Della Concordia e della metafora del paese

Screenshot da www.repubblica.it

Questa storia del raddrizzamento della Concordia all’Isola del Giglio non convince nessuno. Enrico Letta dice che è un “grande orgoglio italiano”.

Lo scrittore Roberto Saviano, su Facebook, quanto meno si pone il dubbio, legittimo ma radicalmente dissentibile, se questa remissione “in asse” sia o non sia un simbolo evidente e parlante di un desiderio della collettività di uscire dalle acque e riprendere la posizione eretta.

La Concordia che è venuta fuori dall’acqua del Tirreno è storta, melmosa, tetra, rotta. Ecco il grande orgoglio italiano. Eccola la metafora del paese. Fa paura e la terranno lì ancora per non si sa quanto tempo.

E il catetere da adulti imposto (per sbaglio o per imperizia) a una bambina di due anni provocandone la morte, il carabiniere che ruba il bancomat di una donna per andare a giocarsi i soldi alle slot machines, l’arresto del cantante Zuccherino che ha partecipato a una sparatoria, il videomessaggio di Berlusconi che stamattina presto c’era e poi non c’è più, Ligabue che cade al concerto all’Arena di Verona, un commando di vegani che assalta una festa degli arrosticini, queste non sono metafore dell’Italia, questa E’ l’Italia.

Nessuno ci rimetterà mai più in asse.

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Io lòvvo i bancomat!

Bancomat. Càspita, ci ho la tesserina del bancomat, io, cazzo che cosa non è il progresso, noin ho più bisogno di andare in giro con i soldi contati e/o contanti, e se ho bisogno di ritirare, prego, non c’è problema, si accomodi allo sportello automatico, digiti l’importo della cifra che desidera, PIN, preghi un pochino, ed ecco la Sua tesserina e i soldi. Dio, quando vorrei benedire la tecnologia, a volte. Ma proprio mi viene da infilarle la testa direttamente nel fonte battesimale da quanto la adoro. Sì. Ma ho bisogno di cinque euro. Voglio dire, non è una gran cifra, ho bisogno di una banconota da cinque miserabili euro. Per pagare il giornale e il caffè e avere un paio di euro di spiccioli in tasca nel caso mi andasse di regalarli al mendicante davanti al supermercato. O di comprarmici un cornetto assieme al caffè. Voglio ritirare cinque euro perché sono cazzi miei. Posso mica. No, no, no, no… Lei, caro Coso, può contare su un taglio minimo di venti euro, cioè quattro volte di più il Suo fabbisogno giornaliero, e vada via se no La raggiungiamo. E ringrazi il cielo che oggi siamo buoni e teniamo i pezzi da 20, se no, quando ci girano i cosiddetti, ci trova direttamente quelli da 50 e il Suo giornalaio bestemmia tutta la mattina e La maledice che gli ha portato via tutti i resti. Dia retta, caro il nostro Gagarone, oggi Le è andata veramente di lusso. Inserisca la tesserina, ecco, bravo, così… mamma mia però che sporcizia che ha nel portafogli… ora il codice… ecco, metta quello giusto se no gliela facciamo a pezzi quella tesserina malsana. Ecco, ora legga, legga qui: “L’operazione può avere dei costi aggiuntivi se il Suo istituto di credito lo prevede”. Ha capito?? No, perché al bancomat di fronte scrivono “L’operazione può NON avere dei costi aggiuntivi se il Suo istituto di credito lo prevede”, il che, come sa, è molto, molto diverso. Quanto voleva Lei? Venti euro? Spiacenti, le banconote da venti euro sono testé terminate, taglio minimo disponibile cinquanta euro, cosa fa, ci bestemmia pure sopra? Vada, vada pure, e ringrazi il cielo che non Le facciamo pagare niente per il disturbo…

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Bancomat

Ci sono momenti in cui il tempo e la vita sembrano rimanere lì sospesi a non fare un accidente di niente e a rimandare la vita a qualche istante dopo.

Uno di questi momenti è certamente il pagamento tramite bancomat.

La cassiera o il venditore (tipologia assai più diffusa la prima, più imbarazzante la seconda, soprattutto tra i benzinai) guardano la tessera e chiedono “Bancomat o carta di credito?”, e tu li guardi rincoglionito specificando “Bancomat!” e cercando di dire che la carta di credito effettivamente ce l’hai ma l’hai lasciata a casa assieme a quella valigetta contenente un paio di milioncini di euro in contanti per cui se non le dispiace per ora pago così poi dalla prossima La servo in moneta ballante e sonante.

La cassiera striscia il bancomat come se se stesse sfregiando le putenda di un amante che l’ha respinta, la tesserina si piega nel lettore e a volte ti senti dire “Mi dispiace, non me lo prende…” (prova a farlo passare perbene, cretina…).

Poi è la volta dell’immissione del prezzo, a cui devi stare attentissimo perche’ alcuni POS non hanno la virgola automatica, per cui se spendi 20,64 euro ti puoi trovare un addebito di 2064 senza nemmeno passare dal via e ti ritrovi a mangiare alla mensa della Caritas.

E alla fine il codice PIN. Che lo hai ripassato a memoria fra il banco della frutta e quello della macelleria, lo sapevi perfettamente ma ora arrivi lì e te lo sei dimenticato. “Credo sia giusto“, fai, con la faccia da pirla, mentre quella ti guarda come se ti volesse incenerire perche’ ha la fila e con una operazione annullata si perde tempo e il tempo è denaro.

Infine l’attesa. Quella per la risposta. “Ci saranno le linee congestionate”, dici specificando bene ogni sillaba, e sperando che arrivi il sospirato “OK” alla transazione, che regolarmente non arriva, regalandoti attimi di panico in cui pensi di tutto, compreso che la banca ti ha tolto il conto corrente e che sei diventato un nulla tenente in tre secondi netti.

E poi il sollievo, il “trìcchete trìcchete” della macchinetta che consegna gli scontrini e che ci dice che sì, il nostro bancomat è stato accettato.

E allora ripensi a quanto è bella la vita e a quanto la tecnologia ce la renda così semplice, nonche’ a quanto siamo pirla noi a essere così malfidati e a non riporre fiducia in questi mezzi di pagamento elettronici.

Saluti la cassiera stronza con un sorriso disteso, porti via quello che hai comprato ed esci finalmente dal negozio.

La cassiera nel frattempo si è dimenticata di ridarti il bancomat.

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