Gaia Bottà – L’insegnante vittima di Adware è colpevole

Rischia fino a 40 anni di carcere Julie Amero, l’insegnante del Connecticut dichiarata colpevole per aver corrotto la morale di una classe di ragazzini con un’invasione di popup dal contenuto esplicito che ha sommerso lo schermo del PC della scuola.

Dichiarata colpevole per la propria incapacità, per la scarsa prontezza di riflessi, complice un sistema informatico scolastico pieno di falle, che all’adware stendeva un tappeto rosso. Le polemiche montano, difesa e accusa stanno conducendo un processo parallelo in Rete, fra i commenti agli articoli e i post dei blog.

Julie Amero era arrivata da pochi giorni nell’istituto di Norwich. Aveva chiesto di poter controllare l’email, una scappatina in bagno prima dell’inizio delle lezioni e il rientro in classe, mentre una folla di ragazzini assiepati attorno al computer si divertiva con un sito di acconciature. Il tempo di sedersi, ed Amero vede una frotta di popup affollarsi sullo schermo. Ogni tentativo di bloccarli è vano. Si invoca l’epifania di un tecnico che non si palesa, il panico prende il sopravvento.

Qui si innesta il primo affondo dell’accusa. Perché Amero non ha impedito ai ragazzi di osservare i corpi accartocciati sullo schermo, spegnendo il computer?

Spegnere il computer non era una soluzione da poter prendere in considerazione. A Julie Amero era stato raccomandato di non chiudere la sessione: non disponeva di un account, e avrebbe dovuto interpellare altre insegnanti per farsi "prestare" utenza e password. Senza considerare che sono i sistemi operativi stessi a raccomandare di non spegnere il computer brutalmente, e un utente sprovveduto può prendere molto sul serio questa informazione. Senza considerare che, se Amero avesse staccato la spina, ogni traccia della sessione online si sarebbe potuta dissolvere nel nulla, e si sarebbe guadagnate un’ulteriore accusa, per occultamento delle prove.

Non poteva spegnere il computer, ma allora perché non ha trovato un’altra maniera per impedire la visione delle immagini? Avrebbe potuto frapporre un maglione tra lo schermo e la candida morale degli alunni, se la procedura di spegnimento dello schermo fosse risultata troppo complessa. In effetti l’insegnante, ha testimoniato un alunno, ha cercato di allontanare la classe dal PC, ha cercato di fare da schermo con il suo corpo. Ma alla giuria non è bastato.

Queste le argomentazioni sulle quali sembra si sia retto il processo.
La giuria non ha potuto prendere in considerazione l’insidiosità di adware e popup, a causa di ostacoli burocratici nell’ambito del processo. E sono questi gli intoppi che stanno facendo infervorare il popolo dei netizen.

L’accusa, basandosi sulla perizia del detective Lounsbury, afferma di poter dimostrare, grazie al tool ComputerCOP Professional, che la docente ha visitato volontariamente, digitando certe URL, i siti pornografici offerti agli occhi degli alunni.

Impresa ardua, contesta la difesa ufficiale, e contestano i blogger-difensori: non c’è modo di stabilire se un URL che compare nella cronologia sia stato volontariamente ricercato, raggiunto attraverso un link o comparso involontariamente in un popup. Perché, suggerisce inoltre l’editorialista di Securityfocus Amero avrebbe dovuto consultare siti di acconciature di moda se avesse voluto propinare della pornografia ai suoi alunni? Per quale motivo l’insegnante avrebbe dovuto digitare URL complessi o "inutili" come http://pagead2.googlesyndication.com?

La difesa, dopo aver reclutato l’esperto Herbert Horner, decide di costruire la propria arringa su un’eventualità che l’accusa ha trascurato di considerare: dimostrando che l’adware ha insidiato la macchina dell’istituto ben prima dell’inizio della supplenza di Julie Amero. Horner, racconta in un’intervista, ha preparato due computer zeppi di prove, chiede di poter simulare la situazione ripercorrendo passo passo il tracciato di Julie Amero. Nulla da fare: la linea difensiva deve essere dichiarata all’inizio del processo, e i documenti devono essere presentati con un congruo anticipo.

Ma l’avvocato dell’accusa sarebbe comunque stato pronto a rispondere con una stoccata ad effetto: dove si contrae il malware se non su siti pornografici? Una grossolana imprecisione: il malware è veicolato anche da siti apparentemente innocui, lo dimostrano gli studi che rilevano come l’esposizione alla pornografia online sia spesso involontaria e indesiderata, come dimostra tra l’altro il recente caso del sito che ospitava le cronache del SuperBowl, infestato da un insidioso trojan.

Una provocazione alla quale la difesa avrebbe potuto rispondere con una degna contromossa, estendendo la responsabilità dell’accaduto all’istituto scolastico. I budget della scuola media di Norwich sono ridotti, macchine obsolete fanno girare Windows 98 e Internet Explorer 5, mai aggiornati. I filtri di protezione sono inattivi, lasciati scadere per incuria o non aggiornati per mancanza di fondi.
Ma è vero che le scuole USA, come
fa notare Mark D. Rasch, su Securityfocus, possono usufruire dei fondi stanziati con il programma E-rate, per aderire agli standard imposti dal Children’s Internet Protection Act (CIPA), volti a garantire che gli alunni siano protetti dai contenuti inappropriati e dalle famigerate insidie che la Rete cela fra le sue maglie. Fondi che l’istituto di Norwich sembra aver ricevuto.

La Polizia non sapeva che la difesa avrebbe puntato la sua arringa sul malware e non si è preoccupata di indagare in tal senso, la difesa non ha potuto dimostrare l’innocenza di Julie Amero perché non ha presentato i documenti con congruo anticipo; l’accusa ha offerto prove e si è lanciata in inferenze di dubbia validità. Il 2 marzo Julie Amero, già giudicata colpevole, conoscerà la pena che dovrà scontare. Prevede di ricorrere in appello.

Migliaia di insegnanti, arguisce ArsTechnica, nel frattempo saranno ancora più riluttanti nel premere quel misterioso bottone di accensione, che innesca ancor più arcane e incontrollabili reazioni a catena.

da: www.punto-informatico.it

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