Io non firmerò la petizione per l’allontanamento dalla polizia dei responsabili della morte di Federico Aldrovandi

Screenshot da: www.ilfattoquotidiano.it

Ho seguito con passione, interesse, partecipazione emotiva, commozione e non so dirvi quant’altro (ma voi lo sapete), la vicenda che ha portato alla condanna dei quattro poliziotti definitivamente colpevoli della morte di Federico Aldrovandi.

Mi ha fatto schifo vedere insultata Patrizia Moretti e sentir vomitare a sproposito una serie di epiteti senza senso e senza vergogna.

Ma non posso firmare la petizione on line lanciata dal comitato “Verità per Aldro” e che chiede l’espulsione dei poliziotti colpevoli dalle forze di polizia, proponendo che venga rivista la normativa “in modo che i condannati in via definitiva, anche a meno di 4 anni vengano automaticamente allontanate dalle forze dell’ordine, a cominciare dai quattro poliziotti riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Federico”.

Per la cronaca i quattro poliziotti sono stati condannati a tre anni e mezzo. Per due di loro è in corso un’indagine per diffamazione aggravata, e occorrerà vedere se la nuova pena, qualora vengano definitivamente considerati colpevoli, cumulata con la precedente supererà o meno i quattro anni di reclusione.

Non posso firmarla perché:

a) non credo alle petizioni on line in cui un indirizzo IP può aderire più e più volte. Possiamo firmare io e mia moglie, ad esempio, ma, in teoria, potrei inventarmi dieci identità fittizie, tanto ad aprire una casella di posta elettronica, qualora servisse, non ci vuole niente, e se lo facessero in cento, anziché cento firme ce ne sarebbero mille;

b) se veramente la petizione serve a sensibilizzare il legislatore sull’opportunità di rivedere una norma pre-esistente, meglio una proposta di legge di iniziativa popolare. Non sarebbe stata ugualmente presa in considerazione (men che meno la petizione online) ma almeno tutte le firme sarebbero state autenticate e contate una per una. Se è vero, come è vero, che in rete e nella vita politica e civile “uno vale uno”;

c) viviamo in uno stato di diritto. Se esite una norma, ammesso che esista (e bisognerebbe andare a vedere il contratto collettivo nazionale di lavoro delle forze dell’ordine), che dice che un poliziotto condannato per un reato colposo a una pena massima di quattro anni e comunque non interdetto dai pubblici uffici, neanche temporaneamente, può continuare a svolgere il suo lavoro (magari con mansioni di archivio e non armato), una volta esperita l’azione disciplinare, non si può sommare all’ingiustizia della morte di Federico Aldrovandi anche quella di chi, scontate la pena e la sanzione disciplinare, se può continuare a svolgere il proprio lavoro, sia pure con mansioni diverse, non debba farlo.

Intendiamoci. Io sono favorevole che un poliziotto, se uccide una persona nell’adempimento dei suoi compiti, possa e debba essere licenziato dal corpo di appartenenza. Ma la legge non è quello che noi pensiamo. E la legge che stabilisce tutto questo non è una buona legge. E allora la legge va cambiata. Ma come tutte le leggi che cambiano non può essere retroattiva. Io non posso pagare per un fatto che ho commesso oggi solo perché fra tre o quattro anni la legge cambia a mio sfavore. E’ un principio costituzionale elementare.

Continuiamo, dunque, a pagare con le nostre tasse lo stipendio a queste persone condannate per la morte di un giovane che era nelle loro mani (cioè nelle mani dello Stato), ma impegnamoci affiché a nessuno, mai più, accada quello che è caduto a Federico, Patrizia, Lino e Stefano Aldrovandi.

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Caso Aldrovandi: le sanzioni disciplinari vengono dal web

La comunicazione ufficiale della Cancellieri sul caso Aldrovandi

Torno sulla dolorosissima vicenda dello stràscico del caso Aldrovandi, della condanna definitiva passata in giudicato con sentenza della Cassazione dei quattro poliziotti individuati come responsabili e della penosa e inutile sequela di insulti alla madre apparse su account Facebook facenti capo agli stessi condannati ai danni della madre di Federico.

Il Ministro dell’Interno Cancellieri ieri ha annunciato che sarà avviata una azione disciplinare “per sanzionare l’autore del gravissimo gesto”. E parla di Paolo Forlani. Il cui account Facebook, nel frattempo, è sparito.
Il comunicato, inoltre definisce “vergognose e gravemente offensive” le frasi messe in linea da due dei poliziotti condannati, all’indomani del giudizio di Cassazione. E il “gesto” non sono le percosse a seguito delle quali un ragazzo, affidato allo Stato perché fermato da una pattuglia, ma le frasi scritte in rete. Continua la lettura di “Caso Aldrovandi: le sanzioni disciplinari vengono dal web”

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Patrizia Aldrovandi: “Noi continueremo a nutrire profondo rispetto per la divisa”

“Noi continueremo a nutrire profondo rispetto per quella divisa oltraggiata da quei quattro condannati e da tutti coloro che l’hanno usata per difenderli tentano invano di nasconderli alle loro responsabilità . Noi pregheremo anche San Michele Arcangelo, ma lo faremo il 25, quattro giorni prima, durante la messa in memoria di nostro figlio che non c’e più”.

(Patrizia Aldrovandi)
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Diffamazione 1 – Patrizia Moretti Aldrovandi davanti al GIP il 10 novembre prossimo

Mi ritrovo di nuovo a dover parlare di diffamazione e di alcuni paradossali effetti perversi a cui questo istituto giuridico ci conduce.

Patrizia Moretti Aldrovandi, madre di Federico, è stata querelata da Paolo Forlani, condannato in secondo grado per omicidio colposo e in attesa del giudizio definitivo della Cassazione. La donna, nell’entrare in un bar, aveva riconosciuto tra gli avventori il Forlani, e nel ricordare l’episodio sul suo blog aveva scritto di aver visto e riconosciuto “uno degli assassini di mio figlio”.
Dopo la querela il Pubblico Ministero Ombretta Volta si è espressa per l’archiviazione sia in merito all’accusa di diffamazione che a quella, pure contestata a Patrizia Moretti Aldrovandi, di istigazione alla violenza per aver scritto le frasi “quando vedo uno di loro mi manca il fiato, come a mio figlio. Mi si ferma il cuore, come a lui. Non riesco più a respirare, non so reagire. Vorrei urlare, picchiare, uccidere, ma non ne sono capace. Posso solo andare via e piangere. Andare via per non mostrare le lacrime proprio a loro. Impuniti. Per ora”.

Patrizia Aldrovandi ha scritto questo. E questo basta per trascinarla davanti al Giudice per le Indagini Preliminari, che il 10 novembre prossimo deciderà se rinviarla a giudizio oppure dichiarare il non luogo a procedere.

Il 1 marzo prossimo Patrizia Moretti Aldrovandi comparirà alla prima udienza del processo a suo carico per diffamazione a mezzo stampa a danno del PM Mariaemanuela Guerra, dopo essere stata rinviata a giudizio dal GUP di Mantova.
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In onda stasera su Rai Tre “E’ stato morto un ragazzo” di Filippo Vendemmiati. Alle 23,35 (e ci state larghi!)

Questa sera la RAI trasmette il documentario "E’ stato morto un ragazzo" di Filippo Vendemmiati e dedicato alla storia di Federico Aldrovandi, partendo dai fatti occorsi nei pressi dell’Ippodromo di Ferrara, passando per i tempi estremamente dilatati con cui la famiglia ha appreso della morte del ragazzo, fino ad arrivare al procedimento penale che riguarda alcuni poliziotti, già condannati in primo grado per eccesso in legittima difesa (da cui sarebbe derivata la morte del ragazzo).
E’ un lavoro molto ben fatto, ha vinto il Premio David Di Donatello per la documentaristica, Vendemmiati è preciso e rigoroso.
E’ uscito in allegato a un volume per Promo Music Books, costa 19,90 euro, decisamente ben spesi (l’ho comprato presso lo shop di Beppe Grillo, che secondo me fa bene a distribuirlo).
La RAI, come è d’uopo, lo trasmette, da bravo servizio pubblico, su Rai Tre.
Solo che ce lo fanno vedere alle 23,35.
Perché qualcuno potrebbe anche saperne qualcosa di più, se lo si trasmettesse in prima serata, magari dopo le gigionerìe di Fazio.
Meglio trasmetterlo di sabato in quinta serata, quando i giovani sono fuori in discoteca, quando i vecchietti sono assonnati, quando i buoni padri di famiglia sono impegnati nello zapping dell’eros soft su qualche TV a pagamento.
Meglio trasmetterlo in sordina. Perché sapere di più sulla morte di Federico Aldrovandi potrebbe essere poco opportuno.
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Querelata per diffamazione Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi

In Italia esiste il reato di diffamazione, ed è una delle mostruosità giuridiche più evidenti che il nostro sistema penale si trascina al piede come una palla di piombo.

In primo luogo perché in altri paesi dell’Unione Europea un reato come la diffamazione che ha alla base l’esercizio del libero pensiero, del diritto di cronaca, di critica e di satira è stato giustamente depenalizzato (l’esempio è quello dell’Inghilterra).

In secondo luogo perché, nonostante in commissione giustizia della Camera giaccia una proposta di legge parlamentare a firma della stessa maggioranza di governo, che va nella direzione opposta (sembra impossibile ma questi ogni tanto fanno anche qualcosa di vagamente accettabile) in Italia la diffamazione è punita ancora con la reclusione, quando basterebbero delle semplici pene pecuniarie.

Fatto questo doveroso "cappello", è logico che la diffamazione, così come stigmatizzata nel nostro ordinamento giuridico, non serve più tanto al diffamato per vedere riconosciuta la propria onorabilità, ma al querelante (che non è sempre diffamato) per mettere sotto scacco l’altro. La querela per diffamazione non è la richiesta dell’avvio di un procedimento per il buon nome che è stato sporcato, ma un ricatto bello e buono. "Intanto ti denuncio e paghi un avvocato, il resto si vedrà".

Ma ci sarà tempo e modo di parlare della diffamazione e dei suoi effetti perversi.

Per oggi basti sapere che la signora Patrizia Moretti in Aldrovandi, madre di Federico Aldrovandi, morto dopo una serie di percosse da parte di poliziotti poi riconosciuti colpevoli con una sentenza di primo grado e condannati a pene tutto sommato miti per la morte di una persona, ma anche e soprattutto alla interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, è stata querelata per aver leso l’onorabilità dei condannati in primo grado, avendoli definiti "delinquenti".

In verità il Pubblico Ministero si è espresso per l’archiviazione. Però la parte lesa (cioè i condannati) si è opposta e, dunque, il 18 giugno prossimo, presso il Tribunale di Mantova sarà discussa l’udienza per vedere se tale opposizione è accoglibile o meno.

A questo proposito c’è da dire che all’opinione pubblica è stata data in pasto la notizia che si tratterebbe della prima udienza a carico della signora Moretti Aldrovandi. Non dovrebbe, in realtà, essere così, e ringrazio l’avvocato Benedetta Bàrberi Nucci per avermi messo la pulce nell’orecchio e, dunque, il beneficio del dubbio nei confronti di certe notizie allarmistiche che circolano in rete con troppa leggerezza.

E’ chiaro che si è trattato di un gesto intimidatorio e delle ultime cartucce sparate da dei poliziotti e dalla loro difesa, ma il gesto rimane ed è inequivocabile: la vendetta, il grimaldello dell’astio, la volontà di prendersela a tutti i costi con un soggetto debole (se non lo è una madre a cui è stato ucciso il figlio, chi dovrebbe esserlo?).

Muore Sansone con tutti i filistei mentre Giuda non ha ancora trovato un albero al quale impiccarsi…

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Un giorno in pretura e Federico Aldrovandi: il testo delle motivazioni della sentenza di primo grado

Non chiedetemi perché metto a disposizione solo ora il testo della sentenza di primo grado contro i responsabili della morte di Federico Aldrovandi. Sì, ho visto “Un giorno in Pretura” ma non c’entra nulla… Eccola qui.

Filename Size Date
00_indice.pdf 56,534 11/22/09 1:16 pm
00_introduzione.pdf 44,622 11/22/09 1:16 pm
01.pdf 137,344 11/22/09 1:16 pm
02.pdf 2,007,908 11/22/09 1:16 pm
03.pdf 122,511 11/22/09 1:17 pm
04.pdf 1,025,837 11/22/09 1:17 pm
05.pdf 500,935 11/22/09 1:17 pm
06.pdf 882,324 11/22/09 1:17 pm
07.pdf 2,377,377 11/22/09 1:17 pm
08.pdf 604,264 11/22/09 1:17 pm
09.pdf 84,566 11/22/09 1:17 pm

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Spaccarotella condannato a sei anni: e’ omicidio colposo

La gente confonde la legge con la giustizia, la giustizia con la vendetta, la vendetta come iniziativa personale di riscatto.

E’ per questo che gli ultrà urlano contro i magistrati, i magistrati devono per forza applicare le leggi per come sono (e non per come la gente le vorrebbe), le mamme svengono, i poliziotti colpevoli gioiscono, gli avvocati incassano, e i morti non tornano più, mai e comunque.

Se Federico Aldrovandi muore “per mano poliziotta”(1) e chi l’ha ammazzato viene condannato solo a una pena superiore a tre anni, però, nessuno sbràita o urla.

C’è un minimo comune denominatore tra la vicenda Aldrovandi e quella della sentenza per l’uccisione di Gabriele Sandri: gli autori sono dei poliziotti e sono stati tutti dichiarati colpevoli da una sentenza di primo grado.

Dovrebbe essere sufficiente. Ma non lo sarà mai.


(1) Francesco Guccini, Libera nos, Domine!

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