Le favole Zen di Baluganti Ampelio

Le venerate ciabatte di Baluganti Ampelio
Le venerate ciabatte di Baluganti Ampelio

Il prode Baluganti Ampelio, grato per la pubblicazione del dagherrotipo che ci ritrae lieti e gàrruli, mi ha mandato una istantanea delle sue meravigliose e teologiche ciabatte (pronte per la venerazione dei lettori del blog), e una favoletta zen che vi riporto a continuazione per il vostro sempiterno ammaestramento:

C’è un vecchio detto orientale che dice così:

“Chi pianta tamarindi, non raccoglie tamarindi”

Questo perchè il Tamarindo impiega almeno 90 anni per dare i suoi primi frutti.

Una volta un giovane ragazzo incontrò un vecchio e saggio coltivatore di tamarindi e gli chiese “Nonno, perchè pianti i tamarindi se sei già che non potrai raccoglierli mai?”

E allora il vecchio e saggio nonno posò gli attrezzi, chiese al ragazzo di sedersi vicino a lui, si accese una pipa e dopo tre lunghe boccate pronunciò queste parole:

“Perchè il terreno è mio e ci faccio il cazzo che mi pare!”

E da allora il giovane capì il grande insegnamento e cominciò a farsi una vagonata di cazzi suoi nella vita.

 

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Il mio compagnuccio (della parrocchietta) Baluganti Ampelio

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E questo è il mio compagnuccio preferito nonché attivo e sprezzante lettore di queste insulse paginette Baluganti Ampelio (io mi son da presso) il quale venne a trovarmi sciroppandosi ben 30 chilometrini di strada, lui che non ha mai portato le sue ciabatte fuori dalla stanza del suo computer. Vestito in abiti eleganti e con la caratteristica maglietta “a vista”, il volto curato e le gòte rasate coll’accetta, col Baluganti abbiamo chiacchierato del più e del meno (ma soprattutto del meno, visto che a chiacchierare era solo la su’ moglie, la celeberrima Contessa Marusca, che non le cresce certamente l’erba in bocca), soprattutto di teologia, letteratura, dinghi, rutti, lazzi, frizzi, triccheballacche, petardi, raudi, raudi fischioni, poponi, Di Stefano ora basta.

Furon ore di piacevole conversazione, peccato che ora io sia tornato a casa e che non abbia più la possibilità di vedere il Baluganti che ha un telefono coi minuti illimitati ma non lo usa mai, e questo mi rende triste, sicché vado a consolarmi con una vagonata di tacchinella à la Peyregord, ché tanto il Baluganti non la può soffrire.

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Lo spamming-ricatto è arrivato anche a me

puppamelo

Poi, alla fine, dài, dài, picchia e mena è arrivata anche a me.

Si tratta della mail dei falsi hacker che dicono di averti beccato a vedere un sito porno, di averti fatto un filmato mentre ti masturbi sfruttando la telecamera incorporata nel tuo PC e di volere, per cancellare le tracce del misfatto, un pagamento in bitcoin entro 48 ore pena sputtanamento totale.

L’ho già detto, non c’è nulla di vero, e questi buontemponi (che hanno messo il mio indirizzo di posta elettronica come mittente e come destinatario del ricatto) non riusciranno a ricavare che pochissimi centesimi da questa operazione di battage pubblicitario a iosa.

Perché so che si tratta di un falso palese?? Semplice, non guardo siti porno (anche se voi non ci credete, è Baluganti Ampelio quello che mi aggiorna periodicamente sulle novità del settore) e soprattutto non ho nessuna videocamera installata sul PC.

Ma una cosa mi ha inquietato: nella mail, per convincerti che sono veramente degli hacker extra forti, questi signori ti dànno una password, che dovrebbe essere (nelle loro intenzioni) quella della casella di posta elettronica. Nel mio caso “puppamelo” (sì, ho password molto sofisticate). Ora, “puppamelo” è stata in passato (e in un passato molto remoto, avevo ancora la casella di posta elettronica con iol.it), per cui in un certo senso ci hanno beccato. Saranno effettivamente bravi ma poco aggiornati. Però un minimo di inquietudine c’è.

Ma tanto quattrini non gliene do.

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Liscia & bussa

lisciare

Giorni or sono, il poliuretanico lettore Baluganti Ampelio mi ha recapitato un commento al mio recente post su Asia Argento e il caso Meloni. Nel pur breve testo di quello scritto usai (e mal me ne incolse) l’espressione “liscia e bussa”, che tanto male ha fatto al Baluganti e alla sua anima nobile, da spingerlo a pigliar penna e chàlamo e scrivermi “‘un si pole vedè” (sì, perché lui dopo le parole troncate ci mette l’accento, mica l’apostrofo! E perfino l’accento grave, nemmeno quello acuto. O vàgli a di’ quarcosa…) proponendomi in alternativa “striscio e busso” e chiedendomi, in chiusa, “ma ‘un sai più gioà nemmeno a tresette??”

Ora, si sa che nel mentre il Baluganti da giovane si trastullava coll’inutil giuoco del tressette, vantando napoletana a picche a ogni pie’ sospinto, io già mi dilettavo con le concordanze de’ testi letterari, tanto per dire la differenza.
Quanto poi all’espressione incriminata, va detto che ella esiste nella lingua italiana con il significato di “rapogna”, “pesante rimprovero”. Fare un “liscia e bussa” è un po’ come dire “fare il pelo e il contropelo” (e non ci dica il Baluganti che lui dal barbiere non c’è mai stato!) e in quel senso l’avevo usato nel post sulla sventurata Asia Argento.
Ed è sinonimo di quel “striscio e busso” che il Baluganti rivendica come più corretto o, quanto meno, più ascoltabile, esattamente come prevede il vocabolario Treccani alla voce “lisciare” nello screenshot che apre queste note.

L’ho trovato usato perfino nel romanzo “Curzio” di Osvaldo Guerrieri

curzio

con una semplice ricerca su Google Libri, grazie alla quale il Baluganti Ampelio si sarebbe risparmiato una figura cacina, ma del resto egli è avvezzo a questo ed altro.

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Linux live: la libertà costa 9 euro o anche meno

Solo gli imbecilli non riconoscono che Linux ti cambia la vita. Infatti il mondo è pieno di imbecilli.

E’ mia chiarissima e immarcescibile opinione che usare Linux non ti cambia solo il PC, ma prima ti riformatta a basso livello la testa, poi la invade di una filosofia benefica ancorché ostica, e poi ti fa ripartire più incazzato di prima. La mia incazzatura, per esempio, è quella che riguarda la domanda “Ma perché la pubblica amministrazione deve spendere fiumi di denaro per comprare sistemi operativi proprietari a pagamento quando ce ne sono di ottimi e gratis??”

Detto questo sia lode a chi ha inventato le distribuzioni live di quelli che un imbecille che ho conosciuto chiamava “i dialetti di Linux” (ma i dialetti di cosa? Della tu’ mamma in cariola!). Per intenderci le distribuzioni live sono delle particolari installazioni di Linux su supporti removibili che permettono di provarle anche senza partizionare l’hard disk e installare Linux ex novo (ché difatti non sapete come si fa, e allora è per questo che avete bisogno delle distribuzioni live, razza di infingardi!). Che so, potete installare una distribuzione live su un DVD o un CD ROM (è il caso più comune), dopo averlo masterizzato da un qualsiasi file .ISO disponibile in rete. Occhio che ho trovato gente che sul CD ha masterizzato FISICAMENTE il file .iso e poi ha anche preteso che gli funzionasse. Fatto questo basta settare il PC in modo che il boot principii dal CD o dal DVD e il gioco è fatto. Se non avete voglia di vuotarvici i coglioni (certo ce n’avete uno d’artìoli!!) spesso in edicola appaiono dischi con la live già installata.

Ora io non usavo le distribuzioni live su CD per un semplice e pratico motivo, anzi due: erano troppo lente (un lettore DVD in genere segue il PC dalla nascita allo sfasciacarrozze, per cui quello che avete diventa estremamente vetusto in poco tempo, visto il progredirre della velocità di lettura offerta da un lettore di media qualità) e poi non si poteva scrivere nulla (ovvio!) sul supporto. Per cui la distribuzione si poteva solo provare, non ci si poteva fare molto di più.

Adesso c’è la possibilità di installare lo stesso sistema anche su chiavette USB. E’ semplicissimo (se ci sono riuscito io è segno che è VERAMENTE facile), voi vi portate dietro il vostro Linux e potete usarlo su qualsiasi computer. Che so, sul lavoro, per esempio: inserite la chiavetta, quella si autoesegue (questo tipo di distribuzioni su chiavetta viaggiano abbastanza più veloci) e voi lavorate senza compromettere minimamente la macchina. Oppure a casa del vostro migliore amico (Baluganti Ampelio): quello ha sull’hard disk quintalate di filmini porno? Nessun problema, voi sulla vostra chiavetta avete il vostro bel sistemino, e se vi girano i coglioni ci mettete anche una copia dei testi sacri. Spegnete il computer, tirate via la chiavetta, e la macchina una volta riaccesa è di nuovo pronta per le visualizzazioni di Sodoma e Gomorra.

Per l’occasione, e per provare più distribuzioni e vedere quale possa fare al caso mio (io sono un old fashioned dell’informatica, la versione di Linux più recente che ho installato è la 9.10!!) ho comprato due chiavette su Amazon. 4,50 euro ciascuna. La mia libertà vale 4,50 euro e con 9 euro la raddoppio. Mi sembra decisamente un ottimo prezzo.

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Parlano di Ampelio i tulli-tulli-tullipàn

L’antitetànico (1) Baluganti Ampelio, m’invia codesto insolito dagherrotipo ch’egli si autofece, dopo essersi prudenzialmente dato una patta per l’orecchi in quel di Sbrindellhaven, insomma, ne’ Paesi Bassi, donde l’infernale attrezzo biciclico sullo sfondo da cui il peripatètico (2) ha picchiato sette o otto fittoni pella terra. Si noti lo sguardo che tradisce lucidità di pensiero e intelligenza a prova di test W.A.I.S. nonché il Sommo Ceppione, ipotricotico, ahilui, per l’età e pei pensieri che ad avecci un gènero pisano devono esser dimolti.

Adiàmogliene grati.

(1) Antitetànico?
(2) Peripatètico?

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Baluganti Ampelio entra nella Reale Accademia della Lingua Spagnola

Antonio Machado accademico nel 1927

Quando il nostro più affezionato e metempsicotico (1) lettore, Baluganti ampelio, chiama al telefono vuol dire (in ordine decrescente di gravità) che:

a) è morto qualcuno (raro);
b) ha finito i quattrini (spesso);
c) ha voglia di rompere i coglioni (quasi sempre).

Il motivo del suo ultimo consumare i minuti che il suo gestore telefonico, dice, gli ammannisce gratis, era una consulenza linguistica.

Il buon Baluganti è un essere dotato di intelligenza sopraffina, è un maremagnum d’informazioni, ma bisogna dire che di lingue straniere non ci capisce una veneratissima. Egli ha, in particolare, un rapporto conflittuale con il tedesco (come mia moglie e Valentina Lo Surdo, del resto), non sopportando la logica per cui se si vuole indicare il ponte, in Germania si dice

“Quel-coso-di-ferro-ma-anche-di-cemento-che-ci-passano-le-macchine-e-qualche-volta-il-treno”

tutto attaccato e con la lettera maiuscola perché è sostantivo, o cosa ciavrà mai un sostantivo di così importante da essere scritto con la lettera maiuscola? O allora? O vàglielo a spiegà’.

Ma non era il tedesco il “casus belli”, bensì lo spagnolo. Voleva sapere se “azúcar” si pronuncia con l’accento sulla “u” o sulla “a” finale. Gran bella testina a pinolo il Baluganti, giacché la parolina incriminata si scrive con l’accento, e quindi non ci sono dubbi: l’avesso sotto le mani lo stiaccerei con infamia prima di farlo cacciare da tutte le scuole del Regno.

Ma per dargli un po’ di soddisfazione e tirarmela vieppiù, sono andato a vedere il Diccionario de la Real Academia Española, che, per intenderci, è quella che norma lo spagnolo, che dice come si scrive e come non si scrive, che stabilisce i delitti e le pene, in breve, giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Ora, assieme alla definizione della parola (il “lemma”, per intenderci) sulla versione on line del dizionario è inclusa anche l’etimologia.

Si dice, nel nostro caso, che l’ètimo è arabo classico, e da questo sono derivate svariate altre forme, più o meno somiglianti.

Ma guardate un po’. Scrivono “de este”. Con la minuscola.

Un piccolo passo indietro. “Este” è un dimostrativo. Significa “questo”. Quando, in spagnolo, ha funzione di aggettivo si scrive senza accento. Quando ha, invece, funzione di pronome, si scrive con l’accento.

E qui l’accento non c’è.

Davanti a un maremagnum di accademici che occupano i “sillones” della Real Academia, corre l’obbligo di un po’ di prudenza, ma il Baluganti non sa quanto sia gerundico mettere il ditino nel pentolone della Real Academia spagnola. E questa l’abbiamo capita solo io e lui.

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Colpo di grazia

Brunetta e Schifani saliranno al Quirinale, forse già domattina, con le dimissioni dei deputati dei loro gruppi firmate in tasca, per chiedere la grazia per Berlusconi al Capo dello Stato. Atteggiamento senza dubbio di interlocuzione e conciliazione.

Bondi ha detto che o si va a un provvedimento di clemenza istituzionale o si paventa la guerra civile. Rassicurante.

In Italia l’istituto della grazia è regolamentata dall’articolo 681 del codice di procedura penale.

Come direbbe il nostro ultrafelede Baluganti Ampelio, “O cosa ci sarà scritto”? Andiamo a vedere almeno il comma 1:

“La domanda di grazia, diretta al Presidente della Repubblica, è sottoscritta dal condannato o da un suo prossimo congiunto o dal convivente o dal tutore o dal curatore ovvero da un avvocato o procuratore legale ed è presentata al ministro di grazia e giustizia.”

Bondi, Brunetta e Schifani non sono né tutori né prossimi congiunti di Berlusconi, cosa ci vanno a fare?
Vanno, evidentemente, a sollecitare la concessione di una grazia motu proprio da parte di Napolitano. Certo, Napolitano lo può fare. Può, cioè, in linea teorica, concedere la grazia a Berlusconi o a chiunque altro anche senza che l’interessato la chieda.
Ma occorrerebbe, comunque, un’istruttoria. Non è che Napolitano conceda la grazia random!

C’è un’altra cosa molto interessante da osservare. La concessione è causa di estinzione della pena e non del reato.
Vuol dire che la colpevolezza di Berlusconi, ormai, è assodata e giudicata, non si mette in discussione.
Il massimo che la delegazione quirinalizia può ottenere è che Berlusconi non sconti la sua pena residua ai domiciliari o in affidamento in prova ai servizi sociali (o in carcere, se lo preferisce), ma non che venga cancellato il “marchio d’infamia” che grava su di lui, e di cui la stampa e l’informazione internazionale stanno parlando.
Le pene accessorie (cioè la famigerata interdizione dai pubblici uffici) sono cancellate solo se il provvedimento lo stabilisce espressamente.

Di che cosa stanno parlando?

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Niente fiori sulla tomba dei Mignott

Dopo il raffreddoresco ritorno dalle terre ove il gaèlico "Slainte!" suona, mi son ritrovato con una mail dell’imprescindibile Baluganti Ampelio, il quale, svegliatosi dai letargici sonni in cui il febbraio nebbioso e rompicoglioni l’ha reso avvezzo, ha pensato bene di andare a visitare quanto di più degno e culturale esista ai suoi occhi. Non la "Primavera" del Botticelli agli Uffizi, non il Canzoniere "C" della gloriosa lirica provenzale, non la raccolta del "Vernacoliere" dal ’65 ad oggi tecàta agli Scali del Corso di Livorno, bensì i cimiteri.

Passeggiando per le inumazioni del Camposanto del Cosolì, a Nonsoddove in Francia (o in Australia, ora non rammento), il pio Baluganti Ampelio ha immortalato la tomba della famiglia Mignot, il cui cognome rappresenta comunque un programma mancato (o realizzato, si veda il caso) o una condanna a vita che non trova requie neanche nel sonno eterno. I Mignot superstiti hanno fatto incidere sul sepolcro la frase "è proibito depositare fiori su questa tomba". Come vedete qualcuno ha pensato bene di rispettarne le volontà. E siamo certi che il pio Baluganti Ampelio ci avrebbe anche pisciato sopra.
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