Ilvio Pannullo – Assalto alla Costituzione

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Che la Costituzione repubblicana del 1948 non piacesse al Presidente del Consiglio era cosa nota da molto tempo. Quanto sta accadendo in questi giorni, tuttavia, dà modo di capire chiaramente quale sia il filo rosso che collega le 99 proposte di modifica giacenti in Parlamento. L’ultima uscita in ordine di tempo del Ministro dei Lavori Pubblici, Renato Brunetta, secondo il quale l’affermazione che "l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro" non significherebbe nulla, è solo la punta dell’iceberg.

La volontà politica eversiva che anima la maggioranza di governo emerge, infatti, in tutta la sua brutalità, dalla lettura attenta delle proposte di modifica già depositate dai parlamentari nelle rispettive camere di appartenenza. Non che questi godano di una indipendenza politica od intellettuale, ma dopo le esternazioni del premier, secondo il quale la Costituzione italiana sarebbe nulla più che "una legge fatta molti anni fa, sotto l’influenza della fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla costituzione russa come a un modello", l’assalto è iniziato.

Si va dai leghisti, come il deputato Giacomo Stucchi, che pensa all’autonomia della provincia di Bergamo, al più temerario senatore del Popolo della Libertà, Lucio Malan, che vorrebbe revisionare "l’ordinamento della Repubblica sulla base del principio della divisione dei poteri". Anticipando di un anno il Ministro Brunetta, nel novembre del 2008 Malan proponeva di modificare l’articolo 1, trasformando l’Italia in una Repubblica "fondata sui principi di libertà e responsabilità, sul lavoro e sulla civiltà dei cittadini che la formano". Una Repubblica – così la sogna Malan – dove i senatori a vita non votano, il Presidente del Consiglio non presta giuramento e il governo non ha bisogno della fiducia delle Camere. A questi si aggiunge Davide Caparini che vorrebbe stralciare dal testo dell’articolo 33 quella parte secondo cui la scuola privata vive “senza oneri per lo Stato”.

Il loro meglio però, prevedibilmente, i parlamentari del PdL lo esprimono in materia di giustizia: si contano infatti ben quattro disegni di legge per il ripristino dell’immunità parlamentare e si lavora anche su come semplificare il procedimento legislativo. Una proposta del deputato Giorgio Jannone vorrebbe modificare l’articolo 72 e fare in modo che "non sempre l’assemblea sia chiamata a votare progetti di legge approvandoli articolo per articolo e con votazione finale". Un tentativo forse da interpretare come un servizio al presidente Berlusconi, che già aveva proposto, in una delle sue tante uscite dissennate, di approvare le leggi attraverso il voto dei soli capigruppo. C’è chi poi come Raffaello Vignali vorrebbe addirittura modificare gli effetti delle sentenze della Corte Costituzionale, supremo organo di garanzia insieme al Presidente della Repubblica dell’ordine costituzionale, rea di essersi messa troppe volte contro gli interessi del Re di Arcore.

Le riforme riguardanti la magistratura sono, ovviamente, tra le più stravaganti. Giuseppe Valentino propone una corte di giustizia disciplinare, Antonio Caruso un’alta corte di giustizia, Gaetano Pecorella, forse stanco di doversi sempre studiare tutte le carte dei molti processi a carico del suo assai munifico cliente, passa invece il suo tempo occupandosi di PM e Procure, immagina una divisione delle carriere sancita dalla stessa Costituzione. Ovviamente proporre una modifica non equivale a modificare, ma quello che tuttavia colpisce – e che traspare palesemente dalle molte proposte già depositate – è la totale ignoranza delle ragioni storiche e politiche che portarono a quello straordinario compromesso ideologico che ha rappresentato, e tuttora rappresenta, la Costituzione italiana del 1948. Una carta unica, che rappresenta un punto fermo nella storia del costituzionalismo europeo e che viene considerata da molti addetti ai lavori come un vero è proprio prodigio giuridico, proprio per quella lungimiranza delle disposizioni che la rendono, ancora oggi a distanza di più di 60 anni, straordinariamente attuale.

La Costituzione del 1948 trovò la sua premessa nella resistenza, nel ripudio dello Stato autoritario e dei suoi dogmi, nella volontà di ripristinare la democrazia e i principi dello Stato di diritto, umiliati durante il ventennio fascista. Sulla base dell’idea liberale che vuole il potere regolato e sottoposto a limiti giuridici per garantire diritti e libertà, storicamente congiunto all’idea democratica, s’innestarono elementi propri delle dottrine delle due ideologie dominanti: quella cristiano sociale e quella socialista. La Costituzione italiana va, infatti, collocata in uno scenario più ampio, addirittura mondiale, traversato da idee e speranze comuni maturate attraverso esperienze tragiche che non si volevano ripetere.

Per questi motivi, nonostante sia corretto, è tuttavia riduttivo vedere nella Costituzione solo il prodotto dell’antifascismo, il rigetto della dittatura come esperienza italiana. La lotta antifascista s’iscrive, infatti, nell’ampio scenario di una guerra mondiale condotta e vinta contro tutti i fascismi, uno scenario dominato dall’intento di costruire un mondo diverso e migliore, che potesse ridare dignità alla persona umana. Il valore della persona era nella cultura comune dei costituenti; tutti, dal primo all’ultimo, siano essi stati comunisti, socialisti, liberali, repubblicani o democristiani. Un’unione di forze, di spiriti e d’intenti che oggi sarebbe impensabile, ma che allora si raggiunse dando alla luce il documento che oggi è alla base dell’unità nazionale. I costituenti erano infatti decisi nell’affermare i diritti non solo come garanzia di una sfera intoccabile di libertà e di partecipazione politica, ma anche come tutela effettiva dei diritti stessi attraverso l’assicurazione di condizioni esistenziali dignitose.

Accanto alle libertà tradizionali, di pensiero, di espressione, di religione, si affiancavano la libertà dalla paura e dal bisogno. Accanto alla necessità di assicurare teoricamente al cittadino le libertà politiche si sentì la necessità di metterlo in condizione di potersene praticamente servire. Di libertà politica "potrà parlarsi solo in un ordinamento in cui essa sia accompagnata per tutti dalla garanzia di quel minimo benessere economico", senza il quale la possibilità di esercitare i propri diritti viene meno.

Così parlava Carlo Rosselli, grande giurista al cui pensiero s’ispirò quel Piero Calamandrei del gruppo autonomista, cui si deve uno dei passaggi forse più importanti della nostra Costituzione: quell’articolo tre comma due, secondo il quale "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del paese". Continua la lettura di “Ilvio Pannullo – Assalto alla Costituzione”

Mariavittoria Orsolato – i furbetti di Facebook

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Chiunque abbia un account Facebook, la scorsa settimana avrà sicuramente notato come nella propria home page campeggiasse una lettera personale del fondatore Mark Zuckerberg, in cui veniva spiegato che a breve le impostazioni sulla privacy sarebbero state cambiate. Il crescente numero di utenti, circa 350 milioni, pare aver infatti inficiato l’efficacia di alcune barriere come i network regionali, utili quando il sito contava poche migliaia di persone perché consentivano la condivisione di informazioni anche con chi non fosse propriamente un amico. Nel tempo queste reti territoriali hanno cominciato a contare centinaia di migliaia di persone e la facilità con cui era possibile carpire notizie personali, ha spinto i vertici dell’azienda a eliminarle definitivamente, introducendo una nuova piattaforma d’impostazioni.

Sulla carta, l’operazione di Zuckerberg e soci appare tecnicamente perfetta e soprattutto rispettosa della privacy dei singoli utenti, ma dalla Electronic Frontier Foundation – la più stimata organizzazione no profit nell’ambito della tutela dei diritti civili sul web – arriva un rapporto in cui le innovazioni vengono perlopiù criticate. Secondo gli esperti di San Francisco, infatti, le nuove impostazioni di privacy spingono gli utenti a diffondere nel web i loro contenuti personali: una volta apparso il cosiddetto “transition tool”, il fruitore di Facebook è stato messo davanti al fatto che (di default) tutte le sue informazioni erano visibili a chiunque, e nel caso in cui non si fosse andati personalmente a modificare le impostazioni, i contenuti sarebbero rimasti totalmente accessibili.

A onor del vero, la transizione ha portato una semplificazione significativa dei passaggi per la pianificazione della privacy. Con un’interfaccia più chiara ed intuitiva è ora possibile scegliere, ambito per ambito, cosa far vedere a tutti, solo agli amici oppure agli amici degli amici. In questo modo la privacy sembrerebbe in una botte di ferro: basta un po’ di accortezza ed è possibile schivare il rischio di avere le proprie foto in ambienti o atteggiamenti poco consoni, diffuse su tutto il web.

La questione non è però così semplice. Quando Zuckerberg e soci ci dicono ad esempio che le nostre generalità – ovvero sesso, data di nascita, residenza, lista degli amici e pagine – sono automaticamente visibili nel momento in cui noi facciamo uno di quegli irresistibili test sulla nostra personalità freudiana o parliamo con la nonna di Bari vecchia, si dimenticano di precisare che è proprio da questa nostra gentile concessione che arrivano gli utili della loro azienda. In pratica quei giochini tanto carini sono delle immani miniere d’informazioni su gusti, inclinazioni e comportamenti personali che vanno ad ingrassare le liste di compilazione necessarie a sondaggi e ricerche di mercato di ogni genere e sorta. E com’è ovvio ogni servizio ha un prezzo.

Se a ciò aggiungiamo il fatto che ogni restrizione sulla privacy è una perdita in termini di guadagno per quanto riguarda la probabilità di indicizzazione sui vari motori di ricerca, Google in testa, ben si potrà capire come mai durante la fase di setting delle impostazioni due righe di testo ci suggerissero che “consentire a tutti di vedere le informazioni, faciliterà l’identificazione da parte degli amici”. D’altra parte la concorrenza di una piattaforma come Twitter, in cui tutti i contenuti sono pubblici e di conseguenza indicizzabili da Yahoo e soci, ha un peso sempre maggiore nei bilanci dell’azienda di Zuckerberg.

Ora, il problema non sta tanto nella pubblicazione d’informazioni quali l’istruzione o il luogo di lavoro. I guai cominciano ad arrivare nel momento in cui ragazzini poco meno che adolescenti lasciano, o per buona fede o per pigrizia, le impostazioni di default e rendono pubbliche immagini appetibili ad ogni sorta di maniaco deviato che circoli in rete. Sebbene al momento dell’iscrizione si richieda la maggiore età, su Facebook sono presenti migliaia di studenti delle medie e delle elementari, bambini e ragazzini che si approcciano con curiosità alla rete e vedono in questo sito la via più semplice per creare network interattivi con i propri compagni di scuola, di sport o di vacanze. Sono loro che statisticamente pubblicano più informazioni, sono loro la più grande fonte di guadagno per le ricerche commerciali ma sono anche loro ad essere i più esposti alle minacce che un sistema come il web, anarchico per antonomasia, non può illudersi di combattere né tantomeno eludere.

da: www.altrenotizie.org

Mariavittoria Orsolato – Partito Democratico: la schizodemocrazia

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Benché la politica sia ormai diventata, nei contenuti e soprattutto nelle forme, un surrogato delle riviste scandalistiche da ombrellone, la questione della travagliata successione alla segreteria del Partito Democratico non pare interessare più di tanto l’opinione pubblica italiana in vacanza o, almeno, non tanto quanto sta a cuore agli analisti politici, che dal quadro attuale non riescono a ricavare altro che irrisolvibili rebus. Se nel 2007 la segreteria aveva il volto di Walter Veltroni ancora prima che il partito effettivamente nascesse, ora, a distanza di due anni in cui parecchia acqua è scorsa sotto i ponti della dirigenza, la partita tra i candidati attuali – Franceschini, Bersani, Marino, Adinolfi e addirittura Beppe Grillo – somiglia più a un avvincente Risiko che a un noioso Gioco dell’oca. Continua la lettura di “Mariavittoria Orsolato – Partito Democratico: la schizodemocrazia”

Fabrizio Casari – Honduras: golpisti isolati, il mondo è con Zelaya

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Netta, senz’appello. Magari non particolarmente tempestiva, ma inequivocabile. La condanna degli Stati Uniti del golpe di Tegucigalpa ha inflitto un serio colpo alle speranze di accredito internazionale dei golpisti honduregni. Tanto Barak Obama, quanto Hillary Clinton, hanno chiesto con forza il reintegro del Presidente Zelaya alla guida del paese centroamericano, ribadendo che, comunque, Washington riconoscerà come legittimo solo il governo guidato dal Presidente deposto con la forza. Stesso atteggiamento anche dal Palazzo di Vetro a New York. I 192 paesi facenti parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita sotto la presidenza del nicaraguense Miguel D’Escoto, non fanno sconti, non cercano soluzioni politiche o scorciatoie diplomatiche. In una risoluzione approvata per acclamazione, alla presenza di Zelaya, giunto da Managua su un aereo venezuelano, l’Assemblea Generale ha condannato “il colpo di Stato nella Repubblica dell’Honduras che ha interrotto l’ordine democratico e costituzionale”. L’Assemblea generale ha lanciato un appello alla comunità internazionale “a non riconoscere a nessun altro governo al di fuori di quello del Presidente costituzionale Zelaya per cui ha chiesto “l’immediato e incondizionato ripristino”. Continua la lettura di “Fabrizio Casari – Honduras: golpisti isolati, il mondo è con Zelaya”

Cinzia Frassi – L’informazione on line vince sull’oblio

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Uno dei bocconi più amari dell’informazione nell’era del web è indubbiamente la diffamazione e la conseguente diffusione esponenziale di contenuti attraverso la pubblicazione in pagine web. La rete, infatti, è un mare dove siti personali e blog sono liberi di spaziare, pubblicare immagini e filmati, creare informazione indipendente, aggregare gli utenti. E pensare che alcuni ancora stanno a discutere sul futuro della carta stampata. Una vicenda sicuramente in tema, che si è conclusa da poco, è quella che ha visto il giornalista, ex direttore de La Padania, Luigi Moncalvo, querelare per diffamazione il blogger Mirko Morini. Morini é stato assolto, per fortuna. La vicenda risale ad alcuni anni fa. Era il 27 giugno 2005 quando il blogger muoveva critiche al limite della satira dalle pagine del suo blog ai danni di Moncalvo. Nell’articolo il blogger riporta con satira pungente il passaggio, se così si può chiamare, del giornalista dalla direzione de La Padania a dirigente televisivo in Rai.

A dirla tutta, come fece il titolare del blog, il giornalista sarebbe stato silurato dal compagno di partito e ora ministro dell’Interno, On. Maroni, a causa di un articolo particolarmente sgradito (a quanto pare) apparso sul quotidiano verde-pianura del nord. Dalla poltrona del quotidiano della Lega Nord, ll giornalista Moncalvo sarebbe così balzato su una poltrona Rai.

Quello che tuttavia è interessante riportare della vicenda – terminata il 5 giugno scorso con il deposito delle motivazioni della sentenza da parte del giudice del Tribunale di Ferrara – sono alcuni spunti di riflessione interessanti. Prima fra tutte la questione dell’effetto diffamatorio: una notizia, un articolo, un video, conoscono con la rete un effetto diffusivo capillare e rapidissimo senza la necessità di investimenti importanti. Chiunque sia dotato di un minimo di cultura informatica e di una connessione ad internet, é potenzialmente e formalmente allo stesso livello in termini di possibilità di raggiungere il pubblico di quanto non sia un quotidiano on line. Da questo punto di vista il contenuto sostanziale del diritto all’informazione, cardine definitivo della democrazia moderna, ha dalla sua uno strumento unico e irripetibile: il web.

Non solo. E’ assolutamente remota la possibilità che un server venga sequestrato e una pagina web oscurata se lo stesso venisse collocato entro in confini di uno stato estero che non avesse con il nostro paese alcun accordo per il perseguimento di reati informatici. E’ in sostanza in questo modo che gli utenti che si trovano in stati totalitari riescono a comunicare con il resto del mondo. Detto questo, va da sé che la questione del perseguimento dei comportamenti diffamatori si muove in fattispecie talmente complicate da diventare lettera morta.

Un altro punto che riempie ulteriormente il contenuto del diritto all’informazione, è sicuramente l’art. 21 della Costituzione, declinato con le opportunità che abbiamo detto. Nel 1947 infatti, la libertà di informazione era un diritto nelle mani di chi controllava stampa e quotidiani: da privilegio di pochi si cercò di renderlo una opportunità per molti.

Inoltre, va da se che la rete ha tutt’altro che la memoria corta. Un articolo che riporta una vicenda giudiziaria di un personaggio politico o altro non viene mai dimenticato né eliminato, restando come una nota indelebile sulla sua reputazione per un tempo indefinibile. La rete non dimentica nulla e tutto resta pubblicato. I motori di ricerca fanno il resto: nell’immenso mare di contenuti e informazioni rendono disponibile una pagina scovandola in pochi secondi. I mezzi d’informazione tradizionali non creavano situazioni di questo tipo. Questa potenzialità, come altre caratteristiche tipiche del web, hanno portato nuovi problemi legislativi da affrontare e non solo in termini di fattispecie applicabile, come per la diffamazione, ma soprattutto per quanto riguarda la possibilità di repressione.

Tra i molti disegni di legge che si susseguono a minacciare la blogosfera, in questi giorni spunta una proposta dell’Onorevole Carolina Lussana, che intende portare alla ribalta il diritto all’oblio. Tale provvedimento vorrebbe rendere applicabile alla rete quel diritto che era così facile si realizzasse da sé, nella realtà dei vecchi mezzi d’informazione. Pensiamo al caso appena riportato che ha riguardato il giornalista Luigi Moncalvo. Oggi, domani e fra cent’anni quella vicenda rimarrà lì pubblicata, nonostante sia una faccenda chiusa per entrambi, per il blogger Mirko Morini come per il giornalista. Bene, la proposta vorrebbe riuscire a normare il diritto all’oblio nell’illusione di riuscire a gestire internet come uno dei vecchi mezzi d’informazione: è evidentemente impossibile.

Per arginare lo spazio illimitato del web e la sua memoria di elefante, l’Onorevole Lussana ha pensato di introdurre l’obbligo di modificare le informazioni già pubblicate. Nella vicenda riportata, in sostanza, il blogger dovrebbe rendere indisponibile il contenuto pubblicato, nonostante non lo imponga la sentenza che invece lo vede assolto dall’accusa di diffamazione.

Per fortuna, questo ed altri rudimentali disegni di legge sono destinati a naufragare nel mare della rete, perché assolutamente non adatti ad intervenire in una realtà non comprimibile. Del resto, se i padri costituenti avessero saputo che nel tempo sarebbe stata la rete a rendere effettivo il contenuto sostanziale di alcuni tra i più importanti diritti sanciti in essa come la libertà d’informazione e di manifestazione del pensiero, avrebbero ampliato e non ridotto i termini dell’art. 21 della Carta. Questi diritti, come altre prerogative (come il diritto alla memoria storica) sono oggi più di ieri alla portata di tutti gli utenti.

Roberta Foletti – The Millionaire

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Una favola dalle premesse tragiche e dal finale lieto, molto hollywoodiana, talmente hollywoodiana da aver fatto incetta di Oscar. Un po’ epopea alla Charles Dickens un po’ commedia romantica, dal tocco inglese anche se è ambientata in India, la pluripremiata pellicola di Danny Boyle, gioca anche sulla (pseudo)suspense dei quiz a premi – ormai diffusi a livello planetario e unici motori propulsori di riscatto sociale. Soltanto la fortuna unita alla capacità di rischiare può liberare i più poveri dalle catene che li inchiodano a terra, non esiste altra rivoluzione possibile nell’epoca dominata dai mass media.

Ma in The millionaire c’è anche il tema classico dell’amore che non conosce spegnimenti, arde come una fiamma per tutta la vita dentro le persone che sono capaci di conservarla accesa. Gli eroi dallo spirito puro, come il protagonista Jamal Malik, rimangono se stessi tra mille peripezie e sono capaci di rischiare tutto per i propri ideali. Danny Boyle anni fa aveva diretto “Trainspotting”, film cinico, spietato, su un gruppo di tossici inglesi totalmente privi di prospettive, ora si è convertito al melodramma di grande respiro. La pellicola si svolge per metà in una baraccopoli di Mumbai, la vita dei due fratelli orfani e della loro amichetta altrettanto miseranda scorre tra momenti duri e tenerezze, in mezzo ad ogni sorta di pericolo. Tutto questo è addizionato con sapienti dosi di ironia, che stemperano la tragicità del racconto. Continua la lettura di “Roberta Foletti – The Millionaire”

Mario Braconi – Google ruba la nostra privacy

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E’ stato lanciato da pochi giorni nel Regno Unito un nuovo servizio dal nome Google Street View, un divertente complemento all’ormai arcinoto Google Maps, che consente di vedere immagini delle strade selezionate sulle mappe informatizzate. Come ogni altra applicazione della casa di Mountain View, Street View dimostra creatività coniugata a spregiudicatezza: Larry Page non si accontenta di aver creato il motore di ricerca più usato del mondo, non soltanto si sforza di googlizzare la cultura per consentirne la fruizione globale: ora vuole a disposizione di tutti delle viste sulle principali città del mondo. Come? Un veicolo della Google che monta sul tettuccio un dispositivo di ripresa, gira per le principali strade delle varie città ritraendone palazzi, monumenti, abitazioni, persone a passeggio, automobili parcheggiate o in movimento. Le immagini vengono poi caricate sul server di Google, che le rende disponibili a chiunque non si accontenti di vedere una mappa dall’alto, ma desideri invece farsi un’idea di come è realmente quella strada, quella piazza eccetera. Continua la lettura di “Mario Braconi – Google ruba la nostra privacy”

Ilvio Pannullo – Mentre l’Italia sana spera, il Cavaliere cementifica

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Quando un sistema di produzione e di consumo entra in crisi – come è accaduto e come presto si potrà comprendere ancor più pienamente – le classi dirigenti di un paese dovrebbero interrogarsi sulle cause del disastro, analizzarle e proporre nuove soluzioni che indichino una strada sostanzialmente diversa, affinché la situazione non si riproduca in seguito. In un momento di crisi globale come quello che stiamo attraversando, se da una parte è logico aspettarsi la richiesta popolare di una direzione chiara verso cui muovere con decisione, dall’altra, purtroppo, siamo costretti ad osservare impotenti come simili decisioni vengano prese da quegli stessi soggetti che ci hanno trascinato nel baratro in cui ci ritroviamo. Aspettando un piano energetico nazionale ispirato da una nuova visione dell’economia, dell’ambiente e delle esigenze umane, dove il concetto di sostenibilità non sia più un inutile corollario ma piuttosto il cardine stesso del nuovo sistema, riscopriamo, ancora una volta, la vergogna che si prova ad essere governati da una massa informe di incompetenti lobbisti. Nonostante le idee lanciate dalla nuova amministrazione americana, per alleggerire l’impatto della crisi finanziaria sull’economia reale il governo italiano non è stato in grado, infatti, di trovare un’idea migliore del cementificare l’intero paese, per la felicità dei grandi costruttori e dei fan dell’abusivismo edilizio. Continua la lettura di “Ilvio Pannullo – Mentre l’Italia sana spera, il Cavaliere cementifica”

Carlo Benedetti – Anna Politkovskaja, uccisa la seconda volta

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Accade in Russia e non è un caso. Il delitto – l’assassinio di Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata il 7 ottobre 2006 a Mosca, nell’ascensore del suo palazzo, accanto alla centralissima via Tverskaja – c’è stato. Ma il castigo non è arrivato. Perché le indagini dei tanto reclamizzati servizi segreti – che tutti conoscono come Fsb cioè l’ex Kgb – sono clamorosamente fallite. Tutto si è perso nel groviglio delle accuse. E, forse, la cabina di regia del delitto si trovava e si trova proprio in quel lugubre palazzo della Lubjanka – sede dell’intelligence russa – dal quale, però non filtra una parola. Continua la lettura di “Carlo Benedetti – Anna Politkovskaja, uccisa la seconda volta”

Fabrizio Casari – Veltroni fa una cosa di sinistra

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E’ finita ieri l’avventura di Veltroni alla guida del PD. L’uomo che sogna l’America, vorrebbe vivere in Africa e fa politica in Italia, ha rimesso il suo mandato ad un partito che non è partito mai. Le dimissioni sono state presentate adducendo la volontà di non prestarsi al gioco al massacro delle componenti interne, unico sport nel quale il PD primeggia, ma certo è che il bilancio dei mesi di segreteria Veltroni ha rappresentato un record assoluto di sconfittismo politico nella storia repubblicana. L’ex segretario ha collezionato alcune perle che difficilmente saranno eguagliate da chiunque decidesse di lanciarsi nell’agone politico: dapprima ha contribuito a disarcionare Prodi, indicando un radicale cambio di rotta nei rapporti tra i partiti che sostenevano il governo del professore; quindi, per correre verso la segreteria del PD si è dimesso da sindaco di Roma, che è stata consegnata ad Alemanno. Poi ha cancellato la sinistra dal Parlamento italiano, consegnato il governo alla destra più reazionaria d’Europa e perso anche le amministrative. Poteva bastare? No che non bastava. Continua la lettura di “Fabrizio Casari – Veltroni fa una cosa di sinistra”

Mariavittoria Orsolato – Regionali in Sardegna, la disfatta del PD

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Nonostante i sondaggi lo avessero già incornato re di Sardegna, il sardissimo Renato Soru ha dovuto chinare il capo di fronte all’evanescente rivale Ugo Cappellacci, ora nuovo governatore della Sardegna con tanti ringraziamenti al presidente del consiglio prezzemolino. Con il 51,90% il figlio del commercialista del Berlusconi anni ’80, ha sbaragliato la coalizione messa in piedi (a fatica) dal Pd e, forte di 457.676 voti, ha inaugurato la sua carica precisando subito che “senza la possibilità di creare un ponte con il Governo, Cappellacci non ce l’avrebbe fatta, ma anche la Sardegna non ce l’avrebbe fatta e questo i sardi lo hanno capito bene”. Il merito di questa vittoria è infatti da attribuire alla serratissima campagna che “padron Silvio” ha condotto in vece del giovane Cappellacci, un esempio su tutti il logo elettorale della coalizione di centro-destra: nel cerchio azzurro-tricolore campeggiava infatti la scritta usata per le scorse politiche, ovvero “Berlusconi presidente”. Al povero Ugo neanche la soddisfazione di vedere scritto il nome, figurarsi se è riuscito ad ottenere un comizio! Continua la lettura di “Mariavittoria Orsolato – Regionali in Sardegna, la disfatta del PD”

Mario Braconi – Congiura bipartisan contro i malati

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E’ la peculiarità italiana, forse, a giustificare l’incredibile battage attorno al caso di Eluana Englaro, il cui elemento peculiare è stato il disconoscimento della volontà della persona quando essa risulti non conforme ai diktat del potere politico o clericale (che poi è la stessa cosa). Vale la pena notare che è proprio questo atteggiamento irrispettoso nei confronti dell’autodeterminazione dell’individuo, il catalizzatore di una delle peggiori battute di Berlusconi, quella secondo cui Eluana avrebbe anche potuto avere un figlio. Odioso ed incomprensibile flatus vocis, eppure illuminante, in quanto consente di far luce sui perversi automatismi mentali del premier: la volontà di una donna deve essere ignorata quando silenziosamente implora la sua liberazione da un’inutile ed assurda sofferenza. In fondo, il suo corpo, anche da quasi morto, non cessa di essere niente più che rivestimento esterno di un utero, involucro procreativo, macchina per fare figli. Continua la lettura di “Mario Braconi – Congiura bipartisan contro i malati”

Rosa Ana De Santis – Quando Dio e’ irragionevole

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La storia di Eluana ha costretto tutti a interrogarsi sulle domande più scomode. I semplici e i professori. La religione insieme alla filosofia, la legge con la scienza medica. E’ salita sugli altari delle messe e si è seduta nei cenacoli accademici. Sembra dipinta già in un affresco la vita sfortunata di una ragazza comune, destinata a diventare la metafora di un momento importante della vita del nostro paese. E’ già scolpita la sua memoria, prima ancora che la tomba sia sigillata dall’epitaffio. E’ già un paradigma. E’ lei che lascia noi in una rete sacra di ragioni aperte che non tacciono, come invece taceva lei da 17 anni. Che anzi sbattono porte e finestre. Accendono lumini e pregano sotto la stanza dove è morta, gridano per bocca dei cattolici, spengono trasmissioni, consegnano la vittoria – almeno sulla carta – ai sostenitori della laicità e della libertà. Ma disegnano i tratti di un orizzonte inquieto, dove qualcosa è in tramonto.

Grida la morte di Eluana. Perché per una volta i principi consumati da analisi e speculazioni sono diventati carne e sangue consegnati a tutti. Senza elitarismi. La coscienza aveva davanti la foto di un sorriso spalancato e accanto la cronaca di un corpo che si sbriciolava come pane dentro a un letto, inchiodato all’immobilità della morte. Una morte strana, che quasi non conoscevamo. Una morte che respira e apre le pupille, che viene alimentata, spostata di fianco, vestita e lavata. Una morte assistita. Una morte tanto strana che per alcuni era vita da difendere senza esitazione. Nelle forme di una battaglia e con le vesti di una milizia, negando ogni ostacolo, fosse anche il pilastro della libertà personale.

Questa è stata la cronaca dei comportamenti fuori controllo delle istituzioni. Reazioni isteriche, spinte oltre lo stile della mediazione e il rispetto della legge. Uno spettacolo – a tratti spietato – di divisione e scontro, e un sipario sceso su riferimenti che credevamo irrinunciabili. E’ stata guerra. Violenza verbale. Divisione di parti e ragioni. Di una verità e di tante. Questo ha dichiarato in una intervista al quotidiano La Repubblica l’ex Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky. Primo firmatario dell’appello “Rompiamo il silenzio” – che denuncia il caso di una “democrazia in bilico”- mette in fila gli errori metodologici che hanno accompagnato questa storia. Eluana ha mostrato la regressione dell’Italia nel passato remoto. La Chiesa che mette in ombra le conquiste di dottrina del Concilio Vaticano II anteponendo la verità della fede alla compassione familiare. Il Parlamento che preferisce alla voce generale del diritto – che nulla toglie alla libera espressione della singola coscienza – il diktat del dogma. Un clamore viscerale e di principio che si scioglie all’improvviso quando il 31,7% delle sacre famiglie s’incollano su Canale 5 per il Grande Fratello. Quasi otto milioni d’italiani non erano spezzati dalle domande esistenziali, dal Parlamento in alto mare, dalla morte.

Abbiamo assistito a una storia – solo in parte annunciata – di democrazia moderna mangiata a poco a poco. Divorata dai lembi al midollo. Mentre tutto questo accadeva, e solo il Presidente della Camera manteneva un barlume di lucidità, tanti guardavano la spazzatura sceneggiata in reality dando la prova di quanto lavoro nelle comunità e nella famiglia la Chiesa non faccia più da tempo, avendo prudentemente scelto l’opzione del potere e dei troni. Loro non li rovesciano più come recitava il Magnificat della madre del Cristo. Se li riprendono, non partendo dalla conversione e dal catechismo, ma direttamente da Palazzo Chigi.

Dietro alla questione del dogma e del dibattito etico, anzi dentro quella stessa questione, si agita un mostro di ragione e potere. L’etica non si risolve passando per i dogmi della fede. L’etica, una e assoluta, nemmeno esiste. Esistono tante interpretazione dell’etica. Dettate da codici antropologici, ancorate alla tradizioni e ai ruoli, mediate sempre dalla ragionevolezza, se non dalla ragione. Ma sono tante e tutte lecite fintanto che sono governate dalla ragione e non danneggiano gli altri. Lo sforzo che fa uno stato moderno che si dà delle leggi, è quello di rintracciare un fondamento comune che, pulito da vizi di storia e tentazioni particolaristiche, costruisca un comune senso morale. Quello che diventa legge per tutti.

Questa morale ha fatto la storia della filosofia e, per la sfortuna degli assetati di verità, non è un sistema blindato e risolto per sempre. Semplicemente perché la vita umana esiste proprio quando cambia. Quando si adatta e conosce. Quando muta se stessa e sperimenta nuove condizioni dell’esistenza. Su quelle dovremo ragionare ancora. Chiunque sia blindato in confessionale al sicuro da questo, dovrà rassegnarsi. Ciò che si archivia senza possibilità di rivisitazione è morto. E non fa né conoscenza, né giurisprudenza. Fa archeologia e nemmeno più storia.

Questo è Eluana dopo la sua morte. Occorreva una prova evidente della nostra maturità democratica e laica. E se è arrivata – a prezzo di estenuante battaglia – da parte della legge e del diritto, non è arrivata dal nostro Parlamento che, in piena nemesi d’identità, ha iniziato a smascherare se stesso. La sede della politica ha dimenticato quasi con disinvoltura e spontaneità natura e processi del proprio ruolo. Ha perso casa, tradendo il Quirinale e, passando per i calcoli meschini del Presidente del Consiglio atteggiato a paladino di una fede che nemmeno conosce troppo bene, ha perso il proprio centro assimilandosi in toto a quel pietoso avanzo di democrazia cristiana sbagliata che è il nostro centro. Ha mutuato le forme della libertà e la neutralità della legge con i proclami sulla vita. Ha barattato la concezione cattolica della Vita, frutto di una fede e di una precisa religione monoteistica, con la morale universale e il diritto che deve difenderla oltre ogni personale visione della vita e della morte. Ha scelto il contenuto di una fede per abbandonare la formula della neutralità. Il primo passo necessario per un contenuto che sia valido per tutti.

Un errore di metodo che costerà una pietosa strada per tutti noi. Perchè tutti noi faticheremo ancora di più per avere una legge che non ci tratti da fedeli ma da cittadini. Ma è stata una reazione di pancia, almeno per quanti circolano attorno a Berlusconi. Un’azione che tradisce tutta l’immaturità dei nostri politici ad essere democratici nell’anima. Il regime non avanza solo sulla scacchiera del premierato ricercato dal Cavaliere, il regime sta nell’aria di una cultura e di una pericolosa predisposizione mentale.

A questo doveva servire lo Stato e la sua Ragione. A tenere in piedi la vita di tutti, quando il dio in cui credono alcuni chiede di inginocchiarsi tutti alla sua autorità. A tenere la ragione e il dialogo, quando qualcuno invoca il silenzio fatto di timore che viene dalle fede. A lasciare che siano i cittadini a decidere per se, sempre e in ogni condizione. A slegare le persone dalle autorità divine. A pulire le città dalle indulgenze. A bloccare le guerre di religione e a ripristinare l’obbedienza dei tribunali e della pubblica legge. A tenere fuori la verità assoluta che non sia esperibile secondo ragione e a condannare in sede pubblica chiunque imponga la propria agli altri. Sembra la summa di quello che dovrebbe essere accaduto secoli fa, eppure è accaduto ancora. Anzi non è accaduto.

L’epilogo è triste quando guardand
o ai fatti sappiamo bene che Eluana è morta come lei voleva perché la legge, strappando diritti e sentenze alla nostra Costituzione, lo ha permesso. In quel vuoto della politica lei ha trovato la strada. E sappiamo anche che la legge che verrà sul testamento biologico nutrita di questi errori e di queste pesanti amnesie forse non lo permetterà più a nessuno, imponendo ai tribunali di onorare la Vita così come la intendono i cattolici. Questa è l’unica verità pericolosa che si muove dietro le sofisticherie di sondini e dibattiti infiniti. Ci faranno credere di essere liberi, anche liberi da dio. Ma vivremo, faremo figli e moriremo da cattolici. La maggior parte lo farà in modo inconsapevole, incollandosi allo schermo dell’ennesimo Grande Fratello.

Le firme invocate con tanto ardore da Gasparri non saranno quelle dei presunti assassini, ma di coloro che portando dio in Parlamento negheranno a un’altra Eluana la libertà, consegnando a tutti un dio solo più irragionevole con cui non potremo fare granché se non leggi ingiuste per lo Stato e chiese deserte di misericordia. E così, dopo la libertà, avranno tolto anche la consolazione di una preghiera.

da: www.altrenotizie.org

Rosa Ana De Santis – Il paccotto sicurezza

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È una scena amara quella che si vede passando davanti all’Istituto Nazionale dei Migranti, sul Lungotevere di Roma. Cartelli, a caratteri colorati e in grassetto, che ricordano alle donne in fila per le visite che nessun medico dell’Ospedale le denuncerà. Proprio le donne sono quelle che fanno più domande, le più spaventate. Sono agitate le mediatrici culturali. Il loro lavoro, che è opera di conoscenza e integrazione, viene affievolito a poco a poco dalla paventata assimilazione progressiva dei nosocomi in questure, dei camici bianchi in doppia divisa da poliziotti. E’stato chiaro il Prof. Aldo Morrone: in quell’ospedale nessuno denuncerà. E non è il solo. Non c’é solo il giuramento d’Ippocrate, c’é la frequentazione del dolore di tutti i giorni che impedisce di accodarsi alle belve vestite da politici. Continua la lettura di “Rosa Ana De Santis – Il paccotto sicurezza”

Mario Braconi – Decreto della vergogna: l’Italia e’ razzista?

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La cronaca politica di questi ultimi giorni ci costringe ad osservare l’approvazione di una serie di provvedimenti che possono solo essere definiti persecutori nei confronti degli immigrati. Cade il tabù, la foglia di fico, è ufficiale: l’Italia è ostaggio di una minoranza di razzisti. Per tentare di placare in qualche modo le voglie dell’alleato nordista, che insegue in modo delirante la “normalizzazione” di ogni forma di “diversità”, Berlusconi benedice un Decreto Legislativo che è un’orgia di norme violente e demenziali. Oltre che pericolose. Che la Lega sia naturalmente incline ad assecondare i sentimenti più bassi dei suoi elettori meno istruiti è cosa nota. In questo caso, però, i suoi uomini sono riusciti a superare in estremismo anche i fan più sfegatati. Continua la lettura di “Mario Braconi – Decreto della vergogna: l’Italia e’ razzista?”

Eugenio Roscini Vitali – Antisemitismo: gli effetti dell’operazione piombo fuso

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L’antisemitismo è una delle tante forme di xenofobia che si celano all’interno della nostra società, un male oscuro che per secoli si è nutrito di preconcetti e false credenze e che ancora oggi rimane un tema di sconcertante attualità. L’origine di questa avversione è sicuramente di carattere religioso, ma a partire dalla metà del XIX secolo ha assunto il modello di odio razziale: il “deicidio” imputato agli ebrei, per lungo tempo astratta immagine teologica che ha alimentato il mito dell’omicidio rituale di Pasqua, assume le connotazioni del moderno razzismo e l’ebreo diventa artefice di una perversa logica del complotto, per questo fonte di disordine sociale e minaccia. E’ verso la fine del Novecento che la diffidenza ossessiva nata con le crociate si ammanta di ragioni pseudo-scientifiche e l’odio verso gli ebrei registra un’agghiacciante impennata, quel salto di qualità che nell’arco di cinquant’anni darà origine al tragico epilogo della Shoah. Continua la lettura di “Eugenio Roscini Vitali – Antisemitismo: gli effetti dell’operazione piombo fuso”

Giovanni Gnazzi – Il Cavaliere Nero

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Da ormai quarantotto ore, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è tornato ad occupare la purtroppo misera scena politica italiana. Non per presentare provvedimenti in grado di fronteggiare la crisi, ci mancherebbe. Eluana Englaro, il suo magnifico padre Bepppino, l’ordinamento della Repubblica e la Carta Costituzionale sono stati uno dopo l’altro il bersaglio delle sue esternazioni. Il premier, parso assai provato, con evidenti segni di cedimento del lifting e chiari segnali di cesarismo patologico, ha snocciolato davanti alle televisioni protese a rimboccare gli angoli del tappeto offertogli, parole e atti che evidenziano, molto aldilà del merito delle questioni trattate, il piano di un uomo ormai deciso a tentare il tutto per tutto per sopravvivere ad una vicenda politica troppo più grande di lui. Continua la lettura di “Giovanni Gnazzi – Il Cavaliere Nero”

Rosa Ana De Santis – Il viaggio di Eluana

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La tv è scatenata. Si riempie di dichiarazioni e approfondimenti. Tutti scalpitano. Tace solo LA7. Un silenzio intessuto di pudore e rispetto sconosciuto invece a chi è tutto intento a scandire minuziosamente il passaggio dell’ambulanza, i momenti del trasferimento nella clinica di Udine, lo stile e il metodo dei salotti di Porta a Porta esaltatati all’idea di rubare un’immagine in più. Eluana non si vede. Eluana è invisibile. Tenuta nascosta mentre un oceano di parole e teorie in questi ultimi mesi ha raccontato la sua storia agli italiani. Mons. Fisichella si professa rispettoso del dolore della famiglia, ma ravvisa nella scelta del padre errori e confusioni. Più spavaldo è il leader del Movimento della Vita, Carlo Casini, che s’interroga stupito come si possa preferire l’agonia – come la definisce lui – ad una vera e propria eutanasia. Contraddizioni di un’amnesia a dir poco ipocrita.

E’ solo di una domenica fa l’Angelus gridato in cui Benedetto XVI ha parlato della dolce morte come di una risposta sbagliata al dolore. Come si può pensare che un Paese tenuto sotto scacco dal Vaticano possa decidere di legiferare sulla dolce morte, non consegnandola più alla volontà del Creatore e al riscatto del Paradiso? Come si può pensare che si arrivi a questo grado di maturità politica se sul testamento biologico l’accanimento sta nel limitarne il più possibile il senso e l’efficacia, mordendo ai fianchi la libertà dei cittadini sulle proprie vite?

Nel caos di questa corrida di pareri, il Presidente della Camera ha ribadito il valore assoluto del dubbio e quindi la consegna totale della scelta a chi quella vita l’ha generata e ne ha raccolto le volontà e il testamento. Berlusconi ha detto No al decreto. Litiga con le toghe su tutto, non su questo. Ed è quello che ancora meglio dice oggi Sofri dalle pagine di La Repubblica. Ammesso che la letteratura scientifica non abbia un parere unanime, anche se questo a dire il vero significa solo dire che i medici cattolici antepongono ad alcune evidenze scientifiche un concetto della vita che è religioso prima che scientifico e persino umano, esiste un inderogabile principio che vede ciascuno assoluto proprietario di sè, del proprio corpo, del percorso esistenziale che ha vissuto sulla terra. Nulla viene tolto al cielo che ognuno vuole raccontarsi dopo la vita, nulla alla credenze e alla metafisica di una consolazione; ma quaggiù è indispensabile onorare la libertà di tutti su sé stessi e quindi l’autodeterminazione, non consentendo mai che la vita del singolo diventi materia contesa e decisa dalle Istituzioni o dalla Chiesa. Semmai blindare questa libertà con una legge chiara. Che impedisca quello che Beppino Englaro ha vissuto in questi anni. Una via crucis nella quale solo i preti riescono a non ravvisare una spietata disumanità.

Un percorso, quello del padre di Eluana, che intenerisce nel profondo e commuove per la sopportazione lucida e ostinata di una sofferenza che deve essere davvero più grande di ogni umana sopportazione. Con al fianco la mamma di Eluana, ammalata e quasi custodita da suo marito. E poi “Eluanina” – come lui la chiamava – che non c’è più. Strappata alla morte a ogni costo per rimanere attaccata alla terra a vegetare. Senza sentimenti e con un cervello spento che non è in grado di sentire sofferenza. Questo dice l’anestesista Amato del Monte. Eluana è morta 17 anni fa.

E’ la vedova Welby, più di tutti, a ricordare ogni momento il coraggio della scelta di Beppino Englaro. Il desiderio che la volontà di Eluana fosse riconosciuta dalla legge e non avesse le sembianze di una soluzione disperata da consumare in clandestinità e da decorare di compassione in qualche preghiera collettiva. E’ una scelta che parla della vita e della morte con assoluta consapevolezza e senza prigioni della mente. Fondata sulla libertà e sul rispetto. Un modo di leggere l‘esistenza con sacro rispetto, restituendola al suo profondo valore. Quello che ognuno crede giusto.

La legge sul testamento biologico, proprio grazie a questa lunga battaglia, sta andando avanti. Tutta orientata sul modo in cui non considerare alimentazione e idratazione forzata come non-cure, per arrivare al punto di non considerarle accanimento terapeutico e di poter lasciare in stato vegetativo altri morti. Al centro dei lavori sta la ricerca di un modo per ostacolare la scelta e non per regolamentarla. Una risposta, quella delle nostre istituzioni, arretrata, che umilia una storia intera di pensiero e principi. Che umilia questo paese che non è contro la scelta di Beppino Englaro. Lo ricordino i vescovi nelle loro messe deserte. Le stesse messe che condannarono Welby quando rifiutò la ventilazione artificiale e morì. Per Eluana non c’è terapia da interrompere e non c’è più consapevolezza per ribadire la sua volontà. Proprio questo è diventato, a servizio della chiesa e di tanta parte del Parlamento italiano, lo strumento più efficace e più vile per costringere e per negare a una vita di vivere e morire come lei aveva deciso.

Vorremmo che questo momento non fosse aggravato dall’ostinazione quasi grottesca – non fosse così tragica – con cui il nostro Ministro del Welfare è alla ricerca di un escamotage qualsiasi per impedire la fine della morte di Eluana. Un comportamento violento e squalificante per un ministro che non sa riconoscere le competenze e la divisione dei poteri. Un atto che tradisce un radicato disprezzo per la libertà personale e un vuoto imbarazzante di umana pietà. O paura. Fa paura Eluana che ora può morire. Fa paura un padre che sopporta il dolore scevro da ogni egoismo e in totale dedizione della volontà della figlia. Fa paura chiunque parli della vita e della morte, non consegnando la sofferenza e il suo valore ad altra certezza che non sia il significato della propria vita.

Il protocollo è pronto da quasi un mese. Ragionato in ogni minimo passaggio. Eluana sedata e non alimentata e idratata a forza si spegnerà. Insegnando la fatica di una giustizia ottenuta a prezzo di lunghi anni, di accuse e di ostacoli calati dall’alto e dai centri di potere. Sappiamo purtroppo che quelli che oggi versano fiumi di lacrime, si buttano contro l’ambulanza o sostano affranti nelle piazze in protesta, questi stessi sono incapaci di piangere e di avvertire l’ingiustizia profonda di una volontà calpestata, la negazione di una vita per la Vita. A noi piace immaginare senza paradiso il viaggio di Eluana. Libero, come libera sarà lei.

da: Altrenotizie

Mariavittoria Orsolato – Il telefono perde il filo

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Squillano nuovamente le trombette di Palazzo Piacentini. Dopo l’annuncio dell’informatizzazione degli archivi delle procure, il giovane Angelino assesta un nuovo colpo basso alla dea Themis nella versione riveduta e corretta del disegno di legge sulle intercettazioni: tetti di spesa per le procure, tempi ridotti per l’ascolto – non più di 45 giorni, prorogabili di altri 15, eccezion fatta per i reati di mafia e terrorismo – e (il gran finale) intercettazioni solo per “gravi indizi di colpevolezza”. Ciò significa che se prima le intercettazioni venivano fatte anche solo per indizi di reato – ovvero si ascoltava chiunque potesse essere connesso in qualsiasi modo al reato – ora si potranno seguire le conversazioni solo di chi si sospetta abbia realmente commesso il reato: ma se il controllo delle utenze serve principalmente a dipanare i dubbi sulla colpevolezza, come si può ascoltare il sospettato senza ascoltare il suo interlocutore, che magari sospettato non è (o non lo era fino a quel momento)? Misteri di casa nostra, che però non smentiscono l’idea che questo cambiamento nel codice sia ben più e ben altro rispetto a una semplice modifica di forma.

Ma non è tutto: i giornalisti che pubblicheranno le intercettazioni saranno puniti con 30 giorni di carcere o con una multa dai duemila ai diecimila euro, mentre le vocine che ai giornalisti offrono il materiale non vengono citate; in più, dall’elenco dei reati intercettabili sono stati depennati l’insider trading e l’aggiotaggio, quei reati da mezze calzette che hanno fatto scoppiare i casi Parmalat e Cirio, che non si sa mai cosa riserva il futuro per chi specula in Borsa. A onor del vero, si potranno però intercettare tutti i reati con pene superiori ai cinque anni – invece che i dieci invocati a gran voce da Padron’ Silvio – più alcune eccezioni come la pedopornografia, il contrabbando, i delitti contro la pubblica amministrazione e i reati concernenti droga e armi. Intercettabili poi anche i reati d’ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria e stalking.

L’Associazione Nazionale Magistrati insorge: “Con queste modifiche s’indebolisce uno strumento investigativo indispensabile per individuare i responsabili di gravi delitti”. Ma la Cassazione, aprendo l’anno giudiziario, si dimostra più morbida e, in apparente accordo con i progetti del guardasigilli, sottolinea con il primo presidente Vincenzo Carbone, la volontà di istituire un “utile archivio riservato delle intercettazioni, che sia accessibile solo al pm e all’avvocato”. Crediamo tutti nella buona fede del nostro giovane ministro, che già ha espresso la sua più totale abnegazione nella causa di modernizzazione e perfezionamento della giustizia italiana, ma lo scandalo strillato in questi giorni dalle colonne di maggiori quotidiani ci spinge a dubitare sulle reali intenzioni di via Arenula.

Lo scalpore è stato provocato dalla presunta esistenza dell’archivio segreto di un certo Gioacchino Genchi, un consulente giudiziario richiestissimo per la sua capacità di incrociare i tabulati telefonici. Secondo le cornacchie della stampa mainstream, Genchi avrebbe collezionato una quantità inimmaginabile di dati in cui, a detta de il Giornale (di regime), “alla fine tutti conoscono tutti e tutti sono accusabili di tutto”. Quello che però si dimentica di dire è che i contatti telefonici di cui il fantomatico esperto è in possesso sono stati acquisiti non per libera iniziativa dell’interessato, ma bensì su richiesta delle procure nell’ambito di due particolari inchieste giudiziarie, “Why not” e “Poseidone”, che tanto sembrano urticare la nostra limpidissima élite politica.

A deporre a favore di Genchi – ma probabilmente è proprio questo il punto – c’è il fatto che i suoi incroci telefonici hanno permesso di catturare e assicurare alla giustizia gli esecutori della strage di via D’Amelio, oltre che a scoprire che le utenze di molti malavitosi calabresi erano intestate a un parlamentare nazionale. Lo stesso Genchi ha poi elaborato, sempre su sollecitazione delle procure distrettuali, i dati che hanno portato all’istruzione dei più importanti processi di collusione tra politica e mafia, Dell’Utri e Cuffaro compresi. L’abuso delle intercettazioni è certamente una colpa grave, ma sembra che il concorso tra Genchi e De Magistris rimandi a scenari più delicati.

Dateci pure dei paranoici ma la relazione, come usava dire il buon Maurizio Crozza alla fine del suo show, non è chiara. Salvatore Borsellino, fratello del defunto giudice, ha provato a spiegarlo durante la scorsa manifestazione promossa in favore delle vittime della mafia, ma si è preferito riportare solo l’abituale sproloquio di Di Pietro sulla letargia costituzionale del nostro capo di Stato. Il perché di questa concomitanza all’interno dell’informazione nostrana ci sembra invece chiarissimo.

da: Altrenotizie

Quando la privacy è una censura a metà – di Giovanna Pavani

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Quando la cura è peggiore del male. Perché non cura, ma peggiora la cancrena. Dopo il doloroso caso Sircana, sapientemente costruito dal “Giornale” di famiglia con il metodo del discredito dell’avversario politico attraverso la calunnia, il Garante per la Privacy ha sentito il dovere di chiudere la bocca per sempre a chi intendesse utilizzare, d’ora in poi, notizie sulle attitudini sessuali del potente di turno per questioni di lotta politica portata avanti con il metodo antico del colpo sotto la cintura, dello scandalo, della pubblica indignazione. Con un provvedimento draconiano (e come tutti i provvedimenti promossi sull’onda dell’emergenza pieno di lacune) quest’ Istituzione che dovrebbe garantire i cittadini, ma si muove celermente solo quando c’è di mezzo “il potere”, ha tagliato la possibilità dei giornalisti di svelare ai cittadini elettori questioni private di personaggi pubblici che – ed è questa la parte rilevante – riguardino “solo” le loro attitudini sessuali. Con effetto immediato è stata vietata la pubblicazione di notizie che “si riferiscano a fatti e condotte private che non hanno interesse pubblico”, che contengano “dettagli e circostanze eccedenti rispetto all’essenzialità dell’informazione”, che enuncino “particolari della vita privata delle persone diffusi in violazione della tutela della loro sfera sessuale”. Pena da due mesi a tre anni di reclusione. Nell’impossibilità di irrogare direttamente le sanzioni, l’ impegno del Garante è quello a riferire all’autorità giudiziaria ogni ritenuta violazione.

Fatto salvo che non si può che salutare con favore un provvedimento che colma il vuoto esistente, da troppo tempo a questa parte, nella deontologia professionale giornalistica, ormai schienata agli appetiti commerciali degli editori più che votata all’informazione verso il pubblico dei lettori, ci sono domande che restano inevase. Ma perché questa censura solo sul sesso? E, soprattutto: la sfera “sessuale” di cui è vietato riferire, quali limiti avrebbe secondo il Garante? Quali sono, insomma, i margini oltre i quali una notizia è riferibile oppure no? E qualora l’ambito della tutela si limitasse a quanto non già previsto dal codice penale, si è davvero certi che parlare di semplice “violazione della tutela della sfera sessuale” non possa ingenerare colpevoli equivoci? Ma soprattutto: vista l’urgenza della materia, perchè puntare solo sul sesso e non far rientrare dentro questo provvedimento altri comportamenti privati, non previsti dalla vigente legge sulla privacy e che non costituiscono reato, ma che sono letti comunque dall’opinione pubblica come condannabili? Se un politico viene “beccato” da un giornalista a fumare droga mentre porta l’immondizia nel cassonetto e la foto che lo incastra viene pubblicata, la sua carriera non può dirsi destinata al declino come se fosse stato trovato a letto con l’amante. Eppure anche la prima cosa riguarda in qualche modo la privacy, se la si vuole dire tutta. Ma il sesso – e non solo in Italia, ovvio – fa più notizia. Perché?

La risposta è semplice, anzi banale. In quest’Italia bacchettona, perbenista e clericale, dove non fa quasi più scandalo che il Vaticano detti al Parlamento l’agenda politica delle riforme sociali e dove si immagina che il corpaccione elettorale dei cattolici sia ancora così numeroso da fare la differenza nelle urne, a discapito della crescita culturale del Paese, è ovvio che il sesso faccia più paura della corruzione, che il tradimento della morale e del pudore sia considerato più pesante del governare per i propri interessi personali. Che, insomma, la libertà di amare chi si vuole e come si vuole senza una benedizione superiore provochi reazioni scomposte e scioviniste che possono essere declinate con un’unica parola: censura. Ma su un binario unico.

Limitare il controllo dei media sui poteri forti del Paese costituisce da tempo obiettivo di molti politici italiani, soprattutto di destra ma anche a sinistra. Ma arrivare al livello di mettere un bavaglio a tutta la stampa solo per condannare un falso scoop, per quanto basso e vergognoso, indicando solo nel “sesso” fuori casa il principale motivo dello scandalo, è qualcosa di ridicolo. Eppure c’è veramente poco da ridere se, oltre a questa censura, è arrivato anche un altro provvedimento che vieta drasticamente la trasmissione di programmi porno soft in tv in quelle ore tanto antelucane da scongiurare la possibilità in partenza che ci siano bambini attaccati al telecomando. Ma qui si vieta anche ai loro papà, agli adulti in genere, di vedere ciò che più gli aggrada. La storia insegna che la cultura del divieto non ha mai dato buoni frutti. E che, anzi, spinge le anime più deboli a desiderare in modo spasmodico proprio ciò che non possono ottenere facilmente. E’ un modo come un altro di controllare usi e consumi, ad esclusivo beneficio di chi di ciò che è vietato fa commercio, a cominciare dal sesso e dai film porno. D’ora i poi, dunque, si pagherà per vedere. Oppure ci si dovrà accontentare del bordello diurno elargito gratis dove impèra la cultura delle isole degli sfigati, i Grandi Fratelli, le Pupe e i secchioni e tutti quei programmi che portano avanti la cultura trash secondo cui anche chi non ha talento, spogliandosi, può sfondare in tv. In questo modo si alimenta, in modo subliminale, la domanda del proibito. Se si chiudesse questa sporcizia, cesserebbe invece l’offerta, salvando giornali e giornalisti dalle ire codine di un Garante qualora un giorno dovessero svelare i segreti di certe scalate nei palinsesti tv.

Ma quando non si vuole spiegare, perché ci sono interessi commerciali superiori in gioco, è meglio obbligare a tacere. L’editto del Garante, non a caso, interviene a tutto campo minacciando a sua volta una dura repressione. Nei casi dubbi chi valuterà tuttavia se c’è interesse pubblico, chi stabilirà se i particolari sono essenziali all’informazione? E nel caso in cui notizie relative alla sfera sessuale dovessero interessare l’opinione pubblica, la loro pubblicazione concreterà davvero l’illecito? Per amor di chiarezza: pubblicare che ad un parlamentare piacciono ecstasy e notti con ragazze costituisce fatto privato o abitudine sessuale coperta dalla privacy; ma se egli ha partecipato a campagne in difesa della famiglia tradizionale, la notizia non può più, forse, dirsi privata. Passare le notti in discoteca è fatto privato; ma se si tratta di un campione sportivo che il giorno dopo deve giocare, la notizia diventa certamente di interesse pubblico. Sniffare cocaina è evenienza privata; ma se si tratta di un politico, di un dirigente d’azienda, potrebbe diventare di interesse pubblico.

Si tratta dunque di problemi davvero delicati, la cui soluzione non può certo essere decisa col machete e sull’onda dell’emozione di un caso di giornalismo spazzatura. Ecco perché mol
te dichiarazioni arrembanti piovute copiose a caldo dopo la pubblicazione del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale hanno disturbato parecchio chi crede ancora che l’unica vera legge del buon giornalismo sia quella stabilita dalla deontologia professionale, purtroppo latente in molti giornali ma non del tutto defunta, e dalla coscienza di chi scrive. “Se non vedo, non scrivo”, diceva Indro Montanelli. Basterebbe questa frase a rendere inutile qualsivoglia intento censorio. E alla quale, aggiungiamo noi: “Se non vedo, non scrivo. E anche quando vedo, decido poi se scrivere o no”.


Si deve cercare di proteggere la riservatezza, ma senza annullare l’informazione vera, censurando solo ed esclusivamente quella spazzatura, evitando provvedimenti a pioggia che certo non aiutano ad avere chiarezza. L’informazione pattumiera dev’essere combattuta, senza tuttavia vietare ogni pubblicazione gossip; sarebbe ridicolo farlo. Tanto più che, anche se il Parlamento dovesse incautamente calare un velo di censura sulla stampa, i giornalisti, quando dovessero entrare in possesso di una notizia vietata, la pubblicherebbero comunque. E’ sempre stato così, perché stupirsene? Vietare a tutto tondo, quindi, non serve. Servirebbe, invece, di colpire chi divulga notizie false per scopi che nulla hanno a che vedere con l’informazione, ma con una lotta politica di infimo livello. Nessuno, nell’ufficio del Garante, ha sentito il bisogno di censurare gli autori del falso scoop sul portavoce del governo, Silvio Sircana, si è preferito colpire nel mucchio, per giunta veicolando il messaggio che è meglio limitare la libertà di espressione di tutti pur di non colpire direttamente chi distrugge la vita delle persone con falsi scoop sulle attitudini sessuali di chi conta nel Paese. Come se questo fosse davvero il peggior male ed il marcio non si annidasse, invece, proprio in quelle pagine bianche di alcuni giornali che ieri sembravano davvero dei sepolcri imbiancati.

da: www.altrenotizie.org

Carlo Giuliani: a Strasburgo per trovare giustizia – di Cinzia Frassi

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Furono giorni terribili. Genova presa dalla follia, extraterritorialità della democrazia, della percezione del normale. Al di là dell’accettabile, una guerriglia urbana fatta di mezzi blindati, cariche, violenze sui manifestanti, la caserma di Bolzaneto, le incursioni alla Diaz e tutto il resto. Impresse nella mente le immagini di Carlo Giuliani, 23 anni, steso a terra e il Defender dal quale partì il colpo che lo uccise in Piazza Alimonda. Da Genova a Strasburgo, questo il viaggio dei famigliari per trovare giustizia per l’omicidio di Carlo.Perchè le accuse di omicidio volontario nei confronti del carabiniere Mario Placanica, con 6 mesi di servizio al suo attivo, e Filippo Cavataio alla guida del Defender, furono archiviate nel maggio 2003 per legittima difesa e per uso legittimo di armi in manifestazione.

Un caso chiuso per la giustizia italiana che lascia aperti parecchi interrogativi circa le tante, troppe incongruenze: dalla perizia che concluse che il colpo venne sparato verso l’alto e i rimbalzi fortuiti, all’autopsia secondo la quale il passaggio del Defender per due volte sul suo corpo non avrebbe procurato lesioni mortali a Carlo. Un caso inquietante, paradossale che ha sconvolto l’Italia intera e soprattutto ha riaperto vecchie
ferite e consolidato storiche divisioni sociali.

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha dichiarato “ricevibile” il ricorso presentato il 18 giugno 2002 dai genitori e dalla sorella di Carlo e deciderà nel merito del caso entro pochi mesi. Le sentenze della Corte di Strasburgo sono direttamente applicabili negli Stati membri.
L’istanza invoca l’articolo 2 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo che sancisce il diritto alla vita. In particolare la famiglia Giuliani sostiene che la morte di Carlo sia stata causata da un “uso eccessivo della forza” da parte delle forze dell’ordine, in considerazione anche del fatto che “l’organizzazione delle operazioni per ristabilire l’ordine pubblico non siano state adeguate”. I motivi del ricorso riguardano anche l’assenza di soccorsi adeguati e immediati per i quali deducono la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione che si riferiscono in sostanza al divieto di trattamenti inumani. Continua la lettura di “Carlo Giuliani: a Strasburgo per trovare giustizia – di Cinzia Frassi”

Guerra ai ROM: il volto razzista della Slovenia – di Elena Ferrara

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E’ uscita dalla Yugoslavia ed è entrata a fare parte a pieno titolo nell’Unione Europea nel maggio del 2004; è nella Nato nell’ambito di un allargamento dell’alleanza atlantica che ha inglobato alcuni dei paesi un tempo considerati nemici. Punta, quindi, ad essere una nazione “europea” a tutti gli effetti. Ma ora si scopre che la Slovenia – collocata ai nostri confini – è anche un paese xenofobo e razzista. E una denuncia in merito – forte ed appassionata – giunge da Amnesty International che si rivolge direttamente all’Unione Europea per evidenziare la situazione che si è andata creando in Slovenia attorno alla minoranza Rom.

L’Unione – sottolinea Amnesty – ”non può continuare a ignorare la difficile situazione in cui si trovano migliaia di cittadini” che vivono in un ”limbo giuridico o aspettano un indennizzo dalle autorità slovene” perché private dei propri ”diritti più fondamentali”.
Amnesty International rinnova così il suo appello a Bruxelles contro le discriminazioni cui sono sottoposti i Rom ed altre minoranze. Esattamente 15 anni fa, solo qualche mese dopo la dichiarazione di indipendenza, ricorda l’organizzazione umanitaria, le autorità slovene ”presero la decisione straordinaria che da allora è stata condannata dalle più alte corti del Paese, dall’Onu e dal Consiglio d’Europa: la rimozione di oltre 18.000 persone, soprattutto di origine Rom, dal registro dei residenti permanenti”. Continua la lettura di “Guerra ai ROM: il volto razzista della Slovenia – di Elena Ferrara”

In Italia un Putin formato “esportazione” – di Carlo Benedetti

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Nella tradizione russo-sovietica tutto aveva un doppione che era, allo stesso tempo, un vero “contrario”. C’era lo Stalin per l’esportazione – che abbracciava i bambini – e quello, per l’interno, delle repressioni e del gulag. C’era il Krusciov del disgelo e quello del muro di Berlino. C’era il Breznev della conferenza paneuropea e quello dell’Afghanistan. E ancora. A Mosca due monumenti a Gogol: uno con lo scrittore tragicamente pensoso e preoccupato realizzato nel periodo russo ed uno fiducioso nel futuro eretto in piena era sovietica. E si potrebbe andare avanti con questa “teoria dei doppioni”… E così si arriva ai dati più recenti. A Gorbaciov che costruisce la perestrojka ma si fa dominare dagli americani; a Eltsin che distrugge l’Urss e che poi, strada facendo, si rivela un alcolizzato che guida il Cremlino. Ed ecco Putin che esce dalla caserma del Kgb e vuol dimostrare – all’occidente – di essere un “diverso”. Ma André Glucksmann, lo smaschera sostenendo che chi è "cekista un giorno, è cekista per sempre".  Continua la lettura di “In Italia un Putin formato “esportazione” – di Carlo Benedetti”

La crisi israeliana e l’agonia di Olmert – di Elle Emme

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Le ultime settimane in Israele sono passate sotto il segno di continui scandali politici, che hanno completamente eroso la credibilità del governo Olmert. Le incriminazioni del Capo dello Stato, del Ministro dell’Interno, del Capo della Polizia e gli scontri sulle responsabilità della disastrosa guerra libanese scandiscono impietosamente l’agonia di un sistema politico in profonda crisi. Mentre l’opinione pubblica si sposta nuovamente a destra e ritornano sulla scena Netanyahu e Barak e il tycoon Gaydamak, una sorta di Berlusconi israeliano. In questo panorama desolante, la morsa di ferro dell’esercito sui Territori Occupati si fa sempre più spietata e il meeting tra Abbas e Olmert si chiude con un nulla di fatto, ripescando però dal cappello il piano di pace della Lega Araba. Parlando con la gente per la strada, al bar, nei luoghi di lavoro, l’opinione è unanime: si tratta del periodo più difficile e drammatico nella storia dello stato ebraico, stretto tra le minacce nucleari iraniane e la corruzione dilagante in patria. Si comincia persino a far strada l’idea strampalata che il terreno fertile per la corruzione sia l’Occupazione, ed in particolare il sistema di amministrazione militare dei Territori, che da quarant’anni come un cancro infetta tutto l’apparato statale.

La fiducia nel sistema politico, nell’esercito e più in generale nelle istituzioni ha toccato il minimo storico. I recenti sondaggi non lasciano alcun dubbio al riguardo: la popolarità del premier israeliano Olmert è scesa al 3 per cento e il Ministro della Difesa Peretz, che rappresentava le speranze ormai naufragate del popolo pacifista, si attesta su un desolante 1 per cento di consensi. Ma ecco tornare in pista nomi che preferivamo non dover incontrare più: dopo anni di basso profilo in attesa del momento giusto, gli ex premier Barak e Netanyahu sono ora in testa ai sondaggi, subito davanti al leader fascistoide filorusso Lieberman. Come accadde in Italia all’inizio degli anni novanta, in questo momento di crisi si affaccia sulla scena anche l’uomo della provvidenza, nelle vesti di Arkady Gaydamak, un tycoon di origini russe. Ricercato dalla polizia francese per traffico d’armi, Gaydamak è popolarissimo in Israele dopo aver sborsato milioni di tasca propria per aiutare le famiglie del Nord durante la guerra in Libano, in aperta polemica con Olmert, il cui governo non è riuscito a proteggerle adeguatamente dai Katyusha. Gaydamak è sceso in campo, riscuotendo un discreto consenso, anche se non ha ancora deciso se schierarsi con Lieberman o Netanyahu: in ogni caso cavalcando l’ondata autoritaria che si profila all’orizzonte.  Continua la lettura di “La crisi israeliana e l’agonia di Olmert – di Elle Emme”

Rai: le idi di marzo – di Sara Nicoli

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Continua a pesare sull’intera Europa l’ombra della guerra nel Kosovo. Perché dalla capitale austriaca – dove serbi e albanesi si trovano a confronto con l’inviato delle Nazioni Unite, il finlandese Martti Ahtisaari – le notizie non sono buone. I negoziati, infatti, continuano a correre su binari diversi. Non si intravedono processi validi per un compromesso capace di pacificare la provincia. L’Onu insiste per un autogoverno della maggioranza albanese, pur se con forti garanzie per la minoranza serba; i kosovari-albanesi, invece, si battono per ottenere l’indipendenza e divenire i padroni della terra considerandosi come discendenti degli Illiri, autoctoni prima dell’arrivo di Slavi, Cristiani ed Islamici

I serbi, dal canto loro, continuano a considerare il Kosovo come parte irrinunciabile della Serbia e pongono l’accento sul fatto che a rovinare la situazione locale è stata la Nato quando, nel 1999, attaccò la Jugoslavia di Milosevic, riducendo il Kosovo ad un suo protettorato, dove è ancora presente una forza di interposizione di circa 16.000 uomini. E sempre i serbi – che sono i padroni di casa dal momento che il Kosovo è ancorato a Belgrado – fanno rilevare che le proposte delle Nazioni Unite potrebbero essere accettate solo se inserite nel quadro di una “autonomia sostanziale, ma sempre all’interno della Serbia”.  Continua la lettura di “Rai: le idi di marzo – di Sara Nicoli”