Livorno: il Sindaco Cosimi sui fischi al minuto di silenzio per Alessandro Romani

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Livorno è una città meravigliosa, straordinaria, unica per il senso profondo della dissacrazione che la caratterizza e per saper cogliere e stigmatizzare le contraddizioni del potere.

Livorno è la città in cui, più di ogni altro luogo al mondo, si riesce a dare il nome alle cose.

A Livorno la merda è merda perché è merda (non "escremento" o "deiezione"), il disabile è disabile perché disabile (cioè perché NON ha alcune abilità che vengono richieste), non un "diversamente abile".

Prima dell’inizio dell’incontro di calcio Livorno-Portogruaro, il minuto di silenzio per la morte del Tenente Alessandro Romani in Afghanistan è stato interrotto dai fischi di alcune decine di tifosi labronici.

E il Sindaco di Livorno, Alessandro Cosimi, parlando col comandante Giuseppe Faraglia, ha dichiarato che, secondo lui,  coloro che non hanno condiviso il minuto di silenzio sono «persone che non hanno il senso del rispetto della vita umana».

Io, che sono stato coccolato tra le braccia di mamma Livorno, anche se un ero ‘r su’ figliòlo (tanto, che volete, Livorno di figli ne ha tanti, legittimi o illegittimi che siano, i livornesi non badano al fatto che la loro città madre sia una zoccola, anzi, ne vanno orgogliosi, o, tutt’al più, non gliene importa proprio nulla) so bene che quelle persone che hanno fischiato, in quanto livornesi, il rispetto per la vita umana ce l’hanno e come.

Quelle per cui non hanno rispetto (e fanno bene!) sono le persone che le prendono per il culo facendo loro credere, e facendo credere a tutti noi, che quella in Afghanistan è una missione di pace e non di guerra.

Fischi, dunque, sì, certo, perché la guerra va fischiata, sempre. E deve essere profondamente disprezzato chi ce la gabella come una colomba di Picasso.

Le parole del Sindaco Alessandro Cosimi, riportate oggi dal Corriere della Sera, hanno dell’incredibile:

"Si può anche non condividere la scelta politica delle missioni di pace ma non si può non rispettare una vita umana."

Ma va’? Davvero? Davvero si può ANCHE non condividere la scelta politica delle "missioni di pace"? Il Sindaco ce lo concede? Grazie per la democrazia, ma questo dovrebbe essere un valore fondante di default, e non dovrebbe meravigliare nessuno.
Non si condivide la scelta politica perché non di missioni di pace si tratta, ma di missioni di guerra, fatte pagare ai cittadini un bel po’ di soldi sottratti alla collettività (non è meglio finanziare scuole e ospedali invece di mandare soldati a morire in Afghanistan? No, eh??), e non è che non si rispetta una vita umana, perché il Tenente Alessandro Romani la vita non ce l’ha più. E’ morto. E la morte è totale assenza di vita.


"Io provengo da un’associazione di pace e so perfettamente come si opera e ci si comporta in queste occasioni."

Già, come ci si comporta in queste occasioni? Si continua a mandare la gente a morire in guerra, ecco cosa si fa. Romani è il trentesimo morto di queste "missioni umanitarie," e se sono missioni umanitarie queste allora come le chiamiamo Emergency, Medici senza Frontiere, l’Unicef, la Caritas e chi più ne ha più ne metta?

"La verità è che queste persone devono smettere di fischiare", conclude Cosimi.

E la lezione del Presidente della Repubblica Sandro Pertini sul "libero fischio in libero stato" Cosimi se l’è già dimenticata. Ah, già, che Pertini è morto anche lui… non ha più vita. Quindi non ha più memoria. Né rispetto.

Afghanistan: un nuovo Iraq? – di Daniele John Angrisani

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Quando Osama Bin Laden, verso la fine degli anni Novanta, aveva iniziato a progettare dalle sue caverne in Afghanistan, quelli che sarebbero stati conosciuti nella storia come gli "attacchi terroristici dell’11 settembre", non poteva certo prevedere che la politica estera del presidente George W. Bush gli avrebbe consentito in pochi anni di ottenere successi che allora erano inimmaginabili contro quella che era considerata l’unica superpotenza rimasta al mondo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Dalla fine della Guerra Fredda ad oggi, gli Stati Uniti d’America hanno perso tanto e tale prestigio internazionale che in molti circoli di élite si comincia già a considerare questo come il secolo del declino americano. E’ indubbio che quando gli storici guarderanno alla nostra era, l’inizio del declino sarà riscontrato con la tragica decisione del presidente Bush di invadere l’Iraq. Da allora è stato un continuo susseguirsi di fallimenti che, come dimostra la cronaca degli ultimi mesi, hanno trasformato l’Iraq in un vero e proprio inferno in Terra.

Ma se la situazione in Iraq è purtroppo sin troppo conosciuta dal grande pubblico, lo stesso non può essere detto dell’altra grande area della "guerra contro il terrorismo". Gli ultimi avvenimenti, in particolare l’orrenda strage di civili a Nangharhar e il presunto attacco aereo di Nijrab, hanno reso ormai chiaro a tutti che l’Afghanistan, lungi da essere quel Paradiso della democrazia e dei diritti umani che era stato dipinto dalla propaganda americana subito dopo la caduta del regime dei talebani, oggi altro non è che una terra di nessuno, un Paese in preda all’anarchia ed alla violenza delle bande rivali dei Signori della Guerra, i veri padroni del Paese. Ogni giorno che passa gli americani e gli altri alleati della NATO hanno sempre più difficoltà a contenere gli attacchi della guerriglia integralista, e i talebani, rinati come la Fenice dalle proprie ceneri, diventano sempre più potenti. La situazione è andata peggiorando negli ultimi mesi, quando i talebani sono riusciti a riprendere, per la prima volta dalla fine del 2001, il controllo di alcune province del sud del Paese. Continua la lettura di “Afghanistan: un nuovo Iraq? – di Daniele John Angrisani”