La scorta a Liliana Segre

Sarebbe troppo facile dire che l’assegnazione di due carabinieri di scorta a Liliana Segre per le continue minacce ricevute sui social network e tramite canali più tradizionali (ma non per questo meno pericolosi) rappresenta la sconfitta totale dello stato e ne dimostra sia il fallimento che l’incapacità a reagire se non con la limitazione della libertà di una cittadina italiana di 89 anni, che ha sofferto sulla propria pelle l’orrore di Auschwitz, sopravvivendo alla catastrofe umana dell’olocausto e che ha avuto il solo merito di proporre la costituzione di una commissione che contrasti l’odio (sia esso in rete o espresso in altra forma).

Sarebbe troppo facile stigmatizzare la contemporanea negazione della cittadinanza onoraria a Liliana Segre da parte della città di Pescara per mano dei consiglieri comunali della Lega perché “mancano i presupposti per dare la cittadinanza onoraria perché manca un legame con il nostro territorio: a questo punto dovremmo conferirla anche ai tanti rappresentanti delle istituzioni che ricevono pubbliche offese e minacce” come se lotta all’antisemitismo, al razzismo, all’intolleranza, all’odio, l’affermazione dei valori democratici, la solidarietà con una donna che ha patito l’indicibile non possano essere patrimonio di una città che ha ricevuto la medaglia d’oro al merito civile con la motivazione «Centro strategico sulla linea verso il Nord della Penisola e per il collegamento con la Capitale, durante l’ultimo conflitto mondiale fu teatro di continui e devastanti bombardamenti da parte dell’aviazione alleata e dovette subire le razzie e la distruzione di fabbricati, strade, ponti e uffici pubblici da parte dell’esercito germanico in ritirata.»

Sarebbe troppo facile dire che vogliamo bene a Liliana Segre per quello che rappresenta e che comprendiamo perefttamente il suo stupore, la sua amarezza, la sua delusione davanti al voto di astensione delle destre al Senato della Repubblica su un provvedimento che avrebbe dovuto raggiungere come minimo l’unanimità.

Sarebbe troppo facile. Però è tutto vero.

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Piccoli fascismi crescono

piccolifasc

Sono così. Dolcemente complicate. Sempre più emozionate, delicate. Ma potrai trovarle ancora qui, alle manifestazioni dell’estrema destra, con una maglietta per nulla visibile dal messaggio pacifico e aperto verso le opinioni di tutti. Sono loro, sono le donne che ti invitano a un meraviglioso tour a Auschwitzland. Lo fanno con gli stessi caratteri tipografici di Walt Disney, perché, si sa, ad Auschwitz si va per andare a trovare Paperino, Pluto, Minnie, Topolino e Pippo. Modi tanto gentili e tanto onesti. Con l’onoreficenza al merito che recita “Servizio d’ordine” in bella mostra. Del resto c’è sempre qualcosa di cui andare orgogliosi.

Della persona ritratta nella foto ho ritagliato il volto. Non vi dirò nemmeno come si chiama. Il nome lo trovate su tutti i social network che frequentate, in un tam tam di informazioni e commenti che in queste ultime ore ha raggiunto livelli decisamente elevatissimi. Non importa chi è. Quella persona potrebbe essere ciascuno di noi, noi che abbiamo mandato i fascismi al potere, che ce li ritroviamo al governo, che ci sentiamo sempre più legittimati a essere intolleranti con chiunque perché tanto c’è chi lavora per noi e veglia sui nostri sonni e sulle nostre coscienze sporche e lùride.

Dunque andiamo tutti ad Auschwitzland. Facciamoci accompagnare da questa persona che ci insegnerà come tutto quello che sapevamo e abbiamo imparato fino ad ora era soltanto una favola da cartone animato con Cip e Ciop.

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Giornata della Memoria: a Roseto degli Abruzzi la citazione di “Auschwitz” senza la citazione di Francesco Guccini

nomadi

E’ il Giorno della Memoria, e l’amministrazione comunale di Roseto degli Abruzzi (questo piccolo mondo di un mondo piccolo, come avrebbe scritto il Guareschi) ha voluto ricordarlo con un manifesto celebrativo.

Nobile iniziativa, a cui deve andare un plauso quasi incondizionato. Dico “quasi” perhé l’affissione riporta, tra gli altri elementi (qui ve ne faccio vedere una sezione) una citazione dalla celeberrima canzone “Auschwitz”. Per la verità sono due segmenti di canzone “incollati” insieme, ma cerchiamo di non essere troppo severi su queste quisquilie. Quello che colpisce è la citazione dell’autore della citazione, che per l’ideatore del manifesto sarebbero i Nomadi.

Ora, va detto che i Nomadi furono, questo sì, gli interpreti del brano, ma che il pezzo è stato firmato interamente (parole e musica) da un giovanissimo Francesco Guccini, ed era lui quello che meritava la citazione per intero. E’ come aver citato “Insieme a te non ci sto più” e aver citato Caterina Caselli al posto di Paolo Conte. O come aver riportato le frasi di “…e dimmi che non vuoi morire” evidenziando il nome di Patty Pravo e non quello di Vasco Rossi.

Piccoli pasticci, per carità. Nulla di che. Solo che una citazione non corretta sa un po’ di sciatteria. E forse il Giorno della Memoria non se lo merita.

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Son pallidi nei visi e hanno deboli sorrisi solo se si parla di negazionismo

E’ sempre così, quando c’è un evento (come per esempio la scomparsa dello Zio Erich) o una ricorrenza (come per esempio il 70° anniversario della strage delle Fosse Ardeatine, di cui fu protagonista il già citato Zio Erich) qualcuno si mette in testa di pensare a fare qualcosa che non è mai stato fatto prima. Ad esempio istituire il reato di negazionismo.

Non abbiamo bisogno di punire nessuno con una pena pecuniaria o detentiva per il solo fatto di negare dei dati storici. I testi negazionisti, i discorsi che tendevano a minimizzare e ridicolizzare la Shoah, sono sempre rimasti sepolti dalla documentazione, dalla coscienza civica, ma soprattutto dalla cultura. Per non prendere sul serio il testamento di Erich Priebke basta guardare “Schindler’s List”, non c’è bisogno di volerlo mandare ancora in galera da morto. O perdere la sua bara.

Non abbiamo bisogno di istituire nuovi reati di opinione. Punto. Quando si va a toccare la corda sensibile dell’opinione altrui si commettono sempre dei disastri di gravità inenarrabile.

E’ come voler inserire l’obbligatorietà di una vaccinazione contro una malattia che è già scomparsa per fatti suoi.

A chi crederemmo, a un neonazistello col braccio destro alzato, o alle ricerche di Simon Wiesenthal?

Hanno pubblicato il video di Priebke. E allora? Ce ne importa qualcosa? E’ importante?? No, non lo è. E questa coscienza chi ce la dà, il “deterrente” penale di una norma anacronistica?

E l’erigendo “reato” di negazionismo, quale ricaduta sociale avrebbe? Ha più possibilità di fare danni all’opinione pubblica l’idea per cui l’omeopatia può curare il cancro.

E la lettura di Primo Levi non ha mai fatto male a nessuno.

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La Nazionale di calcio visita i campi di Auschwitz e Birkenau

Nel luglio di due anni fa visitai i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau (circa un chilometro e mezzo di distanza l’uno dall’altro).

Fu una delle esperienze più devastanti e arricchenti insieme della mia vita. Non si può capire niente di quello che è successo se non si calpesta l’erba che è nata dove sono morti milioni di uomini e donne.

La foto di allora che vi propongo l’ho scattata proprio mentre la mia visita si stava concludendo. Stavamo tornando verso l’autobus che ci avrebbe riportati ai rispettivi alberghi di Cracovia. E anche a una certa sicurezza e tranquillità personali, quelle di essere ancora vivi. Fu allora che pensai che io stavo tornando indietro, mentre tanta gente quel gesto non l’aveva mai fatto.

Oggi la Nazionale di calcio è andata su quei luoghi. Speriamo davvero che sia servito a qualcosa.

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Schettino e Auschwitz

…però una cosa c’è da dirla: che sia pure nella pluralità delle opinioni e degli orientamenti politici che, pure, fanno parte del normale dibattito e delle dinamiche democratiche di scambio delle opinioni, i quotidiani italiani sono sempre improntati al massimo garbo lessicale, a una critica ferma ma espressa in modi civili, a una dialettica misurata con la stampa straniera, e alla ricerca di titoli di prima pagina assolutamente sereni ed obiettivi.
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Auschwitz: Arbeit macht frei!

C’è anche Auschwitz, vicino a Cracovia.

E a due chilometri e mezzo, c’è Birkenau. Auschwitz 2. La "soluzione finale".

Si entra e si passa sotto questo cartello, che è stato recentemente rubato e poi ritrovato, e quello che ho fotografato è solo ed esclusivamente una copia, ma tanto, se la gente deve andare a vandalizzare i monumenti nazionali, tanto vale tenercela.

Quando ho visitato Auschwitz era una bella giornata di sole nordico di luglio, di quelle che ti abbronzi ma non sudi.

Sembra strano che su Auschwitz possano esserci state giornate di sole e di caldo anche allora. Siamo così abituati a vedere i filmati in bianco e nero delle SS o degli alleati, che ci siamo dimenticati che anche un campo di sterminio ha dei colori.

Eccoli.

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