Marina Morpurgo assolta dall’accusa di diffamazione

Nel 2015 pubblicai un articolo sul caso di Marina Morpurgo che fu indagata per diffamazione per aver leso l’onorabilità della Scuola di Formazione Professionale Siri, “denigrandone su un social network la campagna pubblicitaria” (ecco le accuse così come riportate negli atti della Procura: “Anche io ho sempre avuto le idee chiare: chi concepisce un manifesto simile andrebbe impeciato ed impiumato… I vostri manifesti e i vostri banner sono semplicemente raggelanti… Complimenti per la rappresentazione della donna che offrite… Negli anni Cinquanta vi hanno ibernato e poi risvegliati?” Oggi mi è arrivato un commento a quel post, a firma di Emanuela Sommaruga, che mi informa che la Morpurgo è stata assolta rispetto a quelle ipotesi di reato. Purtroppo non ho ulteriori riferimenti sul web che possano convalidare questa notizia, ma sono ugualmente contento di averla ricevuta e di darvela (anche se immagino che abbia perso di attualità). La notizia dell’indagine era apparsa su “l’Espresso” su un articolo-intervista alla giornalista a firma di Pietro Falco del novembre 2013. Ne riporto qui uno screenshot. Grazie, dunque, ad Emanuela Sommaruga e felicità per l’esito positivo del procedimento penale a carico di Marina Morpurgo.

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DDL anticorruzione definitivamente approvato alla Camera: lo scandalo della sospensione della prescrizione dopo il primo grado.

La montagna del governo del rancore ha partorito il topolino del ddl anticorruzione, passato definitivamente alla Camera e in fase di trasformazione in legge con la firma del Presidente della Repubblica, a suggello di un atto che contiene uno dei più solenni attacchi allo stato di diritto degli ultimi anni, quella norma sulla prescrizione, il cui decorso si interrompe dopo il primo grado di processo. La norma entrerà in vigore dal 2020 (nel frattempo qualche processo di qualche politico eccellente dovrà pure andare a sentenza definitiva, e per tutto il 2019 la prescrizione sarà ancora in vigore) e da allora potremo avere processi lunghissimi, praticamente sine die, non importa se il processo di primo grado si sia concluso con una sentenza di assoluzione o di condanna, ma quello che è certo è che il principio della ragionevole durata del processo va a farsi benedire e il cittadino indagato che si è visto assolvere in primo grado dovrà aspettare un tempo indeterminato prima di vedere sancita definitivamente la propria non colpevolezza in merito ai reati ascrittigli, mentre chi è stato condannato dovrà attendere ugualmente un tempo altrettanto indeterminato prima di difendersi ulteriormente dalle accuse.

Così chiunque sia inciampato (casualmente o per espressa volontà) nelle maglie della giustizia, ci resterà a lungo (tanto non c’è fretta, l’unica scadenza è quella richiesta per interporre appello, per il resto non c’è altro), o, quanto meno, ci resterà un tempo sufficiente a farlo disilludere dalla convinzione di poterla fare franca non perché è innocente, ma, si veda il caso, perché lo Stato non è stato capace di assicurarlo alle patrie galere in tempi ragionevolmente accettabili. E allora lì la colpa è dello Stato, non c’entra niente il mariuiolo di turno, qualunque crimine abbia commesso. Ma è comunque un principio di equità che fa parte del nostro ordinamento giuridico: se io Stato, per imperizia o carico di lavoro, non riesco a concludere un procedimento in tre gradi di giudizio entro un tempo prestabilito, devo rinunciare a esercitare l’azione penale. Perché in tutto quel tempo che è passato, il reo può essere totalmente cambiato, e la persona che rischia di andare in carcere anche dopo 7-8 anni non è più la stessa persona che ha commesso quel delitto anni addietro.

E’ stato un regalo, quello della sospensione dei tempi di prescrizione, di un governo che sta dimostrando la sua inefficienza sulla pelle dei cittadini e, sostanzialmente, dei più deboli tra i deboli, quelli “attenzionati” (oggi le persone colte dicono così) dalla giustizia. Per una giustizia ingiusta e senza tempo, che ha deficienze croniche e ormai irrisolvibili.

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Processo Raggi: comunque vada nessuno si dimetterà

da: en.wikipedia.org
da: en.wikipedia.org

Tutti ad aspettare che la Raggi venga assolta o condannata per vedere quale sarà il suo infame o splendido destino di sindachessa della Capitale.

Non illudetevi. Sia che venga assolta o condannata (e ormai mancano poche ore, questo post esaurirà la sua valenza nel momento in cui sarà emessa una sentenza), alla Raggi non accadrà un bel tubo di niente. E’ vero che il regolamento del Movimento 5 Stelle prevede che le persone condannate in primo grado debbano dimettersi, ma è anche vero che dalle ultime dichiarazioni qualcuno ha detto che si valuta “caso per caso”.

Per cui, se uno con un patteggiamento a una pena minima volesse far politica nel Movimento, probabilmente verrebbe escluso dalla scena, mentre se a rischiare dieci mesi di condanna è la Raggi, bisogna valutare “caso per caso”.

E naturalmente non sarà mai il caso di chiederle di fare un passo indietro se il tribunale la riconoscerà colpevole di falso. La Raggi è personcina troppo preziosa per chiederle di lasciare la capitaneria di Roma e andare a nuove elezioni che il Movimento rischierebbe di perdere sonoramente visti i precedenti.

Se verrà assolta aveva ragione Travaglio e finirà tutto a tarallucci e vino.

Ma ormai è questione di ore.

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Donne che rappresentano lo Stato

Dj Fabo: in aula video agonia, commossa anche pm

C’è ancora di che sperare in bene se è vero come è vero che in un pubblico processo penale a Marco Cappato, accusato di aiuto al suicidio nei riguardi della persona di Dj Fabo (che ha avuto anche un nome e un cognome, ma i mass media insistono a volerlo chiamare così, e allora ci adeguiamo, anche se non ne capiamo il motivo) il Pubblico Ministero dice cose altamente rivoluzionarie per il nostro sistema giuridico, anche se dovrebbero essere tranquillamente assodate e accettate da tutti:

“Noi pubblici ministeri rappresentiamo lo Stato, non siamo gli avvocati dell’accusa come in altri ordinamenti, pur civilissimi. Io mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa. Io rappresentao lo Stato e lo Stato è anche l’imputato Cappato – È nostro dovere cercare prove anche a favore dell’imputato e anche alla luce del dibattimento che è stato svolto, è nostro dovere sollecitare la formula assolutoria per Cappato”

Sono parole del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano. Risuonano nelle nostre teste intorpidite da anni e anni di giustizia alla deriva come musica celeste, sono un malsamo per le nostre membra stanche di una amministrazione giudizaria fondata sui pregiudizi. Dicono che il Pubblico Ministero non rappresenta l’accusa a tutti i costi. Non è quello che sostiene necessariamente una tesi CONTRO l’imputato. Ma quello che raccoglie prove ed elementi, anche e soprattutto a favore dell’accusato. E non deve chiedere la condanna per forza, ma deve valutare quello che ha. Rappresenta lo Stato, cioè il principio di legalità e di equilibrio. Che poi alla fine della sua requisitoria la Dottoressa Siciliano abbia deciso di chiedere l’assoluzione per Marco Cappato non può che farci tirare un legittimo e sacrosanto sospiro di sollievo, ma è una cosa che viene dopo.

Di fondo c’è solo la granitica consistenza delle parole del PM che riporta tutte le nostre concezioni (e i nostri preconcetti, diciamolo pure) alle cose per come stanno e non per come sono rappresentate dai nostri pregiudizi. Perché di Pubblici Ministeri che giocano col trabocchetto verbale della “pubblica accusa” ne esistono a iosa, ed è su questi equivoci che poi si fa fatica a incardinare tutto il procedimento penale.

E’ bello sapere di donne come questa, con la schiena dritta, il senso civico e la consapevolezza di sé.

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Stefano Cucchi: tutti assolti per insufficienza di Stato

C’era qualcosa che non mi tornava, ieri, nell’apprendere la notizia dell’assoluzione degli imputati al processo d’appello per la morte di Stefano Cucchi. Al di là del comprensibile dolore dei familiari e della stigmatizzazione degli imputati che esibivano allegramente il dito medio alla platea, al di là di questo -dicevo- mi mancava un elemento: se è stata fatta giustizia e se degli imputati sono stati assolti, perché gridare impropriamente contro uno Stato inadeguato e chiedersi “se non sono stati loro allora chi?”, a parte il fatto che in un’aula di giustizia si decide se Tizio è colpevole e non si va a vedere chi possa essere stato nel caso Tizio risultasse innocente?

E la risposta alla chilometrica questione è che l’assoluzione di tutti gli imputati è avvenuta sì, ma per mancanza di prove. Cioè non per non aver commesso il fatto, non perché il fatto non sussiste (ci mancherebbe solo che qualcuno andasse a illazionare sul fatto che Stefano Cucchi non è morto), non perché il fatto non costituisce reato. Solo ed unicamente per mancanza di prove. Il che significa che quand’anche l’assoluzione dovesse andare confermata in Cassazione, finché il reato non va in prescrizione c’è ancora il tempo di raccogliere prove a carico di Lorsignori e di riaprire il processo. E un’assoluzione per mancanza di prove è, sostanzialmente, un rimprovero alla pubblica accusa, che non è stata capace di trovare sufficienti elementi che possano far condannare questi signori.

Quindi, più che di una morte di Stato bisogna parlare di una inerzia dello Stato nel trovare i colpevoli e di inchiodarli al muro delle loro responsabilità. Tutti assolti per insufficienza di Stato, quello Stato che non c’è quando si tratta di cittadini affidati alla sua custodia. E’ uno Stato condannato e additato al pubblico ludibrio da quegli stessi giudici allenati ad accogliere “pedetemptim” tutte le tesi accusatorie che vengono loro proposte. E’ la resa dello stato diritto. Ma almeno avremo la possibilità di sperare in uno Stato di verità.

Signor Giudice noi siamo quel che siamo.

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Santo Scajola, assolto

Certo che noi italiani (me compreso) siamo buffi.

Abbiamo preso per il culo Scajola per la questione della casa posseduta e comprata a sua insaputa per non so quanto tempo. Abbiamo detto di tutto di più sul suo conto e, naturalmente, da bravi moralisti e giustizialisti sommari quali siamo, abbiamo auspicato fortemente che la magistratura intervenisse per ripristinare la verità.

E l’abbiamo avuta la verità. La verità è che, in merito alle accuse che gli sono state rivolte (dopo essere stato avvisato e rinviato a giudizio), Scajola è stato assolto perché il fatto non costituisce reato.

Non costituisce reato essere inconsapevoli. Ecco, ora come la mettiamo? Come ci siamo rimasti?? Perché è vero che, come dice Travaglio, è stato accertato che il fatto sussiste. Ma se non costituisce reato a cosa ci attacchiamo, al pullmino del Gambini??

Ci sono moltissimi “fatti” che non costituiscono reato. Andare a farsi la barba, parcheggiare la macchina nel parcheggio degli invalidi, scaccolarsi al semaforo, avere l’amante, andare al discount e comprarsi un whisky di infima qualità per sbronzarcisi, passeggiare al borde della strada di notte, farsi dare un passaggio da uno sconosciuto, e perfino cucinarsi un piatto di pasta al tonno.

Ma se uno si affida alla magistratura lo fa nel bene e nel male. Non si può invocare l’intervento dei giudici solo quando è conforme al nostro pensiero e al nostro auspicio.

L’hanno assolto e l’abbiamo preso in quel posto lì, questa è la verità.

Poi, per carità, la procura preparerà l’appello e magari le cose si ribaltano. In fondo è solo una sentenza di primo grado.
Ma siamo sempre lì a delegare ai giudici quel cambiamento che noi non siamo in grado di portare avanti. O, forse, non ne abbiamo semplicemente voglia.

E ci restiamo di merda.

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La morte di Stefano Cucchi: sentenza sbranata

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Dopo la sentenza di primo grado emessa per la morte di Stefano Cucchi c’è stato un selvaggio corricorri a dàrgli all’untore fin dalla chiusura dell’udienza.
L'”untore” in questo caso può essere sia il giudice (la povera madre di Cucchi ha detto “me l’hanno ammazzato una seconda volta”) che l’imputato di turno che esce assolto in un gioco perverso delle parti.
Se è certo che alcuni degli imputati sono entrati come gravemente indiziati di reato e usciti come persone prosciolte da ogni accusa, è altrettanto certo che Cucchi è entrato in carcere da vivo e che ci è uscito da morto.
Se la sentenza da un lato afferma che Cucchi sia morto di malasanità, dall’altro lascia aperta ogni incertezza sui segni inequivocabili dei colpi ricevuti dal giovane.
Certa sinistra emotiva ha fatto a brandelli la sentenza (le cui motivazioni saranno rese note solo tra una novantina di giorni) mentre certa destra moralista ha anticipato quelle motivazioni dicendo che sì è andata bene così e che i poveri servitori dello stato non potevano essere condannati (cielo, e perché no?)
È sicuro che alcuni imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto. Cioè per la formula più ampia di assoluzione prevista.
Poi ce ne sono altri che sono stati assolti perché le prove erano insufficienti o contraddittorie. E quelle prove contraddittorie tra accusa e parte civile sono proprio quelle che riguardano la morte di Cucchi come ipoteticamente derivante dalle percosse subite.
Pare impossibile ma in Italia per condannare qualcuno c’è ancora bisogno di prove.

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