Manganellate alla povertà

C’è la retorica della “vulgata” di una certa sinistra d’antan, che vedeva la figura-tipo del rappresentante delle forze dell’ordine come un Rambo de noàntri, pronto a far vedere i muscoli, a sparare, a picchiare, e a dimostrare che la ragione stava sempre dalla parte sua e dei suoi consimili.

Poi c’era la retorica alla Pasolini, di sinistra anche quella, che voleva i poliziotti come figli del popolo, della gente comune, povera, messi lì a difendere un “potere” di cui non riuscivano a distinguere i contorni. E sono perfettamente convinto che a Pasolini il governo Renzi sarebbe piaciuto, e averebbe un bel po’ da lagrimarci.

Poi ci sono i fatti. Quelli che la retorica la ignorano. Perché le teste con venti punti di sutura le abbiamo viste tutti. E quelle parlano. Non cedono a interpretazioni. Se ne fregano se i poliziotti hanno il mito del supereroe oppure no. O se hanno dovuto lasciare una terra avara di frutti, la casa paterna, Maria, ‘o sole, ‘o mare e ‘o mandolino per andare a prestare servizio in una città del Nord, col nebiùn che ti si mangia. Le manganellate si vedono, il sangue che scorre lo stesso. Può essere anch’esso un luogo comune l’accostare il poliziotto che tira bastonate agli operai, figli entrambi della stessa miseria. Ma è successo esattamente questo. E quindi o gli operai che hanno ricevuto le manganellate hanno commesso qualche reato, per cui i poliziotti hanno sentito il dovere di mantenere la pubblica incolumità con le botte, e dunque devono essere processati e puniti, oppure, se non hanno fatto nulla (e io sono convinto che non abbiano fatto nulla) devono pagare i poliziotti, e duramente. Perché da un poliziotto io me lo aspetto che si comporti bene, che sia migliore di me e di voi messi insieme. Più che aspettarmelo lo pretendo. Ma se so che un poliziotti ha bastonato degli operai che protestavano senza un valido motivo allora m’incazzo.

Ed è vero che esistono le responsabilità individuali. Certo, si punisce il poliziotto che ha tempestato di legnate l’operaio, non quello che gli stava vicino ed era pietrificato dalla paura (e magari anche dallo schifo) e non ha mosso un ciglio. Quel poliziotto, dicevo, con tanto di nome e cognome. Processo penale e procedimento disciplinare, punto e basta.

Poi ci sono le responsabilità morali e politiche. Il governo, prima di tutto. Che mentre scrivo è già andato al Senato, nella persona del Ministro dell’Interno Alfano a esprimere solidarietà agli operai colpiti. Segno che qualcosa c’è. Questo governo fatto di macchine fotografiche digitali e IPhone, con ministri dall’aspetto preraffaellita che si permettono di guardare con sufficienza i giornalisti, rei di non essere “di rinnovamento”, al loro botticelliano ingresso alla Leopolda (fosse successo in Germania quella ministro si sarebbe dimessa due ore dopo). E Renzi ha poco da dire che saranno accertate le responsabilità, perché questo non è un regalo, una concessione. Non è neanche una elargizione pro bono pacis. E’ il minimo che ci si possa aspettare. Peccato che siano solo parole perché da che mondo è mondo i responsabili dei reati li individua la magistratura, non il governo. Bella forza, non c’è che dire.

Così ci dimenticheremo anche questa porcata (perché non sia mai che il Partito Democratico si schieri a favore degli operai, mi raccomando!), prima o poi. E le condanne dei responsabili saranno riportate su tutti i giornali in un trafiletto di cinque righe in corpo otto.

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Non ha stato lui, ha stata lei!

Screenshot dal sito ansa.it

Quello dei tre bambini di Lecco doveva essere per forza di cose un assassino, e, sia chiaro, di sesso maschile. Punto, non poteva e non doveva essere niente e nessun altro.

Lo aveva detto il Ministro degli Interni Alfano: “Noi non daremo scampo a chi ha compiuto questo gesto efferato. Inseguiremo l’assassino sinche’ non l’avremo preso e poi lo faremo stare in carcere sino alla fine dei suoi giorni”. Perché ‘o malamente è ‘o malamente.

Del resto quale migliore storia da dare in pasto a una opinione pubblica vacanziera e domenicale di quella di un uomo che ammazza i suoi tre figli, ferisce la loro madre e se la dà a gambe con la sua nuova compagna dopo aver finito il turno di lavoro e aver guidato tutta la notte da Lecco a Bari?

Sarebbe stato pane saporito e prezioso, anche se un po’ raffermo, per le trasmissioni che campano sulla violenza degli uomini puzzoni e traditori contro le donne madri e, proprio per questo, belle, innocenti, angeli, e costituzionalmente incapaci di fare del male, soprattutto ai figli. Si sarebbe potuto usare la parola “femminicidio” per l’ennesima volta, quanto meno preceduta dall’aggettivo “tentato” che ci rivela che se non è zuppa è pan bagnato, ovvero che il puzzone in questione se non è riuscito ad ammazzarla, quanto meno ci ha provato.

E invece è stata lei. Una donna. Una mamma. Di tre figlie. E le ha ammazzate tutte e tre. Tre femminicidi. Ora com’è che se le avesse ammazzate un uomo sarebbe stato un assassino, mentre ora che si è scoperto che è stata la madre è una “donna disperata“? E non ci dovrebbe stare una donna, per quanto disperata, in carcere fino alla fine dei suoi giorni, seguendo l’Alfano-pensiero?

E non c’era nessuna ragione di non dare scampo a chi aveva commesso l’efferato crimine: era già lì. Ma vi immaginate l’inseguimento (mancato), fino in Albania, del presunto assassino? Peggio di Monsieur Fix con Phileas Fogg nel giro del mondo in ottanta giorni.

Perché il suo delitto è stato mille volte peggiore di quello di aver ucciso le sue figlie, lui ha commesso il reato di non entrarci niente. 

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La bella addormentata nei Boschi

E allora il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi ha stabilito, in Parlamento, che per il momento “Il governo non chiede dimissioni di ministri o sottosegretari sulla base di un avviso di garanzia.

Ecco qua, voilà, c’est l’unique question, come scriveva Albert Camus ne “Lo straniero”.

“Abbiamo giurato sulla Costituzione, che contempla il principio fondamentale della presunzione di innocenza; l’avviso di garanzia è un atto dovuto a tutela dell’indagato e non una anticipazione della condanna.

Lo sapete qual è il grande difetto di questo tipo di ragionamento? Che non fa una grinza. Perché è vero che la Costituzione prevede la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva passata in giudicato (e, quindi, non è il solo avviso di garanzia a non costituire prova di colpevolezza, ma, a questo punto, neanche il rinvio a giudizio, neanche la sentenza di primo grado, neanche la sentenza di secondo grado). E’ sacrosanto che l’informazione di garanzia non costituisce alcuna anticipazione di condanna (e ci mancherebbe solo che fosse così!). Sì, sì, è proprio così.

Però una grinza la fa: un insegnante può ricevere un avviso di garanzia in cui gli si contestano reati sessuali nei confronti di minori. Per la Costituzione non è colpevole, ma non per questo la gente continua a mandare i propri figli da quell’insegnante (“Vài, vài pure cara, c’è la presunzione di innocenza, non potrà farti niente!“), e quell’insegnante, se non proprio dopo l’avviso di garanzia, viene sospeso dal servizio in attesa che una sentenza chiarisca la sua colpevolezza o meno. Un insegnante.

“Rispettiamo la scelta del Pd”, dice Alfano. Quando “rispettare” vuol dire “non criticare”.

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Il Partito Democratico salva Alfano

Il Partito Democratico salverà Angelino Alfano dalla mozione di sfiducia individuale presentata da Movimento 5 Stelle e SEL.

Renzi ha riferito che Franceschini avrebbe detto (il solito discorso riportato, mai nessuno che citi le fonti) che chi non è d’accordo con questa linea è fuori. Franceschini dice che renzi mente e che deve chiedergli scusa.

In breve, tutti litigano, ma sotto l’indicazione del Presidente della Repubblica (“Non ci si avventuri a creare vuoti e a staccare spine”) domani Alfano non cadrà.

Del resto far cadere un alleato di governo pare brutto.

E allora si salvi Alfano per mano di quello che fu partito di opposizione a Berlusconi sulla carta e che è stato il primo a costruirgli un lasciapassare glissando su quella legge sul conflitto d’interesse che doveva essere il primo passo verso la deberlusconizzazione del Paese. Tanto le teste che cadono non fanno troppo rumore.

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E lui un’altra volta tra noi

Enrico Letta è ufficialmente a capo del quarto governo Berlusconi.

Le modalità, i giochi politici, le alleanze, le scelte dei nomi dei ministri, la mano ferma del Presidente della Repubblica nel districare questo groviglio di arrivismi e primadonnismi, sono arrivati al capolinea, per cui, sì, avremo Letta come capo di una coalizione di largo respiro (“grosse Koalition”, la chiamerebbero i tedeschi), cioè dell’alleanza più stretta e sfacciata tra PDL e il suo tradizionale alleato di sempre, il PD.

Il PD ne ha prese di sode, hanno cannato due candidati alla Presidenza della Repubblica, si sono dimessi Bersani e la Bindi (unica condizione astrale, evidentemente, per far vincere la Serracchiani in Friuli), hanno persone degnissime come la Puppato che avevano annunciato di non voler votare un governissimo a due, perdono i pezzi da tutte le parti, ma continuano a ricordarci che il Partito è coeso e che non bisogna farsi ingannare dalle apparenze. Fino a un mese fa erano lì ad escludere un’alleanza con Berlusconi, ma soprattutto a dire, ripetere, sottolineare, evidenziare fino allo sfinimento che c’è bisogno di rinnovamento, di aria nuova, di freschezza e ci ritroviamo Franceschini, Quagliariello e Alfano.

E poca importanza assume il numero di donne nell’esecutivo, se avramo da morire in un mai sopito democristianesimo “nell’interesse esclusivo della nazione”.

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Il Presidenzialismo alla francese e l’ultimo colpo di coda di Berlusconi

Non si sa se sian rigurgiti, colpi di coda, la quiete prima della tempesta o chissà quant’altro o cos’altro, ma ogni volta che ci illudiamo di esserci lasciati, finalmente e definitivamente, Berlusconi alle spalle, èccolo tornare lancia in resta a proporre l’ennesima delle sue trovate, il coniglio dal cilindro per “salvare il paese”.

Il problema è, tanto per cambiare, sempre lo stesso: Berlusconi torna sempre. Magari sempre più appesantito dall’incalzare dei processi nei suoi confronti, magari meno truccato di una volta, senz’altro più in penombra. Ma la penombra vuol dire che si vede poco, non che ce ne siamo completamente liberati. L’errore fondamentale ed enorme che la gente fa con Berlusconi è quello di darlo definitivamente per sconfitto.

L’ultima risorsa è quella dell’introduzione del presidenzialismo alla francese in Italia, ovvero del Presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo.

Che, di per sé, suona soltanto come una riforma costituzionale che potrebbe anche essere condivisa e/o condivisibile. Tanto che Bersani, il segretario del partito che per la prima parte della legislatura fu la stampella di Berlusconi (memorabile l’uscita dall’aula del Senato al momento dell’approvazione del decreto sulle intercettazioni), ha dichiarato che sì, è anche una soluzione possibile, solo che mancano i tempi tecnici. Cioè, non ha detto “no, non si fa perché in questa legislatura noi siamo stati eletti come opposizione e non possiamo accettare una ipotesi di riforma costituzionale che rischi di mandare alla Presidenza della Repubblica il capo del principale partito di maggioranza, al quale, appunto, noi dovevamo fare opposizione”.

Perché la Presidenza della Repubblica è l’ultima carta rimasta a Berlusconi per difendersi da un futuro ormai in larga parte definito e per tentare una rimonta tanto disperata quanto impossibile non certo dei consensi dell’elettorato (che indubbiamente avrebbe), ma del ciclone che sta travolgendo la politica, e che riguarda una modalità di pensiero e di azione che scardina la vecchia politica e la rende ridicola e inutile.

Per cui, presidenzialismo alla francese, sbarramento alla tedesca, governo d’emergenza alla greca, ingovernabilità alla belga, penne alla puttanesca, spaghetti all’amatriciana, tris di primi alla ligure, è lo stesso. Basta trovare una scusa. Poi un Alfano che confonde Berlusconi con il Presidente della Repubblica commettendo una gaffe degna di Bill Gates quando presentò Windows 98 e gli andò in crash il computer con la schermata blu, lo si trova sempre.

Stiamo attenti.

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Bossi e il lodo Alfano allargato: “Il Cavaliere va difeso”



L’idea del giorno è quella di un lodo cosiddetto "allargato".

Ovvero la sospensione dei processi per il premier (fin qui nulla di nuovo) fino alla fine del mandanto anche se il procedimento è cominciato prima dell’assunzione della carica (e qui starebbe la rivoluzione copernicana).

Del resto, ha detto Bossi, "il premier lavora per il Paese, qualcosa gli devi dare".

Come se non bastassero i denari che si prende e che paghiamo regolarmente ogni giorno con le nostre tasse (versate, quindi sui redditi regolarmente dichiarati al fisco).

Ah, il tutto sarebbe esteso (da qui la denominazione di "lodo allargato") anche ai ministri, così si fa un favore anche a Blancher e al suo ministero "ad hoc".

La dichiarazione di Bossi non appare tanto assurda perché strampalata, anche se lo è. E’ grottesca perché pretende di convincere gli italiani che è normale dare un contentino al Presidente del Consiglio solo perché lavora per il paese, così potrà continuare a lavorare indisturbato, soprattutto dai magistrati che gli chiedono conto delle proprie azioni.

Questa gente parla il linguaggio dell’assurdo facendolo passare per assoluta normalità, banalità, quotidianità e impunità. Allargata.
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La politica della tolleranza zero sul Copyright nel sito del Ministero della Giustizia

Il sito istituzionale del Ministero della Giustizia ha una caratteristica inquietante nella sezione dedicata alle note sul Copyright dei contenuti.

Riporta, infatti, all’indirizzo web: https://www.giustizia.it/giustizia/prot/it/mg_14_6.wp:

"Tutti i contenuti e le informazioni presenti all’interno del sito del Ministero della giustizia sono protetti ai sensi della normativa sul diritto d’autore, pertanto nulla, neppure in parte, potrà essere copiato, modificato o rivenduto per fini di lucro o per trarne qualsivoglia utilità."

"La riproduzione dei testi forniti nel formato elettronico è consentita per uso personale e non commerciale e purché venga menzionata la fonte."

Minchia! Va beh, proviamo a leggere piano piano, una cosa per volta:

"Tutti i contenuti e le informazioni presenti all’interno del sito del Ministero della giustizia sono protetti ai sensi della normativa sul diritto d’autore."

E fin qui va bene, si tratta della classica formula "Tutti i diritti riservati", nulla di nuovo sotto il sole.

"pertanto nulla, neppure in parte, potrà essere copiato, modificato o rivenduto per fini di lucro o per trarne qualsivoglia utilità."

E’ curioso l’uso del "pertanto". Cioè: "Siccome il contenuto è protetto dalla legge sul Copyright, allora non può essere copiato o modificato…"

A parte il fatto che il sito del Ministero della Giustizia è stato costruito con i soldi dei cittadini e quello che c’è dentro dovrebbe essere dei cittadini, aperto, consultabile e liberamente modificabile da tutti, fermo restando il diritto sacrosanto al riconoscimento della paternità dell’opera, la legge sul diritto d’autore è chiara. Non è vero che nulla possa essere copiato e/o modificato, ad esempio il comma 1 dell’art. 70 della legge sul Diritto d’Autore (633/41 e successive modifiche) dice chiaramente che:

"Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Quindi è chiaro che io posso riprodurre sul blog parti di quel sito, se voglio farne una discussione o una critica (come in effetti sto facendo).

Che vuol dire, secondo Lorsignori, che io non posso riprodurre nulla "per trarne qualsivoglia utilità"?

Non è forse di una certa "utilità" il discuterne pubblicamente e il mostrarsi perplessi davanti all’innegabile fatto che è più liberale la legge sul Copyright concepita in pieno ventennio fascista e promulgata, addirittura, durante la Seconda Guerra Mondiale, che il sito del Ministero della Giustizia secondo la reggenza di Berlusconi che cita Mussolini e viene gelato a colpi di indifferenza dalla Confindustria??

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Perche’ l’opposizione al DDL Alfano sulle intercettazioni non riuscira’ mai

Nell’opposizione dura e incondizionata al DDL Alfano sulle intercettazioni, la sacrosanta opposizione -almeno quella poca che c’è-, sacrosantemente si sta concretizzando in uno zoccolo duro (fondamentalmente rappresentato dai giornalisti e dai lettori de "Il fatto quotidiano") disposto a darsi una mano nel caso in cui qualche giornalista debba essere costretto a pagarsi le spese legali, e ad andare avanti, nonostante i divieti della legge che sarà, a pubblicare le intercettazioni e le notizie relative agli atti di indagine.

L’obiezione di coscienza va sempre incoraggiata, sia chiaro. Quello che proprio non torna e che non può tornare è l’atteggiamento della base. Si cominciano a vedere segnali inquietanti, che vanno sotto il comune denominatore dell’"intercettatemi pure (tanto non ho nulla da nascondere)".

E’ un ragionamento che è perdente in partenza, perché uno può essere una persona onesta quanto vuole ma proprio per questo dovrebbe esigere di non essere intercettato. E, magari, proprio perché non fa nulla di male, o, per meglio dire, non commette nessun reato (c’è una bella differenza tra ciò che è reato e ciò che l’opinione pubblica percepisce come tale), ha il sacrosanto diritto che quello che legittimamente (ancorché non moralmente) fa non si venga a sapere solo perché, magari, uno viene intercettato perché non sa che l’amico del cuore con cui parla al telefono è un mafioso.

Se una persona che legge "il Fatto Quotidiano" (lo leggo anch’io e ci sono abbonato, questo non significa che io debba bere per forza con piacere e gusto tutto quello che mi propinano, anzi, proprio per il fatto che lo pago mi sento in dovere e in diritto di criticarlo, dato che sono io che gli do da vivere) tradisce la moglie o il marito, non commette nessun reato, nemmeno se si tratta della persona più pervertita d’Italia. Il che non significa che il suo sia un atto accettabile da tutti sotto il profilo della "morale". Ammettiamo che il fedifrago o la fedifraga siano in contatto telefonico con persone accusate di un reato. Naturalmente saranno  indagateanche loro, o,  quanto meno, le loro conversazioni con quanti vengono intercettati saranno gioco forza trascritte, e magari anche quelle che fanno all’amante. Poi faranno parte di un fascicolo di indagine, e verranno archiviate se non emergeranno elementi di reato a carico della Traviata o del Don Giovanni di cui sopra.

Però non credo proprio che quelle persone sarebbero contente di veder trascritta o pubblicata la loro vita privata spiattellata ai quattro venti (non hanno commesso reato, hanno solo scopato con una persona che non è il partner regolarmente sposato).

Nessuno di noi ha nulla da temere se invia un cartoncino di auguri di Buon Natale a un amico, ma allora perché tutti chiudono la busta sigillandola con la colla? Perché sono cazzi nostri, ecco perché.

Il Procuratore Grasso ha recentemente dichiarato che "Se la privacy crea problema per l’ordine pubblico e fa morire delle persone credo che quello della sicurezza sia un valore maggiore della privacy". E’ una dichiarazione che mette letteralmente i brividi.

Parafrasando quel Tale, uno Stato che è disposto a far rinunciare i propri cittadini al diritto al privacy per il diritto alla sicurezza non si merita né privacy né sicurezza.

Ogni diritto è tale proprio perché immediatamente disponibile. In rete strumenti come PGP (e la sua versione-derivazione open source GPG) esistono da anni proprio perché se io voglio scrivere "Buongiorno" a un amico ma NON voglio che l’universo mondo sappia che cosa gli scrivo, l’universo mondo NON lo saprà.

E’ pauroso vedere che la libertà di dire e di criticare sia in mano a una cricca di politici che fanno le ore piccole di notte per mandare avanti un testo di legge da penitenziario psichiatrico, mentre dall’altra parte, in nome di un giustizialismo da macello, la gente è pronta a farsi sbattere in prima pagina senza saperlo.

Ma si sa, tanto la gente non ha nulla da nascondere…
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La raccolta di firme contro il DDL Alfano sulle intercettazioni e’ su nobavaglio.it

Vi ho già parlato altrove della possibilità di firmare, assieme a Stefano Rodotà e ad altri, una petizione contro il ddl Alfano sulle intercettazioni.

Purtroppo si trattava solo di una pagina di Facebook, il che non va decisamente bene per una iniziativa del genere che riguarda tutto il paese (anche se vorrebbero farci credere che riguarda solo i giornalisti e l’opinione pubblica, come se il paese fosse fatto soprattutto da giornalisti e da opinione pubblica), oggi aggiungo che il "chiunque" generalmente inteso dalla legislazione italiana, può trovare l’appello all’indirizzo web:

http://www.nobavaglio.it

Allo stato dell’arte hanno firmato l’appello più di 61000 persone. Ma sulla partizione Windows il sito viene segnalato come portatore di un possibile malware (cioè, non è il ddl Alfano il "malware", no, è il sito, ma vi rendete conto che cazzo di paradosso informatico?). Voi usate Linux e fregatevene, sì?

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L’appello di Liberta’ e Giustizia contro il Decreto Alfano per ora solo su Facebook

Ho una stima pressoché incondizionata del Professor Stefano Rodotà, e mi auguro che l’abbiate anche voi.

 
Uomini come lui onorano quotidianamente l’Italia con la loro presenza garbata ma decisa e con la consapevolezza della cultura giuridica che si contrappone all’ignoranza e alla mallanteria di qualsivoglia orientamento politi, spaziale e/o temporale.

 
Stefano Rodotà è co-firmatario di un appello rivolto ai membri della Commissione Giustizia del Senato, affinché non diano parere favorevole al Decreto Alfano sulle intercettazioni, che avrebbe gravi e inimmaginabili ripercussioni sulla libertà di stampa, di informazione e di pensiero.

 
Da qui è sorto un appello di Libertà e Giustizia che riporto integralmente:

 
"Il continuo peggioramento del ddl 1611 sulle intercettazioni in Commissione giustizia al Senato, dove si stanno approvando gli emendamenti al testo arrivato dalla Camera, rispecchia il terrore di una Casta colta con le mani nel sacco. Imporrà tra l’altro l’assoluto silenzio sugli sviluppi più importanti delle inchieste sulla corruzione, in uno dei Paesi più corrotti del mondo: il nostro.

 
Quel testo, così come è ora, non impedisce soltanto la pubblicazione selvaggia di intercettazioni segrete, vieta anche la pubblicazione in qualsiasi forma, anche di riassunto, di tutti gli atti d’indagine, anche se non sono più coperti da segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza.

Se quel testo fosse già in vigore, per esempio, le rivelazioni giudiziarie che di giorno in giorno scoperchiano la consorteria di Balducci, Anemone e company, sarebbero rimaste un segreto custodito dal potere politico anche per questo reso sempre più assoluto.

 
LeG si rivolge a tutte le forze che in Parlamento, sia nell’opposizione che nella maggioranza, hanno ancora a cuore la libera informazione, affinché si adoperino per impedire questo scempio contro la democrazia: l’approvazione cioè dell’ennesima legge anticostituzionale violentemente limitativa della libertà di informare e di essere informati. In assoluto, forse, la peggiore di tutte quelle ad oggi varate".

 
Tutto  perfettamente condivisibile e ci mancherebbe altro.

 
Ma perché lo hanno divulgato su Facebook? E chi Facebook non ce l’ha? E chi non lo vuole?? Perché devo essere per forza iscritto a Facebook, colabrodo della Privacy di cui lo stesso Stefano Rodotà è stato primo baluardo in Italia e non, ad esempio, sullo stesso sito web ufficiale di Libertà e Giustizia che appena due minuti fa si presentava così, con appena uno scarno comunicato stampa, ma di possibilità di sottoscrivere l’appello, se non si è su Facebook, ciccia?

 

 
Ma, soprattutto, perché spingere tanto il tasto sul diritto dei cittadini ad essere informati dalla stampa e da internet e non su quello di chiunque ad informare attraverso i blog, i siti web, le pagine in rete, su ciò che ogni cittadino, al di là di una logica informativa di regime (quasi tutti i quotidiani italiani percepiscono un contributo pubblico senza il quale chiuderebbero domani mattina).

 
Il salto di qualità è esattamente questo, il Decreto Alfano non mette il bavaglio solo ai giornalisti, tappando, di conseguenza, il pur sacrosanto diritto dell’utente finale ad accedere alle notizie, ma esclude, soprattutto, il cittadino dalla circolazione delle idee, dalla possibilità di produrre informazione, di dare notizie lui per primo senza il filtro della casta dei giornalisti, sfruttando l’opportunità offerta dalla rete.

 
Uno dice: ma il cittadino che possibilità ha di accedere alle trascrizioni delle intercettazioni? Nessuna, d’accordo (a parte il fatto che fino ad oggi si tratta di atti pubblici), ma la mpossibilità di leggere quegli atti può dare il via a una serie di interpretazioni successive e alternative che costituiscono la vera essenza dell’informazione, quella di formare dei liberi cittadini. Liberi anche e soprattutto di esprimersi.
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Il “Lodo Alfano” e’ incostituzionale. E adesso, pover’uomo?

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Promulga la seguente legge:

Art. 1.

1. Salvi i casi previsti dagli articoli 90 [1]e 96 dellaCostituzione [2]i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di Presidente del Consiglio dei Ministri sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione.

2. L’imputato o il suo difensore munito di procura speciale può rinunciare in ogni momento alla sospensione.

3. La sospensione non impedisce al giudice, ove ne ricorrano i presupposti, di provvedere, ai sensi degli articoli 392 [3]e 467 del Codice diprocedura penale [4], per l’assunzione delle prove non rinviabili.

4. Si applicano le disposizioni dell’articolo 159 [5]del codice penale.

5. La sospensione opera per l’intera durata della carica o della funzione e non è reiterabile, salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura né si applica in caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni.

6. Nel caso di sospensione, non si applica la disposizione dell’articolo75 comma 3 del Codice di procedura penale [6]. Quando la parte civile trasferisce l’azione in sede civile, i termini per comparire, di cui all’articolo 163-bis del Codice di procedura civile [7], sono ridotti alla metà, e il giudice fissa l’ordine di trattazione delle cause dando precedenza al processo relativo all’azione trasferita.

7. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado, alla data di entrata in vigore della presente legge.

8. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addì 23 luglio 2008

NAPOLITANO

Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri

Alfano, Ministro della giustizia

Visto, il Guardasigilli: Alfano

LAVORI PREPARATORI

Camera dei deputati (atto n. 1442):

Presentato dal Ministro della giustizia (Alfano) il 2 luglio 2008.

Assegnato alle commissioni I (affari costituzionali) e II (giustizia) riunite, in sede referente, il 3 luglio 2008.

Esaminato dalle commissioni riunite l’8 e il 9 luglio 2008.

Esaminato in aula il 9 luglio 2008 e approvato il 10 luglio 2008.

Senato della Repubblica (atto n. 903):

Assegnato alle commisioni 1ª (affari costituzionali) e 2ª (giustizia) riunite, in sede referente, il 10 luglio 2008.

Esaminato dalle commissioni riunite il 14, 15, 16 e 17 luglio 2008.

Relazione scritta annunciata il 18 luglio 2008 (atto n. 903-A) relatori sen. Vizzini e Berselli.

Esaminato in aula il 21 luglio 2008 e approvato il 22 luglio 2008.

CARTA STRACCIA!
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Scudo fiscale: il testo approvato al Senato dell’emendamento per la dichiarazione fraudolenta

Al comma 1, sostituire la lettera b) con la seguente

b) all’articolo 13-bis:

1) al comma 3, dopo la parola "giudiziaria", inserire le seguenti: "civile, amministrativa ovvero tributaria", ed aggiungere, in fine, le seguenti parole: ", con esclusione dei procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, né comporta l’obbligo di segnalazione di cui all’articolo 41 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, relativamente ai rimpatri ovvero alle regolarizzazioni per i quali si determinano gli effetti di cui al comma 4, secondo periodo";

2) al comma 4, sostituire il secondo periodo con il seguente: "Fermo quanto sopra previsto, e per l’efficacia di quanto sopra, l’effettivo pagamento dell’imposta comporta, in materia di esclusione della punibilità penale, limitatamente al rimpatrio ed alla regolarizzazione di cui al presente articolo, l’applicazione della disposizione di cui al già vigente articolo 8, comma 6[1], lettera c), della legge 27 dicembre 2002, n. 289, e successive modificazioni; resta ferma l’abrogazione dell’articolo 2623 del codice civile disposta con l’articolo 34 della legge 28 dicembre 2005, n. 262.";

3) al comma 6, sostituire le parole: "15 aprile 2010" con le seguenti: "15 dicembre 2009";

4) dopo il comma 7 inserire il seguente: "7-bis. Possono effettuare il rimpatrio ovvero la regolarizzazione altresì le imprese estere controllate ovvero collegate di cui agli articoli 167 e 168 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni. In tal caso gli effetti del rimpatrio ovvero della regolarizzazione si producono in capo ai partecipanti nei limiti degli importi delle attività rimpatriate ovvero regolarizzate. Negli stessi limiti non trovano applicazione le disposizioni di cui agli articoli 167 e 168 del predetto decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986 con riferimento ai redditi conseguiti dal soggetto estero partecipato nei periodi di imposta chiusi alla data del 31 dicembre 2008.

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