ombre su di me io sarei il primo a fare un passo indietro. Ho la sensazione che qualcuno abbia equivocato, spero non in malafede, un passaggio della lettera che ho inviato alla stampa il 3 settembre scorso".

"(…) pur essendo assolutamente tranquillo per tutto quel che riguarda ogni singolo mio comportamento, ritengo che un Procuratore se indagato non possa continuare a svolgere il suo ruolo con la serenità e il dovuto prestigio che deve caratterizzare la sua funzione."

" (…) Altresì ribadisco che, come ho già scritto sempre nella stessa lettera, se alla fine degli accertamenti penali e amministrativi una sola ombra dovesse emergere sul mio operato, mi impegno a richiedere immediatamente al Csm di essere destinato ad un altro incarico"

(Dott. Antonio Laudati, Procuratore capo della Repubblica di Bari – 22/09/2011)
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Il Dott. Antonio Laudati: “Le intercettazioni sono uno strumento investigativo importante ma oramai tecnologicamente superato”

"Le intercettazioni sono uno strumento investigativo importante ma oramai tecnologicamente superato", ha dichiarato il Procuratore Capo di Bari Dott. Antonio Laudati nel corso di alcune dichiarazioni alla stampa seguite al convegno Comunicare in sicurezza tenutosi nella capitale pugliese.
E ha aggiunto:  "Basta considerare che Facebook ha fatto un nuovo plugin che e’ Places con la geolocalizzazione e quindi oggi combinandolo con Googleearth e’ possibile localizzare qualsiasi persona in ogni parte del mondo senza forma di autorizzazione giudiziaria."

Personalmente le trovo dichiarazioni un po’ inquietanti che meritano una riflessione.

Siamo in contesto sociale e politico in cui il dibattito sull’autorizzare o meno l’uso e la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche e telematiche nei processi e nell’informazione giornalistica ha creato e sollevato un vero polverone di polemiche, certamente non destituite di fondamento.

E’ storia dell’altroieri, ma l’opinione pubblica italiana ha la memoria corta. O, più probabilmente, quando il pericolo è scampato gli italiani non ci pensano più, archiviando il dato in una sorta di gigantesco hard disk che viene riformattato a ogni pie’ sospinto. Ma il dibattito sulla legge cosiddetta "-bavaglio" lo abbiamo vissuto tutti, se non altro perché toccava aspetti cruciali dell’investigazione e dell’informazione, dalla testata giornalistica più importante d’Italia al blogger di periferia.

Nella prima affermazione del Dott. Laudati ritengo alberghi un credo comune piuttosto duro a morire, ovvero il fatto che uno strumento (di tipo investigativo, in questo caso) sia tecnologicamente superato solo perché ne esistono altri che permettono o permetterebbero di bypassarne i limiti intrinseci.

E’ quello che pensiamo tutti, in fondo. Il vecchio cellulare è superato perché fa solo le chiamate e manda gli SMS, quelli nuovi fanno le foto, i filmati, si collegano a Internet e possono avere la radio o il lettore MP3; la vecchia automobile a benzina non va più bene non perché non vada bene in sé ma perché adesso ci sono motori nuovi, magari a gasolio; il televisore un po’ bombato e cassone cede il posto agli ultrapiatti anche se funziona benissimo e serve egregiamente allo scopo di visualizzare le immagini trasmesse da questa o quella emittente televisiva, in analogico o in digitale.

Non mi pare che per il solo fatto, ad esempio, che in un contesto investigativo sia possibile "mappare" il DNA di una persona che ha bevuto da un bicchiere, lo strumento investigativo delle vecchie impronte digitali da acquisire con il pennellino sia da considerarsi "tecnologicamente superato".
Le stesse intercettazioni vengono registrate o sono conservate ancora su nastri magnetici, uno strumento analogico, tecnologicamente superato.
Ma non è detto che solo per questo non si possano usare i vecchi Revox a 7,20 o 3,60 pollici al secondo.

Facebook e alcune applicazioni ad esso connesse hanno permesso di risolvere svariati casi giudiziari. Lo stesso Dott. Laudati ne cita alcuni: "Chiara Brandonisio, abbiamo identificato l’assassino attraverso Facebook per le sue chat; abbiamo revocato gli arresti domiciliari a un detenuto che ha condiviso foto di una festa di compleanno a casa sua; per il processo di Altamura abbiamo localizzato il covo dove si nascondevano i killer attraverso Facebook, perche’ chattavano su Facebook. Adesso una nuova frontiera e’ lo spaccio di stupefacenti"

Ma c’è comunque qualcosa che non mi torna e mi sembra contraddittorio.

Il punto non è, evidentemente, usare Facebook per le indagini perché è un mezzo che permette di scoprire fatti e circostanze per i quali le intercettazioni erano uno strumento più o meno limitato, sotto il profilo tecnologico. Il punto è usare Facebook perché con questi strumenti si può agire anche "senza forma di autorizzazione giudiziaria". E probabilmente è questo ciò che mi ha trovato un po’ interdetto: il fatto che sia possa intercettare (legittimamente, non ci sono dubbi) chiunque evitando quel filtro che viene rappresentato dall’autorizzazione di un terzo soggetto giuridico, pone, a mio personale modo di vedere, il cittadino a un rischio molto maggiore.

Il Dottor Laudati ha concluso: "La globalizzazione  si gioca su tre punti: la globalizzazione del mercato, la globalizzazione della comunicazione e la globalizzazione del diritto. Tre velocita’ completamente differenti: quella del mercato viaggia a 300 all’ora, quella della comunicazione a 250, quella del diritto un diesel, a 10 all’ora. E’ la sfida che affrontiamo."

Mi spiace molto non vedere nelle parole del Dott. Laudati il punto più importante, quello della conoscenza, che dovrebbe essere quanto di più globale dovrebbe esseci nella società attuale.
E mi pare che quello del diritto possa e debba continuare a marciare, da buon vecchio Diesel, a 10 Km/h, perché in ballo ci sono le garanzie di ogni cittadino sull’autostrada del vivere, e non ci si può permettere il lusso di investire qualcuno sulla corsia di sorpasso solo perché si viaggia a una velocità superiore.

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Nichi Vendola indagato: la Procura di Bari è a nudo

Nichi (sic!) Vendola è una persona umanamente simpatica, troppo pasoliniana per i miei gusti, molto aulica nel linguaggio, sufficientemente genuina.

Non gli darei mai il mio voto, ma questo non credo abbia troppa importanza.

Negli ultimi giorni si è diffusa la notiza della sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Bari. O, meglio, non si sa bene. Un comunicato del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati (già sostituto procuratore presso il Tribunale di Napoli) ha scritto testualmente:

"Nei confronti del presidente della giunta regionale pugliese Nichi Vendola, non vi sono, nel registro degli indagati di questa procura, indicazioni suscettibili di comunicazione."

E ti cadono le braccia. Cosa vuol dire che "non ci sono indizi suscettibili di comunicazione"? Che Vendola è indagato ma non si può dire? Che probabilmente rispetto all’indagine in cui sarebbe coinvolto il Governatore della Puglia si andrà quasi certamente a un decreto di archiviazione?

Fatto sta che il Dott. Antonio Laudati prosegue: "La procura prende atto delle possibili strumentalizzazioni delle indagini, per finalità diverse da quelle processuali, così come delle precedenti fughe di notizie sugli accertamenti in corso: allo stato non può escludersi che siano riferibili a componenti del gruppo investigativo."

In breve, Laudati è stato tradito dai suoi. Forse dai "fedelissimi" che si era portato dietro dal lavoro svolto alla Procura di Napoli, e per finalità che non sono processuali. Cioè politiche.

A queste persone era affidata la blindatura delle indagini che riguarderebbero i rapporti del Presidente del Consiglio con le escort, di cui non trapela nemmeno la capocchia di uno spillo, e, adesso, l’indagine sul Governatore, di cui è trapelata l’iscrizione nel registro degli indagati. Iscrizione non smentita dal Dr. Laudati, che si limita a dichiarare che nel registro degli indagati non ci sono "indicazioni suscettibili di comunicazione". E va beh, e allora? E‘ indagato o non è indagato? Si deve sapere o non si deve sapere?

Di certo c’è un senso di squallore in questa vicenda, torbida come le notizie che l’hanno accompagnata.

Io vorrei poter continuare a dire ogni giorno "Io sto coi magistrati". Ma oggi, in questo caso, no, proprio non ce la faccio.

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