Livorno: Addio a Riccardo Cioni e a Solange

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Se è vero come è vero che Livorno è una città povera, in questi due giorni si è ulteriormente immiserita, essendo venuti a mancare due dei suoi esponenti della cultura più autenticamente popolare e popolana.

Livorno è sempre stata molto ingrata con i suoi “artisti”, si dice. Piero Ciampi, Giorgio Caproni, Dedo Modigliani, Pietro Mascagni, Giovanni Fattori e via enumerando. Non è una vera e propria ingratitudine. Livorno, semplicemente, dei figli che se ne vanno altrove a cercare fortuna, non sa di che farsene. Li lascia liberi, aspettando, come una madre che di figliòli ne ha parecchi, che prima o poi ritornino, magari a bere un ponce a vela o a strafogarsi con i soliti due etti e mezzo di torta.

Tanto, come la giri la giri, a Livorno ci ritorni sempre.

Loro, Riccardo Cioni e Solange, morti a poche ore l’uno dall’altro, a Livorno, invece, ci sono sempre stati.

Riccardo Cioni era un famossimo disc-jockey, noto certamente in tutta Italia per la sua attività di intrattenitore nelle discoteche. Si faceva chiamare “DJ Full-Time” ed era vero, perché indubbiamente Disc-Jockey lo era fino in fondo e a tutto tondo. Mi ricordo che ai tempi d’oro andavano molto di moda le sue storiche cassette, che si trovavano copiose al Mercatino Americano, in versione rigorosamente piratata. Avere l’ultima cassetta del Cioni non significava solo essere al passo con i tempi, ma conquistare un vero e proprio status symbol. Me lo ricordo ancora, a casa sua, con duemila aggeggi elettronici, tra mixer, sintonizzatori, piastre di registrazioni, piatti della Pioneer con le puntime scalfite dai primi timidi tentativi di “skretching”. Io lavoravo in una radio privata della provincia. Oddìo, “lavoravo” è un parolone, diciamo che perdevo allegramente il mio tempo facendo qualcosa di purtuttavia creativo e utile per qualcuno. Insomma, andammo da lui e gli chiedemmo un jingle, sì, insomma, via, un piccolo stacco musicale da poter mettere in onda tra un disco e l’altro. E allora il Cioni si siede al microfono, scartabella velocemente tra i suoi dischi, e ne tira fuori il doppio album live di Peter Frampton, lo mette, ci parla sopra, fa due prove e poi stacca il pulsante della pausa della piastra. Aveva un senso straordinario e irripetibile per calcolare l'”entrata” dei brani. Cioè, non la calcolava proprio, i brani li sapeva a memoria, contava le battute e il lavoro di mixaggio o di registrazione saltava fuori in tempi record. Per chi non lo sapesse, un pezzo “entra” quando l’interprete comincia a cantare. In radio si può parlare sul sottofondo musicale, ma quando il brano “entra”, bisogna stare zitti. Quindi il “gioco” è quello di fare un discorso completo e concluso e lasciare all’ultimo momento l’onda all’interpretex. E in questo Riccardo Cioni era assolutamente inarrivabile, al grido discotecaro e grossolano di “Majala com’entra… majala com’entraaaa!!!” tutti in pista a ballare. Era bravissimo anche ad improvvisare delle piccole filastrocche livornesi a ritmo di musica dance. Sul tempo di un brano il cui nome non voglio e non so ricordarmi, il cui ritmo faceva pressappoco così: “Parapà- Pappàppa-ppààààra” (un ottonario con gli accenti in 3a, 5a e 7a, praticamente) era capace di cantarci sopra un improbabile “Te lo vai a piglià’ ner cuuuuuuulo!” come se fosse la cosa più normale (e, per certi versi, lo era) di questo mondo. Riccardo Cioni era il migliore di tutti noi che lo invidiavamo per la sua abilità e per il suo successo. Ma era bravo davvero, e c’era poco da mordere. Quel giorno ritornammo alla radio da casa del Cioni tutti felici perché ci eravamo portati dietro qualcosa di lui.

Solange invece era un istrionico personaggio della Livorno degli anni ’70, il primo, che io ricordi, a dichiarare pubblicamente, più con l’atteggiamento che con le parole, di essere un omosessuale. Solange non era solo il suo nome d’arte, o un nome con cui Paolo (così si chiamava, Paolo) voleva essere chiamato e identificato, era una sorta di secondo battesimo, un’imposizione laica di un appellativo che non lo avrebbe abbandonato per tutta la vita. E nemmeno Livorno lo ha abbandonato, un ave’ paura, quando c’era di che dileggiarlo la città non si tirava certo indietro. “E devi esse’ amìo di Solange!”, si diceva a qualcuno quando lo si voleva tacciare da gay (me lo fa cortesemente notare la Essebì). Solange, coi suoi trucchi istrionici, i capelli sempre “mesciàti”, era diventato inconsapevolmente l’oggetto delle discussioni di Livorno, quella stessa Livorno che manda i figli nel mondo, perché è del mondo che sono figli, Livorno tanto decantata per la tolleranza e la pacifica convivenza delle razze e delle tnie che la abitano (ci sono greci ortodossi, protestanti olandesi, inglesi, valdesi, metodisti, ebrei) non ha saputo proteggere un suo figlio che, al contrario, non l’ha mai abbandonata (viveva a Collesalvetti) e l’ha sempre trattata con i guanti bianchi. Adesso Livorno dovrebbe chiedere almeno mille volte scusa a Solange per averlo gravato del marchio dell’infamia e della diversità. Perché per essere bravo era bravo, Paolo, sempre gentile con tutti, mai una parola fuori posto. Le colazioni insieme al Bar Liceo non si contano (sì, io ero “amìo di Solange”, o allora??), pagava quasi sempre lui, e quando offrivi tu ti ringraziava con una fre un po’ ampolloso e cerimonioso, ma che rivelava una bontà d’animo incredibile. Poi “sfondò”. O, meglio, come si dice a Livorno, “svoltò”, con le sue apparizioni in televisione che dovettero essergli valse come rivincita su una città così ostile. Livorno era diventata un piccolo mondo per Solange, mentre la TV lo avrebbe lanciato in questi spettacoli dozzinali per famiglie, in cui lui, Paolo, avrebbe fatto il sensitivo, facoltà che lui diceva aver ereditato dal nonno. Si occupava di futurologia e di oroscopi. Non faceva nulla di male, lo chiamavano e lui andava, ammorbidendo la greve pesantezza delle trasmissioni in questione, con la sua gentilezza e il suo savoir-faire. Una parola per tutti. In fondo di che cosa ha bisogno la gente? Di qualcuno che la imbocchi sulla strada dell’ottimismo, che le “tolga” il malocchio, che non è una stregoneria, ma una semplice paura. Lo hanno trovato a Collesalvetti, in casa sua, morto da non so quanto. “Cause naturali”, dice il referto medico. Come naturali erano cause che lo hanno portato a camminare con aria divincolata lungo le strade di una Livorno che ormai non riconosco più nemmeno io. E allora addio Solange!

Ne avrò da raccontare a mia figlia, un giorno, di questi personaggi! Per ora, intanto, li ho raccontati a voi.

Le amicizie finiscono

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Le amicizie finiscono, sissignori. Una mi è finita stasera. A distanza di un’ora dal folle e irreversibile “Addio!” (retaggio melodrammatico da vaudeville d’antan) sono ancora vivo. Segno che alla fine di qualcosa si può sopravvivere. Il che è già qualcosa che consola e che ti rende più consapevole delle cose (belle) che hai. Tua figlia, i libri, il blog, la radio, un computer su cui installare Linux e quei sigarini che devi essserti dimenticato nella càntera di cima.

Una volta per finire un’amicizia ci si mandava a fare in culo cordialmente. Io con quell'”amico” lì lo facevo praticamente tutti i i giorni, che quando il vaffanculo è stato definitivo si può dire che nemmeno me ne sono accorto. Poi la controprova: l'”amicizia” su Facebook è stata cancellata. Bloccato, interdetto. Ecco, è così che si fa oggi. Si blocca una persona su Facebook, su WhatsApp. Non la si guarda più, la si cancella dalla vista così ci si illude che non esista, che non continui ad avere una vita e un pensiero propri, e che in un certo senso non ci riguardi più. La vita, ovviamente, è molto più complicata di un clic. Ma al mio “amico” è piaciuto così, cosa gli posso fare?

Gli posso dire che ha cominciato a tradire la nostra amicizia quando mi ha cantato una mezza messa dicendomi delle cose vere per metà (ma l’altra faccia della luna, ovviamente, non me l’ha mostrata. Troppo buia, troppo oscura, troppo piena di sassi e di buche per essere minimamente presentabile) e che ora non c’è più rimedio, come se, da amico, io avessi potuto giudicarlo, criticarlo, insultarlo, denigrarlo per quello che mi nascondeva.

E così ci siamo mandati cordialmente a fare in culo l’uno con l’altro e ora se non altro so con chi avevo a che fare. Nessun rimpianto, no, sono troppo vecchio. Ma ho bannato a mia volta TRE suoi amici di Facebook un po’ perché mi piacciono le rappresaglie e un po’ perché non mi andava di averci ulteriormente a che fare (oh, sarò padrone…).

Certo però che miseria!