Io non capisco la gente che non ci piacciono i generici

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Ecco, ve ne sarete accorti tutti che quando si va in farmacia con la ricettina bella pronta e firmata in mano la prima cosa che la farmacista (generalmente giovane e carina, con lo sguardo inconsapevole) ci chiede è: “Le do l’originale o preferisce il generico?” E tutti, soprattutto i vecchietti, normalmente rispondono: “No, no, niente generici, io voglio l’originale!” La sciacquetta carina e gentile prova a ribattere: “Guardi che con l’originale paga tot euro di ticket, mentre con il generico non paga nulla”. E il vecchietto di turno la massacra: “Non me ne importa nulla, mi dia l’originale, il generico non lo voglio.” Oppure, se quella di turno è una vecchietta, guarderà la bambinella con occhio di superiorità e dirà: “Mi dia quello che c’è scritto sulla ricetta”. E sulla ricetta generalmente è sempre indicata la specialità medicinale griffata.

Il motivo di tanta diffidenza non è che il generico sia un farmaco di serie B, un po’ come la cola del discount rispetto alla Coca-Cola e alla Pepsi ufficiali, no, il punto è che per noi il generico è inefficace e in un certo senso, non fa lo stesso effetto. Ma se è lo stesso principio attivo! Magari possono cambiare gli eccipienti, ma quello che del farmaco fa effetto è la stessa esatta identica molecola del farmaco di marca.

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Mamma

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La mi’ nonna Angiolina mi diceva sempre “Un ti devi fidà’ nemmeno di tu’ mà’ cane!”. Del resto, cosa volete, la mi’ nonna Angiolina era una persona fine, dai modi delicati e dall’eloquio forbito.

Per noi italiani la mamma è un simbolo, di più, è sacra, assume un alone incontrastabile di intoccabilità: “mamma, sei tu la vita e per la vita non ti lascio mai più”, “Portami a ballare”, “Di mamme ce n’è una sola” (ce n’è una sòla??), “Una mamma fa tutto per il bene dei figli” (questa poi è bellissima).

Cioè, si diventa mamme e tutto è lecito e permesso. Devono aver inventato l’extraterritorialità delle genitrici. Quante volte abbiamo sentito frasi come “Una mamma certe cose le sente!” (non si sa bene cosa, ma una mamma le sente lo stesso, una suora, una ragazza, una donna nubile evidentemente no! Uno a zero e palla al centro.) Oppure “Nessuno ti vuole bene come la tua mamma”, altra locuzione terribile, perché si dà per scontata l’incapacità di amare di un marito, di una moglie, di un compagno, di una fidanzata e perché no, del figlio che abbiamo a nostra volta.

Sono tutte balle, ma noi non ce ne accorgiamo. E comunque diamo sempre per assodato che una madre agisca sempre per il bene. Mai per il male. Non importa che tramesti nel cellulare del figlio per vedere chi è la donzella di turno che lo distoglie dalle caserecce attenzioni (che comunque è sempre una troia per definizione), o che quando il pargolo ha l’influenza lo costringa a sorbirsi inutili brodaglie della donna (perché se una mamma ha deciso che una cosa ti fa bene non ci sono santi, ti fa bene e basta).
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Tim e Vodafone: ora gli “avvisi” si pagano

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La mi’ nonna Angiolina, requiescat in pace, le chiamava “chiapparelle”.

Il mi’ nonno Armando, bonànima anche lui, che usava un toscano arcaico, forte e gentile come una roncolata su’ ‘ piedi, li chiamava “miràoli” (miracoli).

Si trattava, in entrambi i casi, non già di fregature vere e proprie, ma piuttosto di trucchetti, di escamotages, di piccoli espedienti per sbarcare il lunario, per concludere la giornata con non dico tanto, ma almeno qualche centesimino in più (ai tempi del mi’ nonno Armando e della mi’ nonna Angiolina i centesimi c’erano, ma della lira, quella con l’effigie di quell’altro de cuius di Vittorio Emanuele III).

Da oggi (o era ieri? Mah, non importa) se avete Tim o Vodafone pagate gli avvisi che prima non pagavate.

Gli “avvisi” sono quei messaggi (solitamente sotto forma di SMS ma non necessariamente) che vi informano se un numero che avete trovato occupato o spento (perché la gente giustamente un po’ di cazzi suoi ogni tanto se li fa) è tornato raggiungibile e, soprattutto, chi vi ha chiamato quando eravate voi occupati o spenti.

Ci sono diverse modalità di pagamento e di prezzi, si va dal costo infinitesimale per ogni singolo messaggio a un costo a forfait per tutti i messaggi ricevuti in una giornata (però pagate dopo il ricevimento del primo messaggio, non dopo l’ultimo, e che diàmine!).
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E’ arrivato Frate Indovino!!

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L’altro giorno è arrivato “Frate Indovino” a mia moglie.

Una volta il mi’ nonno Armando diceva: “E’ arrivato Frate Indovino!!”, “E’ arrivato Selezione!!” (intendendo “Selezione dal Reader’s Digest”), “E’ arrivata la bolletta della luce, natidancani!!!”.

Frate Indovino faceva parte della posta di ogni giorno, sia che arrivasse il calendario o che si trattasse di più opportune richieste di denaro, sotto forma di donazione liberale o acquisto di qualche ninnolo recapitato “comodamente” a casa per posta.

Quindi non solo Frate Indovino esiste ancora, ma ha addirittura un sito web su cui vende on line tutto ciò che è possibile vendere per posta. A volte mi stupisco ancora di quanto la tecnologia si sia ramificata.

L’avessero mandata a me la paccottiglia cartacea inviata a mia moglie avrei fatto una  richiesta di accesso ai dati per vedere chi glieli ha dati il mio nome e indirizzo. Ma mia  moglie dice che in fondo Frate Indovino le sta simpatico e allora transeat.

Per la cronaca “Frate Indovino” è esistito davvero, si chiamava Padre Mariangelo, al secolo Mario Budelli, nato a Cerqueto nel 1915. Cominciò nel 1945 a regalare un almanacco come  allegato natalizio alla “Voce Serafica di Assisi” ed è quello che viene definito come il Calendario di Frate indovino”. Morì nel 2002.
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Elogio del comprare libri on line

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Ma come sarà bello ordinare i libri on line?

Oddio, on line è bello comprare di tutto, “anche un culo gnudo”, come diceva la mi’ nonna Angiolina, ma i libri sono una particolare goduria.

Ti fanno uno sconto variabile dal 15 al 30% se va bene. Se ordini più di 19 euro di letture (ed è difficilissimo stare sotto questa cifra) ti abbuonano le spese postali, invece se non li raggiungi lo sconto ti ammortizza i costi di invio e se paghi qualcosina in più rispetto al prezzo originale di copertina ti sei risparmiato la rottura di palle di andare in libreria, cercarlo, poi magari non l’avevano, hai dovuto ordinarlo, ci devi tornare, non hai notizie, la libraia è scema, e comunque in poco tempo arriva il corriere (hop!) che te lo porta a casa.

Scegli cosa ti pare e soprattutto non rischi di trovare l’intellettualino sfigato che fa finta di sfogliare qualcosa che non acquisterà solo per darsi un tono.

Non ti addebitano il costo dei libri fino al momento della spedizione e quando il tutto ti arriva a casa, anche se sai già cosa c’è dentro, c’è l’allegria di aprire un pacco (quella di ricevere un pacco, prima di internet era una sensazione che si assaporava solo a Natale), toccare libri praticamente usciti dalla casa editrice senza che qualcun altro li abbia sgualciti o sporcati.
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Il mi’ zio Piero

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Anche il mi’ povero zio Piero morì il 6 di febbraio, per l’esattezza il 6 febbraio del 1986.

La sera prima mi disse “Domattina cosa fai, vai all’Università?? Ecco, bravo, io invece son di fèsta!!”. Era in pensione.

Il mi’ zio Piero contribuì alla mia educazione musicale. Mi comprò uno stereo che mi sembrava bellissimo (era uno Schneider!), contribuì al completamento della mia raccolta de “I Grandi Musicisti” della Fratelli Fabbri Editori dedicata alla musica classica con dischi a 33 giri con incisioni davvero pregevoli (avrei raccolto volentieri anche quelli del jazz, ma di jazz non ho mai capito una venerata, e nemmeno il mi’ zio Piero, a dirla tutta).

Mi insegnò la passione per la registrazione, per la conservazione dei suoni e delle voci, passione che non mi ha mai abbandonato.

Aveva un registratore a nastro, un Philips con le bobine piccole (il mi’ zio Piero, con incredibile fantasia li chiamava “i rotolini”), di quelli col microfono esterno che ssssssstttttttttt!! non si deve parlare mentre si registra sennò viene la voce e rovina tutto.

Il suo vicino di casa si chiamava Beppe il Papi. Era un bestemmiatore di professione. Aveva fatto della bestemmia un’arte, una forma letteraria, praticamente un atto creativo demiurgico a sé. Scandiva le bestemmie come quello delle previsioni del tempo scandisce le temperature minime, anzi, di più, come la voce alla radio che legge il bollettino per i naviganti (ma c’è ancora??). Allora il mi’ zio Piero, dal terrazzo di sopra, calava il microfono in direzione della voce di Beppe il Papi che sacramentava in endecasillabi a rima baciata, lo immortalava sui “rotolini”, e ridacchiava di gusto.
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La mi’ nonna Angiolina e la banconota falsa

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La mi’ nonna Angiolina, Dio l’abbia in gloria, ma ci credo poco, è forse quella che mi ha insegnato che nella vita farsi mettere i piedi in testa non conviene.

Eccola qui, la mi’ nonna Angiolina, quando era ancora verde, preparare un caffè sul fornello della cucina di casa mia. La mi’ nonna Angiolina era, lo devo dire, una pessima cuoca. Oddio, non che al mi’ nonno Armando, suo marito e perfetto opposto (calmo, pacifico, retto, onesto, dritto come un fuso e di poche parole) la cosa fosse poi di tanto disturbo. A lui andava bene un piede d’insalata che condiva per conto suo con molto aceto, molto sale (il mi’ nonno Armando era di pressione alta e si curava così, e non c’eran versi…) e poco olio, lo mangiava con un tocco di pane che faceva paura e lo accompagnava da mezzo bicchiere di vino. Nei giorni grassi riusciva anche a tirare una gozzata di marsala o a fumarsi mezza sigaretta senza filtro. Poi nient’altro. Della cucina della mi’ nonna Angiolina rammento solo i crostini ai ventrigli di pollo, e certe polpettine di patate che io e mio padre che odiamo le polpette più di ogni altra cosa al mondo (sì, penso di avere in astio le polpette quasi come il caldo, i carciofi e Carmen Consoli) divoravamo famelici.

Vabbene, dicevo, una volta alla mi’ nonna Angiolina fu rifilata una banconota falsa. La depositò in banca senza saperlo e àpriti cielo e spalàncati terra.
Il giorno dopo si mise il vestito buono, prese la borsetta puzzolente di carborina dall’armadio e andò dal direttore dell’istituto di credito mangiandoselo coi panni e tutto. Dopodiché ritirò tutti i suoi risparmi, aprì un nuovo conto corrente in una banca e al direttore esterrefatto che le balbettava "Ma le conviene?" rispose ferma e impassibile: "Mi conviene sempre levarmi dai coglioni gente come voi!"

Ah, la mi’ nonna Angiolina!!!