Il peccato di Adamo

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E’ inutile, non c’è più decoro, Dio o chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare.

L’adamitico ha di nuovo intinto il pennino nel curaro e un certo tipo di stampa locale gli ha dato udienza e replicato le sue esternazioni, di modo che ciascheduno di nojaltri possa averne debita contezza. Come se si trattasse di una cosa importante.

Stavolta, in un articolo intitolato “La Pasqua muta dei webeti cafoni”, il Nostro continua a prendersela con il popolino del web, reo, a suo dire, di avere infangato i social con opinioni garantiste e qualche trascurabile e isolato sbrodeghezzo, quando si è parlato della messa al pubblico ludibrio del ginecologo teramano indagato e arrestato, e non aver detto nulla, ma proprio nulla, quando la stessa stampa ha parlato, sempre facendo nomi e cognomi (perché i vizi non si perdono MAI), dell’arresto di un Colonnello dei Carabinieri con l’accusa di associazione per delinque di stampo mafioso e rivelazione del segreto di ufficio.

In nuce, il “conquibus” sta tutto lì. Segue, questo è vero, una analisi un po’ arrampicata sugli specchi che punta maldestramente sul sociologico, ma non vi voglio assillare facendole le pulci, quello che conta è che certa stampa ha riportato la notizia, nessuno se l’è filata, e allora Ish (non vi spaventate, è solo il nome ebraico del primo uomo), evidentemente sentendosi ferito nell’orgoglio e punto nell’intimo, ha ritenuto opportuno prendersela con gli utenti dei social che hanno, giustamente, ignorato l’informazione, e hanno evitato di dargli addosso, seppellendolo in una fossa di due metri di indifferenza.

L’articolo lo trovate qui (lo ripubblico, salvandolo in copia permanente, per non dare clic alla testata):

https://archive.is/LQ8Wj

Il giochino è vecchio come il Cucco. Si tira il sasso, si guarda cosa succede, e poi si ritira sveltamente la mano. Nel caso qualcuno avesse a lamentarsi, gli si punta il dito contro e gli si dice “sei stato tu”. Oppure quello stesso dito lo si fa frullare in aria, roteandolo di buona lena, come per dire “io non sono stato, vedi un po’ tu…” Son giochi che facevo quando avevo l’età di bimbo, che ebbi breve.

Poi ci sono loro, i “webeti”. Adamo ne fa anche una breve ma impietosa disamina definendoli

“marginali, persone che cercano nel cestone dei saldi della visibilità sui social, quello scampolo di dignità di esistenza, che li affranchi da una esistenza senza dignità.”

E, naturalmente, ce n’è per tutti:

“C’è anche chi invoca la “par condicio” pretendendo la pubblicazione del nome della ragazza. E il collettivo parafemminista che parla di “presunto colpevole”, sovvertendo millenni di cultura giuridica. C’è anche il blogger sfigato, che si perde in sgrammaticate analisi pseudosociologiche. Il popolo webete è multiforme e variegato.”

Ora, indovinate un po’ chi sarebbe il blogger “sfigato” e “sgrammaticato” in questione? Ora, sulle offese del giornalista a questa umile personcina che vi scrive c’è già chi se ne occupa. E non è il caso di parlarne qui. Quanto, invece, allo “sgrammaticato”, quando prenderà una laurea in lingue e letterature straniere (ma anche in lettere va benissimo), parleremo di errori grammaticali e di grammatica generativo-trasformazionale (sono certo che Adamo la inzuppi nel caffellatte al mattino!), prima no.

Quanto invece al sovvertimento di “millenni” di cultura giuridica sull’indicazione del “presunto colpevole”, c’è solo da dire che non è il collettivo (per quanto “parafemminista” possa essere) ad aver lanciato il fiero pasto nella bocca dei leoni da tastiera, ma lui stesso, anzi, per meglio dire, il suo giornale (non sia mai che io voglia insinuare che le figure del giornalista che ha riportato la notizia e di Adamo coincidono, no, non me lo perdonerei mai, e come si fa anche solo a pensarla una cosa del genere??). Si torna al giochino di prima: si fanno nomi e cognomi e, poi, quando l’opinione pubblica si indigna, ci se la prende con un collettivo reo solo di aver male interpretato la posizione giuridica dell’indagato. Che è, appunto, indagato, e non “presunto colpevole”. Ma certo, vàglielo a spiegare a quelle! Ma al giornalista, grazie al cielo, non bisogna spiegare nulla. Non perché egli non possa e non abbia molte cose da imparare (come tutti) ma perché ormai il disastro lo aveva già fatto. Il giocattolino gli si è rotto in mano e ormai non c’è più verso di ripararlo. Comm’è ‘o fatto, comm’è ‘gghiuto, Ciccio, ‘Ntuono, Peppe o ‘Ncire, il vaso è rotto e più non si ripara.

Nessuno a difendere “l’alto ufficiale dei Carabinieri”? Ma certo che no, la gente non è mica scema, ha visto a che gioco si giocava e alla fine ha preferito non giocare più. Si chiama “non dargli corda”. Ha esercitato il proprio sacrosanto diritto alla disconnessione, e ha fatto rotolare l’emorme pietra sepolcrale dopo aver avvolto la notizia nel pietoso sudario del silenzio. Ci penseranno i magistrati, è loro compito. Alla stampa solo il dovere di dare una notizia. Ecco, l’hanno data, adesso cosa si aspettano, anche gli insulti?

Il Nostro termina con una facile profezia di puro stampo veterotestamentario. Dove saranno i leoni da tastiera, i blogger sfigati e sgrammaticati, i collettivi parafemministi quando tutto questo giungerà al termine? Eccoli, saranno

“a vomitare altri insulti contro i giornalisti, quando in un tribunale (vero, non virtuale) un magistrato (vero, non laureato su internet) deciderà se il ginecologo primario e il colonnello siano colpevoli o innocenti.”

Ora, con la modestia che mi contraddistingue, faccio semplicemente notare che non sono i magistrati a dover decidere sulla colpevolezza o l’innocenza di un indagato, ma i giudici. Ci mancherebbe anche altro che un magistrato, che se non sbaglio (e non sbaglio!) costituisce SOLO UNA delle parti in causa in un procedimento penale, si mettesse a giudicare. Esiste la funzione inquirente e quella giudicante. Se no il puzzle non torna e non tornerebbe mai. Ma vàglielo a spiegare!

Certa stampa teramana: e Adamo conobbe Eva

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Certa stampa, non c’è niente da fare, non si accontenta di vivere le proprie contraddizioni per conto proprio. Non è soddisfatta finché non le butta addosso a qualun altro. “Sempre accusando, sempre cercando/il responsabile, non certo io”, avrebbe detto il Poeta in un componimento dal titolo eloquente.

Dopo la pubblicazione dell’articolo sul ginecologo teramano, arrestato e collocato ai domiciliari con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una donna, di cui vi ho parlato nel post precedente, è apparso, sullo stesso giornale on line, un articolo a firma pseudonima di un certo “Adamo” che ha dell’incredibile. Come al solito non vi do il link diretto, per scoraggiare i clic verso la risorsa, ma la copia permanente acquisita questo pomeriggio, nel caso l’articolo dovesse essere modificato o addirittura eliminato dalla fonte originale:

https://archive.is/Boi9g

Pare che l’autore dell’articolo in cui si mostravano la foto e le generalità del professionista, mettendo così l’opinione pubblica in grado di identificarlo prima ancora che si svolgesse il suo interrogatorio di garanzia, abbia ricevuto molte critiche per questa sua leggerezza, volontaria o involontaria che essa sia stata. Soprattutto sui social network. Soprattutto su Facebook. Molta gente si è dichiarata indignata per il suo modo di fare giornalismo, così orgasmico e frettoloso (in toscano “essere in orgasmo” significa “dare in smanie nell’attesa di fare qualcosa”), al punto che alcuni hanno parlato addirittura di una sorta di “condanna” preventiva, prima ancora che sia intervenuta una sentenza della magistratura, definitiva e passata in giudicato.

“Adamo” (che più che uno pseudonimo potremmo definire un eteronimo, come quelli di Pessoa), dunque, corre in suo aiuto. Quando si dice la coincidenza, nevvero? E lo fa in un articolo intitolato “Schifosi webeti con le scarpe rosse”. I “webeti” suddetti sarebbero soprattutto gli “ebeti” del web, definiti “schifosi” rincarando la dose. Ma questo è solo l’antipasto. Il banchetto nuziale viene dopo, perché questi supposti “leoni da tastiera”, che hanno il solo demerito di averlo criticato, vengono definiti dal giornalista-eteronimo “Idioti”, “analfabeti” e “schifosi”.

E inoltre:

“La platea vomitante dei marginali, ai quali la nascita dei social ha concesso una dignità di parola che la natura aveva, giustamente, negato.”

I social, dunque, sarebbero il vero coacervo in cui sono contenuti questi “marginali”. Sarebbe da spiegare al giornalista che al tempo in cui i social ancora non esistevano, la rete viveva benissimo lo stesso. C’erano i blog, le community, i forum di discussione, le mailing-list e tutto quanto fa spettacolo. Non è che la gente non si scambiava opinioni. Probabilmente “Adamo” a quei tempi non era ancora nato, dal punto di vista digitale, ma vi assicuro che ai miei tempi (ché sono molto più anziano di lui) si interagiva benissimo anche senza i social, che sono venuti dopo. “Libertà di parola”, dunque. Ma quella ce la dà la Costituzione, mica Facebook! Su Facebook fai quello che ti dicono loro, se no ti buttano fuori, non quello che ti pare. Quello che ti pare lo scrivi e lo fai, sempre assumendotene la piena responsabilità, fuori dai social.

“L’immancabile pletora di webeti, ha invaso le piattaforme social, per commentare il “caso (omissis)”, ovvero l’arresto del primario e assessore, a seguito della denuncia di abusi sessuali presentata da una donna.”

E via turpiloquiando, con espressioni del tipo:

“La crassa ignoranza dell’ignobile popolo webete (…)”

fino ad arrivare ad affermazioni come la seguente:

“Nulla sapendo di codice penale, di diritto di cronaca, di tutela dei dati personali, gli Accademici della rete hanno commentato.”

Hanno commentato. Ma ci rendiamo conto? Hanno commentato. E come si permettono costoro di commentare? In un luogo di discussione, poi! Cose mai viste né udite al mondo… Gente che non sa di codice penale ma che, evidentemente, conosce benissimo almeno la Costituzione della Repubblica, quando afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che nessun cittadino può essere definito colpevole fino a prova del contrario, e anche se vi fosse, comunque senza una sentenza definitiva passata in giudicato. Gli intrepidi commentatori con sanno nulla di diritto alla privacy? Veramente è stato il giornalista che ha fatto nome e cognome di chi è stato arrestato. E ha pubblicato anche la sua foto. Questi sono fatti. E i fatti, come dico sempre io, non sono minimamente in discussione. E che dire del diritto di cronaca? Che ovviamente sussiste per lui e per chiunque altro voglia onestamente intraprendere la sua professione. Ma il diritto di cronaca non coincide quasi mai con il dovere di rivelare le identità, specie se queste identità appartengono alla parte più debole, e quindi più vulnerabile di un procedimento penale, l’imputato.

“No, non starò qui a spiegare cosa sia un arresto e perché un magistrato (non un giornalista) lo richieda. Non dedicherò tempo e spazio, all’inutile tentativo di spiegare il codice di procedura penale, il diritto di cronaca, la legge sul diritto d’autore e il testo unico dei doveri del giornalista, a chi non ha mai letto neanche le istruzioni del telefonino, col quale affida al mondo il distillato della sua idiozia.”

Non si capisce bene cosa c’entri la legge sul diritto d’autore con tutto questo. E, in verità, non c’entra proprio nulla. Quanto a me, che dal giornalista (non “Adamo”, l’altro) sono ugualmente stato definito “webete” su un post di Facebook pubblicato sul suo profilo, e che quindi, conseguentemente, sono un ignorante in materia, posso solo dire che gli estratti di questo articolo vengono pubblicati in ossequio all’art. 70 che recita:

“Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.”

Ma ecco spiegata la citazione delle scarpe rosse del titolo. Variando sullo sfruttato tema dell'”ubi sunt” (François Villon non sarebbe stato capace di fare di meglio), l’autore pone le domande fatidiche:

“Dove le avete lasciate, le scarpe rosse? Dico a voi, idioti tastierizzati, coglioni profilati social, webeti in libera uscita… dico a voi: dove sono le vostre scarpe rosse? Quelle che avete postato il 25 novembre e magari l’8 marzo, quelle che avete pubblicato sdegnati, invocando parità e rispetto… dove sono?”

E, successivamente:

“Possibile che nessuno tra voi, nel delirio social nel quale vi siete perduti, in una fonduta di qualunquismo becero e pasciuto pressappochismo, abbia pensato alla ragazza?”

Ed è qui che Adamo “conobbe” Eva. Il succo è che bisogna pensare alla vittima piuttosto che al carnefice. A Abele piuttosto che a Caino, cui, pure, nel mito della Genesi, Dio pone una sorta di sigillo, di marchio, che non è d’infamia, ma che viene collocato sulla sua persona affinché nessuno lo tocchi. Da qui il nome di certe associazioni per i diritti dei detenuti o di canzoni di successo (vedete voi). Alla vittima spettano il diritto a costituirsi parte lesa nell’eventuale giudizio e l’onere della prova da fornire ai magistrati che la integreranno, se così riterranno opportuno, con i risultati delle indagini durate sei mesi. La vittima del reato deve essere altamente considerata, ma proprio per questo occorre separare il bambino dall’acqua sporca, e il fatto che quell’acqua sia sporca lo accerteranno i magistrati, non certo un giornalista.

I commentatori del web sarebbero rei, a dire di “Adamo”, di avere dimenticato, o, peggio ancora, non conosciuto per niente, i tempi delle scarpette rosse, quando tutti si indignavano per la violenza sessuale sulle donne. Ma così facendo sposta maldestramente l’attenzione su un altro problema, che indubbiamente esiste (gli italiani e il popolo del web sono di memoria corta, su questo non ci sono dubbi), ma che non risolve la domanda che il popolo del web gli ha fatto: PERCHE’ fare il nome dell’arrestato? Della risposta a questo quesito non sussiste alcuna traccia. Solo scarpette e panchine rosse.

E l’articolo termina con un

“Schifosi webeti.”

Tanto per non farsi mancare nulla.

Ora, l’errore fondamentale di questo giornalista dallo pseudonimo biblico, è stato quello di sottovalutare il pubblico dei social che lo ha criticato. Lui NON SA chi sono queste persone. Non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi che tra di essi possa esistere, che so, qualche dirigente scolastico (tra i suoi lettori ne conosco almeno due!), dei laureati, delle persone di cultura, degli insegnanti, degli impiegati, degli esercenti, degli operai, degli addetti al pubblico impiego, che, semplicemente, su un determinato argomento possano saperne più di lui o che, si veda il caso, la legge sul diritto d’autore la inzuppa nel cappuccino tutte le mattine. No, lui va e giudica. E si meraviglia se, poi, a giudicarlo sono gli altri. Su Facebook puoi benissimo incontrare quello che sul diritto d’autore, sul codice di procedura penale, sul codice deontologico dei giornalisti ti fa un mazzo tanto. Perché, come nella vita, tu non sai MAI chi hai dall’altra parte. E forse sparare alla cieca con la mitragliatrice a pallettoni potrebbe essere semplicemente (semplicemente?) imprudente.

Ve l’ho detto, anch’io sono stato definito (non da “Adamo”, sempre dall’altro) un “Webete”. Ma di questo non vi parlo qui. Preferisco farlo altrove. E non meravigliatevi se per qualche giorno sospendo gli aggiornamenti ma ho altro di cui scrivere.

In precariato d’uso – di Liliana Adamo

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Tra marzo e aprile dello scorso anno i segnali forti arrivarono dalla Francia, un paese che si è sempre caratterizzato come primo consegnatario dei venti contrari che animano l’Europa: la “low cost génération”, appellativo che si sono dati i giovani precari d’oltralpe, assediava Parigi a suon di proteste, mentre Villepin continuava a difendere strenuamente il “ Contrat première embauche”, contratto di primo impiego, con il quale le imprese avrebbero assunto giovani fino a 26 anni per licenziarli nei primi due anni di lavoro senza particolari restrizioni. In Italia si temevano le medesime conseguenze con l’avvento del “lavoro interinale” e l’attuazione del nuovo “statuto dei lavoratori”, consegnato dalla legge Biagi; ma, in realtà, è andata peggio. Il decisionismo dei francesi nello sciopero e nella protesta sembra non contagiarci più di tanto, al suo posto e a distanza di un anno, registriamo soltanto una sorta di malcontento diffuso, d’attesa e rassegnazione.

Per affrontare i temi inerenti a globalizzazione e mercato, bisogna partire da lontano e, nel farlo, ci avvarremo degli interventi di un sindacalista come Tim Costello, classe 1946, militante confederale dei camionisti americani per oltre vent’anni e promotore di svariate iniziative politiche di base, autore (insieme a Jeremy Brecher), di testi incentrati sulle strategie di resistenza al liberismo, il quale, evidenzia le sintomatologie di un’economia “cancerogena e fuori controllo” in sette segnali di pericolo. Continua la lettura di “In precariato d’uso – di Liliana Adamo”

Liliana Adamo – Un’eco finanziaria per riavvicinarci a Kyoto?

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Diciamocelo francamente: se il ministro Pecoraro Scanio pone al centro della dibattuta manovra economica i 600 milioni d’euro come primo rimedio per diminuire le emissioni di gas serra,oltre che una rinnovata prassi legislativa per recuperare la situazione drammatica del nostro paese in materia di politiche ambientali, allora arriviamo a credergli quando dichiara (su Il Riformista) “che bisogna pensare al Protocollo di Kyoto come alla nostra nuova Maastricht”. Sul serio, se questo governo dimostrasse un’assunzione di responsabilità al rispetto dei limiti sulle emissioni d’anidride carbonica, con uguale ostinazione mostrata al rapporto tra deficit e Pil, sotto la soglia del 3%, si tasterebbe il polso ad una causa altrettanto vitale, varrebbe a dire: abbiamo fatto la finanziaria per “Maastricht”, adesso facciamo la finanziaria per “Kyoto”, o meglio, per citare tout court il ministro all’Ambiente, “la finanziaria del clima”.

Durante il meeting sulle nuove politiche energetiche tenuto di recente a Bruxelles, ai nostri rappresentanti non sono stati risparmiati giudizi impietosi, per non dire vere e proprie strapazzate da parte dei membri della Commissione Europea, tali da far pensare che, per l’Italia, al prossimo appuntamento, non ci saranno scusanti: colpevoli d’aver accumulato inammissibili lentezze nell’attuazione degli impegni assunti con la ratifica del Protocollo, pare che i signori abbiano accusato il colpo. Uomini d’istituzioni e manager che sulla carta propongono eminenti piani di lavoro, all’altezza di qualsivoglia “battaglia sull’ambiente”, in concreto non hanno mosso un dito per consolidare le novità in campo energetico e strutturale, oppure incoraggiare la creazione di un team congiunto di studiosi e climatologi, che abbiano mezzi e facoltà per fornire analisi ed indicazioni, per affrontare i cambiamenti climatici, per lavorare a stretto contatto con le composite realtà ambientali e con le emergenze che, da nord a sud, si riversano sul nostro territorio; iniziative già collaudate altrove (in Gran Bretagna e persino negli Stati Uniti). Sono questi i motivi basilari che non aiutano la tutela delle nostre nicchie ecologiche e spingono la qualità degli interventi in tal senso, agli ultimi posti in classifica.

Nuovi modelli di cultura provengono da paesi come la Germania e dai paesi del nord Europa (eccezion fatta per i paesi dell’est), in Italia, per esempio, si realizza soltanto il 70% dei progetti eolici, a denunciarlo è il presidente dell’Anev (associazione nazionale dell’energia e del vento); non basta un nulla osta del governo affinché le buone idee si trasformino in propositi attuabili: l’energia rinnovabile stenta a decollare, non si avvale di un sistema concorrenziale con quel “limitato” potenziale eolico stimato dall’Enea a 10mila MW. Al contrario, gli altri paesi europei che hanno investito sull’energia rinnovabile (non solo eolica, ma anche solare, idrica e geotermica), stanno beneficiando di un piano di lavoro lungimirante e di un mercato fiorente; in Germania, sono predisposti 200 metri di pannelli per residente rispetto ai 4 in Italia, con imprese (circa 5000), che danno lavoro a 25 mila persone e fatturano due miliardi d’euro l’anno. Questione culturale, pelandronismo e ristrettezza di vedute attivano il freno sugli investimenti in campo energetico, fattori che riconosciamo ormai nella normalizzazione nazionale e che non solo non ci consentono aria pulita e meno emissioni, ma non ci consentono altresì di rilanciare la nostra economia.

Un impulso è stato nel cosiddetto “conto energia”, un sistema adottato da quei paesi europei in grado di sostenere investimenti consistenti nel fotovoltaico (i classici pannelli solari). Nel settembre del 2005 l’Italia si è accodata proponendo incentivi per l’installazione, ma presumendo che un “soggetto privato” si accollasse a proprie spese l’intero impianto, vendendo l’energia prodotta al proprio gestore. A quanto ammontava la quota? Ad un importo maggiorato di 45 centesimi per kilowattora, rispetto all’entità praticata dalla stessa azienda per la fornitura. Cos’è accaduto? Nulla. Nello stesso anno, secondo la IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia), la percentuale italiana per la potenza fotovoltaica è crollata all’1%, mentre in Germania è aumentata del 39%. Controversie ed incongruenze hanno determinato il fallimento del fotovoltaico: un decreto stabiliva un tetto massimo di potenza complessiva da installare, pari a 100 megawatt, a fronte delle 1500 Mw per le dodicimila domande presentate al Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale. Soltanto un’esigua minoranza (1800) di queste richieste ha avuto successo ed incentivi statali e, tuttavia, anche per l’energia alternativa, pare che le cose si risolvano “all’italiana”; i pochi “fortunati” sono passati attraverso ordite speculazioni e turbative d’asta, in altre parole, potenze ed incentivi sono stati concessi attraverso un sistema d’aste trimestrali, di fatto, poco trasparenti.

Erroneamente, si ha la convinzione che un deciso cambio di rotta in campo energetico rappresenti una riconversione troppo dispendiosa e perciò inattuabile (ma riflettiamo sui costi del petrolio). In realtà non c’è penuria di fondi, ma una pessima gestione di fondi, noi stessi devolviamo il 7% d’ogni bolletta sul consumo elettrico (vedi la voce A3), per investire sulla “Costruzione impianti fonti rinnovabili”; se aggiungiamo alle “fonti rinnovabili” quelle “assimilabili”, vale a dire fonti che utilizzano energia elettrica dagli scarti industriali come emissioni di scarico, gasolio di recupero e così via, allora circa 50 miliardi d’euro finiscono nelle tasche delle compagnie petrolifere italiane nello stesso momento in cui ci fanno credere d’aver sostenuto l’incremento delle fonti sostenibili!

Riscaldamento globale? A questo punto, tangibile…

Il nostro è tra i paesi europei più esposti ai guasti provocati dai mutamenti climatici, preoccupanti per l’Italia (e per la morfologia molto fragile del suo territorio) sono alluvioni, desertificazione, siccità, aumento del livello del mare lungo le coste, dislivelli stagionali, dissipazioni delle rare zone umide mantenutesi e picchi di condizioni termiche troppo elevate durante le estati. Lungi dal considerare protetto il nostro paese dopo le speculazioni e il saccheggio avvenuti sistematicamente tra gli anni sessanta e settanta, da successive politiche devastanti che hanno spogliato il paesaggio e rovinato inesorabilmente il nostro habitat naturalistico, ci si trova, oggi, a fare i conti con quel che ci attende nel prossimo futuro. Contenere le emissioni d’anidride carbonica, principali responsabili dell’effetto serra, con l’obiettivo preponderante di rincorrere i vincoli imposti dal protocollo di Kyoto, è, da subito, una priorità.

Il ritardo accumulato, che tanto ha fatto saltare i nervi ai membri del parlamento europeo, suggerisce un “disavanzo ambientale” notevole: tra il 2008 e il 2012, l’Italia avrebbe dovuto ridurre le emissioni perlomeno del 6,5%, rispetto ai livelli del 1990, all’opposto, le emissioni sono aumentate del 13%; se non bastasse, la Commissione europea ha sfoggiato al naso dei nostri rappresentanti, un rapporto (tra l’altro, già anticipato dal WWF), che comprova il nulla assoluto all’incentivare energie rinnovabili, inscindibile prologo per allinearsi al protocollo. Come abbiamo visto, dal 1997 ad oggi, l’input è diminu
ito invece che aumentare, non solo siamo lontani dagli standard europei, ma, di questo passo, non sarà attuabile l’obiettivo di raggiungere il 25% d’energie rinnovabili funzionanti su tutto il territorio nazionale entro il 2010.

La legge finanziaria 2007, cerca disperatamente di correre ai ripari: misure e stanziamenti appaiono consistenti, per “Kyoto” è previsto l’istituzione di un fondo che dovrebbe attivare misure a catena (una rete di finanziamenti per svariati miliardi d’euro) per ridurre le emissioni nocive, una risorsa non irrisoria, ammontante a 600 milioni d’euro da erogare tra il 2007 e il 2009; previsto anche uno stanziamento di 75 milioni d’euro nell’arco di tre anni per contribuire all’educazione, l’informazione e la cooperazione internazionale sulle problematiche climatiche ed ambientali e per rendere ricettivo il risparmio energetico. Ancora, in tre anni saranno devoluti 730 milioni d’euro per mettere in stato di sicurezza il nostro territorio, 265 milioni per la bonifica di siti inquinati, 208 milioni per la tutela di parchi ed aree protette, infine, previsti 9 milioni in più rispetto al precedente budget, per lo smantellamento dei cosiddetti eco-mostri edificati abusivamente nelle aree protette.

Una novità in finanziaria consiste nel ”principio di rivalsa”, da parte dello Stato, agli enti locali che non dimostreranno adempienza alle norme europee in fatto d’inquinamento. La tutela da parte delle forze dell’ordine e da un ente strutturato per la lotta all’eco-mafie, sarà consolidata. Previsti, inoltre, altri 270 milioni d’euro in tre anni, per interventi a livello urbanistico con la presunta “mobilità sostenibile” (se ne parla da anni ma, di concreto, poco o nulla accade) e vincoli più severi per la raccolta differenziata dei rifiuti, gli organi esecutivi delle Regioni saranno tenuti a garantirne il 40% entro il 2007, il 50% entro il 2009, il 60% entro il 2011.

In pratica, nuove misure dovrebbero contribuire a migliorare in maniera apprezzabile la nostra condizione ambientale e, di conseguenza, fornire comparazioni anche in campo economico e al risparmio per ogni singolo fruitore; queste che enumeriamo sono tra le più innovative:

1 Un fondo per l’incentivazione d’edifici ad altissima efficienza energetica.

2 Agevolazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici.

3 Contributi all’acquisto di frigoriferi ad alta efficienza con detrazioni fiscali fino a 200 euro per ogni elettrodomestico acquistato nel 2007.

4 Interventi sulla fiscalità energetica per fini sociali.

5 Incentivi per comprare auto ecologiche e rimuovere auto inquinanti.

6 Agevolazioni fiscali per chi dà la preferenza a lampade fluorescenti.

7 Impulsi ed incentivazioni ai carburanti eco-compatibili.

Certificazione energetica e detrazione del 55%.

Per la riduzione allo spreco, la voce in finanziaria più in auge, è la cosiddetta “certificazione energetica”, il documento attestante i consumi complessivi di un edificio. Con questa prassi è possibile capire in che misura è compatibile con l’ambiente, l’edificio nel quale abitiamo, o lavoriamo. La certificazione (inserita mediante decreto ministeriale e redatta da “soggetti terzi”), al momento, non si presenta “costrittiva”, nel senso che non obbliga ad interventi immediati per gli edifici ad alto consumo energetico. Ma ciò non toglie che la “certificazione energetica” si trasformerà in una consuetudine per il futuro, per l’acquisto di un immobile o per rendere favorevoli i luoghi di lavoro. Vorrà dire, che anche la “qualità energetica” influirà sul mercato immobiliare, costituendo il “valore aggiunto” di un qualsiasi immobile per vivere o lavorare.

Fin dall’ottobre scorso, un decreto legge prevedeva un prototipo di questa certificazione, estesa a tutti gli edifici, anche i più vecchi. Uno scadenziario progressivo avrebbe esaminato tutti i fabbricati presenti sul nostro territorio, ciascuno con la propria attestazione fino al luglio del 2009, con l’obiettivo di convergere ad una riduzione dei consumi e incrementare la produzione d’energia fotovoltaica.

In conclusione (e ci aspettiamo non solo in script), la finanziaria induce noi tutti al rilancio di una nuova mentalità sulle gestioni delle risorse; importanti anche le partecipazioni alle ristrutturazioni degli edifici per tetti, finestre, pareti e caldaie, che permettono una detrazione del 55% nell’arco di tre anni e non in intervalli prolungati (ad esempio in 10 anni!). Ciò comporta un risparmio e un incentivo reali, rendendoci psicologicamente inclini ad attuare un progetto collettivo, raggiungere culturalmente gli standard europei e ravvicinarci a “Kyoto”.

da: www.altrenotizie.org